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Full text of "Bollettino della società pavese di storia patria"

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UNIVERSITY OF ILLINOIS LIBRARY AT URBANA-CHAMPAIGN 



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L161— O-1096 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PAVESE DI STORIA PATRIA 



VOLUME NONO 

1909 




PAVIA 

PREMIATA TIPOGRAFIA SUCCESSORI FRATELLI FUSI 
Largo di Via Roma N. 7. 

1909 



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LA GUERRA 




(Continuazione vedi fase, precedente). 

§. 7. Seconda campagna; riconciliazione 

fra Milano e Savoia, e matrimonio di F. M. Visconti 

con una figlia di Amedeo Vili (agosto 1427-ottobre 1428). 

« Dimostrazione armata », per vero, ben più che « seconda 
campagna », si dovrebbero a rigore denominare le operazioni 
militari di Savoia contro Milano nell'autunno del 1427. Nonché 
essere precedute, come l'anno avanti, da una dichiarazione so- 
lenne di ostilità (1), non si può neppure stabilire con precisione 

(1) E qui il luogo di mostrare perchè, a mio avviso, la diffida savoina del 21 ago- 
sto e la replica viscontea del 4 settembre vanno riferite alla campagna precedente, 
e non a questa. Di una solenne diffida in agosto 1426 abbiamo notizia da altre 
fonti (Cfr. sopra, p. 144, testo e n. 1, e Osio, II, 262, doc. 182), mentre manca 
ogni indizio, alPinfuori dei docc. in questione, per il 1427; anzi il 24 settembre 
1427 Filippo Maria scrive: «De domino autem duce Sabaudie dicatur [dai suoi 
inviati al re dei Romani] quod usque in hodiernum diem honeste se habuit : 
nihilominus post recessum domini episcopi vesprimiensis ab iis partibus gentes suas 
misit citra montes, easque habet ad confinia territorii dicti domini [ducis Mediolani], 
nec patitur mercandias hinc inde solito more discurrere ; et inimici dicti domini 
videntur de ipso domino duce Sabaudie magnani reputationem et extimationem 
facere, et grande etiam capitale: in ceteris autem omnibus loquatur honeste 
Iacobus [de Lonate] de domino duce Sabaudie »; il che sembra assolutamente 
escludere uno scambio di lettere come quelle date dal Guichenon, Du Mont e 
Costa de Beauregard. Che se poi guardiamo al tenore di queste, non vi tro- 



54:9^20 



- 4 - 

il giorno in cui osse ebbero principio, ancorché sia da collocare 
verso il 20 agosto all' incirca (1). Il Conto del « tesoriere di 
guerra », dopo aver registrato le riscossioni (receptae) e le spese 
ordinarie {exhonerationes) per lo stipendio delle genti d'arme, 
per i balestrieri e brigandi, per il trasporto del denaro dalla 
Savoia in Piemonte (specialmente da Chambéry a Torino), per 
le mostre, e per gli arcieri borgognoni venuti fin da Chalons, 
inizia le « straordinarie » col 25 agosto (2): i versamenti del Te- 
soriere generale al « tesoriere di guerra » cominciano invece 
dal 5 del mese, proseguendo in varie rate fino al 24 dicembre, 
nella cifra complessiva di oltre 38.000 fiorini (3). Questa somma 



viamo nessun'allusione alle mancanze del Visconti alla pace di Venezia od agli 
obblighi di Savoia verso gli alleati derivanti da detta pace, ma nella lettera di 
diffida di Amedeo Vili solo la frase vaga « exigentibus certis iusta causa resul- 
tantibus ex non modicis deffectibus vestris fidedignorum testimonio compertis », 
e nella risposta del Visconti la seguente dichiarazione : «Cum igitur domini proge- 
nitores vestri semper fidelitatis decore claruerunt...,querimur, miramur et dolemus 
quod tara immature et impetuose vos gessentis cum eo qui vobis erat consan- 
guinitate federeque astrictus, Nobiscum silicet, et cum hpstibus nostris ligam 
prius ingeritis et litteras diffidentie promiseritis, quam Nobis eas volueritis inti- 
mare ». Queste parole in settembre 1427 sarebbero un non senso inesplicabile, 
mentre convengono perfettamente al 1426. Quanto all'eventuale obbiezione che 
non solo la diffida sabauda, ma anche la risposta milanese porta la data « 1427 », 
mentre a Milano non può pensarsi nel secolo XV all'uso di un anno « ab incar- 
nacene » in anticipo, basta notare in primo luogo che la data « 1427 » figura 
solo nelle stampe, e poi che se si trovasse anche nel ms. che servì al Guichenon 
(donde gli altri), essendo esso savoino, si spiegherebbe Fuso dell'anno « ab in- 
carnacene » sostituito, sotto l'evidente influenza del documento di cui è contro- 
parte, ad un originario « 1426 ». 

(1) Ed ecco una ragione che è valsa ad agevolare 1' errore di attribuire al 
1427 (stile comune) i due docc. di cui nella nota precedente. 

(2) Ardi. Camer. Tot., Conti Tes. guelfa, voi. XXX. 

(3) Esattamente 38.181 ff., 15 dd., 1 ob., 1 terzo, oltre le somme che il 
Tesoriere di guerra può avere ricavato direttamente da contribuzioni, come dal 
Conto cit., voi. XXX. Cfr. Conti Tes. gen. Sav., voi. LXX, ff. 154-158, da cui 
risultano i seguenti versamenti: 5 agosto: 800 ff.; 9 ag.: 400 ff.; 17 ag.; 2000 
ff.; 20 ag.: 6700 ff. e 1 d.; 26 ag.: 2000 ff.; 29 ag.: 1000 ff.; 30 ag.: 3060 ff.; 
2 settembre: 3300 ff.; stesso giorno: 500 ff.; 8 sett.: 760 ff.; 28 sett.: 900 ff.; 
18 ottobre: 5700 ff.; 25 ott.: 3561 ff., 6 dd., 1 ob.; 27 novembre: 1000 ff.; 14 



è molto inferiore — meno della metà — a quella occorsa per 
la campagna del 1426 — ; il che basterebbe di per se a segnare 
la differenza fra le due imprese; e nondimeno si potè raccogliere 
volta a volta soltanto a mezzo di prestiti da Comuni e da pri- 
vati (1). Del 24 agosto predetto è un invito ai nobili della Bressa 
di recarsi all' esercito di qua delle Alpi (2), e negli ultimi del 
mese si nota tutto un apparecchiarsi dei Comuni subalpini alla 
guerra (3) e tutto un movimento di spie nel Monferrato, nell'A- 
stigiana, in Lombardia, fino a Cremona (4), accompagnato dalla 
presenza in Torino ed in Pinerolo di vari personaggi venuti a 

dicembre: 774 ff.; 24 die; 5726, ff., 8 dd., 1 t. Pagamenti arretrati, anche per 
il servizio prestato in autunno 1427, troviamo ancora molti anni più tardi : 
vedi, ad es., Conti Tes. gen. Sav. voli. LXXIV, ff. 136 segg., e LXXV, ff'. 176 segg. 

(1) Per la storia economica, questo « prestito di guerra », in gran parte 
forzoso, è interessantissimo. Reco pertanto alcune cifre, desunte dai Conti Tes. 
gen. Sav., voli. LXX1II, ff. 264 y.-276v, e LXXIV, ff. 181-190. Alby diede dun- 
que 50 ff. pp.; Montmelian: 100; Thonon : 120; Tournon : 50; Confìens : 30; 
La Chambre, Saint Michel, Aviondane e Thermignon di Morienna, insieme: 200; 
Lagny : 66 ff. e 6 dd. gg.; La Rocbette: 50 ff. pp.; la castellatila di Bovelles : 
100; Faverges : 40; Annecy ; 200; La Roche: 50; Pontvele : 100; il Baugé : 
200; Pont-de-vaulx : 100; vari parrocchiani d ; Saint André, Saint Denys e Saint 
Remy, imsieme: 100; Seyssel : 200; Bonneville : 35; Usine: 60; Syouziers : 20; 
Mioncieux : 14; Cluses : 84 ; i sudditi del sire di Villaige : 6; Chàtillon : 11 ff., 
8 dd. gg. pp.; Fleyrieux : 24 ff., 4 dd. pp.; vari borghesi di Tenne, insieme: 
42 ff. pp. e 14 scudi d'oro; Rumilly-eu-Albanais : 104 ff. pp.; Allinges : SO; 
Matassellon : 114; Saint Trivier : 100 ; Jasserons : 25; Saint Marlin de Fraisnes: 
50; La Perouse : 50; Sallanches: 40; Pietro Ambìard : 200; Giugonetto Ma- 
rèchal : 100; Antonio Canon, licenziato in leggi e eonsiglier ducale: 25; il se- 
gretario Giovanni di Divonne : 50; il cancelliere Giovanni di Beaufort : 100 
scudi d'oro da 20; il notaio Guigonetto Guydeboes, di La Cluse : 10 ff. pp. Tutte 
queste somme furono rimborsate nel 1428. 

(2) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXIII, ff. 245 v.: « Libravit Petro Revenerat, 
de Borgo, et ThomeBrocherii, die xxim mensis augusti [1427']..., missis cum 
litteris ipsius domini Baillivi apertis, et de prefati domini Ducis mandato, ad omnes 
nobiles patrie Breyssie, ut accederent in armis ultra montes ad exercitum ipsius 
Domini nostri...: un ss. gg. ». 

(3) Arch. Com. Ivrea, Ordin., voi. XIII, f. 126 r. : 27 agosto 1427 : ricevuto 
ordine di preparare alloggiamenti per genti d'arme, ed elezione di savi di guerra. 

(4) Conti Tes. guerra, voi. XXX : « L l die xxv dicti mensis augusti, Thau- 
rini, lohanni chimatori, prò eo eo quod ivit ad expiendum dominum marchionem 
Montisferrati et eius gentes apud Pontemsturie : xvi dd., ob., gg. — L.* die xxvn 



— 6 — 

conferire col maresciallo Gaspare di Montmajeur (1), nonché da 
scambi di messaggi col Colombicr, arrivato allora in Piemonte, 
ma già sulle mosse per ritornare a Milano con Pietro Marchand 
e con Enrighino di Valperga $). 

augusti Anthonello de Montagna prò uno nuucio sibi ordinato per dictum domi- 
num marescallum mieti ad expiendum in Crarnona ; vii ff. pp. — L.* die xxvm 
augusti, apud Pinerolium, Petrino Fouclerii, misso ad expiendum versus Ast et 
nonnullas alias partes : xxi dd. gg. — L.' dieta die [xxx augusti], ibidem, Mi- 
chaeli de Faverio, misso ad expiendum ad certa loca per dictum dominum ma- 
rescallum sibi ordinata: i fl. pp. ». Reciprocamente, Conti Capti. Pieni., rot. 
XIII : « L.' die xxx augusti Ferino, trompete Domini, prò accedendo a Pinerolio 
super passibus Padi ad inhibendum parte Domini ut si quidem franchigena tran- 
siret, conduceretur ad dominum Priucipem : xxn gg., vi fortes. ». 

(1) Conti Tes. guerra, l. e: « L.' dieta die [xxvn augusti], in hospicio Crucis 
Albe de Taurino, prò expensis ibidem factis per Thomenum de Montebello cum 
duobus equis, in prandio, cum venit ad conferandum dicto domino Marescallo 
de certis concernentibus factum dicti domini nostri Ducis : in dd. gg. — L.* die 
penultima augusti, in dicto loco [Pineroln], in hospicio, prò expensis ibidem 
factis per dominum presbiterum de Lenta, Gmllelmum et Iohannem de Guisla- 
rengo, cum tribus equis, prò tnbus diebus quibus steterunt ibidem de precepto 
dicti domini Marescalli prò certis causis eisdem ordinatis per eundem dominum 
Marescallum : m ff. pp. — L. fc die ead^m, in hospicio Saneti Anthonii de Thau- 
rino, prò expensis ibidem factis per Seignorinum de Recepto, qui venit ad man- 
datura dicti domini Marescalli prò qnibusdam pe/agendis, prò tribus personis et 
quatuor equis: i fl. pp. »; Conti Capii. Pieni. I. e: « L.' xxvm angusti domino 
Gabrieli Utiglencii, plebano Mouesterolii, quos Dominus sibi donavi! pio expensis 
suis factis in Pinerolio quatuor diebus quibus ibidem stetit prò nonnullis secretis 
tangentibus Dominum : i fl. pp. ». 

(2) Conti Capita Pieni. , l. e: « Libravit Martino Fromagniana, qui apportavit 
domino Principi a Sancta Agatha Pinerolium litteras Henrici de Colomberio 
quas miserat per Conradum, eius famulum, qui recto recessi t ab Ypporigia ad 
dominum nostrum Ducem cum litteris dicti Henrici, dono propterea sibi facto: 
vi gg. — L.' ultima augusti ad expensas domini Iohannis Marchiandi et ipsius 
receptoris factas in Thaurino dieta die in cena, et in crastinum prò prandio 
equorum et potu personarum, ad quem locum fuerunt mandati per dominum 
Principerà causa conferendi cum Henrico de Colomberio, qui ibidem applicuerat 
veniendo a partibus Ytalie, tractaturus pacem ducis Mediolani cum Liga, cum 
sex equitibus : xxn gg., n fortes ». Cfr. Documento vm e Conti Tes. gen. Sav., 
voi. LXXII, f. 306r.: «Libravit die xxix dicti mensis [augusti]. ..dicto Coural, 
messagerio Domini, ...misso a Chamberiaco ad partes Ytalie, ad Henricura de 
Columberio, ubi erat, cum litteris Domini et nonnullorum consiliariorum Domini 
clausis sibi directis...: x scutos auri Regia». 



- 7 — 

Quest'intervento dell'intrigante barone canavesano è come 
uno sprazzo di luce che illumina sul significato vero di tutto 
quell'armeggio. Accanto alla dimostrazione ostile palese, i due 
Amedei continuavano segretamente i negoziati col Visconti, che 
-— di fronte a queir attitudine — si trovava costretto da un lato 
a mostrarsi più inchinevole alla pace con Firenze e Venezia, e 
doveva ripigliare dall'altro le trattative di accordi con Savoia a 
base di compensi positivi. Il Valperga si arrabattava in quest'a- 
zione coperta; al Marchand era commesso ufficialmente il ne- 
gozio publico della pace, onde aveva mandato di proseguir 
oltre, a Bologna, ad intendersi col cardinale di Santa Croce (1); 
il Colombier, sotto l'apparenza di non occuparsi anch' egli che 
di questo, sorvegliava pure l'altra pratica, e in realtà teneva le 
fila di tutto. 

Più che i lenti, sebbene continui, progressi del Carmagnola 
nel Cremonese e nel Bergamasco ('2), preocupavano ornai Filippo 
le cose di Genova, stretta da Tomaso Fregoso con altri fuorusciti 
e con aiuti fiorentini, tantoché nelle istruzioni redatte poco dopo 
per Giacomo da Lonate, destinato ambasciatore a Sigismondo, 
la perdita di Genova è considerata — con una sconfitta campale, 
e la partecipazione ostile di Savoia alla guerra — come uno dei 
tre casi in cui il duca di Milano si sarebbe trovato nella neces- 
sità di conchiuder la pace (3). Ben sovvenivalo l'instabilità poli- 
tica dell'irrequieto marchese di Monferrato, che ora, abbandonato 
il disegno di aver soldo dalla Lega, sembrava disposto a soc- 
correr Genova, come non tardò infatti a fare (4). Tuttavia il 

(\) Conti Tes. yen. Sav., I. e, f. 233 r.: « Allocantur sibi quos dominus 
Petrus Marchiandi, legum doctor, consiliarius Domini, nomine Domini.. .rece- 
pisse confessila est prò expensis legacionis, qua etiam presentali ter destinatus 
erat per Dominum Bononiam, ad dominum cardinalem Sancte Crucis et ad spec- 
tabilem Henricum de Columberio ibidem existentes, faciendis...: yi xx scutos auri 
Regis ad xxn ». 

(2) Battistella, 168 segg. 

(3) Osio, II, 334, doc. 216. 

(4) Lupi, 190 seg., App., docc. 19, 20, 22. Con Savoia, però, Monferrato era 
sempre in ottimi rapporti. Vedi Documento vili e Conti Capit. Pierri., rot. XUI : 
« L' xxvin septembris [1427] mimis domini marchionis Montisferrati, dono sibi 
facto per dominum Principem prò novis felicibus nunciatis per eos de filio nato 
ex domina Marchionissa nuper : x ff. ». 



- 8 - 

pericolo instava, e il Visconti non poteva non temere che anche 
da quella parte si volgessero — sotto l'assillo di Firenze — 
insieme con le cupidigie, le speranze e i tentativi di Savoia. Così 
durante tutta la prima metà di settembre si negoziava in Milano 
dai rappresentanti di Amedeo Vili, con un andirivieni di corrieri 
fra i medesimi, il principe di Piemonte e suo padre (1), mentre 
perdurava attivissimo lo spionaggio verso la Lombardia (2) e il 

(1) Conti Tes. guerra, voi. XXX, ff. 53-54': 5 settembre 1427; messo a por- 
tare in Savoia, al Duca, una lettera di risposta ad una di lui; 14: messo da 
Ciriè a Pinerolo a portar lettere ad Umberto bastardo di Savoia ed al maresciallo 
Gaspare di Montmajeur; 26 ottobre: « Libravit....Thaurini, Michaeli de Cleyrieto, 
prò locagio unius equi quem equitavit Iohannes Grassi, de Rippollis, de mense 
septembris proxime lapsi, versus Henricum de Columberio, cum certis litteris 
domini Principis, apud Mediolanum : i fl. pp. »; Conti Capit. Pieni. I. e: Il 
settembre: Pietro, cavallaro, mandato da Pinerolo con lettere del Principe al 
Duca; 12: Giovanni di Mirecourt, mandato dal Principe, da Pinerolo, al mare- 
sciallo Manfredo di Saluzzo, in Ciriè; stesso giorno: « L.' Georgio, manderio 
Pinerolii, prò portando litteras Henrici de Colomberio, quas misit domino Prin- 
cipi prò mietendo domino nostro Duci, a Pynerolio in Avillianam, vel ultra, ten- 
dendo Sabaudiam, donec actingeret Amedeum Murisoti, qui accedebat ad dictum 
Dominum nostrum parte domini Principis: vi gg. [Ad Amedeo Murisot, «qui 
accodeb-it patriarci suam », vennero dati 3 ff. e « imposita fuit quedam ambas- 
siata facienda domino nostro Duci parte domini Principis concernens episcopum 
Thaurini et plura alia»]. — L. e xxi septembris Guillelmo de Brebans prò por- 
tando litteras domini Principis a Pinerolio Mediolanum [domino] Henrico de Co- 
lumberio et domino Petro Marehiandi : in ff. » Cfr. anche Documento viii e 
Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXII, f. 218 v.\ 8 settembre 1427. Umberto di Seyssel, 
sire d'Aix, mandato da Anuecy « ad certa loca, prò certis negociis Domini ne- 
gociandis » Però quest'ultima notizia può connettersi agli affari di Francia, in 
cui torna ad esplicarsi l'attività di Savoia dalla fine di agosto ai novembre 1427 
[Vedi infatti Conti Tes. gen. Sav., I. e, ff. 218, 221-223 : 22 agosto 1427 : Ber- 
trando Melliti mandato al re di Francia, al cancelliere di lui e ad altre persone; 
31 agosto: Umberto D'Avillon, priore d'Hautecombe, viene destinato « in partibus 
Armagniaci prò quibusdam negociis Domini secretis peragendis » ; 8 settembre : 
Guglielmo di Ranty, a Chàlons, in Borgogna; voli. LXXIII, f. 248 r., e LXXIV 
f. 193:23 novembre: Giovanni di Beaufort va ad una conferenza fra ambasciatori 
di Francia e di Borgogna, a cui prende parte anche Claudio di Saix]. 

(2) Conti Tes. guerra l. e: « L, 1 die octava septembris, [Thaurini], Garassino 
de Garessio, mÌ3so ad expiendum ad certa loca sibi per dictum dominum Mare- 
scallum ordinata : vi dd. gg. — L.' die x a septembris, Pinerolii, Iohanino de 



- 9 - 

passaggio di armi e munizioni d'Oltralpe in Piemonte (1). In- 
tromessosi anche Brunoro della Scala, di ritorno in Lombardia 
con una missione di Sigismondo, e trattenuto da Filippo a pre- 
ferenza del vescovo di Vesprim — rinviato in Ungheria (2) — , già il 
23 era combinato un colloquio fra lo Scaligero stesso ed il ma- 
resciallo Montmajeur (3), seguito dall'invio di un nuovo rappre- 
sentante savoino a Milano — fors' anche per altri affari (4) — , e 
dall'arrivo di ambasciatori pontifici alla Corte di Amedeo Vili, 
di là dei monti (5). La situazione, dunque, si chiariva sempre 
più in senso pacifico per quanto riguardava Savoia : a nulla ap- 
pradavano le insistenze degli oratori di Firenze e di Venezia 
presso il Duca; anzi il Contarmi, ottenutane infine licenza dal 
suo Governo, si allontanava definitivamente, quando nel viaggio 
morì di peste sul principio di ottobre (6), e lo Strozzi, senz'ab- 

Ceva, rnisso ad expiendum ad certa loca per dietum dominimi Mareseallum sibi 
ordinata: v ff., in gg. — L.' die xml septembris, Thaurini, Iohanino de Monte- 
regali, m'isso ad expiendum ad certa plura loca sibi ut supra ordinata : vi ff., 
x dd., ob., gg. ». 

(1; Conti Tes. gen. San., voi. LXXI1, f. 308 : 5 settembre 1427: «prò por- 
tando ab Anessiaco Chamberiacum certam quantitatem arcium (sic) et tractns 
prò ipsis mietendis ad partés Pedemonicum de mandato Domini...: vii dd. gg. ». 

(2) Osio, II, 322, doc. 205. . 

(3) Conti Tes. guerra, voi. XXX : « L.' dieta die [xxm septembris mccccxxvii], 
in portu Mon[£f]scaprelli, prò transiti] domini Marescalli et genci'jm secum exi- 
stencium cura ivi t ad tenendum qnandam iornatam cura domino Brunono de 
Scala, eundo et redeundo: ix dd. gg. ». Lo stesso giorno troviamo inviato un 
messo da Ciriè, sede ordinaria del Maresciallo in quei giorni, al principe di Pie- 
monte, in Pinerolo. 

(4) Conti Capii. Piem,, rot. XIII: 26 settembre 1427: « U Matheo de Collis prò 
accedendo a Pinerolio Mediolanum, facturo quandam ambassiatam archiepiscopo 
Mediolani prò parte domini Principia: n ff. ». 

(5) Lupi, 193, App., n. 29. Cfr. Conti Tes. gen. Sav., voi. LXX1V, f. 192 v.: 
27 settembre 1427: il cancelliere Giovanni di Beaufort e Guglielmo Bolomier, 
segretario ducale, sono chiamati da Moùtiers ad Annecy; quindi il primo va il 
3 ottobre a Rumilly, «et inde apud Aquis, prò certis negociis Domini fiendis 
cum ambassiatonbus domini Pape qui fuerunt in dicto loco de Aquis, ubi totum 
Consilium domini nostri Ducis fui t congregatum usque ad dicm xxvi eiusdem 
mensis octobris ». 

(6) Cfr. sopra, p. 390, n. 1, e Lupi, 190 segg., App., nn. 20 e 30. 



- 10 — 

bandonar la partita come il collega, faceva però anch' egli un 
viaggio in Piemonte per vedere coi suoi occhi come stavano le 
cose. Egli stesso ci fa sapere che fu accolto molto onorevolmente 
dal Principe, ma senza ricavar nulla di positivo, salvochè, da 
alcuni cortigiani subalpini, qualche sospetto sulle simpatie e sul- 
l' azione del Colombier per Milano, contro cui — e contro Mon- 
ferrato — l'opinione publica piemontese avrebbe voluto invece 
la guerra; seppur non era anche questa un'illusione del fioren- 
tino (1). 

La difficoltà principale fra il Visconti e i Sabaudi era sempre, 
in sostanza, la medesima: che questi volevauo il matrimonio del 
duca di Milano con Maria di Savoia e la cessione di Vercelli 
— e possibilmente anche di Asti — come compenso della sem- 
plice neutralità, mentre quegli, pur risoluto ornai al sacrificio di 
una o di entrambe le città (2), esigeva almeno ch'esso giovasse 
ad assicurargli l' alleanza e l'aiuto militare dei due Amedei. A 
raggiungere lo scopo, Filippo teneva sul finir di settembre 1427 
due vie convergenti. Il '28, in nuove istruzioni a Giacomo di 
Lonate, gli raccomandava d'indurre il re dei Romani a fare una 
publica e solenne dichiarazione di guerra contro Venezia — con 
cui invece Sigismondo, ad istanza degli oratori fiorentini presso 
di lui, sembrava ora, dopo alcune escandescenze, meno restio ad 
accordarsi (3). Ottenuta si falla dichiarazione, avrebbe il Re do- 
vuto mandare una grande ambasciata al duca di Savoia, com- 
posta tutta di elementi nuovi, non adoperati fin allora presso di 
lui, per invitarlo, quale suo fedele, ad astenersi da ogni aiuto 
ai Veneziani « ribelli dell'Impero », anzi muovere con tutte le 
proprie forze contro di essi — egli od il principe di Piemonte, 
suo figlio —, d'intesa con Milano e Monferrato, a cui erano dati 
ordini al riguardo; con minaccia ad Amedeo Vili dell' indegna- 
zione imperiale e della privazione di tutti i suoi « onori » in caso 

(1) Ibidem, 191 seg\, App., nn. 23 e 24. 

(2) Asti, anzi, era già stata promessa in consegna a Sigismondo (Cfr. sopra, 
p. 403, n. 1), e Filippo Maria era pronto a rinnovare l'impegno (Osio, II, 
337, doc. 237). 

(3) Lupi, 144, doc. 147. 



— li- 
di disobbedienza (1). Il 29, poi, veniva presentato dal Visconti 
— probabilmente al Colombier, per mezzo del Valperga — un 
abbozzo di trattato per Y intima unione dei due Stati, separata- 
mente dalla questione matrimoniale e dalle cessioni, per cui 
valevano sempre i partiti dell' 11 febbraio uniti all'abbozzo me- 
desimo. Lo spirito e la lettera del trattato proposto importavano 
l'alleanza difensiva in ogni caso, offensiva in imprese preceden- 
temente combinate fra le parti, « in considerazione e ad onore 
del re dei Romani », e contro chichessia, eccettuati gli ade- 
renti di ciascuno, da dichiararsi nel trattato stesso, e fra i quali 
non dovevano però comprendersi Venezia né Firenze, né i loro 
collegati nella presente guerra (2). Ma questo era precisamente 
quanto Savoia rigettava. Noi abbiamo infatti le osservazioni e 
le controproposte sabaude all'abbozzo milanese (3), e tutte le 
modificazioni tendono appunto a mettersi fuori causa, rappre- 
sentando il trattato come imposto dall'autorità imperiale (4) 
[benché senz'accettar poi in tutto e per tutto la superiorità di 
Sigismondo messa innanzi da Filippo], ed escludendo con ogni 
cura qualsiasi obbligo savoino contro Venezia e Firenze, nonché 
ogni divieto di aiutare in avvenire uno Stato assalito dal Visconti 
senza previo consenso di Amedeo Vili, anzi riservando espres- 
samente le due Republiche fra gli alleati attuali contro cui Sa- 
voia dichiarava non voler prendere le armi. Inoltre, in ricambio 
della riapertura dei passi alle merci ed ai mercanti lombardi, ed 
alla più scrupolosa neutralità prolungandosi la guerra senza 
colpa del duca di Milano, il documento sabaudo poneva netta- 
mente le domande territoriali indipendentemente dal matrimonio; 
di cui si parlava del contro-abbozzo come di cosa stabilita, ma 
si teneva separato il contratto. E le domande erano: Vercelli col 
suo territorio e col luogo di Recetto [in Valsesia, occupato, ma 
poi probabilmente riperduto, nella campagna del 1426]; la terra 
di Crescentino, di cui il signore doveva ricevere altrove un inden- 

(1) Osio, II, 339, doc. 219, 

(2) Documento ix. 

(3) Ibidem. 

(4) « Ex mandato », anziché « contemplatione et ob reverentiam », del Re. 



~- 12 — 

nizzo dal Visconti, o, almeno, la rinunzia ad ogni intromissione 
e protezione del medesimo su detto luogo, di cui Savoia potrebbe 
far quindi il piacer suo; il governo di Asti in nome del duca 
d'Orléans, od almeno l'impegno di non rimetterlo ad altri che 
all'Orleanese, con guarentigia — nel primo caso — contro ogni 
danno a Filippo. 

Naturalmente queste osservazioni e controproposte del Governo 
savoino al disegno di trattato del 29 settembre furono comunicate 
a Milano soltanto dopo maturo esame e discussione: interce- 
dette quindi fra la presentazione dell'uno e la redazione e la 
consegna delle altre un qualche spazio di tempo. Non è neanche 
improbabile che, sebbene il Colombier, tornando in Piemonte al 
principio di ottobre — prima di ridirigersi a Bologna e Ferrara, 
dove per gli sforzi del Papa e del cardinale di Santa Croce si 
riuniva un nuovo congresso per la pace d'Italia (i) —, non re- 
casse con sé il testo ufficiale delle proposizioni viscontee, ma, 
pur avendone notizia — e forse copia — per venire a parlarne 
con cognizione al principe di Piemonte ed al suo Consiglio, la- 
sciasse che la presentazione dell'abbozzo fosse affidata al precet- 
tore di Sant'Antonio di Milano. Questi, per vero, lo accompagnò 
o lo seguì immediatamente a Torino (2), procedendo indi in Sa- 

(1) Documento viii. Cfi\ Conti Capit. Pieni., I. e: « L.* [die vili octobris] 
Henrieo de Colomberio prò expensis suis faciendis accedendo cura xi equitibus, 
incluso heraldo Domini, a Thaurino Ferreriam [sic), ad traetandum cum domino 
cardinali Sancte Crucis, Legato apostol.co, reforrnatore pacis firmate inter ducem 
Mediolaui et Comunitates Venetiarum et Florentie, de [riandato dominorum Ba- 
stardi et marescalco rum Sabaudie, in ccl ducatis auri ad rationem xxi gg. prò 
quolibet : ccccxxxvn ff., vi gg. » . 

(2) Conti Capit. Pieni., I. e: « L.' dicto Berganson, hospiti Leonis, Thaurini, 
prò expensis preceptoris Sancii Anthonii Mediolani factis ibidem cum sex equi- 
tibus una die cum dimidia, inclusis certis extraordinariis . . . : il ff., vm gg.~». 
La notizia è senza data, ma inclusa fra altre dell' 8 ottoore 1427, e va messa 
in relazione con quest' altra, ibidem : « Librate facte manu Amedei de Challes 
personis inferius descriptis prò tractis per eas factis ad expensas domini Hum- 
berti de Sabaudia, cum xn equis et totidem personis, et domini Gaspardi de 
Moutemaiori, marescalli Sabaudie, cum x equis et totidem personis, factas apud 
Thaurinum a die martis ultima mensis septembris, sero, usque ad diem vili 
m^nsii ojtobris, in prandio, qui sunt in summa octo dierum (sic) anno Domini 



— 13 - 

voia sotto protesto di recarsi a chiedere in commenda certe 
abazie vacanti (1). Anzi però ch'egli giungesse a distinazione, 
gravi avvenimenti sopravenivano a rendere più che mai indi- 
spensabile al Visconti non solo 1' alleanza, ma anche la semplice 
neutralità del vicino sabaudo. 

Come la convocazione di un Congresso a Ferrara, indettovi 
dall' Albergati fin dal 14 settembre (2), non sospendeva le osti- 
lità nel Bresciano, Bergamasco e Cremonese (3), così i negoziati 
segreti e palesi tra Filippo e Amedeo Vili per mezzo dei loro 
agenti di qua e di là delle Alpi non eliminavano lo stato di guerra 
sui confini dei rispettivi domini. Era veramente una « guerra 
rimessa », fiacca, inconcludente, piuttosto raffigurata con adu- 
nate di uomini (4), spostamenti di materiali e di truppe (5), agi- 

mccccxxvii ; ad quem locum Dominus uoster Princeps accedere debebat, sed certis 
causis obmisit, et ibidem matidavit supradictos dominos, ad quos venerunt et 
permanserunt continue dominus marescal[7]us de Saluciis, Henricus de Colom- 
berio, dominus Iohannes de Compesio [et] dominus Petrus Marchiando etiam 
per intervalla ibidem fuerunt plures nobiles stipendiarli domini nostri Sabaudie 
ducis, prò certis arduis negociis et ambassiatis prò prelibato domino nostro Sa- 
baudie duce fiendis ; eciam interfuerunt, ultra supranominatos, continue Thaurini, 
cum supradictis docninis, Iohannes Marescalli, scut(t)if(f)er, cura tribus equis et 
totidem personis; Guido Colombi, cum tribus equis et totidem personis ; ma- 
gister Iohannes de Mirecort, cum duobus equis et totidem personis ; Amedeus 
de Challes, cum duobus equis et totidem personis ; Iohannes Malard, Stephanus 
chambrerius, Mermetus coquus, dictus Gonra messagerius et Marcius messagerius, 
cum suis quinque equis ; Perinus trompeta, cum duobus equis et totidem per- 
sonis ; cum piuribus aliis nobilibus et extraneis personis ib'dem cum eisdem 
supervenientibus ; et sunt in summa xxx novem personis et totidem equis, de 
ordinario ». 

(1) Lupi, 193, App., docc. 27 e 29. 

(2) Romanin, IV, 112 segg, 

(3) Battistella, 178 segg. Cfr. anche Giulint, VI, 299. 

(4) Conti Capit. Pieni., I. e: « L.' xi octobris Anthonio de Putheo, prò sti- 
pendiis suis unius mensis, quo durante vacaturus est in accedendo cum tribus 
equis per loca iudicature Pedemoncium inferius ad fieri faciendum cridam ba(l)- 
listariorum et peditum, et ordmandum quod se tenerent paratos ad acce- 
dendum ad servicia Domini quando eis fuerit intimatum. relacione domini Ba- 
stardi et marescal[7]i Sabaudie...: xx ff. pp. ». Cfr. Ardi. Coni. Ivrea, Ordin., 
voi. XIV, f. 109 r.: 22 ottobre 1427: si danno 100 clienti, 20 guastatori e 10 
carri in luogo dell'esercito « noviter ordinato». 

(5) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXII, f. 311 r .: 6 ottobre 1427 : « prò portando 
a[r]tillieriam Domini in partibus Pedemoncium, quia non erat tanta a[r]tillieria 
quanta credebat». Cfr. Conti Tes. guerra, voi. XXXI. 



— 14 - 

tazioni di messi (1) e di spie (2), che guerreggiata sul serio con 
fazioni ed offese, anche lievi (3). A Palla Strozzi si diceva che 

(1) Conti Tes. Guerra, voi. XXX, ff. 53 v. -54 r.: 29 settembre 1427: messo 
a portar lettere del Principe e del Maresciallo al « signor » Pietro Beggiamo, 
in Ivrea; altro, con lettere del Maresciallo, ai signori di Corneliano; 2 ottobre: 
« Libravit..., Ciriaci, Iohanino Blanchino, qui guidavit de npcte Iohannem de Buent 
etGeorgium de Frassineto versus Creseentinum : vidd. »; 8 ottobre: «Libravit..., 
Ciriaci, Georgio de Frassineto, prò expensis per ipsum factis duabus vicibus 
quibus fuit apud dominum Burnonum de Scala parte domini Marescalli quinque 
diebus continuis, eundo et redeundo, cum duobus equis : in ff., ob., gg. »; 19 ot- 
tobre: Libravit..., Thaurini, Iohanni Pisci(s), misso ad partes astenses prò nonnullis 
agendis sibi commissis per dictum dominum Marescallum : mi ff. pp. — L.' eadem 
die, Ciriaci, domino fratri luliano, celeriter misso per dominum Marescallum ad 
nonnullas partes sibi ordinatas...: i fl., x dd. gg. pp. »; Conti Capit. Piem., 
rot. XIII : 11 ottobre 1427: « L.* domino Iohanni de Compesio prò suis expensis 
faciendh accedendo cum tribus equitibus a Pinerolio Rumilliacum, ad dominum 
nostrum Ducem, facturus quandam ambassiatam parte domini Principis ; xn ff. 
et dim. »; 12-2? ott.: Gualtiero Rivoyre mandato in Savoia, al Duca, a rife- 
rirgli da parte del Principe; 16 ott.: « messo a portar lettere del medesimo da 
Pinerolo a Rumilly; 20 ott.: « L.' ad expensas ipsius receptoris factis cum tribus 
equis, tribus diebus inceptis die xvn octobris mccccxxvii et inde sequtis (sic), 
quibus vacavit in certa ambassiata secreta sibi imposita per dominum Principem: 
ni ff. — Libravit Thome de Bove prò portando a Podiovarino in Montebello, Tho- 
mino de Montebello, litteras clausas ipsius domini Principis ut ad eura veni re t: 
mi gg. ». 

(2) Conti Tes. guerra, l. c.\ « L. 1 die xxvm septembris, Pinerolii, Anthonello 
de Tappoz, misso ad expiendum ad plures partes sibi per dìctum dominum Ma- 
rescallum ordinata, x ff. — L.* ìbidem, die eadem, manu Georgii de Frassineto, 
scutif(f)eri dicti domini Marescalli, Carlaverio de Cornilliano, prò certiis expiis 
per ipsum fiendis per dictum dominum Marescallum ordinatisi in ff., vili dd. 
gg. — L. 1 (dieta) die penultima septembris, Ciriaci, dicto domino M[ainfredo] 
marescallo, quos manibus suis propriis secrete deliberavit quibusdam expiatoribus: 
x ff. pp. — L.' die ultima septembris, ibidem, Philipino de Monteregali, misso 
ad expiendum iterato ad certa loca sibi ordinata: v ff., in gg. pp. ... — L.' 
die xvi octobris, Pinerolii, Iacobo Ferrerii, alias de Mediolano, misso ad expien- 
dum apud Mediolanum ex ordinacione domini Principis et Consilii sui: vii ff., 
li dd. gg. pp. ». 

(3) « Non si può dunque ammettere », ben osservò già il Lupi, 49, n. 2, 
« che Amedeo fosse addosso al nemico verso il Vercellese come vorrebbe il Gui- 
chenon (Hist. cit., 466) », e tanto meno che « i Savoiardi, uniti al marchese di 
Monferrato [che in quel momento era col Visconti] s'avanzarono fin sotto Mi- 



— Iò- 
le genti d'arme erano «migliori il doppio di quelle dell'anno 
passato », e il principe di Piemonte dava notizia che si trovavano 
alle frontiere « 6000 cavalli (1), e si preparavano all'assedio di 
una città nemica », ma non additava quale; e al suo ritorno in 
Savoia, il Duca gli confermava « che si sarebbe compiuto in 
breve qualche fatto gradito ai Fiorentini » (2), ma intanto i giorni 
passavano, e non si facevano che « mostre » (3), cioè lustre agli 
alleati. Soltanto verso Crescentino, donde la protervia dei Tizzoni 
costituiva una causa perenne di ansia e di pericolo per l' opposta 
Verrua, e con cui i Sabaudi erano risoluti di finirla per trattato 
o colle armi, sembra si procedesse con più efficace energia (4). 
Il fatto militare culminante di quel momento è l'arrivo in Pie- 
monte di una grossa schiera di arcieri piccardi — insieme anche 
inglesi e borgognoni —, condotta da Filiberto Andrevet, e nella 
quale i due Amedei riponevano, o fìngevano riporre, le massime 
speranze (5). Ma neanche la loro presenza modificò gran fatto 



lano devastando ogni cosa», come narra il Battistella, 174, citando Verdizotti, 
Navagero e Guichenon. A dirittura ridicolo il Segre, Belaz., 15: « Amedeo.. .il 
1° (sic) agosto bandiva la guerra al Duca di Milano, e con rapidità sorprendente (!!) 
entrava nel Vercellese, prendeva Vercelli (sic), incalzando colla spada alle reni il 
nemico. Il Visconti dovette togliersi da Cremona e correre alla difesa della sua 
capitale: così Francesco Bussone...potè nella metà di ottobre annientare l'eser- 
cito milanese a Maclodio ». Sarebbe certo bellissimo: peccato solo che non sia 
vero, come ha già rilevato il P atrucco, in Bollet. stor.-bibliogr. subalp., VI, 23. 

(1) In realtà le forze militari di Savoia in questa campagna — per così dirla 
— non superarono mai la cifra di 740 uomini d'arme e circa 500 arcieri e bale- 
strieri (Costa de Beauregard, Souvenir s, 30). 

(2) Lupi, 192, App., doc. 24. 

(3) Conti Tes. guerra, voi. XXX, ff. 30 segg. 

(4) Ibidem, f. 54 : « L.' die vili octobris, [Thaurini,] Martino de Castrucio, 
prò suis expensis factis veniendo ad dictum dominimi Marescallum, et eius re- 
sponsionem expectando, ac inde redeundo prò balisteriis habendis ad causam 
Crescentini: vi ff. pp. ». Cfr. anche sopra, p. 11-12&, ed infra, p. 17&, n. 4. 

(5) Conti Tes. gen. Sav., voli, LXXII, ff. 271 v., 312 v., 313 r., e LXXVII, 
f. 240: « Libravit domino Philiberto Andreveti, militi, consiliario Domini, quos 
Dominua eidem graciose donavit in recompensacionem sumptuum per ipsum su- 
stentorum circa perquisicionem et conductum armigerorum et archeriorum quos 



— 16 - 

la situazione, e solo può aver esercitato qualche influsso sulle 
operazioni militari nel senso che in vista della loro venuta — 
del resto preannunziata da tempo — il duca di Milano ritrasse 
forse alcune genti dalla frontiera orientale del suo Stato per 
mandarle all'occidentale. Ad ogni modo, non può essere che 
esagerazione voluta od insulsa attribuire alla dimostrazione mi- 
litare di Amedeo Vili tale importanza da connettere ad essa il 
richiamo di tante forze dal campo contro il Carmagnola, che 
permise a questo di riportare il 12 ottobre la grande vittoria 
di Maclodio (l). Questa battaglia, per contro, se tatticamente 
non diede che scarsi frutti, esercitò dal lato morale un' azione 
grandissima sull'animo del Visconti (2), determinandolo affatto 

ili.™ priuccps dominus dux Burgondie, nepos Domini precarissimi^, ad exercitus 
Domini Pedemoneium novissime destinavit...: d ff.,.. — Libravit Chamberiaci, die 
tercia octobris [1427], de mandati Domini..., Guilliermo de Rancy. forrerio, 
prò suis [expensis] faetis conducendi gentes armorum et archerios quos ducebat 
dominus Philibertus Andreveti, miìes, a Scabillione apud Chamberiacnm : x ff. 
pp... — Libravit die nona octobris dicto Panier, cavalcatori domini ducis Burgon- 
die, quia associavit archerios Domino missos per dictum dominum ducem Burgon- 
die. ..: viff.... — Libravit Henrico Chivallerii, alias Annequin, cavalcatori Domini, 
in quibus Dominus sibi tenebatur prò certis viagiis per ipsum dudum faetis cum 
Philiberto Andreveti, eius consiliario, prò adducendo et conducendo Picardos 
ad servicium Domini in exercitu armorum pridem per Dominum facto in par- 
tibus suis ultramontanis...: xv ff. pp. »; Conti Capit. Piem., I. e: 8 ottobre. « Li- 
bravit Perino, trompete Domini, prò expens's suis faciendis accedendo a Thau- 
r'.no obviam domini Philiberti Andreveti don.ee in Secuxiam, ad sciendum quando 
transitum faceret idem dominus Philibertus cum sua comitiva per Rippolas, ut 
dominus Princeps ibidem veniat ad videndum dieta comitivam : xii gg.... — Li- 
bravit Amedeo de Crescherello, magistro hospicii Domini, prò expensis suis faetis 
cum quatuor equis una die de mense octobris quia fuit missus per Dominum a 
Pinerolio Avillianam, ad dominum Philibertum Andreveti, qui conduxerat certos 
armigeros ad servicia Domini : xlvi gg. ». Vedi anche Guichenon, Hist. généal., 
II, 39, che pone a capo del soccorso di Borgogna Carlo di Moyencourt, Matteo 
d'Humières e Giovanni di Longueval, dando loro 500 uomini d'arme (sic), mentre 
il Costa de Beauregard, Souvenirs, 32, segna nomi affatto diversi. Per l'impor- 
tanza che Savoia attribuiva agli arcieri, Lupi, 192, App., doc. 126. 

(1) Battistell.\, 184 segg. Cfr. sopra, p. 15&, n. 1 (p. 166), per le esagera- 
zioni del Segre. 

(2) Osio, II, 340 segg., docc. 221 e 222. 



— 17 - 

ad eliminare ogni preoccupazione a Ponente coli' accettare anche 
solo la neutralità di Savoia. 

Sul primo istante, la notizia della sconfìtta milanese a Maclodio 
non allietò molto Amedeo Vili, che, malcontento della troppa 
fortuna di Venezia e timoroso dell'eccessivo ingrandirsi territo- 
riale della Republica, nel parteciparla al? oratore fiorentino 
presso di lui non seppe neppure infingersi e congratularsene (1). 
Ma non mancò di trarne per se tutto il profitto possibile. Cinque 
giorni dopo la notizia della battaglia del 12 ottobre, cioè il 27 
del mese, arrivava alla sua Corte il precettore di Sant'Antonio 
di Milano, ed era sùbito tenuto in Aix un grande Consiglio, a 
cui il Duca intervenne personalmente dal Bourget, dove se ne 
stava ritirato per l'infierire della pestilenza (2). Il pretesto delle 
abazie da commendarglisi, addotto ufficialmente dal Provana per 
ispiegare e giustificare la sua venuta, non ingannò l'accorto Palla 
Strozzi, che però credeva il Sabaudo « combattuto da più parti », 
laddove in verità Amedeo VIII riusciva stavolta a giuocar tutti. 
Giovandosi del ritardo con cui le notizie prevenivano all' oratore 
fiorentino ed al segretario del Contarini rimasto in Savoia, mo- 
stravasi ora lieto dei successi degli alleati ed annunziava loro la 
marcia avanti delle sue genti, proprio lo stesso giorno (3 no- 
vembre 1427) in cui, raggiunto ornai l'accordo preliminare fra 
Milano e Savoia, Filippo Maria nominava i suoi procuratori per 
la stipulazione regolare del trattato (3). Naturalmente, quindi, 
le parole rimanevano tali : nulla si operava militarmente in Pie- 
monte, fuorché forse fra Crescentino e Verrua, con qualche spio- 
naggio verso l'Astigiana (4J, e veniva negato il soccorso richiesto 



(1) Lupi, 192, App., doc. 26. 

(2) Ìbidem, 193, App., docc. 27 e 29. 

(3) Lupi, 194, App., doc. 30, e Arch. St. Tor., Tratt. ant., mazzo III. 

(4) Conti Tes. guerra, l. e: 30 ottobre 1427: messo a portar lettere al prete di 
Lenta; 5 novembre: « Libravit...Ypporigie, presbitero Vieto de Lenta et Villelmo 
de Vieto de Guislarengo, qui venerant ad dietnm dominum marescallum certis 
causis per dictum dominum Marescallum expositis, et hoc prò tribus diebus 
quibus vacaverunt in premissis: xvi dd. gg, — L.' eadem die, ibidem, Camus 
Caraxie, de Saluzolia, misso ad expiendurn apud Crescentinum : xxi dd. gg. »; 

2 



- tè — 

dà Firenze per l'impresa di Genova, col pretesto della difficoltà 
di farlo arrivare attraverso i territori ostili di Milano e Monfer- 
rato ; quantunque i Savoini affermassero poi — e forse era vero 
— che il Paleologo, « conosciuti gl'inganni dal Visconti », cer- 
cava ora nuovamente l'amicizia della Lega (1). 

In questo mezzo il Colombier — lasciato addietro il Mar- 
chand — era giunto, fin dal 21 ottobre, a Bologna, presso il 
cardinale di Santa Croce, col quale si recò poi il 31 a Ferrara (2). 
Quivi, prima del 9 di novembre (3\ erano già arrivati anche 
i rappresentanti di Venezia, Milano e Firenze: rispettivamente, 
Sante Venier e Paolo Correr; Guarnerio di Castiglione, Giovanni 

8 novembre: m>sso con lettere da Ciriè al Principe; 9 novembre: « L.\..Thau- 
rini, Nicolino di Verruca, certis ex causis, de mandato dicti domini Marescalli : 
vi dd. gg. »; 16 nov.: L.'... ibidem, Anthonello de Capra. ..misso cum certis litteris 
ad Orlandi! m Pelavicini : ini ff. — L,* eadem die fratri Iuliano, celerio, prò expen- 
sis <iuiusdam Iudei quem duxit ad dominum Marescallum certis de causis: vii 
dd. gg. — L.' dieta die, ibidem, Villano de Benis, misso ad expiendum apud 
Àst : i ri. pp. »; 1 dicembre: messo con lettere al castellano ed agli uomini di 
Verrua ; Conti Capit. Pieni., I. e: 31 ottobre: Enrico «le chcvaller » porta 
i-n Savoia lettere del Principe al Duca; Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXII, f. 
314 r.: 21 novembre : Guglielmo de La Forest, scudiero, mandato di Savoia in 
Piemonte con lettere ducali al Principe, al bastardo Umberto ed al Maresciallo. 
Scarseggiava per vero il denaro, che doveva essere inviato dalla Savoia (cfr. 
Conti Tes. gen. Sav., voi. cit., f. 312: 19 ottobre, e Conti Capit. Pieni., I. e: 24 
ottobre) o procurato sul luogo mediante compulsione ai castellani ed alle Comu- 
nità, o a dirittura tolto a prestito su pegno, o ricavato dalla vendita di suppel- 
lettile preziosa (ibidem: 13 novembre: « L. 1 magistro Iohanni de Masso, magi- 
stro monetarum Thaurini, prò mercede sua demerita in tractando vendicionem 
certe vayselle Domini vendite prò solvendo stipendiariis Domini: x ff. pp. — 
L.' Anthonio de Putheo, prò expensìs suis factis accedendo Cadralium, prope 
Cutieum, ad tractandum cum Bartholomeo de Solerio quod pecunias concederet 
super pi[#]noribus Domini, et inde responsionem fapiendo in Thaurino : vi ff. ».) 

(1) Lupi, 194, App., doc. 33. Cfr. Conti Capit. Piem., I. e: 6 novembre: 
dono di 5 fiorini ai «mimi » del Marchese; 9 novembre: «L.* Martino equità- 
tori prò portando litteras Consili [Domini] a Thaurino Pontesturie, domino mar- 
chioni Montisferrati: xn gg. »; 22 novembre: « L.\..Luquino Bussono prò por- 
tando litteras domini Iohannis de Compesio scriptas de mandato Consilii do- 
mino marchioni Montisferrati: xvi gg.». 

(2) Documento viii. 

(3) Lupr, 144, doc. 148 (Cfr. Cavalcanti, Ist. fior., II, 314, Firenze, 1839;. 



- 19 - 

Corvini ed Antonio Gentili; Averardo de' Medici e Palla di Noferi 
Strozzi (1) — quest'ultimo da non confondersi coir oratore fio- 
rentino in Savoia, Palla di Palla. La situazione diplomatica era 
ornai affatto diversa da quella dell'anno avanti. Pur perdurando 
in Firenze il malcontento per le forti spese di guerra senza pro- 
fitto che di Venezia, le due Republiche erano molto più unite 
fra loro che con Savoia, sospetta ad entrambe di segreta intesa 
col Visconti; e così avveniva naturalmente anche fra gli amba- 
sciatori delle varie potenze in Ferrara (2). Dopo essersi prelimi- 
narmente messi d'accordo, gli oratori veneti e quelli fiorentini 
si abboccarono col Colombier « per mettere insieme tutte le 
domande ». Interrogato che cosa volesse Amedeo Vili dal co- 
mune avversario, rispose che « avendo il suo signore già ot- 
tenuto quanto domandava, non aveva altro da chiedere », ed 
invitato allora a favorire le istanze degli altri alleati, « stato al- 
quanto sopra di sé », ne diede promessa, ma, allegando il verso 
catoniano : « Quod iusturn est, petito, vel quod videatur ho- 
nestum ». Era insomma una riserva bella e buona, e forse più 
che un mero consiglio di moderazione, sebbene l'inviato savoino 
consentisse di presentare tutti uniti i capitoli formulati dalla 
Lega per affermarne l'intima concordia d'animo e di vedute (3). 
Fatta poi la presentazione stessa, e data risposta dagli ambascia- 
tori milanesi recriminanti contro il rigore delle pretese —, tanto 
da parte del Correr e del Venier, quanto da quella del Colombier, 
venivano sollecitate nuove istruzioni dai rispettivi Governi : tutte 
dilazioni che stancavano i Fiorentini, impazienti di finir la guerra 
e levarsi il grave carico della spesa (4). Ma alla lentezza dei 
negoziati di Ferrara faceva ornai riscontro la prontezza con cui 
Filippo Maria, preso definitivamente il suo partito, tra V instare 
degli alleati da un canto, e il ritardo degli aiuti cesarei dall'altro, 

(1) Battistella, 313, e le fonti ivi citate, ritardando però al 12 la venuta 
degli ambasciatori di Firenze e di Venezia. 

(2) Doc. 11 novembre 1427, in Cavalcanti, II, 315 seg. 

(3) Docc. 13 e 14 novembre, ibidem, II, 317 segg. 

(4) Comm. Rin. Alb.. IH, 157: discorso di Neri Capponi in una «consulta» 
del 21 gennaio 1428. 



— 20 - 

conduceva a termine le pratiche di accordo con Savoia. Veni- 
vano a Torino, presso il principe di Piemonte, i delegati viscontei 
del 3 novembre: l'arcivescovo di Milano Bartolomeo Capra, Fran- 
chino di Castiglione, Filippo Provana precettore di Sant'Antonio 
e Luigi Crotti, col segretario Gallina ; venivano pure i grandi ri- 
mestatori di quel trattato, Giovanni ed Enrighino di Valperga, per 
mettervi compimento (1). La conchiusione non fu tarda. Proprio 
mentre Amedeo Vili — il 2 dicembre 1427 — dichiarava ancora 
a Palla di Palla Strozzi, che lo interpellava circa la presenza di 
quei personaggi alla Corte di suo figlio, « essere vecchia con- 
suetudine del duca di Milano mandare a giustificar sé ed incolpar 
la Lega » (2), sotto gli occhi del giovane Principe si stipulavano 
gli atti ufficiali della pacificazione fra il Visconti ed i Sabaudi (3). 
I documenti redatti il 2 dicembre 1427 in Torino sono pa- 
recchi (4). Col primo di essi si ferma, d'ordine (ex mandalo) del 
re dei Romani, pace ed alleanza fra il duca di Savoia e il duca di 
Milano, press' a poco secondo il contrabbozzo savoino di due mesi 
avanti: le parti contraenti si promettono un aiuto di 1500 uomini 
d'arme a difesa reciproca, per tre mesi a spese del soccorrente, poi 
a quelle del soccorso; riservati però da parte di Amedeo tutti gli 
alleati in genere e, nominalmente, Firenze, Venezia e la « Lega ». 
Con atto distinto e separato ha luogo la cessione di Vercelli e del 
suo territorio, motivata dalla « buona condotta di Savoia »; e 

(1) Conti Capii. Pieni., rot. XIII : « L. 1 Bernardono, hospiti Crucis Albe 
Thaurini, prò exp3n?is factis in domo sua per Iohannem et Reginum de Val- 
pergia, cum septem equitibus, tempore quo ibidem steterunt prò tractatibus 
factis cum gentibus ducis Medio'.ani: xvm ff., n qq. gg. ». 

(2) Lupi, 194, App., doc. 33. 

(3) Procuratori per Savoia il bastardo Umberto, i due marescialli Gaspare 
di Montmajeur e Manfredo dei marchesi di Saluzzo, e Pietro Marcband, con 
Guglielmo Bolomier segretario ; per Milano, gli ambasciatori nominati il 3 no- 
vembre (vedi testo). 

(4) Conti Capit. Pieni., I. e.: « L.* Philiberto Bruni prò precio unius dodene 
pergameni date prò parte secretano domini ducis Mediolani prò scribendo ligas 
factas inter dominos (sic) nostrum et dictum dominum Ducem, et in alia me- 
dietate fuerunt scripta instrumenta dictarum ligarum prò domino nostro : n ff. 
et dim. ». 






— 21 — 

con un terzo si stabilisce il matrimonio del Visconti con Maria, 
figliuola del suo nuovo amico. Tutti questi documenti sono ben 
noti(l); ma ve n'è un altro ancora, che allora fu tenuto affatto 
segreto, ed è rimasto fin qui inedito, se non sconosciuto (2), con 
cui il duca di Milano, in persona dei suoi procuratori, promette 
di non alienare a chichessia Asti e le sue dipendenze, fuorché 
al duca di Orléans e successori, ovvero al duca di Savoia e suc- 
cessori, dichiarando in anticipo irrita e nulla qualunque dispo- 
sizione in contrario, e s'impegna pure a far ordinare dal re dei 
Romani a Giacomo Tizzoni, signore di Crescentino, entro l'aprile 
1428, di prestare omaggio ad Amedeo Vili, ovvero abbandonare 
detto Tizzoni alla sua sorte,. senza dargli più alcun aiuto (3). Fi- 
nalmente si ha notizia di una quinta carta, sempre dello stesso 
giorno, colla quale il Sabaudo promette al Visconti assistenza 
contro chiunque», salvo l'onore » (4); ma non si tratta qui che 
di un abbozzo di documento che doveva esser rimesso, e fu in 
realtà consegnato, soltanto colla ratifica di Savoia, dopo compiuta 
la cessione di Vercelli e ricevute da Amedeo Vili le ratifiche 
di Filippo Maria (5). 

I trattati del 2 dicembre, per cui Savoia mostrò sùbito in 
ogni maniera la sua soddisfazione (6), affrettandosi il principe 

(1) Gli origg. in Arch. St. Tot., Tratt. antb., mazzo III. Il trattato generale 
di pace e di alleanza leggesi stampato in Guichenon, IV, 268 segg., dove sono 
pure l'alto di donazione di Vercelli e la promessa di matrimonio eolle relative 
condizioni: di là, anche io Lììnig, I, 690. e III, 455 e 459, e in Du Mont, li, 
193 segg. 

(2) Ne è un cenno in Scarabellt, Paralipomeni , 222. 

(3) Documento x. 

(4) Doc. accennato in Bianchi, Le mat. polii, degli arch. di St. piem., 132 
n., Torino, 1876, che però, dopo averlo avuto altra volta fra le mani, ora non 
sono più riuscito a rintracciare. 

(5) Arch. di St. Tor., Prott. duce. 

(6) Conti Capit. Piem., l.c: « Libravit die quarta decembris [1427'] clericis do- 
mini Franquini de Castilliono, dono sibi facto per Dominum in remuneracionem 
laboris per eos sustenti in scripturis tangentibus ligatn factam per dominum 
nostrum Ducem curri duce Mediolani...in xx ducatis auri... — Libravit Berardo 
Masuerii, prò expediendo Iohanni Galline, secretano domini ducis Mediolani, in 
remuneracionem instrumentorum confederacionum firmatarum inter Dominum 



— 22 - 

di Piemonte a darne notizia al padre ed al Colombier (1), dove- 
vano esser ratificati per il Natale prossimo, e non publicati 
prima della consegna di Vercelli (2). In questa città, come pure 
in Asti ed in Novara, erano state innalzate a protezione le in- 
segne imperiali, e la loro custodia affidata dal Visconti a Bru- 
noro della Scala (3) : fu questi dunque a rimettere Vercelli nelle 
mani del maresciallo di Saluzzo (4), 1' 8 del mese stesso, con suf- 
ficiente apparato militare dell' occupatore, ma senza grande so- 
lennità (5). Un buon presidio, con artiglierie, assicurò il nuovo 

nostrum et dominum ducenti Mediolani exoeditorum per eum in publica forma...: 
l duce, auri — lxxxvii ff. et dim, ». Anche il Visconti si mostrò lietissimo 
della pace fatta, e ordinò processioni, fuochi di gioia e suoni di campane a festa, 
con un prolama ai Milanesi che incomincia col biblico « Lsetamini in Domino 
et exultate, iusti, ac gloriamini omnes recti corde » (Doc. 7 dicembre in Morbio, 
VI, 224 seg., doc. 92; in Osio, II, 347, doc. 226, e in Magenta, li, doc. 184). 

(1) Conti Capit. Pieni., I. e: « L.' magistro Petro, equitatori Domini, die 
tercia decembris, prò portando litteras Ccnsilii super pace firmata inter Dominum 
nostrum et ducem Mediolani a Thaurino Burgetum: mi ff., mi gg. — L.* Guil- 
lelmo de Brebans prò portando litteras domini Principia a Thaurino Ferrariam, 
Henrico de Colomberio, qui ibidem ambassiator erat prò domino nostro Duce 
ad causam guerre ducis Mediolani, Venetorurn et Florentinorum : x ff. pp. ». 
Cfr. ibidem: « L.* domino Iohanni Marchiandi prò expensis suis faciendis acce- 
dendo a Pinerolio ad dictum dominum nostrum ducem Sabaudie de mandato 
domini Principis: vm ff. ». 

(2) Arch. St. Tor., Prott. duce, e Tratt. antt., II. ce. Cfr. Scarabelli, 222. 

(3) Osio, II, 358, doc. 235. Cfr. Arch. Su Tor., Prott. duce, docc. 5-6 feb- 
braio 1428. 

(4) L'altro maresciallo, Di Montmajeur. tornò il 13 dicembre in Savoia (Conti 
Capit. Pieni., I. e.). 

(5) Costa de Beauregard, 31 seg. Cfr. Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXIV, 
ff. 163-164: « Sequuntur librate facte per iUustrem dominum Manfredum mar- 
chionem (sz'c) Saluciarum, marescallum Sabaudie, seu Andream Maleti, eius secre- 
tarium, ad causam apprehencionis possessionis civitatis Vercellarum, ad manus 
illustrissimi domini nostri ducis Sabaudie novissime redducte sub die vm mensis 
decembris anno Domini mccccxxvh. Et primo 1.' idem dominus Marescallus, per 
manus dicti Andree, armigeris qui ipsum dominum Marescallum associaverunt 
in dieta apprehensione possessionis ipsa die, quilibet (sic) prò una lancia cum 
tribus equis, ut infra. Et primo domino Iohanni de Compesio, militi ; y ff. pp. »» 
Seguono altre 49 lancie, ciascuna pagata 5 ff., di cui è l'elenco in Costa de Beau- 
regard, 166 seg., doc. 5; quindi si continua: << J^ibravit die decima decembris, 



- 23 - 

possesso sabaudo (1), di cui V acquisto effettivo fu sùbito nò- 

Vercellis, Dominico de Braydk, connestabili novissime constituto in porta Sicida 

certis de causis : v ff. pp — Libravit die xi decembris, ibidem, Amedeo de Ur- 

teriis : v ff.; Ludovico Le Blanc : v ff. pp.; Vauterio Toreyn : v ff. pp.; Iohanni 
Alteri de Mussiaco : v ff. pp.; Nyco[c/o] de Belloforti : v ff. pp. — L. fc die xn 
decembris, ibidem, Petro Masuerii : n ff. pp. — Henrigino et Iohanni ex comi- 
tibus Vallispergie, prò suis stipendiis veniendo a Pyneyrolio Vercellas cum decem 
equis, ibique stando cum dicto domino Marescallo, et inde redeundo: xxxv ff. 
pp. — Bernardo Masuerii, secretarlo, prò expensis suis trium equitum prò decem 
diebus quibus vacavit cum dicto domino Marescallo circa apprehensionem diete 
possessionis Vercellarum : vr ff., vili dd. ggi pp. — Domino Manfredo* mare- 
scallo predicto, prò xv arnvgeris de eius hospicio, sive xlv equitibus- secum 
existentibus, prò decem diebus...: cl ff. pp. — L. 4 eadem die duobus tubetis 
ipsius civitatis Vercellarum, qui venerant ad presenciam domini Marescalli pre- 
dicti: i fi., x gg. pp. — L.' eo die, ibidem, duobus tubetis et totidem mimis 
domini Brunorii de Scala, qui ad presenciam die ti domini Marescalli similiter 
veneruat: i fl., x gg. pp. — L.'Iacobo eurserii (sic); misso Pigneyrolium, ad 
dominum Principem, cum litteris dicti Marescalli, prò suis expensis eundo et 
redeundo: n ff. pp.-... — L.' Iusto de Fiorano, legum doctori, prò eo quod ser- 
vivit et prò suis expensis vacando cum dicto domino Marescallo circa premissa, 
videlicet xx ff. pp. — L.' Iohanni de Ferrariis, legum profes[s]ori, vicario Sancte 
Agathe, prò suis expensis trium dierum, cum tribus equis, vacando in premissis, 
• videlicet ni ff. pp. — L.' Aymoni de Broc.o, capitaneo Sancie Agathe, prò suis 
expensis sex dierum, prò octo equitibus, ipso incluso, cum quibus vacavit circa 
premissa cum dicto domino Marescallo: vm ff. pp. — L.* Heustacio de. Baloco, 
connestabili peditum, prò lxxvi clientibus per ipsum conductis cum dicto domino 
Marescallo ad premissa, qui fuerunt postea remissì, et hoc prò sex diebus com- 
putatis eisdem prò suo adventu et regressu, videlicet xxv ff. pp. — L.*, qui 
fuerunt detracti super receptis, prò xvin servientibus de Sancta Agatha et de 
Casanova ordinatis et dimissis in custodia castri et citadelle diete civitatis Ver- 
cellarum, et hoc prò uno mense die diete adhepcionis inchoando et Inde imme- 
diate sequturo, videlicet lxxii ff. pp. »; in tutto 743 ff.* 10 dd. gg., « de quibus 
computat quos recipere debet idem dominus Marescallus, promissos sibi gracioso 
dono per homines et universitates looorum Sancte Agathe et Bugelle cum suis 
mandamentis facto et convento inter se: vm c ff. pp. ». Ad Antonello, custode 
delle chiavi del palazzo che il duca di Milano aveva in Vercelli, fu dato 1 fio- 
rino quando presentò le medesime al Maresciallo^ ■ 

(1) Arch, Com. Ivrea, Ord., voi. XIII, f. 134 r.: 13 dicembre 1427: ricevuto 
dal Maresciallo invito di mandar due boari con un carro e buoi fino a Piverone 
«causa ducendi ingenia ili. mi Domini nostri ad locum Vercellarum». Cfiv n. 
preced. e Conti Capit. Piem., rot. XIII: « L.' de mandato dominorum Humberti 



- 24 — 

tificato al Duca dal figliuolo (1). Il giorno medesimo in cui si 
dava così esecuzione ad uno dei patti del 2 dicembre, il Visconti 
trasmetteva in Piemonte le ratifiche degli altri (2), e tosto i suoi 
ambasciatori si avviavano Oltralpe per portarle ad Amedeo Vili 
ed averne quelle di lui (3). Non era ornai più possibile nasconder 
tutta la verità; ma perchè una parte almeno si voleva tacere finché 
riuscisse occultarla, si dava voce che gli oratori lombardi — già 
attesi in Savoia il 10 dicembre, tra grandi apparecchi per ben 
riceverli (4) — vi si recavano soltanto per il matrimonio del 

et raarescalli Salutiamo) Petro Masuerii, qXios solvit Berthino Vera, de Vigono, 
prò complemento solueionis quarumdam bombardarum per ipsum Domino ven- 
ditarurn, de quibus dictus Petrus Domino computabit : xvi ff. pp. », e Conti 
Tes. guerra, voi. XXXI. 

(1) Conti Capit. Pieni., I. e: « L.* Martino equilateri prò portando litteras 
domini Principia con ti ne n tea expedicionem factam de ci vitate Vercellarnm do- 
mino nostro Duci: mi ff. pp. ». Contemporaneamente vediamo licenziati dal prin- 
cipe di Piemonte certi Paul e Grandjean, ch'erano stati ritenuti al suo servizio 
« quia dubitabatur de guerra » (ibidem). 

(2) Le ratifiche del Visconti, per orig. in Arch. St. Tor., Tratt. antt., mazzo 
III, ed ia copia anche in altre categorie, sono edite in Lùnig, III, 466 segg., e 
in Du Mont, II, 196 segg. Per quanto riguarda gl'impegni assunti rispetto ad 
Asti, Filippo Maria ebbe qualche scrupolo o, piuttosto, timore d'inconvenienti, 
data la precedente promessa a Sigismondo, nel caso che questi la richiedesse 
di nuovo. Di qui la consultazione di Francesco [Barbavara ?] ed il suo parere del 
2 gennaio 1428 in cui é notevole l'affermazione che Savoia conosceva l'obbligo 
anteriore « cum istud allegatum fuerit ad excusationem non dandi sibi ipsam 
civitatem » (Osio, II, 353, doc. 232). 

(3) Conti Capit. Pieni., I. e.: « L.' die vii decembiis Bertholino de Valperga, 
prò expensis suis factis accedendo a Pinerolio Thaurinum, ad ambassiatam ducis 
Mediolani », appunto per condurla in Savoia (Cfr. infra, p. 2ob, n. 1). 

(4) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXII, ff. 316-318: « Pro apportando certam 
tappiceriam Domini prò adventù ambassiatorum illustris domini ducis Mediolani... 

— Pro emendo Chamberiaci certam quantitatem crochetorum prò tendendo tap- 
piceriam Domini in castro Burgeti prò adventu ambassiatorum illustns domini 
ducis Mediolani.... — Libravit Guilliermo de Rauty, forrerio, prò suis, unius clerici 
et duorum equorum expensis fiendis eundo a Burgeto apud Lausannam quesitum 
veyssellam argenti, quam dominus episcopus Lausanne mutuavit prò Domino 
nostro in adventu ambassiatorum illustris domini ducis Mediolani : vi ff. pp. 

— L.* xv die dicti mensis decembris predicta Mauricio, chambrerio Domini, 
misso per Dominum a Burgeto apud Chamberiacum prò apportando certos lectos 



— 25 - 

loro signore colla giovinetta sabauda (1); e del richiamo delle 
truppe dal Piemonte — ornai tutte sulla via dei ritorno, compresi 
gli arcieri piccardi \2) — il Duca si giustificava col rappresen- 
tante di Firenze presso di lui con addurre la promessa di Milano 
di « tener la pace secondo gli ordini del Papa e dell'Imperatore 
{sic) », e la necessità di « alleggerire la troppa spesa, potendo 
in meno di un mese, all' occorrenza, rimettere in ordiue le bri- 
gate » (3). Anche quando, poco prima del 20. pervenne a Palla di 
Palla Strozzi notizia sicura dei trattati del 2 e dell'avvenuta 
cessione di Vercelli, e potè constatare egli stesso che i passi 
venivano riaperti alle merci ed ai mercanti di Lombardia, si 
tentò ancora d'intrattenere l'ambasciatore fiorentino con ciancie 
in inganno cortese. Mandato un segretario a dirgli del matri- 

pro adventu etc. [ut supra~]... — Libravit die xvm decembris...pro solvendo 
Iohanneto Thoreni, eadrigario, qui adducit supra imam magnani cadrigam tap- 
piceriam Domini a Morgia apud Burgetnm prò adventu etc. » (ed. solo parzial- 
mente anche in Costa de Beauregard, 35). 

(1) Conti Capii. Piem., I. e: « L. e dia x decembris Bertolino de Valperga prò 
expensis suis faciendis accedendo ad dominimi nostrum Dncem. conduciurus 
ambassiatores domini ducis Mediolani qui ili ne ac:edebant prò facto malrimonii 
ipsius domini Ducis et domine Domicdle: xvi ff. pp. ». Maria di Savoia, nata 
in gennaio 1411 (Costa de Beauregard, 208), non aveva ancora 17 anni com- 
piuti. 

(2) Conti Tes. guerra, voi. XXX, f. 55: 7 dicembre 1427: arcieri piccardi 
ricondotti da Ivrea oltre monti ; 9 dicembre: « Libravit apud Vèrcellas.. lobannmo 
de Lornay, prò suis expensis fiendis conducendo a Verceilis certos archerios tam 
de societate Iobannis de Sigie, quam aliorum Picardorum, ad pai* tes de Sabaudia, 
qui fuerunt cum dicto domino Marescalco et de eius precepto, ad capendum 
possessionem dicti loci Vercellarum : vii ff., uh dd. gg. pp. »; Conti Tes. gen. 
Sav., I. c.\ « L.' [19 dicembre 1427] lacobo de Montefalcone, misso a Burgeto 
apud Vuaudum de mandato Domini, ad gentes armorum et archerios Picardie 
venientes de partibus Pedemoncium, prò solueione nenda eisdem, seu nonnullis 
ipsorum...: vi ff. pp.... — Libravit die xx decembris, ad expensas Stephan'mi 
Grandis, missi cum nobili lacobo de Montefalcone a Burgeto apud Vuaudum 
prò solvendis stipendiis nonnullis gentibus armorum et archeriis patrie Picardie 
venientibus de partibus Pedemoncium, quibus non fucrat solutura...; v ff. pp.». 
Questi Piccardi bruciarono più case a Bolengo, presso Ivrea (Arch. Coni. Ivt 
ord., voi. XIV, f. l?l v.i 1 marzo 1428: domanda d'indennizzo). 

(3) Lupi, 195, App., doc. 34. 



■Cd 



- 26 -- 

monio conchiuso per consiglio del Papa e del re dei Romani 
dato avanti scoppiasse la guerra, ai rimproveri dello Strozzi che 
« il parentado portava grande favore al nemico ed era una 
macchia all'onore di Amedeo », onde si doveva sospendere fin 
dopo la pace generale « per non creare nuove difficoltà alla me- 
desima, accrescendo la superbia di Filippo », il segretario « non 
ufficialmente, perchè diceva non averne commissione, ma pri- 
vatamente, negò che la pace fosse fatta, e il parentado assicurò 
che non avrebbe impedito la guerra, essendone già altri esempì 
in quella Casa, e li citò ». Quanto alle brigate, era inutile tenerle 
in campo d'inverno, quando non si può far guerra; e si poteva 
presto rimetterle in pronto, essendo quasi tutti paesani. Il passo, 
poi, era aperto a pochi già stanziati in Piemonte e che avevano 
salvacondotto, con divieto di far traffico veruno ». Così sfaccia- 
tamente mentivasi, anche colla certezza di non esser creduti. Il 
fiorentino non si lasciò infatti abbindolare da simili parole; ma 
pur rinnovando proteste e consigli a Savoia « di non fidarsi del 
duca di Milano, ornai troppo noto traditore », e scrivendo al Doge 
di Venezia che, dopo l'accaduto, era « più tempo tosto da me- 
dicina che da doglianza », e conveniva « operare e ridurre in 
modo il nemico » da tòr la voglia al Duca savoino di « di man- 
dare a stentare la figliuola », finiva però col suggerir pazienza, 
e con Amedeo Vili « far vista di non s' avvedere al tutto delle 
sue disonestà », per non venire a rottura e dargli occasione di 
« far grande vantaggio » al Visconti. Anzi al suo Governo, che 
reiteratamente lo- richiamava, rispondeva non aver sùbito obbe- 
dito a cagione di quel parentado, che gli pareva « cosa da met- 
tere in gran pensiero la Lega, potendo procurare grandi aiuti 
a Milano e il passo all'esercito imperiale», e non potere lasciar 
gli affari a tal punto, sebbene fosse per lui un liberarsi dal 
pericolo di morte, per la peste che continuava ad infierire di là 
dei monti (L). 

Gli è che presso la Corte sabauda la partita, in sostanza, era 
perduta, e la neutralità di quella l'unica speranza che potesse 

(1) Ibidem, 195 seg., App., docc. 35 segg. 



- 27 — 

rimanere alla. Lega per evitare di peggio: Palla Strozzi vedeva 
chiaro e provvedeva con senno. L'ambasciata milanese era giunta 
o stava per arrivare in Savoia; e non solo venne accolta con 
grandi feste e dimostrazioni di simpatia (1), ma si ancora Ame- 
deo Vili dava ai suoi oratori presso Sigismondo istruzioni ostili 
a Venezia (2), mentre il 26 rilasciava a sua volta la ratifica di 
tutti gli accordi del 2 (3), e la faceva tosto comunicare a Mi- 
lano da apposito inviato (4). In queste condizioni, Enrico di Co- 

(1) Costa de Beauregard, 33 segg. Vedi anche Conti Tes. gen. Sav., voi. 
LXX1I, f. 319: « L.' die xxvn dicti mensis decembris, de mandato Domini, clerieis 
Iohannis Francisci Galline, secretarli illustris domini ducis Mediolani, dono 
eisdern per do mi mira nostrum Sabaudie ducem facto: xn scutos auri ad xxn. — 
L.* die xxviii decembris, de mandato Domini, Amedeo de Flecheria, eius scuti(f)- 
fero, prò suis certarumque dominarum de Annesiaeo et equorum suorum expensis 
fiendis, eundo a Burgeto apud Annesiacum, et que domine venerunt prò asso- 
ciando domicellas nostras Sabaudie in adventu ambassiatorum illustris domini 
ducis Mediolani: in ff. pp. ». 

(2) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXX1I, f. 209: 24 dicembre 1427: Lamberto 
Dorier mandato ambasciatore al re dei Romani non solo « prò causa ipsius Do- 
mini nostri contra dominum de Vitello», ma anche « aliis nonnullis negociis 
Domini ». Il 28, però, non era ancora partito. Erano invece già di ritorno altri 
ambasciatori precedentemente spediti (Cfr. sopra, p. 389, n. 2) e a cui si riferisce 
quest'altra notizia, ibidem, f. 311 v.: « Libravit die xi octobi'i?...dicto Anzillin 
Enart, factoris Mutuli de Raimbourg, qui mutuaverat certas pec(c)unias arnbas- 
siatoribus Domini, videlicet domino Guigoni et Rodulpho de Feissigniaco, euntibus 
ad Imperatorem, dono sibi facto per Dominum...: n ff. pp. ». 

(3) Arch. St. Tor., Prott. duce. Propriamente, la ratifica di Savoia è in 
data del 23, ma lo scambio con quella di Milano è del 26. Ambe le parti nomi- 
narono pure i loro alleati ed aderenti, e fra quelli indicati dal Visconti il 19 
vanno ricordati, oltre il re di Francia, il re di Aragona e molti altri — questi 
subordinati alla pace con Firenze e Venezia, cioè precipuamente il vescovo di 
Sion e la patria Vallesana, i marchesi di Ceva, i conti di Tenda e di Ventimiglia, 
i nobili Del Carretto e di Cocconato, Lodovico Bolleri, i Malaspina e parecchi 
Fieschi. 

(4) Conti Capit. Piem., I. e.: « L.', de mandato Domini et domini Humberti, 
Beraudo Masuerii dicto Iordan, secretano Domini, misso per Dominum a Pine- 
rolio Mediolanum, ad illustrem dominum ducem Mediolani, in ambassiata, prò 
suis expensis ix dierum inceptorum die xxvi decembris, iuclusive, et finitoi 
die quarta ianuarii exclusive, cura duobus equitibus; item prò expensis quatu 
dierum duorurn equi tuoi quos accepit in Vercellis prò ipsum associando, qu 



rum 

Ol- 
ia 



— 28 - 

lombier cessava di essere il più idoneo rappresentante di Savoia 
a Ferrara, sospetto com'era ai collegati per le sue non ignorate 
simpatie milanesi. Appena informato della concbinsione dei trat- 
tati dei 2 dicembre, egli si era affrettato a comunicare agli altri 
oratori della Lega una lettera del principe di Piemonte che gli 
chiedeva una relazione particolareggiata sullo svolgersi dei ne- 
goziati, annunziando loro la sua intenzione di partire « per ob- 
bedienza » al proprio signore. Fiorentini e Veneziani furono con- 
cordi a trattenerlo, adducendo il tenore della lettera che aveva 
fatto vedere ad essi; ma il Colombie?, mostrandosi persuaso che 
Filippo Maria non avrebbe acconsentito mai alle domande della 
Lega, e ripetendo il verso di Catone, quantunque ammettesse 
che al Visconti toccava pure « consegnar le terre promesse e 
patir qualche pena di aver rotta la pace », si lasciò indurre a 
stento a dilazionar di due dì la partenza per il sopravenire di 
un nuovo ambasciatore del Papa. E il 19, ad onta di ogni pre- 
ghiera, lasciava Ferrara, benché non senza aver preso prima 
« buona licenza dai Fiorentini e fatte loro grandi profferte, espri- 
mendo la speranza di ritornare od esser surrogato da altri » (1). 
Nel ritorno, passò naturalmente per Milano; il 1 gennaio 1428 
era ad Ivrea, il 12 al Bonrget (2). 

Rimaneva tuttavia a Savoia il compito di aiutare il. Visconti 
ad ottener pace a patti men tristi, ed a questo il dovere di com- 
piere le nozze colla figlia di Amedeo Vili. Un gran successo in 
Liguria, cioè la disfatta completa degli assalitori di Genova, aveva 
rialzato in quello scorcio di dicembre del 1427 la fortuna del 
Biscione, cui i Sabaudi guardavano ora con lieta simpatia (3). 

dominus Petrus Belami non potuit accedere in dieta ambasciata prout erat ordi- 
natimi per Dominum...: xv ff., n dd. gg. ». Cfr. in Conti Tes. gen. Sav., voi. 
LXX1I, f. 320, T invio del segretario Pietro Voyron, da Bourget in Piemonte, 
dal 7 al 20 dicembre « certis ex causis sibi iniunctis et ordinatis, ad dominos 
marescallos Sabaudie, Consili uni domini Principia, Guidonem Columbi et Iacobnm 
Gare ti ». 

(1) Lupi, 145 seg., docc. 152-155. 

(2) Documento viii. 

(3) Conti Capit. Pieni., voi. XIII: 2 gennaio 1428: « L.' cuidam equitatori 
domini ducis Mediolani, qui portavit dicto Principi parte ducis Mediolani nova 
conflictus Ianue coutra Thomassium de Campofregoso et eius complices, dono 
sibi facto per Dominum: mi ff. pp. ». 



— 29 - 

In mezzo ad uno scambio reciproco di cortesie con Filippo (1), 
il duca di Savoia smetteva i riguardi fin allora osservati coll'o- 
ratore fiorentino presso di lui, ed alle lunghe e vivaci lagnanze 
dello Strozzi, che adduceva « fatti e ragioni poco onorevoli al 
Duca stesso », insistendo per l'esecuzione delle promesse, ri- 
spondeva chiedendo le domande per iscritto. Diedele animosa- 
mente Palla in sette punti, cioè se Amedeo VITI romperebbe sùbito 
la guerra contro Milano a forma del trattato di lega; se la fa- 
rebbe avanti la dichiarazione del Papa, ch'era ornai inutile; se 
tornerebbe a chiudere il passo alle merci lombarde, come aveva 
fatto fino alla publicazione del parentado; se non concederebbe 
il passo o altro favore ad un esercito imperiale che venisse in 
soccorso del nemico, e non prometterebbe di concederlo; se vie- 
terebbe di prestar aiuto al Visconti anche quando il Re ne desse 
comando al Principe suo figliuolo o ad alcuno dei suoi baroni ; 
che cosa volesse intendere, e che pensasse dover fare, quando 
asseverava « aver fermata la lega per aver pace, e non per fare 
acquisti »; quale fosse, infine, la sua intenzione riguardo alla lega 
medesima e durante la guerra presente. A questa specie di ul- 
timatum, il Consiglio, assente il Duca — che il giorno innanzi 
era soltanto ricorso ad una scappatoia per sottrarsi ai rimproveri 
degli alleati (£) — , replicò negando che si fossero date promesse 
di far guerra a Milano e di vietare il transito ed il commercio 
ai mercanti di quello Stato prima che il Papa, arbitro della pace, 
avesse dichiarato il mancatore; tornò a ripetere le solite discolpe 
circa il richiamo delle truppe, ed a ridire che il parentado non 
avrebbe impedita una guerra giusta; finì per conchiudere « es- 
sere stati mandati ambasciatori al Papa ed al re dei Romani per 
sapere una volta quello che fosse da fare ». Ma a dar sifatte 
risposte in iscritto non si volle in alcun modo acconsentire, e 
quando poi, dopo più giorni d'inutili istanze, potè Palla final- 

(1) Il 12 gennaio 1428 è condotto al principe di Piemonte un cavallo man- 
datogli in dono dal Visconti, ed egli regala al famiglio che lo condusse 43 ff. 
e 9 gg. (ibidem). 

(2) Collo Strozzi era sempre un segretario veneziano, certo « sor Giovanni » 
(Lupi, 198, App., doc. 43). 



- 30 — 

mente ottenere — l'il gennaio 1428 — una nuova udienza da 
xlmedeo, e risolutamente si dolse della mentita ricevuta dal Con- 
siglio intorno alla promessa di muovere contro il nemico, il 
Sabaudo fece vista di supporre un malinteso « o per difetto 
d' idioma o per la balbuzie del Cancelliere, che forse non aveva 
spiegato bene le sue intenzioni ; e qui modificò e corresse i di- 
scorsi fatti nelle udienze passate, parlando in confuso, ancorché 
poco differentemente dalle altre volte». Aggiunse che il Colombier 
aveva lasciato di trattar la pace per le pretese esagerate della 
Lega : « insomma », ebbe a notare lo Strozzi, « è venuto rimpia- 
strando il dir suo il meglio che ha saputo. Usa buone parole, 
ma coperte: raccolgo in tutto questo suo dire che vorrebbe pace 
in ogni modo per avere acconcia bene la sua figliuola ». E du- 
bitava che l'ambasciata al Papa ed al Re non avesse « altra 
coda sotto che non si dimostra >>. Così in un'altra udienza, ot- 
tenuta con difficoltà sempre maggiori in principio di febbraio, 
gli fu notificato che il Colombier era ammalato di gotta, e che 
sarebbe stato surrogato a Ferrara da Giovanni Marchand, e poi 
da altri. L'oratore di Firenze era convinto che il Duca « gli 
manderebbe a favorire il nemico e giustificare se stesso », ed 
avvertiva i Dieci di Balia: « Di lui non bisogna più stare ad 
alcuna fidanza », mentre al doge di Venezia scriveva: « Per molti 
segni apparisce che da un poco in qua non è gradita la pre- 
senza degli ambasciatori della Lega. Si teme molto la grandezza 
dei Veneziani, e si sospetta non vogliano pace », consigliando 
di non mandar nuovo ambasciatore, ovvero mandar persona 
« di non molta riputazione e di dolce e modestissimo parlare », 
perchè Amedeo Vili non voleva più sentirsi dire che non aveva 
fatto il debito suo, né esser pregato di farlo » (1). 

Fin dal 14 gennaio, infatti, la Corte sabauda aveva disposto 
V andata a Ferrara del nuovo legato Giovanni Marchand (2), che 
sappiamo essersi recato pur egli prima a Milano — forse in 

(1) Lupi, 96 segg., App., docc. 41-43. 

(2) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXlll, f. 223 r.: 14 gennaio 1428: « Li- 
bravit domino Iohanni Marchiandi, legurn doctori'..., tam prò suis expensis quam 
extraord.nariis fiondis, ac unius cavalcatoris secum dncendi, in eundo et redeundo 
ad rev. mum in Xpisto patrem dominum cardinalem Sancte Crucis, ad quem Dominua 






- 51 - 

compagnia di Manfredo di Sai uzzo e del Colombier —, prose- 
guendo indi alla volta di Venezia con proposte concrete del Vi- 
sconti, e giunse pertanto a Ferrara solamente nel marzo (1). In 
questo mezzo, notava a ragione con dolore Palla di Palla Strozzi 
l'andirivieni di inviati e cavallari filippeschi in Savoia e — 
avrebbe potuto aggiungere, se ne fosse stato informato — savoini 
in Lombardia (2). Verso la fine del gennaio predetto vediamo da 
capo in Savoia il segretario visconteo Giovan Francesco Gallina, 
« in istretti colloquii » coi duca Amedeo (3). Un po' più tardi, 
verso la metà di febbraio, il principe di Piemonte aveva dise- 
gnato un viaggio nel Canavese e nel Vercellese, elove si recò 
infatti dopo essersi assicurato che non vi era pericolo di peste 
(4) ; ed ecco il suo segretario Giordano Masoero in viaggio da 

ipsum dominum Iohannem (etiam) destinaverat prò nonnullis Domini negociis 
peragendis, ut per luterana Domini. .. allocando. .datam Burgeti, die xml ianuarii 
mccccxxviii. ..: viii xx scutos auri ad xxn ». 

(1) Lupi, 146, docum. 156. Cfr. Conti Tes. gén. Sav., voi. LXXV, f. 153 v.: 

« Libravit Iohanni Marchiandi, cui per Dominum debebantur Sequuntur expense 

facte per dominum Iohannem Marchiandi legum doctorem, eundo de Chambe- 
riacum Annessiacum prò refferenda ambassiata quam fecerat Ferrariam, et prò 
nonnullis uegociis domini principia Pedemoncium, de anno mccccxxviii, de mense 
aprilis...: v ff., un dd. gg. pp. ». 

(2) Lupi, 198, App., doc. 42. 

(3) Ibidem. Cfr. Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXIII, f. 249 r. 

(4) Conti Capit. Pieni., rot. XV : 10 febbraio 1428 : « L. e magistro Bertholino, 
medico, rnisso per dominum Humbertum a Thaurino Ypporigiam ad scrutandum 
conditionem vigentem in patria Canapicii et Vercellensis in quibus Dominus 
accedere proposuerat : xvi gg. »; 17 febb.ì « L.' magistro Andree, medico Domini, 
prò expensis suis factis una die cum dimidia in loco Bugelle, ubi missus fuerat 
ad scrutandum an bona condicio esset in ipso loco, in quo Dominus proposuerat 
tunc accedere: xn gg. »; 26 febbr.: «Die xxvi februarii 1.' brigandis de garni- 
sione Sallissolie, dono sibi facto per Dominum quando fuit ibidem ad visitandum 
locum, presentibus domino Humberto et marescallo de Saluciis, in duobus scutis 
auri: in ff., vi gg. ». [Cfr. ibidem: « L. fc Boniffacio de Caqueranis, olim castel- 
lano Salisolie, quos expendisse asserit in depingi faciendo arma Domini in portis 
ville et castri Sal(l)issolie, de mandato dominorum Hurnberti et marescalli Sabau- 
die: m ff., vi gg. »]. Però il viaggio era già stato deliberato prima, perchè fin dal 
1 febbraio troviamo in Arch. Com. Ivrea, Ordin., voi. XIV, f. 121 r.\ « Super 
faciendo unum servicium prò suo primo felici adventu ili. 1 domino domino principi 
Pedemontium, primogenito et locumtenenti ill. ml domini nostri Sabaudie ducis ». 



- 32 - 

Ivrea per Milano (1). Il 21 [o 24] del mese andava colà, è detto 
espressamente per l'oggetto di cui era stato pratica col Gallina, 
Amedeo di Grecherei (2), e in principio di marzo si trovano altri 
ambasciatori milanesi presso Amedeo il giovane (3), coi quali 
probabilmente fu combinata da questo mia missione sabauda a 
Pontestura, al marchese di Monferrato (4), di cui l'attitudine era 
di nuovo considerata con sospetto, forse non ingiusto, da Filippo 
Maria (5). Di là delle Alpi furono ancora verso lo stesso tempo 

(1) Conti Capit. Pieni., I. e: 17 febbraio: « L.* lordano Masnerii, secretano 
Domini, prò expensis factis accedendo ab Ypporrigia Medyolanum, ad dominum 
ducem Medyolani, facturum quamdam ambassiatam parte domini Principia, in 
qua vacavit de mense febrnarii, cum duobus equis, stando et red(d)eundo in 
Saucta Agatha septem diebus, ad racionem unius floreni prò die qualibet: vili 
ff. pp. ». Lo stesso giorno fu mandato da Ivrea il cavallaro Pietro a portar 
lettere del Principe al Duca, al Bourget. 

(2) Conti Tes. gen. Sav., I. e, ff. 236 v. -237 r. e 286 r.: « L.* die xxmi fe- 
bruarìi Amedeo de Crecherello, magistro hospicii, misso per Dominum a Burgeto 
apud Mediolanum super et prò facto prò quo venerat lohannes Galline, secre- 
tarius domini dacia Mediolani, prò suis, gentium et equitum suorum expensis 
fiendis...: lx ff. pp. — Cy s'ensuyvent les despens faitz par Amé dou Cracherel 
(sic), maistre d'ostel de mon trèsredoubté seigneur monseigneur le due de Savoye, 
tramit (sic) de par mon dit Seigneur par devera trèsexcellent prince monseigneur 
le due de Millan. Premièrement partisi Amé dau Crecherel, lui aizi[è]me, qui 
sont six personnea et six chevaux, dau Burget le xxi e jour de février mccccxxviii, 
enclus, pour aler vera le dessusdit monseigneur le due de Millan, et a vacqué 
taut en alanf, i sta ut à Millan, cornine en retornant par deverà mon dit Seigneur 
[à] Anissie (sic), ou il arrivast le xx° jour de marcz, exclus...: xxviii ff. et dy- 
my pp. ». 

(3) Conti Capit. Piem., I. e « L. 1 quarta marcii Martino, equitatori Domini, 
prò portando a Sancta Agatha in Novaria litteras Domini ambassiatoribus ducis 
Medyolany qui separaverunt illa die a Domino : vi gg. ». 

(4) Ibidem: « L.* domino Petro Marchiandi \2 marzo 14281 P ro expensis 
suis factis cum vii equitibus, incluso uno nomine equestri pro guida assumpto 
accedendo ambassiator(i) domini Principis ad dominum marchionem Montisferrati 
ab Ypporrigia in Pontesture de mense marcii, in quibus vacavit quatuor diebus: 
xiiii ff. ». 

(5) E forse è contro di lui appunto che anche Savoia prendeva provvedimenti 
militari [che non si spiegherebbero contro Milano], nonostante V amicizia — 
almeno apparente — delle due Corti. (Cfr. Conti Capit. Piem., I. e: « L.' ad 
expensas domini rnarescalli de Saluciis, prepositi Auguste et ipsius receptoris 



— 33 — 

Cambio Zambeccari, segretario di quest'ultimo, e un'altra volta 
il Gallina (1): vociferavasi per la cessione di Asti, che il Visconti 
avrebbe data a Savoia « o per denari, o per un equivalente ser- 
vigio di genti d'armi » (2). 

In queste condizioni, la presenza dell'oratore fiorentino e del 
segretario veneziano alla Corte di Amedeo Vili diventava per- 
fettamente inutile. La causa di rappresaglie di un tal Fiorotti, 
di Racconigi (3), era troppo misera questione per indugiare più 
a lungo lo Strozzi, quantunque fosse anch'essa stata motivo di 
trattenerlo un po' più di quanto egli ed il suo Governo avreb- 
bero voluto. Tanto i « Dieci » quanto la « Signoria » di Firenze 
avevano fatto la suprema prova di scrivere direttamente al Duca 
per ricordargli i suoi doveri, toccando in principal modo con 
marcato risentimento della tornata del Colombier da Ferrara: 
la risposta ai « Dieci » venne affidata all' incriminato stesso, e 
alla lettera della « Signoria », presentatagli solennemente in 
udienza da Palla, con preghiera di sollecito riscontro, Amedeo, 
dopo averla letta, disse « con un viso un po' tinto » che « di 
certo voleva rispondere, perchè era di grande importanza », ma 
per il momento si limitò a soggiungere che il Colombier « da 
giovane non aveva mancato mai all'onor suo, né a quello del 
suo signore, e non credeva avesse fatto il contrario ora da vec- 
chio ». Fu deciso quindi che l'oratore avrebbe avuta la deside- 
rata risposta scritta alle sue domande, e poi l' udienza di congedo 
che aveva richiesta; dopo di che lo Strozzi se ne tornò a Fi- 
renze per la via di Germania dopo 400 giorni di assenza, e alla 
Corte sabauda fu tolto anche quell'impaccio o quella molestia (4). 

A sospingere il negoziato della pace generale d'Italia, a cui 

factis cum xvn equitibus die v marcii in civitate Vercellarum, ubi accesserunt 
de mandato Domini ad visitandomi civitatem et certas ordinaciones ibidem 
faciendum : vii ff., n qq. gg. ». Ma le « ordinaciones » sono forse anche i prov- 
vedimenti civili, di cui in Scafiabelli, 224, e Cibrario, Framm. stor., 178). 

(1) Conti Tes. gerì. Sav., voi. LXX1II, f. 249 r. 

(2) Lupi, 198, App., doe. 42. 

(3) Cfr* sopra, p. 407, n. 2 , e Lupi, 194 segg., passim. 

(4) Lupi, 198 segg., App., docc. 44-50. 



- 34 - 

il duca di Milano, dopo l'accordo con Savoia e la vittoria di 
Genova (1), sì mostrava piuttosto restio (2), forse anche per so- 
verchia fiducia in un'imminente discesa di Sigismondo (3), il 
cardinale di Santa Croce era venuto in Lombardia, inviando 
tosto di là un trombetto al principe di Piemonte per sollecitare 
la cooperazione di Amedeo Vili all'opera sua (4). Ed ecco ap- 
punto, verso la metà di marzo, indirizzarsi una nuova amba- 
sciata savoina a Milano, Venezia e Firenze, con istruzioni di 
giustificare la condotta di Savoia — ■ come ben aveva preveduto 
Palla di Palla Strozzi —, ma sì ancora di favorire la conchiu- 
sione della pace. La componevano l'arcivescovo di Tarantasia, il 
cancelliere Beaufort, il legista Pietro Marchand — fratello di 
Giovanni, anch' egli ornai sulla via del ritorno (5) — ed il segre- 
tario Guglielmo Bolomier, col cavallaro Corrado di Nuremberg 
(6). Non si può dire che questa grandiosa missione fosse deter- 
minata esclusivamente dal desiderio del cardinal Albergati (7): 

(1) Cfr. sopra, p. 28b. 

(2) Predelli, Commemoriali, IV, 125. Cfr. rìoce. in Cavalcanti, II, 350 segg. 

(3) Osio, II, 362 segg., docc. 240 segg, 

(4) Conti Capit. Pieni. t rot. XV: «Die secunda marcii 1.* trompete legati 
Bononie, dono sibi facto. ..in tribus scutis: v ff., ni gg.». 

(5) Cfr. sopra, p. 31&. n. 1. 

(6) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXIII, ff. 22(j v.-221 r.: « L.' reverendo in 
Xpisto patri archiepiscopo Tharentasie; dominis Iohanni de Belloforti, militi, 
Cancellano; Petro Mare.hiandi, legum doctori. consiliario, et Gulliermo Bolomerii, 
secretarlo, ambassiatoribus, et dicto Conrado, cavalcatori Domini, per Dominum 
destinatis ad partes Ytalie, videlicet Ferraria[m] et nonnulla alia loca prò pace 
firmanda inter illustrerei principerei dominum ducem Mediolani, nlium Domini, 
et Comunitates Venecie et Florencle.,., prò ipsorum expensis faciendis tribus 
mensibus integris quibus ad dictam ambassiatam faeie ridarei vacaverunt, seu 
vacare debuerunt...: mcccclxxx scntos auri Regia ad xxn ». Il pagamento, per 
mandato 13 agosto 1428, fu notevolmente ritardato. 

(7) Tanto é vero che fin dal 3 marzo il Marchand richiedeva già un sussidio 
al Comune d'Ivrea, di cui era podestà, per andare a Venezia con altri amba- 
sciatori ducali (Arch. Com. Ivrea, Ordin., voi. XIII, f. 13S r.). E altra missione 
importante gli era stata poco prima affidata: vedi Conti Capit. Pieni. , l. c.\ 
« L.* domino Petro Marchiandi prò expensis suis factis in Raconizio et Carma- 
gnola vacando ad terminacionem desbati marchionis Saluciarum et domini Ludo- 
vici bastardi Achaye de mense martii \_1428~] : v £f. gg.». 



- 35 - 

certo, però, egli valse ad affrettarla (I). Il 17 marzo 1428 i legati 
erano ad Aiguebelle; il 23, a Torino. Passarono per Vercelli, che 
trovarono « grande et noutable » e migliore che non pensavano, 
entrarono a Novara il 30, ed a Milano il 31, incontrati ad un 
miglio fuori porta da Gasparino Visconti, uno dei più notabili 
consiglieri di Filippo Maria, che li condusse nel gran palazzo, 
già di Bianca di Savoia, in mezzo alla città. Ebbero udienza dal 
Duca il 3 aprile, sabato santo, a ore 18, nel castello di Porta 
Giovia, presenti il cardinale di Santa Croce, Gasparino Visconti, 
Piero Rossi di Parma, Franchino di Castiglione, Sperone di Pie- 
trasanta, Corradino di Vimercate, Francesco Barbavara e Luigi 
Crotti. Filippo Maria promise di acconsentire a quanto era stato 
convenuto circa la pace, e di non impacciarsi nelle cose di Bo- 
logna, Romagna, Sicilia e Toscana, anche se Paolo Guinigi, si- 
gnore di Luca e nemico accerrimo dei Fiorentini, non si volesse 
da questi comprendere nel trattato. Con tali dichiarazioni ed af- 
fidamenti, gli ambasciatori savoini procedettero oltre, e per la 
solita via di Piacenza, Borgo San Donnino, Parma e Reggio, 
arrivarono a Bologna, non senz' aver aspreggiato per istrada Or- 
lando Pallavicino, al quale, come troppo piccolo signore, non 
vollero chiedere salvacondotto, ancorché se ne giovassero quan- 
d'egli P ebbe loro graziosamente recapitato. Il 17, in Bologna, si di- 
scusse alquanto della pace; poi il 18 andarono a Ferrara, dove 
la domane fu raggiunto e sottoscritto V accordo da tutti gli ora- 
tori e plenipotenziari degli Stati belligeranti (2). 

Cosi terminava la guerra. Il Visconti ne usciva con nuove 
perdite; Firenze, con molta spesa e scarso profìtto; coli' acquisto 
di Bergamo e di parecchie altre terre, Venezia; con Vercelli, 
Savoia. Al marchese di Monferrato, la sua condotta incerta ed 

(1) Conti Capii. Pieni., I. c.\ « L.' die xxn marcii Perino, trompete Domini, 
prò accedendo obviam ambassiatoribus domini Ducis qui veniebant ad domimi m 
Principem, ad sciendum horam qua applicarent Thaurinum ». 

(2) Scarabeltj, 222 segg., correggeu Ione però parecchi errori nei nomi proprii. 
Il trattato di Ferrara del 19 apr.le 1428 è nel Lunig, IV, 1686 segg., e nel 
Du Mont, li, ii, 208 segg. Vedi pure Predelli, IV, 125 segg., e Osio, II, 367 
segg., doc. 244. 



— 36 - 

inabile non fruttava che il sospetto di ognuno verso di lui ; ed 
ora che Amedeo Vili e Filippo Maria erano ridiventati amici, la 
. bufera cominciava a rumoreggiare sopra il suo capo. Contro 
Giovan Giacomo Paleologo, certamente, il principe di Piemonte 
ed il suo Consiglio avevano fatto provvedere a fortificar meglio 
Verrua (1), potendo adesso egli solo concedere protezione ed 
aiuto ai Tizzoni di Crescentino: ad intimargli di « dichiararsi » 
al riguardo era andato in principio di aprile il podestà sabaudo 
di Vercelli (2), ed a suffragare f intimazione, fiaccando insieme 
ogni velleità di resistenza dei Tizzoni, già erano spediti attorno 
gli ordini necessari per una mobilitazione (3), quando il 6 aprile 
il Marchese stimò miglior partito venire a patti con Milano (4). 
Ma non sicuro della rinnovata alleanza col Visconti, né saldo 
nel proposito di conservarla, si raccomandava ad un tempo al 

(1) Conti Capii. Piem., I. e. « L.' magistro Iacobo Mondini, magistro operum 
Domini, prò stipendila suis xvn diernm inceptoram die xvm februarii et fìnitorum 
vii marcii, inclusive, quibus vacavit per intervalla ad visitandum castrum Ver- 
nice et ibidem ordinandum reparacioaes et forti f(f)icaciones necessarias, ad 
racionem ini gg. prò die...: v ff., vili gg.... — Dies prima aprilis libravit Iacobo 
Mondin! prò stipendiis su s demeritis vacando in Ver[r]uca circa reparacionem 
castri, in Thaurino ad visitandum molendina et edif(f)icia ipsius loci, necnon 
molendina Casellarum, spacio xxv dierum inceptorum vir marcii nuper lapsi et 
finitis die presenti, inclusive...: vm ff., mi gg — Die xxn aprilis libravit ma- 
gistro Iacobo Mondini. ..prò stipendiis suis xvi dierum quibus vacavit in Ver- 
ruca ad visitandum fondamenta operum que ibidem fiunt, inceptorum die vii 
dicti mensis aprilis, inclusive, et finitorum die presenti...: v ff., ini gg. ». Al- 
tri viaggi ancora del Mondino a Verrua « in visitacionem operis castri » dal 22 
aprile al 21 maggio, e dal 22 maggio al 19 giugno. 

(2) Ibidem; « L.' Iacobo Riciont, prò portando a Thaurino litteras Domini 
potestati Vercellarum ut accederet ad dominum Marchionem, et dictus Iacobus 
cum eo prò apportandum responsum : n ff. ». 

(3) Ibidem: « L. 4 magistro Petro, equitatori Domini, prò portando per Cana- 
piciurn litteras nobilibus quod se prepararent ad arma. — L.' Guillelmo de 
Brebans, equitatori Domini, prò portando litteras domini Principia a Thaurino 
Burgetum, domino nostro Duci: mi ff. — L.* Iacobo Riciont, prò portando litteras 
domini Principis per partem (sic) pedemontanam nobilibus, qui (sic) se prepa- 
rarent ad arma: xvi gg. ». 

(4) Lunig, III, 482, però con qualche riserva che il doc. si riferisca proprio 
al 1428. 



— 37 - 

Carmagnola per venir inchiuso nella pace di Ferrara come ade- 
rente di Venezia (1). Dopo la conchiusione di detta pace — tosto 
comunicata con appositi corrieri da Filippo Maria ai due Amedei 
(2) —, il furbo Visconti si sforzò ancora di legar maggiormente 
a sé il Paleologo colle pia lusinghiere offerte (3), e Savoia e Mi- 
lano gli mandarono persino ambasciate in comune (4), senza venir 
a capo di nulla (5). Fra i due Duchi, invece, le relazioni si stringe- 
vano più ancora, in vista del nuovo parentado. Fin dal gennaio la 
« domicella » Maria era chiamata ufficialmente « duchessa di Milano » 
(6), e nel febbraio si domandava già ai Comuni subalpini il sus- 
sidio per la sua dote (7). Il 31 maggio farà altrettanto nei suoi 



(1) Battisteli.a, 218, n. 4. 

(2) Conti Capit. Pieni., rot. XV: « L.' correrio domini ducis Medyolany qui 
apportavit domino Principi litteras ipsius domini Ducis super pace firmata Inter 
ipsura et Comunitates Veneciarum et Florencie : x ff. pp, »; Conti Tes. gen. 
Sav., voi. LXX1II, f. 290 r.: « Die secunda dicti mensis [maii], de mandato Do- 
mini, relacione Henrici de Columberio, consiliari] Domini, cuidam messagerio 
illustris domini ducis Mediolani qui apportavit nova pacis facte inter dicturn 
dominum ducem Mediolani et Dominium Veneciarum et Comunitatem Florencie, 
dono sibi per Dominum facto, videlicet x duce, auri ad xxi ». 

(3) Osio, II 371 segg., docc. 247, 250, 251. 

(4) Conti Tes. gen. Sav., L e, f. 238 v.\ L.* Iohanni Marescalli, scutif(f)ero 
scutif(f)erie Domini, prò suis expensis fiendis eundo de mandato Domini cum 
quodam ambassiatoris ill. mi principis et domini ducis Mediolani usque Vereellum 
(sic) et ad illustrem dominum marchionem Montisferrati (mandato pagamento 13 
agosto 1428)...: xxx ff. pp. ». 

(5) Però se già il 26 giugno il Visconti ammoniva il suo governatore di 
Genova di non fidarsi del Mon ferrino (Osio, II, 351, doc. 252), le relazioni per- 
sonali fra il P..leologo ed i Sabaudi durarono invece buone. Il 20 luglio 1428 
il primo mandava in dono una veste ad Amedeo il giovane (Vedi al riguardo 
Conti Capit. Pieni., I. e.). 

(G) Conti Tes. gen. Sav., I. e, f. 284 v.l « L.' die xxi ianuarii [1428] Guil- 
lelmo de Ranty, m'isso a Gebennis per patriam Sabaudie ducatus, invit(t)atum 
certas dominas ut ven ; ant assoc atuni dominam duchissam Mediolani...: in ff. 
pp. ». Vedi anche n. seguente. 

(7) Ibidem, f.285: « Libra vi t die xix februarii [1 428']... dìcto Poncet, servienti 
generali Domini, misso a Chamberiaco apud Pigneyrolium cum litteris Domini 
clauaia directis Nycodo Festi, consil(l)iario Domini, ibidem existenti, requirendo 
subsidium prò dote domine ducisse Mediolani, et a dicto loco Pineyrolii apud 



— 38 — 

Stati Filippo (1), che già prima, durante la primavera, vien detto 
talvolta, come genero di Amedeo Vili, « suo figliuolo » (2). In quel 
tempo i messaggi fra il Visconti ed i suoi rispettivi cognato e 
suocero diventano frequentissimi, per preparare l'andata della 
sposa a Milano (3): intanto le si appresta il ricchissimo corre- 

Vercellesium, ad domi n uni principem Pedemoncium, cura litteris Domini clausis..: 
vni ff. et dim. pp. ». Cfr. Arch. Com. Piner., Atti Con., voi. V, fase. I, ff. 
35-40: 5 febbraio 1428: assemblea deputati Comuni indetta a Torino dal prin- 
cipe di Piemonte ; 12 febbr.: nomina ambasciatori per altra assemblea indetta 
in Rivoli per il primo giorno di quaresima; 24 febbr.: relazione ambasciatori 
sulle domande loro fatte (la relazione, però, è solo indicata, non data); 2 marzo: 
relazione delle richieste presentate da Nicodo Festi nell' assemblea di Rivoli ; 
5 marzo: altra relazione di Antonio Bersatore e Peronetto Capone che andarono 
ambasciatori a Rivoli. 11 Bollati di Saint-Pierre, Comit., I, 146 segg., segnala 
solo la sessione del 20 febbraio 1428 ed ignora le altre, come ignora una ses- 
sione del luglio 1427 [per cui a Pinerolo erano stati eletti ambasciatori il 23 
di quel mese: Arch. Com. Piner., Atti Cons., I. e, f. 162] «occasione muta- 
cionis monetarum noviter facte », e ne ignora altre del luglio-agosto 1428, se- 
gnalate dallo stesso Arch. Com. Piner., I. e, ff. hi r., 61 v., 63 r.\ 17 luglio 
1428: relazione di Antonio Bersatore e di Guglielmo De' Ferrari, ch'erano stati 
deputati a Torino, all'assemblea convocata ad istanza di Savigliano e di Monca- 
giieri «qui petunt fieri per Comunitates patrie equivalencias ». Altri ambascia- 
tori dovevano tornare a Torino il martedì seguente a portare in iscritto il 
numero dei fuochi di Pinerolo secondo la deliberazione presa nella sessione pre- 
cedente; 14 agosto: elezione di un'ambasciatore ad assemblea in Torino per lo 
stesso motivo; 25 agosto: relazione dell'ambasciatore Gilberto di Venasca. 11 
Bollati di Saint-Pierre, Op. cit., II, 282 (App.), accenna solo ad una sessione 
del principio di novembre 1428 per l'affare della perequazione delle taglie e dei 
foraggi. Tale opera, di cui ho dovuto rilevare le infinite lacune, fa [arte dei 
Mon. hist. patria? della R. Deputazione di storia patria per le Antiche Provincie 
e Lombardia ed è ritenuta delle migliori della collezione!! 
(i; Osio, II, 378, doc. 249. 

(2) Cfr. sopra, p. 346, n. 6. 

(3) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXIU, ff. 236 r., 237, 291 r., 294 r,: 19 mag- 
gio-24 giugno 1428: Amedeo di Grecherei rinviato «ab Annesiaco Mediolanum 
prò certis negociis Domini »; 15 giugno: « Libravit Nycolado Castagny, servitori 
domini ducis Mediolani, quos dominus noster dux Sabaudie prefatus precepit 
eidem, contemplacione dicti domini ducis Mediolani, dari graciose: v ff. pp. », 
1 luglio: dono di 3 ff. ad un tal Castiglione di Germagnano, « nuncio ill. mi 
domini Mediolani, qui apportavit Domino nostro certas litteras ex parte prefati 
domini ducis Mediolani»; Conti Capii. Piem.,l. e: maggio 1428: « L.', de 



- 39 - 

do(t), e si dà l' annunzio delle nozze ai principi amici di Germa- 

mandato Domini, Flamango, misso ad dominum ducera Medyolany cum Jitteris 
domini Principis, a Thaurino Medyolanum', prò suis expensis : v ff., m dd. 

gg — Die xxx maii libravit Bernardo Masuerii dicto Iordan, secretario Domini, 

misso per Dominum a Thaurino Medyolanum, ad illustrerai dora>inum ducem 
Medyolany, prò suis expensis quinque dierum cum tribus equitibus inceptorum 
die xxvi maii, inclusive, et finitorum die xxxi dicti mensis, exclusive, ad 
racionem sex dd. gg. prò quolibet die et quolibet equite, quorum xvm dd. gg. 
valerat unum bonum florenum : xx ff., n dd. gg. »; [l giugno: Rambaldo, trom- 
betto, ma idato in Savoia con lettere del Principe al Duca ed al bastardo Um- 
berto] — « Die xin iunii libravit Perino, trompete Domini, misso ad dominum du- 
cem Medyolany: ini ff.... — L. 1 Flamango misso [5 luglio 1428] cum litteris 
domini Principis ad dominum ducem medyolanensem : in ff, pp. » [e la domane 
troviamo il cavallaro Corrado mandato con lettere del Principe al Duca]; « L.' 
Flamengo prò remanencia expensarum suarum factarum octo diebus quibus 
vacavit accedendo a Thonono Mediolanum, mandatus per Dominum de mense 
iul(l)ii Mccccxxvui : i n. ». L'ambasciata indubbiamente più importante, ibidem, 
l. e. : « Librate facte por illustrerai dominum Manfredum marchionem (sic) 
Saluciarum, marescallum Sabaudie, seu de eius mandato, in ambassiata per 
ipsum postremo facta ad ill. um principerai dominum ducem Medyolany parte 
illustris domini principis Pedemontiuin etc (sic). Et primo libravit sibi ipsi, 
prò expensis xvi equitum eidem ordinatorum ultra alios de quibus non com- 
putat, et hoc prò vini diebus integris quibus vacavit in huiusmodi ambassiata, 
tam eundo, quam red(d)eundo...: im xx vili ff. pp. — Libravit die xxv iunii, 
in portu Clavasii, prò transeundo...: in gg., in qq. — Item prò loderio unius 
equi locati prò mietendo unam litteram prefa(c)to domino nostro Principi apud 
Thaurinum: v gg., n qq. — L. e die xxvi, Novarie, vi tubetis ipsius civitatis, 
in uno scuto auri : i fi., x gg. — L. e die xxvn iunii, in portu Tricadi, prò 
transundo Tysinum, in duobus ducatis auri : in ff., vi gg. — L.' die xxvni 
iunii, Medio'ani, mi tubetis, silicet comitis Fraucisci et Nicolay Peczenini, 
capitaneorum dicti ducis Mediolani, in duobus ducatis auri : in ff., vi gg. — 
L.' die xx'x iunii, Medyolani, portoneriis curie in qua locatus existit idem 
dominus Marescallus, in duobus grossis Ianue : n gg., il qq. — L.' eo die, 
ibidem, tam cantegulis Sancte Marie, quam alis quampluribus qui ad ipsum 
venerunt in pluribus vicibus ipsa die: ni ff., ini gg. — Item datis eodem die 
portoneriis castri Mediolani cum idem dominum Marescallus fuit ad dominum 
Ducem, in uno ducato, seu tanta moneta: n ff., ìx gg. — Eadem die ix tubetis 
et n mimis illustris domini ducis Mediolani, in x duce, auri: xvn ff., vi gg. 
— L. 1 eadem die duobus aliis tubetis advenis, in uno due. auri: i fi., ìx gg. — 
L.' cuidam parvo magistro arpe, ipsa die, in uno due. auri, eo quia semper 
fuit visitatus dominum Marescallum predictum : i fi-, ìx gg. — L.* ipsa die 



— 40 — 

nia (2). Né per questa pratica il Sabaudo trascura le cose di Francia, 
in cui appare anzi ardentemente occupato (3); ne abbandona le 

pluribus venatoribus illustris domini ducis Mediolani, qui portaverunt unum 
cervum domino Marescallo, in uno ducato auri.... — Item datis eadem die cui- 
dam magistro saltuoni (sic)...: vi gg. — L.' Miliario, heraudo prefati domini ducis 
Medyolany, in uno ducato... — L.' pluribus officiariis dicti domini ducis Me- 
dyolany, qui rexerunt curiam in qua fuit dictus dominus Mare'scallus, in sex 
duce, auri et uno rloreno monete : xi ft\, vi gg. — L.* eadem die uni tubete 
omnium famul(l)orum eiusdem domini ducis Medyolany, prò dimidio due: x 
gg., li qq. — L. 4 die prima iul(l)ii, in portu falconis Tysini, in t.xxn solidis 
monete Mediolani: n ff., m gg., i q. — L. e eadem die [in Vercellis] cuidam 
magistro liuti ipsius civitatis : in gg. — L.' eadem die, in Sancta Agatha, 
duobus tubetis ipsius loci: mi gg.». Che Maria di Savoia fosse già attesa 
prossimamente in Piemonte fin dal maggio 1428 è detto tassativamente in 
Ardi. Cam. Ivrea, Or din., voi. XIV, f. 127 »., dove si delibera sopra un ser- 
vizio da farsi « prò felici adventu illustris domine ducisse Mediolani » . 

(1) Costa de Beauregard, Souvenirs i 169 segg., doc. 6. 

(2) Conti Tes. gen. Sav., I. e, f. 289 ».: « L.\ de mandato Domini, Iohanni 
Andree, cavalcatori Domini, misso per Dominum ab Annesiaco apud Alaman- 
niam cura litteris Domini clausis directis reverendissimis in Xpisto patribus 
illustribus amicis et consanguine s Domini, Dei gracia dominis Conrado magon- 
tino, Octoni treveensi, Theodorico coloniensi, archiepiscopis; Ludovico, corniti 
palatino Reni; item Bavarie duci; Frederico, duci Saxonie et marchioui mus- 
sonensi (sic ; l.: misnieusi) ; item et Freyderico, rnarchioni magdeburgensi et 
burgravio nurembergensi ; item omnibus Sacri Imperii principibus et electoribus, 
et cuilibet eorumdem...: xn ff, pp. ». 11 docum. è anche interessante perchè dà 
la prima notizia diretta di relazioni fra i Savoia e gli Hohenzollern. Per curio- 
sità, segnalo qui un altro doc, ibidem, f. 231 »., che riguarda un altro amba- 
sciatore savoino in Germania in rapporto con Brunoro della Scala e con un 
Aleardi: 5 agosto 1428: « L.' nobili viro Nicolao de Aleardis, de Verona, 
magistro hospicii domini Brunori de l'Escala, in quibus Dominus dicto domino 
Brunoro tenebatur mutuo per ipsum, manu dicti Nicolai, vice et nomine Domini 
facto Lamberto Dorerii, de Fargiis, diocesis gebennensis, procuratori Domini, 
in op[j)]ido de Cormo[ns], in terra domini regis Romanorum, existenti, prò 
negociis Domini exercendis, ut in littera clausa per dictum Nycolaum Domino 
porrectam...: xxx ta duce, auri ». 

(3) Guichenon, I, 480 segg. Cfr. Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXIII, fif. 126».- 
128 r., 230».-231r., 232 r., 236 tv, 241 ».-242 »., 249»., 285»., 289».-290r., 
293 r., 294 r., 321 r.: 4 gennaio 1428: Giovanni di Fontaine e Rodolfo di Fei- 
signy mandati ad Avignone a colloquio coi rappresentanti del re Luigi III di 
Angiò; 10 genn.: va a raggiungerli Pietro Garnier ; 14 genn.: Pardiae, araldo 



— 41 — 

relazioni, che vuol mantenere corrette, e possibilmente buone, per 
qualsiasi evenienza, con Firenze e Venezia. 

Il 3 giugno 1428 il Doge veneziano Francesco Foscari nominava 
il duca di Savoia primo fra gli aderenti della republica di San Marco 
(1), e Amedeo Vili, a sua volta, benché mandasse in quel torno 
in gran segreto un nuovo ambasciatore al re dei Romani « per 
ardui affari » (2), il 22 giugno stesso ratificava anch' egli la pace 
di Ferrara (3) e inviava il 30 a portar l'atto a Venezia ed a Fi- 
renze il segretario Antonio Besson, che nella prima città dovette 
attendere parecchio l' udienza, ma non perdette perciò il suo 
tempo, prendendo nota del grande intrigare che vi facevano gli 
ambasciatori del marchese di Monferrato (4). Il Besson rimase 

del conte di Pardiac, inviato con lettere ducali chiuse nelFArmagnac; 21-30 
genn.: dieta di Roberto di Montvagnard colle genti del sire di Jonville a Beau- 
mont ; 3 marzo: Faucon diretto dal Bourget al re di Francia in Seilles; [13 
marzo: servitore del redi Portogallo alla Corte di Savoia]; 10 aprile: Giovanni 
di Cornpey, dal Bourget a Parigi ed a Troyes « pour fere certeyns afferes... 
pour meisspgneurs le piince de Pyemont et le conte de Bagié »; 27 apr.: messo 
al connestabile di Lione, ivi; 30 apr.: messo al Consiglio del duca di Borgogna; 
2 maggio: Erodp, araldo del conte di Montfort, in Savoia; 8 magg'o: altro 

e. s. ed al principe di Orange ; 8 giugno: nuovo messo all'Orange ; 20 luglio; 
inviato savoino al conte di Armagnac; 31 luglio: Guglielmo Rigaud, scudiere 
ducale, mandato al re di Francia; 5 agosto: Faucon, corriere di Savoia, va al 
medesimo; 5-30 settembre: Claudio di Saix ed Urbano Cerisier, inviati in Bor- 
gogna per questioni di confini fra i due Stati; 9 settembre: araldo del duca 
di Bedford in Savoia; 26 ottobre: Giacomo Oriol ed il sire di Divonne amba- 
sciatori a Parigi ed in altre parti della Francia. 

(1) Predelli, IV, 121, n. 27. 

(2) Cioè Lamberto Oddinet, « quem ipsum Lambertum Dominus prò non- 
nullis suis arduis negociis destinavit » (Conti Tes. gen. Sav. t voi. LXXIII, 

f. 238). 

(3) Predelli, IV, 134, n. 39; Lupi, 146, doc. 158. 

(4) Conti Tes. gen. Sav., voi. cit., f. 230: « L.* Anthonio Beczoni, de Yetma,... 
prò ex^ensis suis fiendis eundo de mandato Domini a Chamberiaco apud Ve- 
nisiam, ad ducem et Seignoriam dicti loc ; , item et a dict'o loco apud Florenciam, 
causa eisdem portandis litteram confirmacionis siue ratif(f)icacionis \ acis ind.cte 
inter dominum ducem Mediolani et ipsos Venetos et Florentinos, una cuin 
duabus lit'eris clausis ex parte Domini eisdem directis, ut per ipsius Anthonii 
Beczonis litteram de confessione et de recepta datam die penultima mensis 



— 42 - 

assente fin verso la metà di agosto, e al suo ritorno trovò le 
lunghe pratiche per condurre al Visconti la sposa prossime ornai 
al compimento. A regolar le ultime modalità doveva recarsi a 



iunii anno Domini mccccxxviii...: l ff. pp. ». Cfr. anche voi. LXXV1I, f. 196: «S'en- 
suyvent les despens faictz par Anthoyne Beczon allant par monseigneur de 
Savoye, dau commandem^nt de Glaude dou Saxe et de messire Urbain Cirisier, 
deis Chambéry à Venise et à Florence cornine s'ensuyt. Livré le dernier jonr de 
juing mccccxxviii 6 par s^s despens de deux jonrs et demy faictz à Chambéry en 
actendant la deslivrance des lectres de rati r (f)ication de la pais faicte entre le 
due de Millan et les Venissians, et aultres lectres closes et l'argant (sic) pour 
sa dispense alant à Venise et à Florence pour les porter au Due et les Sei- 
gnouries d'ycelfes, compté par jour à n chevaux xn gros : n ff., vi gg. — 
Item livré pour ses despens d'ung moys entier et xn e jours q'u'il a vacqué en 
faisant le chemin que d<ssus, tant en alant de Chambéry jusque à Venise, 
enclusvjours qu'il demourast au dit lieu quar (sic) le Due estoit enbeisogné 
d'aucuns grans afferes, et aussy les ambeisseurs dau marquis de Montf-rra y 
estoyent qui besenyoyent (sic) avecque le Due et la Segniorie; et pour ce ne 
peust si tost avoi raudience; et puist s'en allast à Florence; ou(t) il demourast 
aussy troys jours entiers avant qu'il peust presenter les lectres, quar environ 
n M chevaux feysoyent leur monstre, les quelx i\[s~] retinerent à leurs gaiges, 
et bien m M fans de pyé. — Item e ti s'en retornant jusque à Yenne a vacqué le 
terme que dessus, compté par jour ir terz d'escu, monte(t) [ our xliii jours 
entiers xxviii escuz et n terz d'escu. — Item livré au port de Padue, au naucher 
qui menast le dit Anthoyne et son varlet par sur le dit canal : vi dd. gg. — 
Item livré au port de [5] Venissians qui s'ap[j)]elle (in bianco), ou(t) l'on com- 
menze intrer sur le t -rreyn dau marquis de Ferrare, qui contient deux milles, 
en quatre bol(i)onyns payés au naucher: 11 gros. — Item livré au saillir dau 
dit port à l'entrée dou terreyn dau marquis de Ferrare, au pyageur de la Case 
Salvagne, nonobstant que le dit Anthoyne (sic), en vi bolonins, pour chasque 
chival ni: in dd. gg. — Item livré au port de Franquellin sur le Pou, au 
terrain dau Marquis, en 11 bolonins: 1 d. gg. — Item livré au[V] despens 
faitz en allant d'Yenne quant il fust venu(s) de Venise à Morge par devers 
Monseigneur pour fere son repport de ce qu'il avoit fet es dicz ìeux, et pour 
(sic) le chemin il prist la fìevre et fust malades, et demorast xvm jours entiers, 
enclus ung jour qu'il demourast à Genève quant il s'en retornast de Morge 
pour savoir s'il porroit -changer de nyques que Piezze de Crays avoit leissié 
à Genève, et quant il ne le peust changer, il les fist bailler è Iohan Vieil par 
l'ordonnance de Mons°igneur, compté par jour vin dd. gg. à deux chevaux: 
xii ff. pp. ». 



— 43 - 

Milano il principe di Piemonte (1), di cui è a segnalare anche 
l'oculata ed energica politica ecclesiastica interna secondo i con- 
sigli dell' avvedutissimo genitore (2). Presi gli accordi necessari 
col padre e col cognato (3), il giovine Amedeo mosse appunto 



\\) Conti Capii. Pieni., vot. XV: « L.* magistro Iohanni de Mirecourt in 
subsidium expense fieiide ad se ponendum in statu quando Dominus accedat 
Medyolanum...: x ff. pp. ». 

(2) Ibidem: fine novembre 1427: « Libravit Petro Bianchi prò portando lit- 
teras Consilii a Thaurino Querium, vicario loci, prò facto tangente episcopnm 
Thaurini...»; 4 giugno : « L.'Beraudo Masuerii, secretarlo Domini, misso a Thau- 
rino Pynerolium prò apportando certa ordinamenta alias facta contra ecclesia- 
sticos usurpantes iurisdicionem Domini : viri gg. »; 5 luglio : « L.' de mandato 
Domini lacobo Macagniani, de Pynerolio, procuratori, misso ad partes Tharen- 
tasie ad tenendum imam iornatam prò domino Principe corani domino archie- 
piscopo Tareijtasie contra episcopum Thaurini : xxi ff. ». Fra le altre questioni, 
il vescovo di Torino, ch'era Aimone di Romagnano, rivendicava la giurisdizione 
su Riva presso Chieri (Meyranesio, Pedem. sacrum, in M. h. p., SS., IV, e 
Semeria., St. Ch. metropol. Tor., 206, Torino, 1840). Maggiori notizie si possono 
ricavare à'dXV Arch. arciv. Torino. Ciò non esclude che.-il giovane Amedeo fosse 
religiosissimo : in quegli stessi giorni troviamo suoi doni a chiese e predicatori, 
e quest'importante notizia: « L.' magistro Petro, equitatori, misso per Dominum 
ad archiepiscopum ebredunensem, episcopos Nyeie, Vintimillii, Montisregalis 
et astensem prò facto decime imposite per Papam ad estirpandam radicem 
orridi contagli heresis in regione boemitansii (sic) regnantis ; vi ff ». 

(3) Conti Capit. Pieni., I. e.: 7 luglio 1428: « L»*, de mandato Domini facto 
presenti eius Consilio, domino Manfredo ex marchionibus Saluciaiiim, mare- 
scallo Sabaudie, misso ad dominum nostrum ducem Sabaudie : l ff. ». E cfr. 
sopra, p. 406 n., nonché Conti Castell. Santhià, rot. XVI : « L,* Aymoneto 
de Ruroncio (sic, L: Brocio), olim capitaneo Sancte Agathe, cui ili." 8 princeps 
Pedemoncium, prò accessu ipsius Aymoneti quem nuper fecit in Mediolano 
eum mi equitibus, et expensis per eundem ministratis spacio decem dierum 
quibus ad idem vacavit, voluit et mandavit \dari\ per dictum clavarium {Fi- 
liberto Donna, di San Germano] xv ff. subscriptos » (quitanza 15 agosto 1428). 
e Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXlil, f. 320 r.: « L.* die xm augusti [1428] 
dicto Conrard, equitatori Domini, misso a Morgia ad partes Pedemoncium cum 
litteris Domini clausis directis ili. 1 domino principi Pedemoncium et domino 
Manfredo ex marchionibus Salueiarum, et a partibus Pedemoncium apud Mc- 
diolanum cum aliis litteris Domini clausis directis domino Iohanni Francisco 
Galline, secretano illustris domini ducis Mediolani...: viti ff. pp. ». 



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sul principio di quel mese da Pinerolo : il 4 era a Santhià, il 5 
a Vercelli, la domane in Novara, e l'8 nella capitale lombarda, 
dove si fermò fino al 13 tra fèste e divertimenti (1). Di politica 
è solo notizia ch'egli mandasse di là Pietro Beggiamo per pro- 
curare la liberazione del cardinale di Santa Croce, sorpreso e 
tenuto prigioniero in un tumulto scoppiato a Bologna (2). Ma nel 
rinserrarsi dei vincoli tra Savoia e Milano era precisamente il 
fatto politico di maggior rilievo, e le disposizioni definitive che 
per l'andata della donzella sabauda allo sposo visconteo vennero 
prese appunto nei colloquii tra questo e il primogenito superstite 



(1) Conti Capit. Pieni., Le: «Quarta [die] augusti [1428'] libravit duobus 
hominibus de Albiano qui conduxerunt Dominum ab Ypporrigia Sanctam Aga- 
tham per iter lagiarum (sic) : ni gg. — Quinta augusti, libravit mimis et trom- 
petis Vercellarum...: n duce. auri. — L.' Luyseto de Saluciis et Iohanni Bavoso, 
talenderio Domini, prò expensis suis faciendis accedendo Medyolanum, ad 
ordinandum logiamenta dornus in qua Dominus logiaturus erat : vili gg, — 
Sexta augusti, in Novaria, libravit mimis et trompetis Novarie...: n duce. — Die 
vili augusti, in Medyolano, libravit novem trompetis et duobus mimis domini 
Ducis...: xv duce. auri. — L. 1 v aliis trompetis et duobus mimis domini Ducis : 
v duce. auri. — L.' uni alteri mimo domini Ducis sonanti de museta : i due. 
auri. — In cena libravit mi aliis trompetis capitaneorum domini Ducis, dono...: 
mi duce. auri... — Dominus princeps erat ad expensas domini Ducis... — xi 
augusti, in prandio, in Medyolano, libravit tribus trompetis domini Manuelis, 
militis, cambellani domini Ducis: n duce. auri. — L.' sex trompetis et tribus 

mimis Comunitatis Medyolani...: vi duce, auri — L.* cuidam alpatori (sic), qui 

lusit continue coram domino tempore quo stetit in Medyolano: n duce. auri. 
— L.* uni mimo viole corde, qui luxit coram Domino, dono sibi facto...: i due. 
auri... — xin angusti, in recesso Domini a Medyolano, libravit pallefrenerio do- 
mini ducis Medyolani qui presentavit Domino duos equos parte domini Ducis...: 
v duce. auri. — L.* trompetis domini Ducis qui pecierunt domino Principi 
beneal[Z]atam, licet iam habuissent ut supra...: ini duce. auri. — L.' ponta- 
neriis portus Tissini, dono factum per Dominum : i due. auri. — L.* trompete 
Andreti de Lampugniano, ex gentibus domini ducis Medyolani, dono sibi facto...: 
i due. auri. — xvi augusti: in Ypporrigia... — L. fc Bartholomeo de Chignino, 
quos solvit et libravit mimis Novarie in reditu a Medyolano: i ti. ». 

(2) Ibidem: « L.' domino Retro Beiami, prò accedendo a Medyolano Bononiam, 
ad -tractandum liberacionem domini Cardinalis Legati, ibidem detenti quando 
civitas se rebellaverat contra eum, et inde red(d)eundo donec in Vercellis, de 
mandato Domini facto presente toto suo Consilio: xl duce. auri». 



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di Amedeo Vili stabilivano vieppiù l'intima unione delle due 
Corti, ossia dei due Stati, accomodanti ora ad eliminare amiche- 
volmente qualsiasi occasione di dissenso e di rivalità (1). 

Quando fu terminato di approntare ogni cosa per il viaggio 
della « Duchessina » (2), il principe suo fratello mandò ad in- 
vitare la nobilita subalpina per accrescere l' onore dall' accompa- 
gnamento (3) : ella intanto giungeva, poco dopo la metà di set- 
tembre, a Sant'Ambrogio, allo sbocco di Val di Susa (4), con 

(1) Come, ad es., a proposito della cessione di Mentone e Roccabruna, da 
riaversi in feudo, e di Monaco, contro una somma di denaro, che i Grimaldi 
stavano negoziando in quei giorni stessi col Visconti. Il 26 agosto 1428 Ame- 
deo Vili mandava al governatore di Provenza ed al capitano milanese campeg- 
giante presso Ventimiglia il segretario Bartolomeo Chabod, con istruzioni redatte 
in comune dal cancelliere di Savoia e da Giovan Francesco Gallina. Il Chabod 
riparti da Nizza il 27 settembre, rese conto della sua missione al principe di 
Piemonte e proseguì poi alla volta di Milano, dove rimase fin al 26 novembre 
(Cais di Pierlas, Op. cit., 155). 11 risultamento fu il famoso giuramento di Campo 
Rosso (6 ottobre 1428), completato il 13 novembre dello stesso anno (cfr. l'altro 
libro del medesimo Cais di Pierlas, Documents inédits sur les Grimaldi et 
Monaco et leurs relations avec les ducs de Savoie, 36 seg., Torino, 1885). 

(2) Conti Tes.gen. Sav. 9 voi. LXXIU, ff. 215 V.-216 r.i L. 1 Iohanni de Says- 
sello, consanguineo et scutif^f)ero scutif(f)erie Domini, quos Dominus eidem semel 
graciose donavit prò preparando se et eius uxorem ad associandum illustrerà 
principissam dominam duchissam Mediolani filiam Domini, per litteram Domini 
de mandato.. .datam Morgie, die ultima augusti mccccxxviii: ccc ff. pp. — L.' 
Petro de Menthone, consiliario Domini et baillivo Gebennesii, quos Dominus 
sibi semel graciose donavit tam prò expensis quam prò labore suis per ipsum 
apud Gebennas factis in prosequendo et fieri faciendo actus, vestimenta, orna- 
menta et certas alias res prò illustri domina ducissa Mediolani, filia Domini, 
per litteram Domini. ..datam Morgie, die quinta octobris mccccxxviii: ce ff . pp. ». 
Cfr. Arch. Comun. Ivrea, Ordin., voi. XV, f. 6v.: 25 agosto 1428: ricevuto 
l'ordine di tener pronto per il 20 settembre prossimo l'alloggio per mille cavalli 
« qui associabunt ill. em dominam ducissam Mediolanum ». 

(3) Conti Capii. Pieni., l.c. « L. 1 xiiii septembris Petro de Rippalta, seu- 
tif(f)ero Domini, prò suis expensis faciendis cum duobus equis, accedendo a Thau- 
rino apud Maffey (sic), 0(n)sascum, Lucernam et Villamnovam, ad invitandum 
dominos locorum ad associandum dominam duchissam Medyolani in Medyo- 
lano...: n ff. » . 

(4) Il Costa de Beauregard. Souvenir s, 38, dice che la partenza di Maria dalla 
Savoia era stata fissata per il 19 settembre 1428 : cfr. però Conti Capit. Pieni., 



- 46 - 

largo séguito di cavalieri e di damo (1), ed era poi molto fe- 
steggiata ili Torino (2). Di qui si avviò verso la Lombardia: il 
26 del mese pare fosse a Santhià (3), e in Milano fece il suo 
solenne ingresso il 2 ottobre, accolta con publiche dimostrazioni 

l. e. (fonte non conosciuta dal Costa) : 16 settembre : « L.' Hugonino de Mecoras, 
prò expensis suis accedendo a Thaurino apud Sanctum Ambrosium, ad dominam 
duchissam Medyolmi, cum litteris credencie prò quadain ambassiata sibi parte 
domini Principis facienda...: vili gg. ». 

(1) Il Costa de Beauregard, Op. cit., 33 segg., ricorda anzitutto il fratello 
di lei, Luigi conte del Genevese; poi il maresciallo Manfredo di Saluzzo, Pietro 
Amblard, Giovanni di Compey sire di Gruffy, Amedeo di Challant, Giovanni 
Marechal, Pietro di Grolée, Guglielmo de la Forest, Guglielmo di Ginevra, 
Filiberto di Monthoux, Nicodo di Menthon, Enrico di Colombier, Roberto di 
Montvagnard, Pietro di Grolée e molti altri ciambellani, scudieri e consiglieri 
ducali, e, fra le dame, la marescialla di Saluzzo, Caterina di Compey, Marghe- 
rita de la Chunbre, Rinalda ed Antonietta AUamand, le signore di Gruffy, 
Chautagne, Grecherei, Salleneuve, Cacherano, Solaro. Cfr. anche Conti Tes. 
r/en. Sav., voi. LXXIV, fì'. 164 v- segg.: doni a varie persone, da 12 a 500 
fiorini ciascuna, per i servizi prestati in occasione delle nozze della duchessa 
di Milano; e f. 214 v.: « Egregius vir Amedeus de Crecherello, magister hospicii 
illu. mi ...ducis Sabaudie, per presentes confitetur habuisse...pro usu et expensis 
illustris domini nostri comitis Gebennesii factis eundo a Pineyrolio apud Me- 
diolanum, ibidemque stando et deinde redeundo...: dliv ff. et mi dd. gg. pp. ». 

(2) Conti Capit. Pieni., I. e: « Recepit a lanino Leonis, clerico expensarum 
domini nostri ducis Sabaudie, prò parte expensarum supportatami^ per domi- 
nimi Principem in Thaurino in receptione nuper ibidem per eum facta de illustri 
domina duchissa Mediolani, eius sorore, dum conducebatur ad desponsandum 
cum illustri domino duce Mediolani eius viro: ce ff. pp. — Item xiu xx xvn 
ff. prò expensis factis per ill. em dominimi comitem gebennensem [et] eius eomi- 
tivam in Thaurino die iovis xim, in ceni, et veneris, in crastinum, mccccxxviti, 
per totam die... — Recepita. ..thesaurario Sabaudie prò expensis comitis geben- 
nensis, sibi minìstratis per ill. em dominimi nostrum principem Pedemoncium, in 
cuius expensis. ..dum redibat a Mediolano noviter contribuere debebat dictus 
thesaurarius quamdiu idem dominus Comes citra montes cum domino nostro 
Principe permaneret...». Fin dal 15 settembre Amedeo di Piemonte faceva 
preparar giostre per la venuta della sorella. Inoltre « libravit manibus Amedei de 
Sellens (sic) ficientis officium scutif(f)erie, quatuor hominibus qui ligaveriint 
tappicerias existentes in Pynerolio prò apportando Thaurinum prò adventu 
domine duchisse Medyolani : vm gg. — Item prò vectura unius mule qui con- 
duxit a Pynerolio Thaurinum paramentum ioste Domini: vi gg. ». 

(3) Cibrario, Operette e framm. stor., 178, ma errando Panno (1429 per 1428). 



- 47 - 

di gioia dal consorte (1), il quale - checche si dica — non po- 
teva non compiacersi di quella giovinetta diciassettenne bella e 
gentile (2), che non gli portava forse in realtà la dote pattuita 
di 100 mila ducati (3), ma gli assicurava le spalle coli' alleanza 
del padre, ponendolo in grado di lottare per altri vent'anni 
contro Venezia e Firenze senza più perder nulla, laddove, con 
Savoia ostile o dubbia, aveva perduto in due campagne le opu- 
lenti città di Brescia e di Bergamo e larga estensione di terri- 
torio (4). 

Da questo momento comincia infatti veramente un nuovo 
periodo nella storia delle relazioni tra Amedeo Vili e Filippo 
Maria Visconti. La politica accorta, doppia e non molto leale del 
primo aveva finito per trionfare delle arti non meno subdole, ma 
meno fortunate, del secondo. L'interesse, che li aveva fin qui 
disgiunti, ora li riavvicina e li unisce: pagherà le spese chi non 
ha saputo, senza maggior fede, aver almeno uguale accortezza. 
L'alleanza fra Savoia e Milano volgerà quindi a tutto danno del 
Monferrato, preso come in una morsa da ambe le parti. Ma di 
questo devo rimandare il discorso ad altro lavoro (5). 

(/ Documenti al prossimo fascicolo). 

Ferdinando Gabotto. 

(1) Doc. in Morbio, VI, 229, e in Osio, II, 394, doc. 264. 

(2) Cfr. del resto Giulini, VI, 306, da Andrea Biglia, 109 seg. 

(3) Battistella, 175, e Scarabelli, 215. Cfr. però Conti Capit. Pieni., I. e: 
« L.' Retro Ravorie, clerico Francisci Guigonardi, prò portando Papiam Henrico 
de Columberio et Amedeo de Crecherello copiam instrumenti dotis ill. is domine 
duchisse Medyolani, quia indigebant, ut mandaverant, et alia de causa acce- 
debat dictus lator Medyolanum : n ff. pp. (fra 12 e 16 ottobre 1428) ». 

(4) Conti Capit. Pieni., I. e: « L.* [12 ottobre'] Amedeo de Selliens, prò 
expensis suis accedendo a Thaurino Carnianum, ad dominam Principissam, 
eidem expositurus parte domini Principis nova que habebat de receptione 
domine Duchisse sororis sue per dominimi ducem Medyolani eius virum : 
xn gg. ». 

(5) Vedi per ora le mie publicazioni documentarie Un libro di « conti » 
della occupazione sabauda nel Monferrato (1432-1434), nel mio Bollett. stor.- 
biblìogr. subalp., Vili, 93-116; La politica di Amedeo Vili in Italia dal 1428 
al 1435, ibidem, XII, 141-220, e Spedizione sabauda in Lombardia e relazioni 
segrete fra Amedeo Vili e il Carmagnola (1431-1432), ibidem, XII, 229-235. 
Altra raccolta uscirà prossimamente. 



1 POLITICA INGLESE ILLA 




CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLA LOMBARDIA 



L'atteggiamento assunto dall'Inghilterra di fronte all'Italia 
durante il periodo del nostro risorgimento — quando la causa 
della nazionalità italiana nel conflitto coli' Austria era diventata 
una causa vitale e di interesse europeo per 1' affermazione di 
principi assai diversi da quelli sanciti nel 1815 dalla Santa Al- 
leanza — merita di essere profondamente studiato dai cultori 
della Storia patria, come una di quelle vicende esteriori che, in 
complesso, favorirono l'aspirazione costante dei popoli verso il 
riconoscimento delle singole nazionalità. Man mano che gli av- 
venimenti d'Italia — incalzatisi quasi in forza di una fatalità 
storica attraverso le lotte e i tumulti — andavano ripercuoten- 
dosi nella politica europea, noi vediamo delinearsi al di là della 
Manica una corrente sempre più ostile all'Austria, tanto che 
sarebbe ingiusto il non riconoscere la valida cooperazione recata 
alla causa nostra dall'appoggio morale e dalla simpatia di un 
popolo, come quello inglese, amato per le sue libere istituzioni, 
rispettato e temuto per la sua forza economica e militare. 

Interessante sarebbe quindi per noi il vedere come si siano 
venuti formando questi sentimenti, se direttamente dalla coscienza 
popolare o per influenza della classe aristocratica e dominante; 
se la condotta dell' Inghilterra in questo periodo sia stata l'espres- 
sione di una volontà nazionale, o non piuttosto il frutto di una 
politica di gabinetto inspirata a particolari interessi, oppure do- 



— 49 — 

Vuta al prevalore dell'autorità sovrana nel campo dei rapporti 
internazionali. 

Un'indagine di questo genere mi viene suggerita dalla re- 
cente pubblicazione dei Carteggio privato della Regina Vittoria 
dal 1837 al 1861 (1), che io ebbi campo di esaminare nella tradu- 
zione francese di Jacques Bardoux (Paris - Hachette et C. 3 voi. 
1907), specialmente per la parte riguardante la Lombardia che, 
per le questioni eli principio ad essa inerenti, rappresenta un 
punto di capitale importanza nella storia del nostro risorgimento, 
e più ampiamente trattato nelle lettere di quella Sovrana. 

Di tutte le fasi della politica inglese noi non potremo renderci 
pienamente ragione seguendo il piano di quest'opera destinata 
piuttosto ai sudditi britannici che non agli studiosi di storia po- 
litica, ed avente per iscopo di pubblicare solo quei documenti 
che servano a mettere in rilievo l' evoluzione e il carattere delle 
idee della Regina, e a darci degli esempi tipici del suo modo 
di trattare le questioni politiche e sociali (2); rimane però sempre 
notevole il contrasto continuo, che emerge dalla lettura di 
quell'opera, tra la Regina e i suoi ministri come lord Palmcr- 
ston e lord John Russell, per illuminarci sopra il vario e sem- 
pre vivo interesse con cui nel Gabinetto inglese si seguivano 
le vicende d'Italia. 

In complesso — possiamo dirlo subito — la Regina Vittoria 
si mostra ostile alla causa della nazionalità italiana, né di una 
simile condotta noi possiamo menomamente stupirci ove ne ri- 
cerchiamo le radici nel carattere, nei sentimenti e nell' educa- 
zione di questa donna che, per molti rispetti, è certamente una 
delle figure più belle e più interessanti del suo tempo. Profon- 
damente compresa della sua missione e della sua responsabilità, 
essa viene man mano temprando la pazienza, la sagacità e l'equi- 
librio dello spirito alla scuola dell' esperienza, senza mai perdere 
la dolcezza e la bontà a cui l'animo suo era naturalmente incli- 
nato. Fino al 1861 la sua vita è senza grandi dolori; nel tem- 

(1) The letters of Queen Victoria, a selection frorn Her Majesty's corre- 
spondence between the years 1837 and 1861 — London - John Murray - 1907. 

(2) Vedi la Prefazione ai v. I. 



- 50 - 

peramento attivo e vigoroso, nell'intelligenza, nella vita coniu- 
gale, nei figli essa è felice e vede al tempo stesso un grande 
regno avviarsi alla libertà, alla potenza, alla grandezza, fiera che 
il decoro della sua vita famigliare e della sua coscienza religiosa 
abbiano restituito alla Corona — dopo il 1837 — insieme al- 
l'amore dei sudditi, il prestigio e la forza. In grado eminente 
ella possiede l'equilibrio del giudizio morale e la solidità del 
senso pratico, quel buon senso che ha sempre salvato la mo- 
narchia, malgrado la turbolenza degli avvenimenti politici, attra- 
verso la rivoluzione industriale e l'accrescersi della potenza de- 
mocratica (1). Vittima, sopratutto, della sua educazione, la Regina 
non sente curiosità per gii spiriti di alta coltura, né simpatia 
per le intelligenze d'une brillante souplesse (2); per questo ella 
preferisce Luigi Napoleone a Luigi Filippo, perchè — allonta- 
nandosi dalla loquace vivacità dei Francesi - rassomiglia assai 
più da vicino a un tedesco (3). 

Essa ubbidisce all' impulso del sentimento morale che non 
discute, e delle tradizioni religiose che non codifica, mentre — 
rifuggendo dalle idee e dalle teorie astratte — non cade mai nel 
misticismo né nelle intransigenze dogmatiche. 

Interessante è il vedere questa Regina, che ha tutte le deli- 
catezze di un'anima femminile, occuparsi con uno zelo scrupo- 
loso, con una attività sagace e competente, di tutte le quistioni 
parlamentari, politiche, militari ed economiche, leggere giornal- 
mente tutti i dispacci, ed assumere un tono imperioso - per 
quanto corretto — quando si tratti di difendere i diritti della 
Corona, o di esercitare la propria influenza negli affari della 
politica straniera. L'entusiasmo per il valore dei suoi soldati, 

— l'ammirazione per lord Wellington ne è la prova migliore 

— la preoccupazione costante della forza militare dell'Inghilterra 
e della sua posizione di fronte alle altre nazioni europee (spe- 
cialmente durante la guerra di Crimea) si collegano direttamente 



(1) Vedi la Prefazione al voi. I. 

(2) v. I p. 384-85. 

(3) voi, III p. 190-96. 



- Bt - 

colla concezione religiosa della monarchia, alla quale la Regina 
rimase sempre attaccata, pure conciliandola con un alto spirito 
di liberalismo. Perciò noi la vediamo difendere tenacemente — 
contro lord Palmerston, John Russell e Gladstone — i diritti 
dei piccoli signori italiani sbattuti dalla tempesta che portava i 
loro popoli verso l'unità nazionale, perchè nella monarchia — 
oltre ai ricordi passati e ai simboli costituzionali — ella ricono- 
sceva la sanzione divina di un diritto inoppugnabile (1). 

A determinare questo indirizzo nelle idee e nella condotta 
della Regina Vittoria contribuirono efficacemente — oltre all'edu- 
cazione ricevuta — i consigli del Principe Alberto di Coburgo 
— che ella sposò nel 1840 e che le fu crudelmente strappato 
dalla morte nel 1861 — più favorevole all'unificazione della 
Germania e all' estensione della Prussia, che non alla causa del- 
l' unità italiana (2). Inoltre dalla sua corrispondenza privata ap- 
parisce chiaramente come ella venisse in gran parte modellan- 
dosi sopra le idee e i sentimenti dello zio Leopoldo — Re del 
Belgio dal 1831 — che in ogni circostanza le fu consigliere fi- 
dato e padre affettuoso. Quantunque di spiriti liberali e rispettoso 
dei diritti costituzionali del proprio paese, Leopoldo si mostra 
intransigente riguardo alla sovranità delle piccole e delle grandi 
monarchie, nemico, non già delle riforme (3), ma di ogni tenta- 
tivo di ribellione popolare che portasse con sé la minaccia di 
uno sconvolgimento noli' ordine sociale. Basteranno a convincerci 
alcuni passi tratti dalla corrispondenza stessa. 

Nel febbraio del 1849 lo zio Leopoldo scrive alla nipote in- 
torno alla probabilità di una guerra in Italia contro l'Au- 
stria (4). « I Francesi non possono pensarvi prima del giugno 
o del luglio, e gli Italiani non possono fare la guerra da soli 
senza pericolo di essere bastonati. Le persone meglio informate 
lo sanno bene. Nell'interesse di tutto il mondo il Papa dovrebbe 



(1) v. 1. Prefazione. 

(2) v. (I p. 268. 

(3) v. Ili p. 604. 

(4) v. 11 p. 315. 



- 52 — 

èssere restaurato sul trono, e la sua politica ultra liberale gli 
dà il diritto di essere sostenuto da tutti i Governi e da tutti i 
ben pensanti ». 

Nel marzo del 1850 — a proposito della rivoluzione del 1848 
che aveva detronizzato Luigi Filippo suo genero — si scaglia 
contro il disordine sociale e le deplorevoli condizioni della Re- 
pubblica francese, che egli chiama, « una formula vuota di 
realtà (1) ». 

Nel 1853 scrive che « I nobili italiani si sono mostrati dei 
grandi pazzi, operando come hanno fatto ed aprendo così la 
strada alla rivoluzione sociale ». 

Nel 1860 egli chiama vergognoso il colpo dei filibustieri — 
guidati da Garibaldi — sopra Napoli, e prende le difese di Re 
Francesco. « .... Il colonnello Walter (2) — egli scrive — è 
stato fucilato, e Garibaldi, che esce dalla medesima scuola, viene 
ora divinizzato (3) ». 

# 

* # 

Nelle relazioni cogli altri Stati la Regina Vittoria ubbidisce 
a una concezione tutt' affatto particolare della moralità interna- 
zionale. 11 suo spirito — troppo militare — non poteva subire 
l'azione di una filosofìa umanitaria o di una dottrina giuridica; 
d'altra parte la sua coscienza morale, il culto del dovere e l'amore 
alla franchezza le impedivano di ammettere certe furberie della 
diplomazia come sfide portate all'opinione pubblica. « Il principio 
di ogni nostra azione privata o pubblica deve essere : Was du 
nicht willst, dass dir geschieht, das thun auch einem andern 
nicht (4) ». L'opinione pubblica è il potere regolatore della po- 
litica interna « .... così è anche della massima importanza per 
il nostro paese il possedere la confidenza dell'Europa (5)». 

(1) v. 11 p. 352. 

(2) Presidente durante una rivoluzione nel Nicaragua. 

(3) v. IH p. 644. 

(4) v. 11 p. 296. 

(5) v. 11 p. 193. 



— 53 — 

Confidenza che nel campo diplomatico è solo conciliabile colla 
lealtà (1). 

Perciò nel 1847 — quando reiezione di Pio IX, in fama di 
liberale, decise lord John Russell, primo ministro, a mandare il 
suocero lord Minto in missione speciale presso il nuovo Pontefice 
per incoraggiarlo a proseguire nella via delle riforme — la Re- 
gina approva questa missione, avendo riguardo anche alle qua- 
lità particolari di lord Minto, — « .... a condizione però che il 
suo scopo venga prima annunciato alle Corti di Vienna e di 
Parigi, e che questi due Governi siano completamente messi al 
corrente dell' atteggiamento dell' Inghilterra di fronte al conflitto 
italiano (2) ». 

Nel 184S, mentre la rivoluzione agitava gli Stati italiani, il 
Governo austriaco, deciso a mantenere la sua autorità in Lom- 
bardia, manda il barone Hummelauer per negoziare con lord 
Palmerston. A questo proposito la Regina scrive al suo mini- 
stro (3). « Il terreno proposto per gli accordi è affatto inammissi- 
bile, e la Regina è stata colpita dalla leggerezza con cui sono 
stati esposti i reclami dei duchi di Parma e di Modena, come 
se il loro caso fosse definitivamente regolato dai fatti; la loro 
situazione e quella dell'Austria sono — sotto ogni riguardo — 
identiche.... La posizione che l'Austria vuol prendere in Italia 
in virtù dei suoi possessi nella Penisola, dovrebbe essere pre- 
cisata, e una dichiarazione dovrebbe essere redatta per la quale 
l'Austria colle sue dipendenze aderirebbe a qualsiasi lega che 
gli altri Stati d'Italia volessero firmare. Ciò sarebbe utile all'Italia 
e faciliterebbe assai l'accettazione della proposta austriaca, poi- 
ché la Regina è convinta che quando la guerra sarà terminata, 
la questione dell'organizzazione politica dell'unità italiana dovrà 
essere regolata. — La Regina, poi, non può affatto comprendere 
perchè sia necessario che il Re di Sardegna abbia ad annettere 
un nuovo territorio al suo.... Essa pensa che sia meglio agire 



(1) v. Prefazione v. 1. 

(2) v. 11 p. 186. 

(3) v. 11 p. 256-57. 



— 54 — 

subito, senza attendere le proposte italiane che saranno certa- 
mente di una stravaganza ridicola ». 

Da questo passo, abbastanza caratteristico, traspare come la 
forza del sentimento di nazionalità sia ancora ben lontana dallo 
spirito della Regina; all'affermazione teorica di un principio 
astratto essa preferisce la difesa dei trattati del 1815, poiché 
sembra considerare l' azione del Piemonte come inspirata piutto- 
sto a una politica personale del suo Sovrano. 

Nel giugno 1848 ella sente «l'importanza di tentare una 
mediazione e di mettere fine alla guerra (1) », che allora ardeva 
in Lombardia tra gli Austriaci di Radetzky e i Piemontesi co- 
mandati dal Re di Sardegna. 

Dopo le Cinque giornate di Milano e i successi delle armi 
piemontesi — col concorso della Toscana, di Napoli e di Roma 

— a Peschiera e a Goito, le simpatie di lord Palmerston erano 
per il partito anti-austriaco, ma la Eegina disapprova aperta- 
mente questa politica (2). « Noi sosteniamo una causa ingiusta 

— essa scrive a Palmerston — col solo scopo di ottenere del- 
l' influenza in Italia... Questa politica ha già avuto dei cattivi 
risultati in Spagna, in Portogallo, in Grecia... Diciamo sempli- 
cemente a Carlo Alberto che, ove egli non abbia intenzione di 
appropriarsi tutti i possessi austriaci in Italia, noi non opporremo 
nessun ostacolo ai suoi progetti moderati ». Se il trattato del 
1815 sta ad impedire che ogni Stato non compreso allora nel- 
la Confederazione germanica possa farne parte ora senza il 
consenso del proprio Sovrano (3), esso — secondo la Regina ---• 
deve impedire anche l'incorporazione della Lombardia al Pie- 
monte, senza il consenso degli Austriaci che ne sono i legittimi 
padroni. In un'altra lettera a Palmerston (5 luglio 1848) essa 
scrive « ... La missione di lord Minto è già sembrata ostile al- 
l'Austria. Il pericolo di un intervento francese nell'Alta Italia 
aumenta a misura che noi ritardiamo una soluzione, ed è egual- 



(1) v. II p. 262. 

(2) v. II p. 268. 

(3) Specialmente per la questione dello Schleswìg. 



— 55 - 

mente grande sia che gli Austriaci si mantengano nel territorio 
di Venezia, sia che Carlo Alberto lo aggiunga al reame che egli 
si propone di fondare nel Nord dell'Italia; inoltre i Francesi 
sembrano veramente desiderosi di intervenire anche nella que- 
stione di Napoli (1) ». 

Nel luglio 1848 M. de Tallenay — mandato a Londra da 
Lamartine — in un colloquio con Palmerston, aveva domandato 
che l'Inghilterra e la Francia cooperassero nel Nord dell'Italia 
affinchè le forze austriache fossero ritirate o ridotte, 1' unione 
della Lombardia al Piemonte accettata come fatto compiuto, e la 
Venezia eretta in Repubblica separata. Ma la Regina, in una 
lettera a Palmerston (2), si rifiuta energicamente di entrare in 
accordo colla Francia nella questione transalpina, perchè il Go- 
verno francese non è ancora legalmente costituito, ed è nell'in- 
teresse dell' Europa il tenere la Francia al di fuori della que- 
stione italiana, poiché essa tenterebbe di fondare una Repubblica 
a Venezia, togliendone il territorio all'Austria ed alla Sardegna. 
E in una lettera a lord Iohn Russell essa ripete che (3) «...un'en- 
terite cordiale colla Repubblica francese in vista di scacciare 
gli Austriaci dai loro possessi d' Italia sarebbe un' onta per 
l'Inghilterra. Quale sarebbe la situazione dell'Inghilterra in 
faccia al mondo se, nel momento stesso in cui essa lotta 
in Irlanda per mantenere la sua supremazia e il suo vanto 
di essere fedele ai trattati, dopo aver rifiutato di intervenire in 
Italia e di dare alla Sardegna un solo consiglio ostile all'Austria, 
e declinata la mediazione domandata dall'Austria perchè i ter- 
mini non erano abbastanza vantaggiosi per la Sardegna, essa 
ora si alleasse colla nazione nemica dichiarata dell'Austria, allo 
scopo di intervenire contro questa Potenza che ha quasi ricon- 
quistato la sua vecchia situazione nella Venezia ? L' idea di fon- 
dare uno Stato Veneto sotto la garanzia della Francia è assurda. 
Lord Palmerston crede che l'Austria accetterà il piano francese, 



(1). v. il p. 269. 

(2) v. il p. 275. 

(3) v. Il p. 276. 



- 56 - 

ma ciò contraddice colle notizie di Verona, di Innsbruck e di 
Vienna, e tuttavia Palmerston dà ad intendere che il Re di Sar- 
degna potrebbe ancora sperare delle condizioni migliori. La Re- 
pubblica francese non sembra desiderare la guerra, né essere ca- 
pace di sostenerla, ed il paese vi si mostra assolutamente con- 
trario. Vi sono due soluzioni estreme che la Francia non può 
accettare senza opposizione : la restituzione della Lombardia al- 
l' Austria, e l'unione di tutti i principati dell'Italia del Nord in 
un solo potente Stato governato da Carlo Alberto. Con questa 
esplicita dichiarazione della Francia, la soluzione migliore è di 
comunicarla a Carlo Alberto, nell'interesse dell' Europa, di invi- 
tarlo a dichiararsi soddisfatto delle sue conquiste e di conchiu- 
dere la pace coll'Austria lasciandole tutto quello che non può 
prenderle; cosi si eviterebbe di fare appello alla Francia ». Come 
si vede, il contrasto tra la Regina e lord Palmerston comincia a 
delinearsi, anzi in una lettera a lord Russell — dell'agosto 1848 

— la Regina riprova anche la condotta di lord Normanby (amba- 
sciatore inglese a Parigi) conforme alla politica di Palmerston 

- - che favoriva il Reame di Carlo Alberto nell'Italia del Nord — 
incompatibile colla Francia e ostile all'Austria (1). « Sarebbe una 
calamità per i secoli futuri se nelle leggi internazionali si am- 
mettesse il principio che un popolo in ogni tempo può - col 
suffragio universale — ritirare i diritti di sovranità al Capo di 
uno Stato, per accordarli a quello di un altro, in un momento di 
eccitazione ». 

Nel settembre 1848, quando gli accordi tra l'Austria e la Sar- 
degna erano quasi regolati, la Regina si oppone recisamente a 
una dimostrazione nell'Adriatico da parte della squadra franco- 
inglese, e protestando con Russell contro il progetto di Palmerston 
di servirsi dell' enterite cordiale per strappare le provincie ita- 
liane all'Austria coll'aiuto della Francia, così scrive (2): « Sarebbe 
un patto iniquo. È una questione differente il sapere se sia buona 
o cattiva politica per l'Austria il tentar di conservare la Lom- 

(1) v. Il p. 283. 

(2) v. Il p. 287. 



- 57 - 

bardia, ma tocca a lei e non a noi il decidere. Molti possono 
anche pensare che noi saremmo più tranquilli senza l'Irlanda e 
il Canada ». 

I rapporti tra la Regina e lord Palmerston ci si mostrano 
assai tesi in una lettera della Regina a John Russell — del 7 ot- 
tobre 1848 (1). — « La parzialità di lord Palmerston nella que- 
stione italiana passa realmente tutto ciò che si può concepire, e 
mi rende assai inquieta per il buon nome e l'onore dell'Inghil- 
terra, come per la pace dell'Europa... Il principio che lord Pal- 
merston sostiene è la nazionalità italiana e la sua liberazione 
dal giogo e dalla tirannide straniera. Ma come si può allora 
assicurare all'Austria la Venezia? E se le si abbandona questo 
territorio, qual motivo e' è per estorcerle la Lombardia ? Per 
questioni di tale importanza non si dovrebbe agire senza alcun 
principio, non ascoltando che le proprie passioni... Quando il 
Governo austriaco afferma che non può cedere la Lombardia 
per i sentimenti dei suoi soldati che 1' hanno riconquistata a 
prezzo del loro sangue e di durissime sofferenze, lord Palmerston 
risponde imperiosamente al Governo austriaco che — se è così, 
l'Imperatore farà meglio ad abdicare e a cedere l'impero al 
generale Radetzky. — Quando Carlo Alberto brucia tutti i sob- 
borghi di Milano per dare l'illusione che egli vuol difendere la 
città, Palmerston non dice niente. Quando il Governo austriaco 
proibisce di affiggere dei manifesti rivoluzionari sulle mura e 
prolunga il periodo durante il quale le armi devono essere con- 
segnate, sotto pena — in caso di occultamento — di essere 
giudicati da una corte marziale, Palmerston scrive a Vienna : 
« Questo selvaggio proclama, che ricorda assai più le barbare 
usanze dei secoli lontani che lo spirito dei tempi presenti, col- 
pirà tutto il mondo come un segno della paura che prova il 
Comandante austriaco ». — Dopo aver biasimato la condotta di 
Palmerston anche riguardo alla Venezia, dove i Francesi intriga- 
vano per impedire che in virtù dell' armistizio fosse resa all'Au- 
stria, la Regina termina così: « L'attuale questione non sarà 

(1; v. II p. 292. 



- 58 — 

regolata da una conferenza di Potenze europee, ma solo dal Go- 
verno francese e da lord Palmcrston, poiché lord Normanby non 
è che un istrumento garante di ciò che si chiama V indipendenza 
italiana. Ma se l'Austria fa la pace colla Sardegna e dà alle sue 
Provincie italiane delle istituzioni nazionali con un governo co- 
stituzionale e liberale, chi può imporle un'altra soluzione? ». 
Sopra questo argomento essa insiste anche in una lettera allo 
zio Leopoldo (1). « Quale triste figura noi facciamo in questa 
mediazione! Veramente è immorale costringere l'Austria ad ab- 
bandonare i suoi legittimi possessi, quando noi stessi teniamo 
in nostro potere V Irlanda che freme sotto la nostra stretta ed 
è sempre disposta a scuotere il giogo. Che diremmo noi se il 
Canada e Malta cominciassero a crearci delle noie ! » — Ecco 
il principio morale che viene in campo nella politica interna- 
zionale inspirata — ora — non più tanto ai rispetto dei trattati 
del 1815, quando alla chiara previsione degli interessi e dei pe- 
ricoli del proprio paese. 

Alla Regina Vittoria la soluzione migliore sembrava quella di 
costituire la Lombardia in Regno autonomo governato da un Ar- 
ciduca austriaco, rifiutando di acconsentire all'intervento armato 
anche della Francia — nella questione assai delicata della 
Sicilia (-2). 

Il 4 dicembre 1848 il Pontefice Pio IX, dopo la fuga a Gaeta, 
scrive alla Regina Vittoria informandola della violenza patita nel 
Quirinale il 16 novembre, in seguito a una abbonirne v ole cospi- 
razione di uomini criminali e violenti, e confidando nell'in- 
tervento dell' Inghilterra per il ritorno della pace nelle cose pub- 
bliche (3). La Regina risponde al Papa — 1' 8 gennaio 1849 — 
una lettera inspirata a una prudente indeterminatezza, espri- 
mendo il suo rammarico per i disordini succeduti, ed augurando 
il ritorno della pace tra il Capo della Chiesa e il popolo romano. 
« Io prego V. S. di credere che sarebbe per me un piacere di 

(1) v. 11 p. 296. 

(2) v. 11 p. 299. 

(3) v. 11 p. 304. 



- 59 — 

poter contribuire — in qualunque modo — a un risultato così 
desiderabile, e io sono felice di prendere questa occasione per 
assicurarvi della mia sincera amicizia (1) ». 

Pio IX aveva allora già abbandonato la causa italiana, e della 
sua palese ostilità verso il movimento rivoluzionario abbiamo due 
importanti documenti, che presentano un singolare interesse. 
Odo Russell, segretario della Legazione inglese a Firenze, resi- 
dente a Roma, il 14 gennaio 1859 scrive a M. Corbett (2), dan- 
dogli notizia di una udienza privata avuta dal Papa in Va- 
ticano. « Esistono (sono riportate le parole stesse di Pio IX) 
intorno a questo paese tante impressioni errate che io spero 
che voi (Russell) non le giudicherete con troppa precipitazione. 
Ci si domandano delle riforme che consisterebbero nel dare 
a questo paese un governo laico) allora esso cesserebbe di esi- 
stere. Lo si dice Stato della Chiesa e tale esso deve restare. 
Deboli come noi siamo non sapremmo resistere a una pres- 
sione straniera, e questo paese deve essere amministrato da 
uomini della Chiesa. Da parte mia adempirò al mio dovere 
seguendo la mia coscienza, e i Governi, anche se i fatti si ri- 
volgessero contro di me, non mi faranno cedere. Io andrò alle 
Catacombe coi fedeli, come facevano i cristiani dei primi secoli, e 
noi attenderemo là la volontà dell'Essere supremo, poiché io 
non temo alcuna potenza sulla terra; io non temo che Dio... 
Non sapete voi che una grande agitazione regna in tutta Ita- 
lia? La situazione della Lombardia è deplorevole; dei cattivi spi- 
riti si agitano anche nei miei Stati, e l' ultimo discorso del Re di 
Sardegna è ben fatto per infiammare il cervello di tutti i rivoluzio- 
nari d'Italia ». Parla poi dell'amnistia accordata dal Re di Napoli 
ai prigionieri politici, fra cui il Settembrini e il Poerio, esigliati 
a vita negli Stati Uniti, approvando la resistenza da lui opposta 
alle pressioni straniere , poi conclude : u Fortuna che lord 
Palmerston non è al potere! Egli amava troppo intervenire negli 

(1) v. Il P . 311. 

(2) v. Ili p. 487. 



- 60 — 

affari esteri, e la crisi attuale a lui sarebbe convenuta assai ». 

In un'altra lettera del 17 luglio 1859 — pure di Odo Russell 
a John Russell — assistiamo a un altro colloquio col Papa, 
assai più dettagliato e interessante. Dopo aver riprovato la con- 
dotta di lord Minto, le cui dottrine erano fatte per condurre 
l'Italia alla rovina, il Papa esclama (1) « Che avverrà di noi 
con vostro zio (John Russell) e lord Palmerston alla testa degli 
affari in Inghilterra? Essi hanno sempre avuto simpatia cogli 
spiriti turbolenti d'Italia, e il loro arrivo al potere accrescerà 
enormemente le speranze del partito piemontese. In verità io so 
bene ciò che il Governo inglese desidera: vedere il Papa pri- 
vato del suo potere temporale ». Alle rimostranze di Russell il 
Papa risponde « Io non dubito delle buone intenzioni dell' In- 
ghilterra, ma disgraziatamente voi non comprendete questo 
paese, e vi figurate, poiché le libertà e le istituzioni costituzio- 
nali convengono a voi, che esse debbano convenire a tutto il 
mondo. Gli Italiani sono una razza insaziabile, indiscreta, turbolen- 
ta e intrigante; essi non potranno mai imparare a governarsi da 
se stessi. Vedete semplicemente come seguono la Sardegna in 
tutto ciò che essa loro dice di fare, solo perchè amano l' intrigo 
e la rivoluzione, mentre in realtà non sanno ciò che vogliono. 
Un popolo di teste calde come quello degli Italiani ha bisogno 
di un Governo forte e giusto per essere guidato, e l'Italia 
avrebbe potuto continuare ad essere tranquilla e soddisfatta, se 
l'ambizione della Sardegna non avesse condotto all'agitazione 
tutto il paese . . . Palmerston, Russell, Gladstone, Granville non 
conoscono affatto l'Italia...». 

A questo punto Russell lo interrompe « Ma cosa deve pen- 
sare P Inghilterra quando vede il potere temporale di V. S. 
imposto a tre milioni d' uomini dalla presenza costante delle 
baionette francesi ed austriache? Quando — dopo dieci anni di 
occupazione — gli Austriaci si ritirano, tutto il paese insorge, 
ed è riconosciuto in generale che se i Francesi abbandonassero 

fi) v. IH, p. 558 e seg. 



- éi'- 

Roma, la rivoluzione obbligherebbe V. S. a cercare uri rifugio 
in qualche paese straniero. D' altra parte quando le truppe di 
V. S. sono adoperate, come a Perugia, il Governo è troppo 
debole per sorvegliarle ; esse predano e assassinano, e invece 
di fare delle inchieste sulla loro condotta, si ricompensano pub- 
blicamente gli eccessi ». Il Papa sorrise, fiutò una presa di 
tabacco, e rispose con buon umore « Benché io non sia profeta 
vi è una cosa che so. Questa guerra sarà seguita da un Con- 
gresso europeo, il che per noi è peggio della guerra. Vi saranno 
dei cambiamenti in Italia, ma fate attenzione alle mie parole, 
il Papa sarà sempre il Papa, che egli abiti il Vaticano o viva 
nascosto nelle Catacombe. E da ultimo voglio darvi un consiglio. 
Preparatevi e vegliate in Inghilterra, poiché io son certo che 
presto o tardi l'Imperatore dei Francesi ha intenzione di attac- 
carvi . . . Siate nostro amico nell'ora del bisogno ». 



Nel gennaio 1849 Palmerston, senza consultare il Gabinetto, 
aveva autorizzato l'invio di uno stock d'armi agli insorti di 
Sicilia, per cui il Governo inglese fu obbligato a presentare le 
sue scuse al Governo napoletano « Io mi sento assai umiliata 
— scrive la Regina a Russell — di dover fare delle scuse al 
Governo di Napoli, che occupa un posto così basso nella pub- 
blica stima (1; ». 

Il 30 marzo 1849 Vittorio Emanuele annuncia alla Regina 
Vittoria il suo avvenimento al trono ed esprime i sensi della 
più viva riconoscenza per le benevoli disposizioni (grazie a lord 
Palmerston) dimostrate dal Governo inglese per la Casa di 
Savoia. Nel dicembre 1855, accompagnato dal Conte di Cavour, 
si recò in Inghilterra dove fu assai cordialmente ricevuto dal 
popolo riconoscente per l'aiuto prestato dai Piemontesi alla 
Cernaia, durante la guerra di Crimea. « Egli è cine ganz beson- 

(1) v. 11, p. 313. 



- 62 - 

aere, abenteuerliche Erscheinung — scrive la Regina allo zìo 
Leopoldo — , i suoi modi, i suoi atti sorprendono straordinaria- 
mente quando lo si vede per la prima volta, ma bisogna amarlo 
quando lo si conosce bene. Egli è assai franco, aperto, giusto, 
leale, liberale, tollerante e pieno di buon senso. Non manca 
mai alla sua parola, e si può contare su di lui ; ma è bizzarro 
e stravagante, ama correre le avventure e i pericoli, ed esagera 
quel modo di parlare strano, breve e rude che era quello del 
suo povero fratello. In società è un selvaggio e non essendo 
mai uscito dal suo paese, non sa cosa dire alle numerose per- 
sone che gli si presentano. Egli ha un sincero attaccamento 
per la famiglia degli Orléans. Oggi sarà investito dell' ordine 
della Jarretière (1). Egli rassomiglia assai più a un cavaliere 
o a un Re del Medio Evo, che non a una figura dei nostri 
tempi (2) r. 

Nell'ottobre del 1850 il generale Haynau che durante la 
guerra di Ungheria e d'Italia si era acquistata una ben trista 
fama, venne fatto segno a un attacco violento da parte della 
folla inglese. Palmerston dovette mandare al Governo austriaco 
una lettera ufficiale di scusa che, spedita senza attendere l'ap- 
provazione della Regina, conteneva un paragrafo offensivo per 
l'Austria. 

Alle rimostranze della Regina, il ministro risponde che l' In- 
ghilterra aveva sempre trattato con rispetto anche i suoi più 
grandi nemici : Napoleone, Soult, Guizot, Metternich «... Ma il 
generale Haynau è considerato come un gran delinquente morale 
con questa sola differenza, che i delitti suoi furono commessi 
sopra vasta scala e sopra un gran numero di vittime. Ma il 
visconte Palmerston può assicurare Vostra Maestà che questi 
sentimenti dettati da un'indignazione giusta non si sono limitati 
all' Inghilterra, poiché il trattamento vigliacco e crudele che il 
generale Haynau fece subire ai disgraziati abitanti di Brescia e 
di altre città e distretti d'Italia, e i suoi feroci proclami al popolo 

(1) L'ultima investitura durante il regno della R. Vittoria. « 

(2) v. Ili, p. 244. 



- 63 - 

di Pesth e i suoi atti di barbarie in Ungheria eccitarono quasi 
altrettanto disgusto in Austria che in Inghilterra; il soprannome 
di generale Jena gli venne ciato a Vienna molto prima che a 
Londra (1) ». 

La risposta della Regina su questo argomento è assai debole; 
in fondo essa condivide i sentimenti di Palmerston, ma la trat- 
tiene il timore di danneggiare gli interessi del proprio paese 
mettendolo troppo in urto coli' Austria. — In una lettera allo zio 
Leopoldo — nel settembre 1851, essa esprime più sinceramente 
i suoi sensi liberali : 

« Senza dubbio alla nostra epoca la situazione dei principi è 
divenuta difficile, ma lo sarebbe molto meno se essi si condu- 
cessero con onore e lealtà, accordando gradatamente al popolo 
tutti i previlegi che possono soddisfare le persone ragionevoli 
e bene intenzionate. In luogo di questo si prende come ban- 
diera e programma la reazione, il ritorno alla tirannia di prima, 
e si arriva a proibire i giornali e i libri come ai bei giorni di 
Mettermeli! (2) ». 

Neil' ottobre 1851, quando Kossuth, il campione della libertà 
ungherese, si recò in Inghilterra, la Regina si adoperò energi- 
mente ad impedire che egli fosse ricevuto da Palmerston, il 
quale però permise che nei ringraziamenti indirizzategli dagli 
ultra-liberali, V Imperatore d'Austria e di Russia fossero trattati 
da « odiosi e detestabili assassini, da tiranni e despoti inu- 
mani ». 

Questo fatto inasprì lo sdegno della Regina e parve rendere 
incompatibile la presenza di Palmerston al Ministero ; ma per 
l' intervento di Russell la crisi si risolse pacificamente. « Se ab- 
biamo potuto perdere — scrive Russell alla Regina (3) — un po' 
della buona opinione che avevano di noi gli Imperatori d'Austria 
e di Russia ed altri Sovrani esteri, noi abbiamo però guada- 
gnata la buona volontà e 1' affezione del popolo inglese, il che 



(1) v. 11, p. 398. 

(2) v. 11 p. 483. 

(3) v. 11. p. 496. 



— 64 — 

in questi tempi è una grande sicurezza ». Ma dopo il colpo di 
stato di Napoleone, in seguito alle felicitazioni date dal Ministro 
all'Imperatore — in contrasto colla Regina che voleva una po- 
litica neutrale e di riserva — Palmerston, nel dicembre 1851, 
diede le sue dimissioni e fu sostituito agli affari esteri da lord 
Granville. 

Nel 1852 — col nuovo Ministero Derby — la Regina con- 
tinua la sua politica del non intervento, proponendosi però di 
sorvegliare gli atti dell'Austria e della Francia, di incoraggiare 
la Sardegna sulla via costituzionale e di assicurare, alla prima 
occasione, l' indipendenza del Piemonte e la riforma dell'ammi- 
nistrazione papale. 

Nel febbraio 1853 l'Austria si lagna del modo con cui i ri- 
fugiati abusavano dell' ospitalità loro concessa in Inghilterra, at- 
tribuendo ai proclami di Kossuth e di Mazzini l'ultima insurrezione 
di Milano e il tentato assassinio dell' Imperatore. Lord Clarendon 
— Ministro degli esteri — rispose al Governo austriaco che non 
si poteva votare una legge particolare per espellere i rifugiati 
dal paese, e che del resto ben diverse erano le vere ragioni 
che conducevano i sudditi alla ribellione (i). « Noi non pote- 
vamo più dissimularci che le lagnanze contro i rifugiati erano 
qualche volta dirette contro le libere istituzioni che li protegge- 
vano, e che noi non eravamo sempre visti con favore, perchè 
rappresentiamo 1' unica ma felice eccezione a un sistema di go- 
verno che senza di noi sarebbe generale in Europa ». 

Nel 1855 — quando lord Palmerston aveva suggerito che la 
Francia e 1' Inghilterra si unissero per ottenere le dimissioni 
del Ministro della Polizia a Napoli e la liberazione dei prigio- 
nieri politici — la Regina si rifiuta assolutamente di acconsen- 
tire a una dimostrazione navale, poiché « è insufficiente il mo- 
tivo che il regime di Napoli discrediti le istituzioni monarchiche 
e possa dare delle .armi alla democrazia (2) ». 

Quando sembrava prossimo il termine della guerra di Crimea, 

(1) v. 11. p. <363. 

(2) v. 111. p. 220. 



— 65 - 

Cavour si era lagnato con sir Hudson — Ministro inglese a 
Torino e suo amico entusiasta - perchè se le proposte austriache 
erano accettate e la pace conclusa, la Sardegna doveva abban- 
donare tutte le sue speranze per il miglioramento della sua situa- 
zione politica in Europa e lo sviluppo del regime costituzionale. 
A proposito di queste lagnanze, la Regina scrive al conte di 
Clarendon — 9 gennaio 1S56 — (1). « C'è molto di vero in 
quello che dice il Conte di Cavour ; in realtà è nostro interesse 
e deve essere nostro scopo di vedere la Sardegna indipendente 
e forte. Come paese costituzionale e liberale, opponente una 
stessa bandiera all' oscurantismo, al potere assoluto e alle idee 
rivoluzionarie, essa ha diritto di attendere che noi la sosteniamo. 
Ma ciò che essa vuol ottenere dall'Austria non è ben chiaro... 
E evidentemente impossibile domandare all'Austria una parte 
dell' Italia in suo favore, se nulla è accaduto che obblighi l'Au- 
stria a fare questo ». Nel febbraio 1856 la Regina insiste presso 
lord Clarendon perchè alla prossima Conferenza egli sostenga 
in qualunque modo la Sardegna. « lo provo il più grande ri- 
spetto per questo nobile piccolo paese, che, poiché ha alla sua 
testa un Re non solo coraggioso, ma, onesto e leale, è stato un 
brillante esempio per tutti gli Stati del Continente (2) ». 

Nel 1858, — dopo 1' attentato Orsini contro l' Imperatore di 
Francia, combinato in Inghilterra, e che provocò un principio 
di rottura tra le due nazioni — correva voce che Napoleone 
appartenesse alla Società dei Carbonari d' Italia. La Regina stessa 
aveva scritto « Vi sono alcuni che pretendono che l' Imperatore 
fosse altre volte membro della Società dei Carbonari d' Italia, 
e che egli sia stato condannato a morte dalle regole di. questa 
società segreta per aver violato il giuramento altra volta pro- 
nunciato. Egli avrebbe offerto loro la grazia di Orsini per essere 
prosciolto dal suo giuramento, ma la società rifiutò. Il fatto che 
tutti gli attentati sono stati commessi da Italiani, la lettera di 
Orsini (supplicante V Imperatore di liberare l' Italia) e la paura 



(1) v. 111. p. 251. 

(2) v. Ili p. 266. 



- 66 — 

quasi folle in cui ora vive Napoleone sembrano dar colore a 
questa storia ». 

A questo proposito abbiamo una interessante lettera diretta 
alla Regina da lord Malmesbury — Ministro degli esteri — il 
7 marzo 1858 — (1) « ...Io feci la conoscenza dell'Imperatore 
in Italia, quando entrambi avevamo venti anni. Eravamo tutti 
e due sotto l' influenza di questi sentimenti romantici che so- 
no naturalmente inspirati anche agli uomini più adulti dalla 
decadenza attuale dell' Italia paragonata alla sua antica gran- 
dezza, e il principe Luigi-Napoleone prese certo parte alle 
cospirazioni dell' epoca, ma egli apparteneva alla più alta clas- 
se dei Carbonari, quella di cui facevano parte uomini come 
il generale Sarcognani e il generale Pepe. Il Principe soleva 
parlare con me di questi uomini con tutta la franchezza che ci 
può essere tra due giovani, ed io l'ho inteso più volte condan- 
nare con disgusto le società di questi miserabili che si mettevano 
al fianco dei cospiratori e impedivano alle migliori famiglie e 
a molti gentiluomini di Romagna di unirsi ad essi. Io credo 
dunque che tutto questo sia una favola, e se ciò può interessare 
V. M. le racconterò più tardi alcuni dettagli sulla partecipa- 
zione dell' Imperatore alle cospirazioni del 1828-29 ». Peccato che 
questi interessanti dettagli non si ritrovino nel seguito della 
corrispondenza! Nel dicembre 1858, quando la Regina aveva 
manifestato il timore che Napoleone volesse far sorgere una 
guerra in Italia contro l'Austria, lord Malmesbury scrive all'Im- 
peratore in questo senso (*2) : « se egli desidera di migliorare 
la sorte del paese peggio amministrato che ci sia, cioè degli 
Stati del Papa, dovrebbe invece di prendersela coli' Austria, ten- 
tare col suo fratello cattolico di migliorare il Governo papale. 
Non spetta all' Inghilterra protestante il prendere l' iniziativa, 
perchè ciò si potrebbe attribuire a dei motivi settari, ma essa po- 
trebbe dare il suo appoggio morale, e anche il suo aiuto materiale, 

(lì v. 111. p. 427. 
(2) v. 111. p. 480. 



- 67 — 

eventualmente, se si volesse stabilire una migliore amministra- 
zione negli Stati romani. L'Austria vi guadagnerebbe la tran- 
quillità della frontiera ». 

Ancora il 17 dicembre 1858 la Regina scrive allo zio (1). « Io 
spero veramente che l' Imperatore non abbia alcun sincero de- 
siderio di dichiarare la guerra. Noi gli abbiamo chiaramente 
espresso che ci distaccherebbe da lui, se tentasse di violare le 
clausole dei trattati esistenti ». 

Anche 1' opinione pubblica in Inghilterra è contraria alla di- 
chiarazione di guerra, benché gran parte della nazione inglese 
approvi le aspirazioni italiane per 1' emancipazione della Lom- 
bardia. 

Nel marzo 1859 la Russia propone una Conferenza tra In- 
ghilterra, Austria, Francia, Prussia e Russia, per regolare la 
questione italiana ; Cavour domanda che anche il Piemonte sia 
rappresentato al Congresso. Su questo punto la Regina sugge- 
risce a lord Malmesbury la più estrema circospczione, poiché se 
la Francia e la Russia potessero indurre le altre Potenze ad ac- 
cordarsi sopra una clausola disapprovata dall'Austria, la partita 
dell' Imperatore per la guerra sarebbe guadagnata, appoggian- 
dosi sopra una dichiarazione dell' Europa ostile all'Austria. 

Il 19 aprile il conte Buoi (Ministro dell'Austria) manda il ba- 
rone Kellersberg a Torino per intimare alla Sardegna il disarmo 
sotto minaccia di ostilità immediate. La Sardegna rifiutò e le 
truppe austriache passarono il Ticino ; era quanto Napoleone e 
la Sardegna desideravano ! Lo comprese tanto bene il barone 
Hubner che, per rimediare al passo falso del conte Buoi, con- 
sigliò all'Inghilterra di minacciare di volare in soccorso della 
Sardegna se l' invasione progettata avesse luogo. In seguito a 
questo atto brutale e inconsiderato dell'Austria, la Regina scrive 
allo zio (2). « Ora la stupidità e 1' acciecamento dell'Austria hanno 
reso inevitabile la guerra. Essa s' è messa dalla parte del torto, 
ed ora qui i sentimenti si sono trasformati in una simpatia ar- 
dente per la Sardegna ». 

(\) v. 111. p. 481. 
(2) v. 111. p. 514. 



- 68 — 

Però essa ancora non vuol darsi per vinta, sperando di poter 
ugualmente gettare la responsabilità della guerra sopra la Francia 
che ora non vuol più sentir parlare di mediazione, mentre 
l'Austria è di nuovo disposta ad accettarla. Il 29 aprile essa 
scrive al conte di Derby u L' essersi il Re di Sardegna impa- 
dronito del governo di Toscana e P occupazione militare di 
Massa-Carrara sono delle gravi infrazioni ai trattati del 1815 e 
al diritto internazionale; difficilmente potremo lasciarle passare 
senza protestare ». 

Nel maggio 1859 — scoppiata la guerra — la Regina deplora 
l'inazione degli Austriaci (1). « Cosa fanno gli Austriaci? Essi 
non hanno voluto attendere quando ce n' era bisogno, ed ora 
che dovrebbero precipitarsi ed attaccare colla loro superiorità 
schiacciante, non ne fanno nulla. Lasciano che i Francesi di- 
ventino sempre più forti e pronti alla lotta. L'Imperatrice Eu- 
genia è assai malcontenta di questo stato di cose... ». 

Il 22 maggio 1859 essa scrive al conte di Derby in proposito 
della progettata alleanza colla Russia per arrestare la guerra (2). 
Ma, essa dice, — la Russia è più favorevole alla Francia che 
all' Austria, ed entrambi possono avere — ed hanno realmente 
un interesse comune nella guerra. Se la Francia é vittoriosa le 
ripartizioni territoriali d'Europa sono sconvolte, e P Inghilterra 
stessa può vedere la sua sicurezza un giorno minacciata. 

Dunque ora l'ostilità della Regina contro . P intervento fran- 
cese in Italia si basa meno sul rispetto ai trattati che sul ti- 
more di possibili ripercussioni in Germania e in Inghilterra. Ad 
ogni modo essa è decisa a mantenere una stretta e imparziale 
neutralità tra i due nemici che si affannano a darle testimonianze 
di amicizia, poiché le simpatie dell' Inghilterra non sono né per 
la Francia né per l'Austria, ma — senza l'intervento francese 
— sarebbero generalmente per P Italia (3). 

Dopo la battaglia di Solferino del 24 giugno e P armistizio 



(1) v. 111. p. 521. 

(2) v. III p. 524. 

(3) y. Ili p. 528. 



- 69 — 

dell' 8 luglio, Napoleone sollecita dall' Inghilterra un appoggio 
morale a cui la Regina, fedele alla neutralità, si oppone. Base 
degli accordi erano : la cessione della Lombardia al Piemonte, 
l'indipendenza di Venezia, e la costituzione di una Confedera- 
zione italiana sotto la presidenza del Papa. A questo proposito 
la regina scrive: « Come l'Italia possa prosperare sotto la pre- 
sidenza del Papa la cui amministrazione incapace — in un pic- 
colo territorio — è stata la causa apparente della guerra, io non 
posso assolutamente concepire (1) ». 

Ad onta delle istigazioni di Russell e di Palmerston, che ri- 
tenevano doveroso per una Potenza come V Inghilterra l' inter- 
vento per la giustizia e la pace d' Europa, 1' appoggio a Napo- 
leone per il suo progetto del Congresso Europeo sulla questione 
italiana, non fu dato — coli' approvazione della Regina — che 
dopo il trattato di Zurigo riproducente i preliminari di Villafranca. 
Ma il Congresso che Napoleone voleva mettere tra sé e gli Ita- 
liani - forse per la loro attitudine ad assassinare la gente — 
fu abbandonato nel 1860 specialmente per la pubblicazione del 
libello « Il Papa e il Congresso », nel quale si esponeva la pro- 
posta di Napoleone di ritirare al Papa i suoi Stati, eccettuata 
Roma. 

Nel gennaio 1860 la Regina approva la proposta fatta alla 
Francia e all' Austria di non più intervenire in Italia, purché 
essa venga estesa anche alla Sardegna; ogni nazione deve es- 
sere giudice del proprio governo — secondo le dottrine della 
Rivoluzione del 1688 -- quindi la Sardegna dovrebbe astenersi 
da ogni intervento nei ducati, sino a che un voto definitivo delle 
popolazioni abbia espresso il desiderio dell' annessione al Pie- 
monte. Ma la ferma risoluzione della Regina di mantenersi sempre 
neutrale urta contro l' insofferenza di Palmerston e di Russell 
per i quali la liberazione del popolo italiano dal giogo straniero 
costituisce un accrescimento della libertà e della pace di cui 
essi — come amici dell' umanità — (2) non possono che ralle- 
grarsi. 

(1) v. Ili p. 535. 

(2) v. Ili p. 606. 



— 70 - 

Neil' aprile 1860 — a proposito dell' annessione di Nizza e 
Savoia alla Francia, come compensi dell' aiuto prestato nel 59 — 
la Regina considera come la più profonda umiliazione per l'In- 
ghilterra di essere costretta a comparire al Congresso dell' Impe- 
ratore riunito a Parigi per registrare e suggellare i suoi atti 
di spoliazione (1). Nel Regno di Napoli dapprima essa non 
vuole assolutamente intervenire, ma Iohn Russell cerca di per- 
suaderla (2). « Io non credo che ci sia un' ingiustizia morale 
nelP aiutare a rovesciare il Governo delle Due Sicilie. Gli scrit- 
tori più competenti in materia di diritto internazionale ammet- 
tono che sia un merito 1' abbattere ogni regime tirannico, e vi 
sono stati pochi regimi così tirannici come quello di Napoli. 
Naturalmente il Re di Sardegna non ha nessun diritto di pre- 
stare aiuto al popolo delle Due Sicilie, a meno che esso non 
venga domandato. Ma se si ammette che V. Emmanuele agisca 
così allo scopo di fare dei novelli acquisti, ciò sarebbe crimi- 
nale e non si ha il diritto di accusarlo di tale intenzione. Il 
Conte di Cavour l' avrebbe immediatamente negato ». La Re- 
gina comprende l' importanza di queste ragioni, e nel settembre 
1860 scrive allo zio Leopoldo « La condotta deplorevole, senza 
energia ne buon senso del Re di Napoli (3) e le lagnanze del- 
l' intera famiglia gli tolgono tutte le simpatie » (4). 

Ad una lettera di Re Francesco alla Regina supplicante il 
suo aiuto — non per suo interesse personale, ma per la causa 
dei diritti delle Monarchie — essa risponde molto freddamente, 
limitandosi ad esprimere rammarico per i fatti accaduti. Parlando 
poi di Re Francesco in un'altra lettera del dicembre 1860, essa 
attribuisce le sue colpe oltre che alla mancanza di energia e di 
intelligenza, alla disgraziata pietà per la memoria di suo padre, ai 
cattivi consiglieri e all' influenza della Regina madre. « I Napo- 
letani — aggiunge — (5) provano una viva ripugnanza ad essere 

(1) v. ili p. 622. 

(2) v. Ili p. 623. 

(3) Re Francesco fuggito a Gaeta. 

(4) v. Ili p. 639. 

(5) v. Ili p. 655. 



— 71 — 

annessi, ma preferiscono questo piuttosto che tornare all'antico 
stato di cose ». Nel gennaio 1861 Palmerston, quantunque in teoria 
più favorevole alla formazione di una Monarchia nell'Italia del 
Sud, (1) in pratica consiglia egli pure V annessione, per l'im- 
possibilità di un Governo migliore di quello di Casa Savoia. 
« Neil' interesse del popolo italiano e dell' equilibrio europeo, 
V Unità è la migliore soluzione. Il nuovo Regno non sarà mai 
trascinato verso la Francia da una parzialità naturale, e più 
questo Regno sarà forte, meglio potrà resistere all' azione poli- 
tica esercitata dai suoi vicini. Il principale mezzo d'azione che 
la Francia può avere in Italia sta nel fatto che 1' Austria possiede 
ancora la Venezia » (2). 

Nel febbraio 1861 lord Russell insiste presso la Regina sul 
pericolo che Garibaldi prenda parte alla guerra dell' Ungheria 
contro 1' Austria, dannosa alla pace dell' Europa. « Il generale 
Garibaldi è generalmente stimato dagli Italiani; egli ha perduto 
la sua patria natale ed è pieno di risentimento contro Cavour 
che V ha venduta. Egli rispetta ed ammira l' Inghilterra per la 
sua condotta disinteressata. Ma Napoleone agita di nuovo il par- 
tito ungherese ; si dice che la legione garibaldina abbia ricevuto 
P ordine di essere pronta a partire ; essa si riunisce a Genova 
e nel Piemonte. È poco probabile che Garibaldi rifiuti di pren- 
dere parte a questa spedizione, e la sua presenza avrà grande 
importanza » (3). 

In seguito a queste ragioni la Regina permette a Russell di 
scrivere a Garibaldi, pregandolo di non intervenire in una guerra 
contraria agli interessi del suo paese. Garibaldi risponde da 
Caprera il 4 marzo 1861. « Nobile lord. L'Italia vi deve molta 
riconoscenza. Intanto voi mi giudicate un po' duramente e pre- 
state fede a delle voci che mi attribuiscono progetti che nessuno 
conosce. Io spero di fare ancora la guerra per il mio paese, ma 



(1) Perchè in caso di guerra essa cercherebbe V appoggio della Potenza na- 
vale più forte cioè dell' Inghilterra. 

(2) v. Ili p. 671. 

(3) v. Ili p. 677. 



- 72 - 

io desidero che voi, che meritate la mia stima e il mio attacca- 
mento, crediate che io non intraprenderò nulla che sia dannoso 
o contrario ai diritti del Re e del Parlamento d' Italia. Io non 
amo la guerra — Ministro — ma data la situazione attuale del 
mio paese, mi pareva diffìcile di costituirlo in un modo normale 
senza guerra. Io sono sicuro che 1' Italia è capace di fare questo 
anno stesso la sua guerra di liberazione; chi sta a capo non 
prova la stessa certezza, ed io vi lascio pesare i motivi. Io, se 
gli avvenimenti non mi chiamano, resterò nel mio ritiro, e mi 
sforzerò in ogni modo di guadagnare la vostra benevolenza e 
quella della generosa nazione a cui il mio paese è tanto obbli- 
gato ». 

Nel giugno 1861 lord Russell assecondando il desiderio del 
partito romano e di Garibaldi di metter fine al potere temporale 
del Papa aveva proposto che si conservasse l'autorità del Papa 
durante la sua vita, sopra un territorio ristretto e con dei po- 
teri limitati. Le truppe italiane avrebbero occupato le città e le 
campagne a un limite di otto chilometri da Roma, e il Re 
d' Italia e l' Imperatore dei Francesi prometterebbero di non 
riconoscere il potere temporale di nessun altro Papa. Questo 
dispaccio — non del tutto approvato dalla Regina forse per un 
residuo di ripugnanza all' intervento in Italia — e che aveva 
per scopo di risparmiare al vecchio Papa degli insulti e a 
Roma dei disordini, fu arrestato dalla improvvisa morte di Ca- 
vour — avvenuta in Torino il 5 giugno 1861 — che diede un 
altro indirizzo alla questione, e fece esclamare (si dice) a Na- 
poleone. « Le cocker est tombe du siège ; il faut voir mairi- 
tenant si les chevaux iront s'emporter, ou rentrer a Vècurie ». 

La questione di Venezia e quella di Roma non sono comprese 
nella Corrispondenza della R. Vittoria o almeno nella parte si- 
nora pubblicata che si arresta appunto al 1861, colla morte, 
della mamma, duchessa di Kent e del principe Alberto, doloro- 
sissima prova dalla quale 1' augusta donna seppe uscire — come 
sempre — forte e rassegnata. 

Le lettere scritte dopo il 1861 potranno destare un interesse 
ancora maggiore, trattando di cose e di persone assai più vi- 
cine alla nostra memoria ed alla nostra vita. 



- 73 — 

Tuttavia anche dalla Corrispondenza che noi abbiamo breve- 
mente esaminata vediamo delinearsi la figura di questa donna 
esemplare nella vita privata, onesta e piena di attività nella vita 
politica, gelosa della pace e degli interessi del proprio paese, 
reazionaria mai né assolutista, di questa Regina ossequente 
sempre ai principi di libertà costituzionale, anche quando — 
suo malgrado — essi davano ai suoi ministri 1' occasione e il 
mezzo di intervenire a favore della causa della nazionalità ita- 
liana. 

Federico Barbieri. 

Pavia Febbraio 1909. 



L'ACCADEMIA DEGLI AFFIDATI 

E LE SUE LEGGI 



TI solo scrittore che siasi occupato di proposito della storia 
letteraria pavese è Siro Comi (1741-1821) il quale, oltre a molti 
importanti lavori concernenti la storia politica della città, nel 
1783 pubblicò su Francesco Filelfo un' opera nella quale reca le 
prove dell'insegnamento del celebre umanista in Pavia. Essendosi 
poi il Comi accinto a ricerche storiche su gli scrittori pavesi, 
che egli sperava di poter illustrare in ordine alfabetico, nel 1792 
pubblicò la prima parte del suo lavoro in un opuscolo intitolato: 
« Ricerche storiche suW Accademia degli Affidati e sugli altri 
analoghi stabilimenti in Pavia » (1). Poi le sue ricerche rima- 
sero incompiute e Pavia manca perfino di un indice dei proprii 
scrittori. 

La vita dell'Accademia degli Affidati non è affatto dissimile 
da quella delle altre numerosissime accademie che dalla seconda 
metà del '500 fino al '700 invasero di loro componimenti poetici 
e prosastici tutte le contrade d' Italia. 

Era stata fondata il 17 maggio 1562, giorno di Pentecoste, 
e « li fondatori furono il conte Galeazzo Beccaria iuniore, il conte 
Ottaviano Langosco, Giovanni Battista Bottigella, Alessandro Isim- 
bardo, Giovanni Enrico Fornari, Giacomo Beretta giureconsulto, 
Polidamas Maino giureconsulto ecc. » (2) : come si vede i più 

(1) Pavia - Nella stamperia Cominiana, 1792. 

(2) G. B. Pietragrassa : « Annotazioni diverse spettanti a Pavia ». Ms. della 
Bibl. Universitaria di Pavia, sotto Tanno 1562. 



— 75 — 

bei nomi dell' aristocrazia pavese e dei professori dell' ateneo. 
L'inaugurazione diede occasione a molti, anzi a troppi compo- 
nimenti degli Accademici, che furono letti durante la ceri- 
monia (1). 

Furono allora per la prima volta lette e promulgate le Leggi, 
di cui intendiamo occuparci : estensore di esse fu il primo Prin- 
cipe dell' Accademia, Giacomo Beretta, professore di diritto al- 
l'Università. Questi nell'Accademia aveva il nome di Spedito 
ed il poeta Filippo Binaschi nella sua « Raccolta di rime », pub- 
blicata prima in Pavia nel 1568, (2) gli rivolge un sonetto che 
comincia : 

Padre Spedito, che di sante leggi 

Armasti gli Affidati, e lor primiero 

Duce scorgesti per lo calle altero, 

Che 1' uom conduce del ben sommo ai seggi. 



Non si conosce con certezza la prima residenza dell'Acca- 
demia; il Comi, a ragione, crede che risiedesse nell'Università: 
e difatti Filippo IV nel diploma dato a Madrid il 31 dicembre 
1643 per concedere il diritto d'immunità al palazzo Belcredi, in 
cui poi era venuta a stabilirsi l'Accademia, dice di questa che 
era stata « in Ticinensi nostra Universitate fundata sub auspiciis 
potentissimi avi nostri Regis Philippi II ». 

Le adunanze degli Affidati perchè non interrompessero quelle 
dei pubblici professori dell'Università solevano tenersi nei soli 
giorni festivi. Giusta la costumanza di tutte le istituzioni conge- 
neri l'Accademia scelse la propria insegna, che rappresenta un 
uccello il quale, spiccando il volo verso il cielo, lascia a terra 
un uovo, donde sbuccia un pulcino ; e il motto Utraque felicitas. 

(1) Bossi: « Studio, Accademie e letteratura » ibi. J16. Ms. della Bibl. Univ. 
di Pavia. 

(2) Parte li pag. 110 della seconda edizione, Pavia, Bartoli, 1589. 



- 76 — 

È certo che l' Accademia fece subito parlar di sé anche fuori 
di Pavia; ed il Breventano, bidello dell'Accademia e storico pa-, 
vese ci assicura che in essa « non si sono sdegnati di annove- 
rarsi molti grandi ed illustrissimi personaggi, come Cardinali, 
Vescovi, Duchi, Marchesi, Conti, Cavalieri et de i più famosi 
ch'hoggidì si ritrovino nelle professioni legali, et theologiche, 
filosofiche, matematiche et d'altre scientie, con tanti gentil-huo- 
mini e di dottrina e di virtù ornati, che sono in numero di cento 
e più » (1). 

Sorta, dunque sotto i più fausti auspicii, l'Accademia degli 
Affidati contava già, nel settembre 1562, pochi mesi dopo la sua 
fondazione, più di quaranta ascritti, tra i quali avevano maggiore 
celebrità Luca Contile, il Branda, il Cardano, il Corti, il Binaschi, 
lo Zaffiri e, tra i principi, il Marchese di Pescara. Quando, nel 
1574 il Contile descriveva le imprese accademiche dei sodali- 
zio (2) annoverava 114 Affidati che rappresentavano una lunga 
schiera di uomini dotti, di celebri professori e di personaggi 
illustri. 

L'anno 1565 usciva alla luce in Pavia coi tipi eleganti di 
Gerolamo Bartoli un volume contenente le Rime onde furono 
dilettate le venerande orecchie dei nostri accademici. 



* 
* * 



Ma non è nostra intenzione passare in rivista tutte le raccolte 
di componimenti pubblicati sotto il nome dell'Accademia o dei 
singoli accademici. 11 Comi nel suo studio sopra citato ce ne ha 
lasciato un elenco se non completo, certo molto ampio. Chi vorrà 
frugare entro l'immane congerie di questi volumi che gelosa- 
mente sotto la polvere delle biblioteche conservano i frutti del- 
l'attività letteraria dell'Accademia potrà forse trovare molte e 



(1) Breventano : « Historia della antichità, nobiltà et delle cose notabili 
della città di Pavia - lib. I, cap. IV fol. 13. 

(2) L. Contile: « Ragionamento sopra la 'proprietà delle Imprese con le 
particolari degli Accademici Affidati». 



- 71 - 

sicure notizie riguardanti fatti, persone e località di Pavia: ma 
si farà anche una sicura idea della scipitaggine che vi campeg- 
gia : scipitaggine eh' è solo uguagliata dalla ridicola pompa, con 
la quale ciascun accademico riveste tutti i suoi componimenti. 
Se si facesse la storia degli Affidati riguardando solo le lodi loro 
reciproche e dei contemporanei, si potrebbe credere di aver di- 
nanzi un' accolta d' ingegni veramente sublimi ; tanto è esaltata 
ed incensata con frasi enfatiche quella turba di pigmei, che la 
posterità ha meritamente condannato all'oblio. 

Noi ci siamo invece proposti di studiare lo scopo precipuo e 
l'organizzazione interna dell'Accademia quale risulta dalle Leggi, 
pubblicate la prima volta nel 1G74 (1) e poi ristampate nel 173!. 



L'Accademia degli Affidati doveva anzitutto avere il massimo 
rispetto della religione, cattolica s'intende. La fine del XVI e 
tutto il XVII secolo segnano il periodo della più intensa reazione 
cattolica e non è da meravigliarci se anche le istituzioni che 
allora sorgevano risentivano del rinascente fervor religioso che 
pareva avesse invaso le classi dirigenti di quei tempi. « Ne quis 
de fide Cattolica disputato » dicono in modo reciso le Leggi; e 
gli Accademici hanno osservato molto rigidamente questa proi- 
bizione, anzi la quasi totalità dei loro componimenti è scritta in 
occasione di feste e cerimonie religiose. Ogni anno nel giorno 
dedicato all' Immacolata Concezione era prescritto che si tenesse 
una festa nella chiesa di San Francesco, ed in tale circostanza 
un accademico appositamente scelto doveva recitare o leggere 
un discorso. 

Ed altre feste pure imposte dalle Leggi rivelano il carattere 
religioso dell'istituzione. Nella festa di S. Agostino una grande 
funzione si doveva celebrare nella chiesa a questo santo dedi- 
cata ed era prescritto che un accademico facesse il panegirico 

(1) Celeberrima Affidatorum in antiquissima regiaque Papice urbe Leges 
— Ticini Regii, tjpis Caroli Porri impressoris episcopalis, 1674. 



— 78 - 

del santo stesso. Il giorno dopo « ad expiandos Acade mi cor uni 
mancs » si celebrava nella medesima chiesa un solenne Ufficio 
e « missam in super Academicus quisque privatis expensis in 
suffragium adiungito ». 

Chi, dunque, pensasse essere l' Accademia degli Affidati, e 
in generale le Accademie del '600 un'accolta di persone colte, 
gareggianti nella letteratura o nelle scienze senza limitazioni di 
ideali e di sentimenti, sbaglierebbe di molto. Una tale concezione 
delie Accademie del resto cozzerebbe contro il carattere più evi- 
dente e più sicuro del '6 DO : la dominazione assoluta della Chiesa 
in tutti i rami della vita e del sapere. Le prime parole delle 
Leggi degli Affidati sono : « Deo optimo maximo omnia tribuun- 
tor » : le disposizioni che seguono non sono che un ampliamento 
ed un'illustrazione di questa massima. 

Ne diverso era l'atteggiamento degli Accademici verso i prin- 
cipi regnanti. Come nell'Accademia non si doveva disputare di 
questioni religiose, così non si poteva discorrere di politica. 
« Adversus Principis maiestatem », dicono pomposamente le 
Leggi « aut eius Statum sermones non habento ». Invece era 
compito degli Accademici celebrare le nascite e le nozze che 
avvenivano nelle famiglie regnanti e piangerne le morti. 



Rilevato in tal modo l'aspetto religioso e politico della nostra 
istituzione vediamone con la guida delle Leggi l'ordinamento 
interno. 

Il capo dell'Accademia era chiamato Principe e veniva eletto 
ogni anno in principio di gennaio a maggioranza assoluta di 
voti. Se due candidati ottenevano egual numero di suffragi, la 
scelta definitiva ed inappellabile spettava ai Magistrati, dei quali 
conosceremo fra poco l' ufficio. Con un' altra votazione nello stesso 
giorno si designava il Vicarius, il quale dirigeva e presiedeva 
l'Accademia nel caso di assenza o di impedimento del Principe. 
Questi presiedeva le riunioni e risolveva le liti e le controversie 
fra gli accademici; quando sorgevano questioni non previste dalle 



— 79 - 

Leggi riuniva i Magistrati per decidere intorno ad esse ; convo- 
cava le adunanze ogni quindici giorni ; nelle votazioni aveva 
diritto a doppio suffragio; giudicava degli eventuali strappi alle 
Leggi, sentito il parere dei Magistrati, salvo casi straordinari in 
cui doveva consultare l'Accademia; firmava tutti i decreti e le 
deliberazioni insieme ai due Assessori; pagava infine le spese 
per gli Uffici religiosi e per il compenso ai musicisti ed al 
bidello. 

Insieme al Principe stavano nella direzione e nel governo 
dell'Accademia altri Magistrati con diverse mansioni. Nello stesso 
giorno in cui si eleggeva il Principe si doveva procedere alla 
scelta di due Assessori o Consiglieri, di quattro Censori, un Si- 
lentiarius o Segretario, un Conservator legum et ordinum, 
un Tesoriere, quattro lettori ed un Bidello. Gli accademici, pre- 
senti all'adunanza indicavano a bassa voce al Segretario i nomi 
di coloro che volevano eleggere alle singole cariche; (1) e risul- 
tavano eletti coloro che avevano riportato maggior numero di 
voti. Tutti gli eletti, ad eccezione del Bidello, duravano nel loro 
ufficio un solo anno. 

Per ognuna di queste cariche sono prescritte dalle Leggi le 
modalità ed i limiti del potere. 

Gli Assessori o Consiglieri durante le adunanze pubbliche o 
private degli accademici sedevano ai lati del Principe e provve- 
devano con lui al bene dall'istituzione. Insieme al Principe sot- 
toscrivevano tutti gli ordini e le deliberazioni nell'apposito re- 
gistro tenuto dal Segretario. 

Importantissimo era 1' ufficio dei Censori, che dovevano leg- 
gere accuratamente tutti gli scritti degli Accademici, e deliberare 
quali dovessero pubblicarsi, quali sopprimersi. Inoltre era loro 
obbligo impedire che si leggessero nelle adunanze componimenti 
fatti da persone non iscritte all'Accademia e che si trattassero 
argomenti contro la religione, contro i regnanti e contro i buoni 
costumi. « Ne quid in Religionem, Principes, bonos mores per- 
mittunto » prescrivono in modo assoluto le Leggi : e ci pare che 

(1) Gap. IV. Elìgendos, voce submissa silentiario dicito. 



— 80 — 

anche questa proibizione valga a chiarire il carattere delP Acca- 
demia. 

Ed i Censori non bastavano. Dopo che i componimenti ave- 
vano ottenuto T approvazione di questi, dovevano essere letti da 
quattro altre persone, elette nel modo sopra indicato. Questi Let- 
tori, o, come dicono le Leggi, Prcelegentes dovevano prendere 
in considerazione solo i componimenti approvati dai Censori e 
leggerli in pubblico. 

Grande importanza aveva l'ufficio del « scriniorum custos 
seu Silentiarius ». Era suo dovere raccogliere e conservare i 
componimenti, i discorsi, gli scritti degli accademici e mantenere 
intorno ad essi la massima segretezza. Teneva presso di sé un 
libro in cui erano raccolti il nome, cognome e patria degli iscritti, 
le deliberazioni dell'Accademia, i verbali delle adunanze; era 
l'estensore delle lettere scritte in nome dell'Accademia, e che 
dovevano naturalmente essere approvate dai Censori. Conservava 
i libri a lui affidati nell'archivio chiuso con due chiavi, delle 
quali una la teneva per sé, l'altra era presso il Principe. 

11 Tesoriere o Aerarli prcefectus esigeva i danari messi a 
disposizione dell'Accademia; non lasciava crediti né pagava debiti 
senza apposito mandato del Principe ; ed era alla fine d' anno 
in obbligo di render conto della sua gestione ai Censori, dai 
quali otteneva T approvazione o meno, dopo eh' era stato sentito 
il parere degli Accademici riuniti in adunanza. 

11 Conservato)* legum et ordinum era una carica onorifica 
più che altro : suo compito era di sorvegliare che non si facesse 
né si tentasse qualche cosa contro le deliberazioni ed i decreti 
dell'Accademia, e di curare che queste fossero attuate nel modo 
migliore. 

Infine le Leggi prescrivono norme tassative anche per il Bi- 
dello, il quale era incaricato di avvisare gli accademici ogni 
volta che fosse necessaria un' adunanza, doveva obbedire pron- 
tamente ai comandi ed ai cenni del Principe, ed intervenire alle 
riunioni pubbliche e private. Vestito di una speciale divisa for- 
nitagli a spese degli Accademici, doveva recare i vasi per racco- 
gliere i voti, consegnare per ordine ai Lettori gli scritti da reci- 



-Sì- 
tarsi, e letti che fossero, portarli al Segretario. Quale compenso 
riceveva dal Principe sei monete d'oro ogni anno: ed in occa- 
sione delle feste natalizie altre offerte riceveva dai singoli asso- 
ciati. 



È interessante per chi vuol conoscere bene P ordinamento 
interno della nostra Accademia leggere il XII capitolo delle 
Leggi, dove sono esposti i doveri dei singoli associati. Ognuno 
di essi, com'è naturale, doveva mostrarsi obbediente al Principe, 
fare qualunque cosa fosse da questi decretata, osservare scru- 
polosamente le Leggi. Era inoltre richiesto agli Accademici il 
rispetto reciproco e l' intervento alle adunanze. Coloro che non 
potevano intervenirvi dovevano giustificarsi presso il Principe, 
dal quale era inflitta una nota di negligenza agli assenti ostinati. 
Nel caso di morte di accademici insigni, specialmente di Principi, 
Cardinali, Vescovi, Senatori il Principe imponeva a qualcuno 
degli associati di tenere il discorso funebre. I discorsi e le let- 
ture erano fatte in lingua latina o italiana. Se una polemica 
fosse sorta tra un membro dell'Accademia ed una persona estra- 
nea, tutti gli accademici avevano l'obbligo di prestare, se richie- 
sti, tutto il loro appoggio morale e materiale in prò del consocio. 

Ma quello che più c'importa di rilevare si è che nessun Af- 
fidato poteva leggere o far leggere qualsiasi scritto o componi- 
mento, che non avesse avuto prima il nulla osta dei Censori. 
La stessa proibizione si estendeva alle stampe ; ed era tassati- 
vamente obbligatorio per ogni accademico offrire una copia delle 
sue pubblicazioni alla biblioteca dell' associazione. 11 potere dei 
Censori era, dunque, estesissimo : tutta 1' attività degli iscritti 
all'Accademia doveva essere rigorosamente da essi sorvegliata. 
E questo un carattere della nostra Accademia, come di tutte le 
altre : associazioni che rivestono esse pure la natura e direi quasi 
il colore della società di quel tempo. 

Lo si vede anche nelle modalità che regolano l'accettazione 
dei nuovi soci. Mentre tutti gli aspiranti dovevano fare regolare 



- è-! - 

domanda per entrarvi, ed ottenere l'approvazione oltre che dei 
Censori, anche di due terzi, almeno, dei soci, i quali votavano 
in modo segreto, solamente i Principi ed i Cardinali erano ac- 
cettati senza votazione alcuna, nello stesso giorno in cui venivano 
proposti. Le garanzie di serietà e di amore allo studio ed alle 
lettere erano necessarie per chiunque non fosse un principe od 
un prelato : occorreva che, dopo d' aver 1' aspirante presentato 
un « supplicem libellum », due accademici scelti dal Principe 
dessero di lui notizie particolareggiate, riferendo « de ingenio 
et virtute » sua; poi finalmente, se aveva venti anni d'età, il 
richiedente era accettato e diventava accademico coll'obbligo di 
ringraziare in un discorso i consoci che l'avevano graziosamente 
accolto nel loro numero. 

Le Leggi stabiliscono anche l' ordine in cui gli Accademici 
dovevano sedere nelle pubbliche e nelle private riunioni: il primo 
posto spettava al Principe, ai lati gli sedevano i Consiglieri; 
poi seguivano i Censori; dopo di questi il Segretario; indi il 
Conservato?^ legum et ordinum; dopo il Tesoriere ed infine i 
Lettori. Fra gli insigniti di pari grado aveva la precedenza l'ac- 
cademico più anziano. 

Quando le Leggi dell'Accademia fossero state violate da qual- 
che membro di essa il Principe aveva diritto di punire il col- 
pevole in uno dei seguenti modi : 

a) espulsione dall'Accademia; 
bj sospensione temporanea ; 
cj perdita del diritto di voto; 
dj obbligo di tener lezioni, discorsi e discussioni ; 
e) imposizione di stare in silenzio per qualche tempo nelle 
riunioni. 

Il Principe talvolta poteva anche ricorrere a pene pecuniarie. 

Le Leggi fissano nell'ultimo capitolo il periodo delle vacanze 
accademiche che duravano dal 28 agosto all' 8 dicembre, a meno 
che « eveniente peculiari casu » il Principe d' accordo coi Ma- 
gistrati non desse disposizioni in contrario. 



83 — 



# 



L'esame, sebbene rapido e riassuntivo, delle Leggi degli Ani- 
dati ci permette, dunque, di vedere anche in questa Accademia, 
come nelle altre consimili, ritratta P epoca in cui queste istitu- 
zioni sorsero e vissero. Si può dire che esse siano l'esponente 
delle condizioni intellettuali di una Società in decadenza in cui, 
tolta ogni libertà di scrivere, di parlare e perfino di pensare, 
e costretti gli spiriti a nascondersi sotto le forzate apparenze di 
una religiosità esteriore, arti, lettere e scienze irreparabilmente 
declinarono: solo rimasero e si dilatarono gli ordini monastici 
e gl'innocui passatempi delle Accademie. 

A Pavia nel '600 osserviamo da una parte il lento decadere 
dell'Ateneo, e dall'altra il sorgere ed il moltiplicarsi delle Acca- 
demie, delle quali il Comi enumera le principali nelP opuscolo 
che abbiamo ricordato. I due fatti sono fra loro strettamente 
collegati: il sapere, la scienza vera erano vigilati; mancava quella 
libertà di ricerca e di critica che non può scompagnarsi da un 
insegnamento superiore; e questo non può sussistere dove l'au- 
torità segreta e vigile degli agenti del S. Ufficio sorveglia ogni 
espressione del pensiero. Le Accademie, con l'organizzazione che 
abbiamo studiato per quella degli Affidati, servivano a tener 
rinchiusa la scienza in angusti limiti, sorvegliati con ogni riguado 
dalla censura interna e da quella ecclesiastica. Nelle fatue adu- 
nanze degli Affidati e di tutte le Accademie in generale domi- 
nava sovrana la vanità; per il carattere dei loro componenti e 
per la loro organizzazione non sarebbe stata mai possibile in 
esse la discussione di una polemica letteraria elevata o di una 
questione sociale urgente. Le Accademie, insomma, a giudicare 
da quella degli Affidati, erano l'unica occupazione che i governi 
di quei tempi permettevano ai cittadini amanti dello studio e 
del sapere. 

Dott. Silio Manfredi. 



IL MANOSCRITTO DI RIME VARIE 101 

DELLA BIBLIOTECA DELLA R. UMÌVERSITÀ DI PAVIA 



Il manoscritto 101 della nostra Università, portante la segna- 
tura 130. C. 7 è stato descritto, ne\V Inventario dei Manoscritti 
della R. Biblioteca Universitaria di Pavia, compilato da L. De 
Marchi e G. Bertolani (1), così: « Cartaceo del principio del 
sec. XIX, di pag. 274 n. ; legato in cartone; )94 x 135 mm. — 
Contiene : Odi, Sonetti, Canzoni, Epigrammi latini ecc. la più 
parte senza nome d'autore. Ve ne sono d'EuA Giardini, di 
Gio. Ant. Barbieri, del p. Serra Olivetano ; probabilmente 
sono tutti componimenti fatti per l'Accademia degli Affidati. Co- 
mincia con un'Ode in morte di Maria Teresa : Che non posson 
gli Dei? scossa è la terra. L'ultimo è un sonetto per l'Ufficio 
dei Defunti: Pietà di noi, Mortali, almen vi prenda. — Segue 
un indice ». 

Più precisamente, chi esamina il manoscritto trova che le 
rime attribuite a Elia Giardini sono : il son. « Di Lorenesi 
Eroi gloria immortale » (p. 13); il son. « Fedel custode della 
umana vita » (p. 29); l'epigramma « Fama, quid incertis toties 
nos vocibus angis » (p. 30); più i sonn. « Splendan faci votive 
e ovunque fumi » (p. 36, ma ripetuto da^p. 34) e « A contem- 
plar negli ordini di Dio », che hanno le iniziali E. G. — - D'altra 
parte sono assegnati al Barbieri gli epigrammi: « Lotharidum im- 
mortale decus, laus inclyta » (p. 12); « Undique votivis niteant al- 
tana taedis » (p. 27), e « Alma salus, hominum vitae fidissima 

(1) Milano, Hoepli, 1894. 



- 85 - 

custos » (p. 28). Finalmente reca l'attribuzione all' Olivetano 
Padre Luigi Serra il sonetto : « Dov' è colui che a debellar s' af- 
fretta » (p. 39). 

Poiché tutte le altre rime sono adespote, si è portati, così a 
prima vista, a ravvisare un manoscritto miscellaneo di vari 
autori, con prevalenza di anonimi; e il trovar più d'una volta 
menzionata nelle didascalie l'Accademia degli Affidati, può in- 
durre a credere, cogli egregi descrittori della raccolta, che « prò- 
babilmente sian tutti componimenti fatti per l'Acc. degli Aff. ». 
Ma non è così. 

lo intendo di mostrare che questo manoscritto è autografo 
d'Elia Giardini (1), alla cui musa si devono tutte le rime conte- 
nutevi, eccetto quelle che specificamente sono assegnate a G. A. 
Barbieri e a L. Serra. 

Anzitutto le pochissime attribuzioni — nove in tutto, come 
vedemmo — che appaiono in questo canzoniere anonimo e nel 
quale più che centotrenta componimenti sono adespoti, richiamano 
l'attenzione e inducono a riflettere che esse non siano senza 
criterio prestabilito. E ben considerando accade di notare che 
la immissione, nella raccolta, di rime latine che non sono del 
G., ma del Barbieri (pp. 12, 27, 28) è avvenuta soltanto per- 
chè di esse segue la traduzione italiana che è del G. (pp. 13, 
36 ripetute da pp. 34, 29) (2^, importando al compilatore 

CI) Elia Giardini, pavese, 1753-1832, prima Maestro e prof, di Retorica, 
poi dal 1796 prof, nella Univ. di Pavia successivamente di Istituzioni civili, 
di Eloquenza, Storia delle leggi e dei costumi dei popoli, Elementi di diritto, 
Istituzioni civili ed Arte notarile, Diritto civile secondo il codice Napoleonico, 
Pandette, Codice civile universale Austriaco comparato col Diritto Romano 
e col Diritto civile francese; fu anche Bibliotecario nella Università di Pavia. 
Per la sua biografia e le sue opere edite, vd. Memorie e documenti per la 
Storia dell'Università di Pavia, Pavia, Bizzoni 1878, Part. I, pag. 327-329; 
Carlo Dell'Acqua, Ricordi storico-biografici pavesi, Pavia, Fusi 1870, p. 33. 

(2) Iohannes Antonius Barberius in Sch. Min. R. Arch Ticin. Gramaticae 
professor. Vedine un componimento latino in Applausi poetici al singoiar me- 
rito del Cittadino Professor Pietro Moscati ecc. Pavia Galeazzi 1799, p. 9, e 
in Componimenti degli Affidati per Nozze Daria Belcredi — Ignazio Salasco. 
Pavia, Cumini 1792. — Degli epigrammi del Barbieri e della versione del 



- 86 - 

di offrire, colla versione, il testo originale. E così la trascrizione 
del sonetto volgare del Padre Serra (p. 39) si spiega colla ne- 
cessità di presentare il documento che ha dato origine ai sonetti 
che son detti Riassunto del precedente, I e li (pp. 40 e 41), e 
all'altro sullo stesso argomento (p. 43). E poi ovvio pensare 
che il compilatore contrassegnasse col nome del traduttore E. 
G. il son. a p. 13, che è versione dell'epigramma a p. 12, 
e il son. a p. 29 che è versione dell'epigramma a p. 28; e 
Armasse colle iniziali E. G. il son. a p. 36 e 34 che è versione 
dell'epigramma a pag. 27, affinchè il lettore non attribuisse al 
Barbieri anche la paternità delle versioni. La stessa ragione ha 
determinata l'apposizione delle iniziali E. G. alla poesia a p. 40, che 
è detta riassunto del precedente sonetto di Luigi Serra 2 e la 
quale più che un riassunto costituisce, colle altre due rime che 
seguono, uno svolgimento, un ampliamento di quello. Chi legge 
vorrà poi pensare con me che il compilatore apponesse il nome 
Eliae de Giardinis all'epigramma a p. 30, che porta la dida- 
scalia In Famam prò eiusdem Caesaris valetudine, perchè 
segue immediatamente all'altro pur latino del Barbieri, vertente 
sul medesimo argomento e trascritto a pag. 28, e perchè a 
questo versificatore poteva l'epigramma essere attribuito da chi 
si credesse, non del tutto illogicamente, licenziato ad assegnare 
ad uno stesso poeta due epigrammi latini susseguentisi, con si- 
cura indicazione d'autore il primo, adespoto il secondo; tanto più 
che i gradi di probabilità sono aumentati dal fatto che si tratta 
di un gruppetto latino a sé, intruso tra rime volgari tutte ano- 
nimo. La necessità dell'indicazione non sussisteva invece per la 
traduzione (son. a p. 31) del medesimo epigramma del G., epi- 
gramma che fu compreso nella raccolta soltanto come documento 
d'origine della versione poetica italiana. 

Resta così assodato che questo manoscritto è, ne' suoi inten- 
dimenti, una raccolta di rime unicamente volgari, il che può 

Giardini è memoria nel verbale 6 maggio 1787 dell'Accademia degli Affidati, 
(vd. Buste dell' Accademia degli Affidati nella R. Biblioteca Univ. Pavese) con 
queste parole: « Tre epigrammi del P. Barbieri con sua traduzione del Giardini 
per la salute di S. M. ». 



— 87 — 

esser raffermato dalla considerazione che il compilatore non vi 
incluse nessun' altra poesia latina del G., che pure ne ha la- 
sciato varie. Ma quest'argomento parte dal presupposto che il 
manoscritto sia del nostro poeta pavese ed esige la dimostra- 
zione che tutte le rime fin qui da noi non considerate, siano 
veramente sue. Non abuserò tuttavia della pazienza del lettore, 
e mi restringerò a sottoporgli un numero rilevante di casi che 
basteranno ad accertare, induttivamente, tutti gli altri, senza 
tema di contradizione. 

Manoscritto 101, pp. 1-3. In morte di Maria Teresa : « Che 
non posson gli Dei, scossa è la terra ». — E l'ode del Sig. Abate 
Elia Giardini Pavese, Regio Professore di Lettere umane nelle 
Scuole Minori dell'Università di Pavia (1), e Accademico Affidato; 
alle stampe tra i « Componimenti degli Accademici Affidati in 
Morte di Sua Maestà Maria Teresa d'Austria ecc., Pavia, nella 
Stamperia del R. ed [. Monistero di S. Salvatore 1871 », p. 50 ss. 

P. 63. Son. « patria esulta. Il prisco rito ancora » 
per la festa di S. Pio V celebrata nel collegio Ghislieri 
nel 1S0D. — Come argomento probabile dell' attribuzione di 
questo sonetto al Giardini, ricorderò che egli fu Bibliotecario 
temporaneo al Collegio Ghislieri per nomina del 1 gennaio 1800. 
Nella celebrazione di questa festa spesso si facevano pubblica- 
zioni d'occasione, e trovo che ad esse collaborarono gli acca- 
demici Affidati. 

Pp. 72-75. Anacreontica : « Solcato il ceffo orribile ». — È 
molto probabilmente l'anacreontica recitata néìV- Accademia degli 
Affidati per l'Immacolata Concezione il 7 decembre 1788 (2). 

P. 77. Son. « Vanne, o Signor, e a Partico destriero » 
coli' epigrafe : « Portandosi a militare sotto le invitte Au- 

(1) Tale fu l'ufficio del Giardini sino al 1796, e a torto lo si iscrive tra i 
professori dell' Università, in Memorie e documenti citati p. 511, dal 1778 al 
1796, evidentemente equivocando sulla espressione qui sopra riferita, che qua- 
lifica il suo impiego. Egli non era professore d' Università in quel primo pe- 
riodo d'insegnamento, in cui successe al genitore, non più che lo fosse il 
padre Barbieri ricordato. Ma ved. Memorie e Documenti cit., p. 328. 

(2) Vd. Busta contenente i verbali dell'Accademia degli Affidati. 



— 88 — 

striache insegne l'Ili. Signor Marchese Don Antoniotto Botta 
Adorno: 1790 ». — Questo sonetto trovasi, pure su foglio 
volante, conservato nella busta A dei documenti degli Affidati, 
ed è tracciato dalla stessa mano che ha trascritto il nostro 
Canzoniere : tutti e due corrispondono per la calligrafia a una 
serie di cinque sonetti manoscritti accuratamente su due fogli 
insieme cuciti, recanti le iniziali P. E. G. AA. e P. di R. (Prof. 
Elia Giardini Acc. Aff. e Prof, di Retorica) (1) e diretti a mem- 
bri ed amici della famiglia del Marchese Giuseppe Gaspare Bei- 
credi in Montalto. 

P. 79 e ss. Canz. « Musa che fai? la cetra », per la pro- 
mozione alla sacra porpora dell' Eminentissimo Bellisomi, Acc. 
Aff. — E alle stampe con attribuzione al G., nell' opuscolo 
« Elogio dell' Em. mo Card. Bellisomi ecc. recitato nella Publica 
Adunanza degli Affidati per la di lui promozione alla sacra 
Porpora, da Elia Giardini, R. P. di Rettorica e Socio d'essa Ac- 
cademia, Pavia 1794, presso B. Cornino », p. 69. In questa pub- 
blicazione sono altre poesie degli Affidati, la cui adunanza pel 
Bellisomi fu ai 22 Marzo 1794. (Vd. Busta Affidati, B. Verbali). 

Pp. 84-86. Anacreontica : II potere della virtù : « Scuoti la 
polve ignobil ». — É l'anacreontica recitata sotto il titolo La 
virtù, nell'accademia degli Affidati il 15 Maggio 1788. (Vd. ver- 
bale). 

P. 88. Son. « Vieni, mi disse Amor. Tost'io gli porsi » 
di E. G., conservatoci anche tra le carte degli Affidati, con la 
scritta: « Professando solennemente i voti sotto la regola di 
Sant'Agostino ecc. Suor Maria Giuseppa al secolo Orsola Tro- 
vamala, 1782, dedicato al merito dell'Ili. Donna Marianna De 

(1) Vd. citata cartella Affidati. Di questi sonetti avrò occasione di dire al- 
trove. 11 Giardini era precettore della maichesina Daria Belcredi, e questa 
considerazione, e l'identità della calligrafia con quella del manoscritto 101 e 
del son. al Botta Adorno, e l'aver il Giardini menzionato se stesso nel v. 13 
del son. 4, e la rispondenza delle iniziali rendono sicura l'attribuzione a lui. 
Nella partenza di Antoniotto Botta furono pubblicate altre poesie, e basti ricor- 
dare gli Sciolti « di stirpe d'eroi onor novello », Portandosi a militare ecc., 
pubblicati in Pavia, con iniziali G. B. D. B. A., 1790, Pavia, S. Salvatore. 



— 89 - 

Giorgi di Vistarino Beccaria *. Da un richiamo a pie' di pa- 
gina apparo che sia dello stesso autore il sonetto a p. 87 della 
Raccolta, sopra la stessa materia. 

Pp. 92-93. Per V elezione di Monsignor Bertieri Vescovo 
di Pavia, son. 1° « Del grande onor d' Ippona allorché l'ossa », 
e son. 2° « Il voto al ciel mostro quant'era accetto ». — Alle 
stampe in « Applausi poetici per la traslazione dell' 111. e Rev. 
Mons. Giuseppe Bertieri ecc. dalla Sede Vescovile di Como 
all'Arcivescovile Vescovile di Pavia. Pavia, Commi, 1792 ». Il G. 
si firma : Principe dell'Accad. degli Affidati, e Prof, di Retto- 
rica nel R. Ginnasio. Cantarono in onore di Mons. Bertieri, 
anche Siro Comi, Ignazio Monti e l'accademica C. Pessani 
Dezza. 

Pp. 95-101. Ottave: « Poiché il Ministro del divin furore ». 

— Rispondono alle Stanze sull' Immacolata, lette dal Sig. Mae- 
stro Elia Giardini il 7 Dee. 1790 agli Affidati. 

Pp. 101-104. Capitolo: « Pendea sui vanni il fortunato istante ». 

— È quasi certamente lo stesso che fu dal G. recitato il 15 
febbraio 1786, per l' Immacolata. 

Pp. 107-111. Ode: « Pieno del tuo gran Nume », agli 
Accademici Affidati, recitata nel 1776. — Il verbale della Ac- 
cademia ci apprende che l' ode fa letta il 30 aprile. Nel ms. 
101 un'aggiunta posteriore dice: nella sua accettazione. 

P. 114. Son.: « Qual di Sicilia sospirato ai lidi », per il ritorno 
del Prof. Moscati dopo le dimissioni di Rasori dall'Università. 

— Edito dal G. in « Applausi poetici al singolare merito del 
cittadino professore Pietro Moscati, pubblicati noli' occasione che 
recitò la sua prolusione nell'aula dell' Università di Pavia, Pavia, 
anno VII repubblicano (1799 v. s.), presso gli Eredi di Pietro 
Galeazzi ». 

P. 122. Son.: « Poiché l'incauto aprì l'urna fatale », 
per la partenza di Tissot dall' Università di Pavia. - Fu 
probabilmente pubblicato in « Sentimenti d' affetto ecc. degli 
studenti di Medicina verso il loro immortale precettore il s ; gnor 
S. A. D. Tissot, Pavia, Galeazzi 1783». Dico probabilmente per- 
chè il volumetto posseduto dalla biblioteca Universitaria di Pavia 



— 90 — 

è mutilo da p. 10 1 a 127 e ivi probabilmente era stampato il 
sonetto. A questa raccolta collaborarono, tra gli altri, Teodoro 
Villa, Saverio Bettinelli, Giovanni Paradisi, dementino Vannetti. 
Pp. 123-125. Canz. : « Della terra, del mar, del vasto 
cielo », in morte di Lazzaro Spallanzani (m. 12, II, 1799). 

— E alla stampa con attribuzione al N. in « Notizie biografiche 
degli scrittori dello Stato Estense. -- Dell'Abate Lazzaro Spallan- 
zani Scandianese. Reggio, Torreggiani e Compagno, 183G » 
p. 101 ss. Anche G. A. Barbieri, di cui si tocca in questa Notizia, 
poetò in morte dello Spallanzani. Vd. ivi,- a p. 103 il dialogo 
latino : Viator Natura. 

Pp. 130-132. Ode: «Se di queir estro animator ricolma », al 
Sig. Marchese Belcredi recitata in Accademia nel 1779. — Vd. 
verbale accademico 20 maggio 1799 colla scritta « All'Ili. Signor 
Belcredi ecc. ». L' originale autografo, anonimo trovasi nella 
Busta A. Affidati. 

P. 132-134. Terzine: « Quando l'uom primo del beato suolo ». 

— Sono evidentemente le terzine lette da Giardini R. P. di 
Rettorica, a cui si riferisce il verbale 7 novembre 1793, presente 
Alessandro Volta, principe dell'Accademia. 

Pp. 137-141. Oanz. : « Sorgi, o Sionne, e il barbaro ». — E 
probabilmente la canzone fatta per l'Immacolata del 7 dee. 
1781. 

Pp. 155-103. Sestina: « La pittura oggi è '1 tema; a quel ch'io 
sento ». Sono le Seste rime siili' Origine della Pittura del 
Sig. Maestro Giardini, di cui tocca il verbale dell'Acc. degli Aff. 
13 febbraio 1789. 

Pp. 164-167. Quartine anacreontiche: « Sedea la terra in te- 
nebre ». — È la canzone sopra la Poesia letta dal sig. Maestro 
Elia Giardini nell'Accademia libera del 16 giugno 1791. 

Pp. 168 177. Sestine: « L'eloquenza, miei Signori, ho dritto ». 

— Son le sestine Bernesche del Sig. Maestro Giardini, o Fa- 
vole sull' Eloquenza, a cui accenna il verbale accademico 24 
marzo 1791. 

Pp. 177-179. Anacreontica: « Quando in ciel più fosco e 
oscuro ». Neil' ultima strofetta si allude alla protezione del 



- 91 - 

marchese Belcredi, ed è ben probabile che trattisi dell' ana- 
creontica letta dall' Abate Giardini nell' Accademia 30 aprile 
1776, come da verbale analogo. 

Pp. 179-182. Anacreontica: « Or che fra i pampini ». — E 
l'anacreontica a Bacco letta in Accademia il 31 gennaio 1777. 

Pp. 184-192. Terzine agli Accademici Affidati: « L'intendo, 
o Vati, appieno ». — É il capitolo La Felicità del poeta, dell'ab. 
Giardini: verbale 28 genn. 1780. 

Pp. 197-201. Capitolo, La Musica: « Io non so inver qual 
razza d'argomento». In esso si fan le lodi dal tamburo, e ri- 
sponde dunque al Capitolo : « Il Tamburo è più pregevole di 
tutti gli strumenti », letto nell'accademia degli Aff., secondo 
il verbale 4 febb. 1789. 

P. 208. Som: Ercole vincitore di Caco, imitazione di Vir- 
gilio nell' Eneide: « Tre volte Alcide l'odiato monte». — Let- 
tura fatta nell'Acc. sotto il titolo: « La morte di Caco », imi- 
tazione di Virgilio, il dì 27 maggio 17 . . (Anche nel verbale 
manca 1' anno). 

Pp. 209-210. Per il ritratto della Sig. Marchesa di Bei- 
credi di Rosales, fatto dal Signor P. Borroni: son. I « L'il- 
lustre donna eli' è : mei dicon quelle » ; son. II « Ch' io 
scorga in lei la Madre e '1 Genitore ». — La sicura attri- 
buzione di questi sonetti risulta dal fatto che anche uno dei 
sonetti giardiniani del gruppo di cui ho toccato nella nota 
riferentesi a pagina 77 del manoscritto, e precisamente il son. 
5° « Boron non so adular. A questo o a quello », è dedicato 
« Al Chiarissimo Sig. Cavaliere Paolo Borroni per li ritratti ec- 
cellentemente eseguiti di tutta la Nobilissima Famiglia De Bel- 
credi » (a Montalto). Forse per la trascrizione di questo sonetto 
era riservata la pag. 211, che rimase in bianco. 

Pp. 230-232. Canz.: « Or che sul ferreo cocchio ». In occasione 
d' esercizio militare, in lode del cavallo. — Questo esercizio mi- 
litare ispirò al G. almeno un' Anacreontica « a Donna Maria 
Rosales Belcredi, per essere stata a cavallo con grande intrepi- 
dezza e fra militari all' Esercizio ne' giorni scorsi ». Vd. verbale 
Affidati 2 giugno 1780. 



- 92 — 

Pp. 243-250. Stanze, II fine di Carnevale: « Dormian sul- 
l'ale i venti e '1 bosco e V onda ». — Vd. verbale 15 gennaio 

1788. 

Non son tutte qui le poesie del manoscritto 101, ma d'altra 
parte una più ampia ricerca sarebbe oziosa, quando nella già larga 
indagine fatta non ci siamo incontrati neppure in un caso che 
infirmasse la nostra opinione. Certo altre rime per la Immaco- 
lata trascritte nella nostra raccolta furono recitate dal G. nella 
festa annuale statutaria che gli Affidati facevano in onore della 
Vergine, ma la indeterminatezza dei verbali impedisce la identi- 
ficazione ; e credo indubitato che il N. vi declamasse la poesia 
a S. Andrea Avellino (p. 53), poiché un verbale degli Affidati 
3 maggio 1795, registra appunto un Panegirico a S. Andrea 
Avellino, ed è l'ultimo verbale accademico che a noi sia per- 
venuto ; e così dovette leggervi quella per la Teresa Bandettini 
(p. 206). Altre rime di soggetto sacro per S. Giuseppe, S. Anna, 
S. Antonio, S. Filippo Neri, S. Pietro, per la Santa Trinità, per 
monaca, per messe nuove, per sacro oratore, per elevazione al 
grado di vescovo, e altre per laurea, per nozze, e altre ancora 
che si riferiscono ad avvenimenti politici, saranno sparse per la 
congerie delle raccolte poetiche d' occasione, accanto alle molte 
pur del Giardini che non fanno parte di questa collezione ; altre 
saranno pubblicate in fogli sparsi, o rimaste inedite. 

Ho già espresso l' opinione — che è certezza — che il 
manoscritto sia autografo di E. G.. Ce ne assicura il con- 
fronto col Manoscritto 171, segnato 9, della nostra Biblioteca 
Universitaria : « Elenco delle Torri della città di Pavia e della 
loro situazione ecc. », che è di pugno del G., come appare 
dalla dichiarazione del prof. Bibliotecario L. Lanfranchi, stesa su 
un cartellino attaccato al verso del foglio di guardia del codi- 
cetto, in data 12 maggio 1841; e il riferimento ad altri docu- 
menti giardiniani che si trovano vuoi nell'Archivio dell'Università 
(Cataloghi degli esami semestrali ed annuali ecc.), vuoi nella 
Biblioteca nostra, della quale il G. fu direttore. 

Che il manoscritto provenisse dalla biblioteca degli Affidati 



-&à- 

come dubitativamente si opina nel citato Inventario (p. 347), non 
credo, e neppure — penso — per il tramite del segretario perpetuo 
dell'Accademia marchese Giuseppe Gaspare Belcredi. Assai proba- 
bile che pervenisse alla nostra biblioteca, direttamente o indiretta- 
mente, dal prof. G. stesso, come altri libri della cui prove- 
nienza serba specifico ricordo il Catalogo generale. 

Resterebbe che si discorresse brevemente del valore poetico 
di questa raccolta settecentesca, della quale ben poche rime var- 
cano cronologicamente la soglia dell' ottocento, e che si asse- 
gnasse al G. il posto che gli compete nel vario atteggiarsi 
della lirica italiana del tempo, e in ispecie tra il non piccolo 
numero dei versificatori pavesi ; ma come eccederebbe i limiti 
che qui mi son prefìsso, mi propongo di farlo in altro scritto. 

20 marzo 1909. 

Alberto Corbellini. 



L' OLMO DI S. GERVASO 

E LA SUA LEG&ENDA 



A proposito del primo centenario della venuta di U, Foscolo a Pavia 



« In quest'anno (1760) sulla piazzetta della Basilica di S. Ger- 
vaso e Protaso in Pavia vennero collocate due pianticelle d'olmo, 
una delle quali nello stesso anno morì » (1). 

E dell'altra, che a lungo invece sopravvisse, che io intendo 
parlare, e dire di essa quel poco, troppo poco, che si può deri- 
vare non dalla popolare tradizione, ma dai veri e propri docu- 
menti storici. 

Ho detto « troppo poco » e non credo di errare, giacche, se 
quel piccolo arbusto di cui parla il Capsoni, potè meritare 
quando fu abbattuto (1001), l'elogio funebre di tutti i giornali 
cittadini ed anche l'onore di ispirare versi ai poeti, credo lo si 
debba solo ad una pia tradizione, non restando di storicamente 
vero che le date di nascita e di morte del povero olmo. 

Sarò dunque io così spietato da distruggere una celebrità 
alla quale un fausto avvenimento di cent'anni or sono, quale fu 
la venuta di Ugo Foscolo all'Università di Pavia, in qualità di 
professore d'eloquenza, diede occasione di sorgere e di rimanere 
fino ad oggi incontestata? Un vago sentimento di rispetto a quel 
gigante che or non è più, e di pietà per quelle povere membra 
sue peste e disperse, di cui più ora non restano intatte che 

(1) Gaetano Capsoni — Diario. 



— 95 - 

le avviluppate radici, mi trattiene da una si crudele e punto 
necessaria azione. Tuttavia, in occasione del primo centenario 
del suaccennato avvenimento fausto e glorioso alla città di Pavia, 
mi è lecito chiedere ai documenti di cui possiamo disporre: — 
Che c'è di vero e di fondato nelle relazioni e nella « corrispon- 
denza d' amorosi sensi » che la tradizione asserisce essere esi- 
stita tra l'olmo così detto del Foscolo ed il Foscolo stesso? 

I documenti ai quali rivolsi tale domanda (e sono in special 
modo l'Epistolario del poeta, ed in genere le sue opere, e quei 
pochi scritti, per lo più articoli di giornali vecchi e recenti, che 
parlano dell'olmo di S. Gervaso) ben poco seppero dirmi di 
concreto. Anzi, mi persuasero piuttosto a persistere nell'opinione 
mia che la famigliarità del Foscolo coli' olmo è minore al certo 
di quella che con esso ebbero per varie generazioni i bambini 
che numerosi vi giocavano attorno, o le comari che passavano 
le lunghe sere d'estate chiacchierando sotto le verdi sue chiome. 

II Foscolo infatti in nesssuna delle sue lettere, che numerose 
scrisse sempre ai suoi amici e conoscenti, non solo non parla 
mai dell'olmo di S. Gervaso né d'altra pianta che lo dilettasse 
della sua compagnia, ma nemmeno fa cenno di qualche istante 
della sua vita in Pavia in cui si possa supporre una possibile 
relazione di frequenza o di una preferenza qualsiasi da lui ac- 
cordata al famoso albero. 

A Pavia, Ugo Foscolo abitò la casa Buonfìco in Borgo Oleario 
nella contrada che appunto oggi si chiama Via Ugo Foscolo, 
località situata nel quartiere della città affatto opposto a quello 
ove sorge la Basilica di S. Gervaso, e dove fino a qualche anno 
fa sorgeva anche l'olmo, il quale non presentava quindi nep- 
pure il vantaggio d'essere prossimo all'abitazione del poeta e 
facile meta alle sue passeggiate. 

In secondo luogo il Foscolo fermatosi a Pavia dal 29 o 30 
novembre 1808 al 9 (secondo alcuni, ma a torto, 10) giugno 
1809, passò in quella che chiamò « tranquillissima sede » ed 
* operosa solitudine » un inverno ed una primavera, stagioni 
invero poco propizie, almeno la prima, a sostare di frequente 
sotto le fronde d'un albero, tanto più poi in quell'anno in cui 



- m - 

fece un freddo intensissimo. « Freddo, Brunetti mio, freddo da 
bruciare un carro di legna per settimana, scaldandosi ed arro- 
stendosi il corpo dinanzi ed esponendo al vento e al reuma le 
spalle. Io che sto sette od otto ore continue con l'immobilità. di 
chi legge o scrive o pensa, non trovo né sofferenza né rimedio al 
freddo... freddo insolito! la neve è alta undici oncie, così speri- 
mentarono questi nostri dell'Università; ed è gelato per terra 
quasi da per tutto, cosa che non ho mai veduta neppure a Ca- 
lais: stamattina alle dieci il mio termometro appeso fuori della 
finestra discese oltre il grado 9 % sotto zero. Intanto io non 
esco e il freddo mi è bellissimo pretesto per quelli che mi 
vorrebbero pour la société ». Questo scriveva alla fine di di- 
cembre. 

Il mese successivo lo passò quasi tutto ammalato. Infatti in 
una lettera inviata il 31 gennaio al Conte Gian Battista Giovio 
così scriveva : « La febbre che io aveva scambiata per imfìam- 
matoria s' è mostrata apertamente biliosa. Mi tenne due giorni 
fuori dei sensi, quattro giorni in pericolo, nove a letto e sette 
nella mia stanza ». In complesso ventidue giorni in cui certa- 
mente non gli fu possibile far la conoscenza dell'olmo. 

Ancora il 1 febbraio la sua salute non era affatto invidiabile; 
all'amico Brunetti scriveva: « Io mi sto qui con desiderio di 
vederti e col corpo esausto dalla dieta, e lo stomaco slavato 
dall' acque calde e a letto perchè non posso soffrire il freddo 
né giova il fuoco al mio stato ». Il giorno 6 dello stesso mese 
Ugo Foscolo si trovava a Milano ove rimase fino alla metà di 
aprile. Tornato a Pavia, dice di non « sentirsi né presentirsi 
lieto ». « Passeggio sempre e torno a casa più volte al giorno, 
ed esco di nuovo a passeggiare; e buono per me ch'io stando 
in città posso camminare per la campagna e non posso incon- 
trare anima nata » : scriveva il 21 aprile al Conte G. B. Giovio. 

Sin qui dunque, e pel freddo e per la malattia e per essere 
assente da Pavia, è diffìcile che il Foscolo abbia potuto apprez- 
zare la dolce compagnia dell'olmo di S. Gervaso. Anche in 
quest'ultimo periodo di passeggiate in campagna non mi pare 
di vedere alcuna possibile preferenza per la quieta ombra del- 



— 97 — 

l'olmo. Se lo stato d'animo del poeta in questo tempo era 
tale da rendergli odiosa la « société » e grata la solitudine (1), 
come attestano le sue lettere, non si può supporre che facesse 
le sue passeggiate spingendosi attraverso la città sino alla piaz- 
zetta di S. Gervaso per quivi soffermarsi, quando a pochi passi 
dalla sua casa vi era aperta e ridente la libera campagna, dove 
certo il pericolo d'incontrare gente era minore che non in vici- 
nanza d' una chiesa e di case abitate. 

Il mese di maggio ed i primi giorni di giugno, ultimo tempo 
di permanenza di Ugo Foscolo a Pavia, « questo focolare eli 
Pallade, paese di tristezza e di impazienza e assai volte di le- 
targia », ecco come trascorse il poeta. Proprio in una lettera 
all'amico Brunetti così scriveva il 3 maggio: « L'unica cosa 
buona ch'io faccia in Pavia si è di valermi dell'assistenza di 
Scarpa e della mano di un allievo per farmi curare quest'occhio 
sinistro esacerbato, credo, anche dall' aria pavese, poco propizia 
agli occhi. Minacciava di finire in fìstola lagrimale; ora però 
sono accertato che con quindici giorni di unguento e di cura 
sarò fuori di pericolo e di noia ». 

Come si vede, la brezza che alle volte poteva scuotere le 
foglie dell'olmo ed ispirare il poeta col suo mormorio non era 
tanto propizia al Foscolo, che di mal d'occhi soffrì molto e 
per lungo tempo. Ancora il 15 dello stesso mese scriveva: « un 
chirurgo viene su l'alba a tormentarmi l'occhio che ancora non 
vuole guarire ». 

Guarito l'occhio, venne preso dalla solita tristezza, la quale 
non fu attenuata neppure dalla visita dell'amica sua Elena Bi- 
gnami, che anzi tosto si rinnovò più opprimente e per la partenza 
di lei, e perla lontananza dell'amico Montevecchio. 

Si potrebbe supporre che tale stato d'animo fosse propizio 
a lunghe ore di meditazione all' ombra dell' olmo di S. Gervaso, 
ed allora varrebbe il motivo addotto più su della vicinanza 

(1) Era inquieto per la mancanza di notizie dell' amico Brunetti e dei 
fratello Giulio e per le vicende non del tutto a lui note della guerra contem- 
poranea. La lettura dell'Alcorano che egli dice di fare in questo tempo non 
era tnle al certo da renderlo socievole ed amante del chiasso. 



— 98 — 

d* altri luoghi meno lontani, più quieti e più adatti al suo desi- 
derio di solitudine, se il Foscolo stesso non avesse confessato di 
rifuggire dalla tristezza e di far di tutto per distrarsi (« fo come 
posso per divagarmi e giovare a questa gioventù »), attendendo 
alle lezioni, studiando e recandosi qualche giorno a Milano, dove 
fu per esempio il 23 e 29 maggio. 

Il 6 giugno pronunziò l'ultima lezione in cui mise « più 
tempo e più amore che nelle altre », e ai 10 di giugno (proba- 
bilmente il 9) lasciò Pavia per Milano, dove attese a por fine 
alla stampa del Montecuccoli, e di lì a Como dove passò 1' e- 
state. 

L' unico periodo di tempo in cui il Foscolo potè forse godere 
le delizie elargitegli dall'olmo di S. Gervaso sono questi ultimi 
giorni, cosa che a me pare poco probabile e per i preparativi 
della partenza e per le visite di congedo, che egli certamente 
non mancò di fare ai colleghi ed alle conoscenze sue in Pavia, 
e per le ragioni che appariranno evidenti per quanto dirò più 
avanti. 

Si potrebbe adunque logicamente conchiuderc che, se non si 
può negare affatto la possibilità di una preferenza del Foscolo 
per lo storico albero, manca qualsiasi plausibile motivo per af- 
fermarla. 

Senonchè sorge spontanea una domanda: — Se questa tra- 
dizione esiste, e questo è fuori dubbio, deve pure la sua origine 
a qualche fatto che coli' olmo abbia una relazione, prossima o 
remota che sia. E qual è questo fatto? 

Un attento esame ed uno studio più accurato di altri periodi 
della vita del poeta mi permettono di rispondere anche a questa 
domanda, e dirò subito che il fatto risiede nell'esistenza d'una 
località ancor oggi chiamata « Olmo », nella quale fu più volte 
il Foscolo, e di documenti numerosi che attestano e giustificano 
la predilezione del poeta per tale luogo. 



« Olmo: cosi viene appellata nel Borgo Vico una spiaggia 
ridente, cui diessi il nome da vetustissimi olmi di smisurata 
grandezza ». 



- 99 - 

Leggonsi queste parole in « Como e il Lario » del Conte 
G. B. Giovio, e la nominata spiaggia ha pur essa una tradizione 
ed una storia. 

Della tradizione che dice: « esser già quivi il magnifico 
Suburbano Rufo descritto con tanta compiacenza da Plinio il 
Minore ed il gemmeo Euripo e l' ombrosissimo platano (platanon 
opacissimus) che protesse un tempo i quieti pensieri di quel gran 
cittadino (1) », non è qui il luogo di parlare. Mi fermerò solo a 
quanto afferma la storia in relazione all' argomento che più da 
vicino mi interessa. 

Senza discutere su quanto asseriscono alcuni autori circa 
l'olmo o gli olmi che diedero il nome alla località (2), è certo 
che anche oggidì e, ciò che più importa, anche un secolo fa, si 
innalzano e si innalzavano di fronte alla villa già Odescalchi, 
indi Raimondi, oggi Visconti, degli olmi (presentemente quattro) 
di non comune grandezza le cui primavere oltrepassano, al 
certo di non poco, il rispettabile numero di cento (3). Ed è 
appunto un secolo fa che intorno a quei tronchi, sotto quelle 



(1) A. Gentile e P. Turati. Como e il suo lago. 1858. 

(2) All'esistenza di questi olmi accennano Gentile e Turati sull'opera sopra 
citata e V. Corbellini nel Lario, canti pubblicati a Milano nel 1816. Tutti fanno 
menzione di un olmo antichissimo, il famoso olmo di Plinio abbattuto verso 
la fine del settecento o al principio del secolo passato, alla cui ombra, dice il 
buon Corbellini, forse Plinio andava a sedere « colle sue tavolette cerate per 
notare qualche pensiero leggiadro » ! 

Dallo stesso Corbellini sappiamo che, abbattuto quello di Plinio, esisteva ai 
suoi tempi un altro olmo, pure antico, che egli chiama « Olmo opacissimo, 
che dà il nome a quel lido ove s'innalza nel Borgo Vico »; lo stesso ricordato 
da lui nei versi 



Su questa sponda 

volgi tuo passo e sotto la lunga ombra 
di quest'olmo vetusto 

(3) Un'incisione dell'anno 1838 e una pittura di tempo incerto, ma lontana 
di poco dalla detta incisione, esistenti nel Civico Museo di Como, riproducono 
la località dell'Olmo e vi si vedono le piante, al posto degli attuali olmi, già 
di notevole grandezza. 



- ioo - 

fronde, che più spesse che non sieno oggi adombravano i din- 
torni della villa Odescalchi, si dava convegno l' aristocrazia co- 
mense. 

« Qui solevano convenire nelle ore del pomeriggio liete bri- 
gate di dame e di cavalieri, che si fermavano al fresco a discor- 
rere delle nuove pubblicate nel Corriere del Lario e sovratutto 
a dir bene del prossimo. I briosi equipaggi dei villeggianti si 
stendevano in due Ale sulla spianata: ne eran rari i tiri a 
quattro (1) ». 

In quei geniali ritrovi delle stagioni estive 1808 e 1809 
avrebbe il lettore conosciuto anche « l' irrequieto e focoso poeta » 
Ugo Foscolo. 

Amico già da qualche anno del Conte Giambattista Giovio e 
del figlio Benedetto, si è facilmente invaghilo di Francesca 
Giovio, la maggiore delle tre figlie rimaste nubili del Conte 
Giambattista. 

L' amore inonda tosto 1' animo del poeta, sì da rendergli 
insopportabile la vita lontano da lei. Il 26 giugno 1808 scrive 
all' amico Giulio di Montevecchio : « Io mi sto male, male, in- 
sopportabilmente quasi ». Il lavoro cui s'affatica d'accudire è ad 
ogni minuto « interrotto da un pazzo pensiero, quel solito e 
che ora insiste assai più ». 

Quale ? Lo dice chiaramente la decisa intenzione che mani- 
festa subito dopo : « Domani vado a Como — Mercoledì sarò di 
ritorno : saprai ogni cosa dalla mia lettera che ti scriverò do- 
mani l'altro ». Va infatti a Como, ma torna tosto a Milano dove 
non può darsi pace. 

« Oh ! mi pare ch'io potrei scrivere un altro Ortis : — scri- 
verlo a me solo e per me solo. — Poesie e versi medito sempre 
perchè io amo : ma io disgraziato non so fare versi d'amore, 

Io vorrei ben cantar, ma quell'altera 
tacito, stanco dietro sé mi chiama. 

E così sempre invece de' miei vo borbottando versi del Pe- 

(1) Carlo Segré — Bue capitoli di vita Lariana — Cap. I — Nuova Anto- 
logia — Anno 40, fase. 810. 



-- 101 - 

trarca ». Questo scrive ad Ippolito Pindemonte il 10 Luglio. 
Verso la fine dello stesso mese non può resistere più oltre e 
decide di tornarsene a Como. Si congeda dall' amico Brunetti," 
incaricandolo d'alcune sue faccende e gli manifesta lo stato del- 
l'animo suo : « Io sto male davvero. Un dì saprai tutto : e, mal- 
grado la tua filosofia, confesserai che le circostanze sono supe- 
riori all' uomo. Io ero forte : — sono forte ancora — ma poco 
mancò ch'io non fossi prostrato e ho già perduto gran parte 
del mio vigore ». 

Non va subito a Como però, e si reca a Lecco donde ancora 
torna a Milano. 

Finalmente dal 16 al 23 del mese d'Agosto lo troviamo ospite 
della famiglia Giovio. 

Come egli passasse la vita durante quella settimana può ognu- 
no immaginare, pensando alla vita estiva dei nobili comaschi d'al- 
lora. Tra le loro occupazioni quotidiane, conversazioni e dispute 
letterarie e mondane, passeggiate e gite, partite a scacchi e a 
tarocco, la passeggiata pomeridiana all'O/mo non mancava mai. 
La sera del 23 agosto, giorno della sua partenza, prende con- 
gedo dalla famiglia Giovio proprio all'Olmo (1), e parte alla volta 
di Lugano. 

Naturalmente colla partenza da Como tornano pel Foscolo i 
rimpianti, le malinconie, l' amore alla solitudine e tutto quel 
complesso di sentimenti che egli chiama il suo « vero stato ». 
« Como mi aveva rasserenato, ma ieri appena rimasto solo tornai 
nel mio vero stato : ed io provavo una crudele necessità di restar 
solo, e di tormentarmi e di assopirmi nel mio dolore ». 

Così trascorso il tempo del primo soggiorno di Ugo Pascolo 
a Como, durante il quale assaporò le dolcezze di un amore non 

(1) Inviando nel settembre alla contessa Chiara la tragedia Alceste vi unisce 
queste poche righe : « Se la signora Contessa si ricorda di ciò che mi disse 
pre-so Yolmo la sera ch'io prendevo congedo, saprà la ragione per cui le mando 
l'Alceste ». La contessa gli aveva detto parlando del figlio Benedetto, da poco 
arruolato nella Guardia d'onore: temo la morte eia temo quanto deve temerla 
una donna ed una madre che lascia molti figli : pure s'io fossi certo di far 
felice Peneiletto, invocherei e incontrarei lietamente la morte. 



— 102 - 

certo serio e profondo, ma eh' egli tuttavia chiamò « tenero e 
leale », e di tal fatta che rende spiegabile il ricordarsi per i 
due mesi successivi « tutti i giorni » dell' amore di lei e de' 
suoi doveri « alla sua virtù ». 

Deve dunque parer strano che in quel fluttuar di memorie 
nell'animo del poeta, malsicuro ancora di quella vicendevole 
passione che verbalmente non aveva avuto ne conferma né spie- 
gazione alcuna (1), ricorressero alla mente tutti i luoghi che 
furon teatro delle vicende d' una avventura galante appena sul 
principio ? 

E 1' Olmo, la meta della passeggiata giornaliera, il luogo di 
ritrovo cogli amici e coi conoscenti delle vicine ville, doveva 
ben essere stato un campo favorevole al furtivo dardeggiar di 
sguardi che era stato fin allora l' unico mezzo usato ad una re- 
ciproca intesa. 

È sulla fine del 1808 e precisamente, come abbiamo detto, 
il 29 novembre che Ugo Foscolo si reca a Pavia dove attende 
con ansia la successiva estate per andare « a posarsi nelle onde 
fresche del Lario ». 

Sulla fine del giugno 1809 un appartamento della casa Resta 
all'Olmo, divenuta più tardi Fontana, era preso in affìtto da due 
giovani per l'intera stagione estiva. 

L'un d'essi era Giulio Montevecchio, l'altro Ugo Foscolo (2). 
Senonchè altri intrighi trattengono quest' ultimo a Milano, mal- 
grado egli desideri « il lago come un'anima ardente nelle fiamme 
infernali ». 

11 31 di Luglio, nonostante tutto, può trovarsi a Como dove 



(1) Il Foscolo e la contessina Giovio si parlarono solamente due mesi dopo 
quando si incontrarono nella Villa di Verzago. 

(2) Segré, op. cit. E da notarsi che fu il Foscolo a recarsi a Como per ap- 
pigionare 1' appartamento, e benché asserisca d' aver scelto quella casa, « per 
compiacere » all' amico Montevecchio, pure è più attendibile che V abbia 
scelta per compiacere a se stesso, se l'anno seguente nell'agosto, come affer- 
ma il Segré, « ritroviamo di nuovo il poeta sul lago, non più a Villa Resta, 
ma pur sempre a Borgo Vico in una casa appigionatagli da certo Boldrini non 
lontana quindi da Grumello ». 



- 103 - 

quanto prima deve giungere 1* amico Montevecchio. È qui che 
compone « nei silenzi e nell' ombra del campestre ritiro quel 
capolavoro epistolare, che è la lettera del 19 dello stesso mese; 
nella quale ritesse a Francesca la storia del suo amore per lei, 
protesta di amarla sempre e la consiglia ad obliarlo dimostran- 
dole l'impossibilità della loro unione » (1). 

È in questa lettera quel brano che mostra quanto gli fosser 
cari quei luoghi, e quell'altro dove narra ciò che egli chiama 
« imprudenza purtroppo di chi anzi doveva lasciarmi in errore », 
e nel quale si scorge che cosa fosse a quei tempi 1' Olmo e 
quale importanza avesse come pubblico e prediletto ritrovo. 

« Tornandomi una sera a Grumello e guardando il lago, i 
colli e la casa dove io vi aveva veduta la prima volta, e pen- 
sando eh' io doveva presto lasciarli, il mio desiderio di dimo- 
rarvi sempre non distingueva voi dai luoghi e dalle care per- 
sone che m'erano venute sì care.... 

Quella sera appunto la marchesa Porro che non m'aveva ve- 
duto in tutto quel giorno, mi accolse con certo sorriso dicen- 
domi : « Ortis vuol lasciare dappertutto delle Terese ». Suppo- 
nendo che ella intendesse di .sé e pretendesse una corte galante, 
che io non so ne voglio mai fare, risposi che l'anima dell'Ortis 
non era forse morta con lui, ma che le Terese non si trovavano 
dappertutto. Eppure, — soggiunse — eppure un signore ha 
osservato che una bella persona e voi vi guardate un po' troppo, 
ed io lo credo, continuò seriamente, perchè quel signore non 
suole ingannarsi. 

Sentii rimorso di averla accusata di troppo amor proprio, e 
dall' altra parte io non potevo ideare che ella alludesse mai a 
sua sorella e a suo padre. E sospettai che ella volesse ferire la 
B... la quale infatti e in Chiesa e all'Olmo m'aveva guardato 
con certa curiosità ». 

Il ritrovo dell'Olmo era dunque un ritrovo abituale, come in 
Chiesa alla domenica per la messa; tanto abituale che un giorno 
il Foscolo, impedito da forte tosse di recarsi a pranzo a casa 

(1) Segré, loc. cit. 



— 104 - 

Giovio, scrivendo al conte Giambattista un biglietto di scusa, 
dice : « Spero mi concederanno d'alzarmi verso sera e di venire 
se non altro a fare air Olmo (la parola è sottolineata) la mia 
corte alla contessa ». 

Difatti dal palazzo Giovio di città il conte Giambattista coi 
figli e l'amico Foscolo usavano recarsi di sera alla Villa di Gru- 
niello, e passando presso gli olmi, solevano fermarsi attratti dalla 
bellezza delle piante e dalla loro posizione più che pittoresca (I). 
Tale frequenza del Foscolo all'Olmo ed a Grumello ci è confer- 
mata inoltre dall'espressione di — olmi foscoliani — colla quale 
tuttora a Como si sogliono chiamare i quattro olmi che maestosi 
s' ergono di fronte alla Villa Visconti di Modrone, e dal busto 
che i nob. Sign. Celesia, discendenti dal conte Giambattista Gio- 
vio, fecero erigere nel loro parco ad Ugo Foscolo, memori della 
predilezione del poeta. 

Più in là la storia nulla ci dice e lascia campo a molte sup- 
posizioni, per collegare questo brano di vita e di storia foscoliana 
all' origine della tradizione pavese. Tuttavia la spiegazione più 
ovvia ci sembra questa, che gli elementi storici del soggiorno 
comasco del Foscolo siano trasmigrati in Pavia colla venuta del 
poeta in questa città, e quivi la memoria dell' olmo di Borgo 
Vico si sia localizzata, per un facile equivoco, nell'olmo di s. Ger- 
vaso, dando origine ad una tradizione leggendaria, che col tempo 
venne accreditata dal patriottismo locale. 

Come ciò sia avvenuto è facile comprendere. 1/ essere stato 
« P amenissimo primo bacino del Lario » testimonio e teatro di 
amorose vicende, e della piacevole vita ivi trascorsa dal poeta, 
dovette fargli trovare entusiastiche espressioni ed affettuose pa- 
role ogni qual volta gli ricorresse di ricordare quella località, 
come infatti appare evidente sfogliando il suo epistolario. Ora 
non v' è motivo a credere che verbalmente egli dovesse cogli 
amici esprimersi, a tale riguardo, in modo diverso da quello 
tenuto nelle lettere. Inoltre, conoscendo il carattere suo, alquanto, 

(1; Questo mi affermava gentilmente la marchesa B. Molinary discendente 
per parte di madre dalla famiglia del Conte Giambattista, la quale è anche 
in possesso di alcune lettere d'Ugo Foscolo. 



— 105 — 

fin troppo, vanitoso ed affatto privo di scrupoli e di debolezze 
platoniche in materia d' amore, possiamo ritenere non solo pos- 
sibile, ma assai probabile che Ugo Foscolo agli stessi amici non 
mancasse di narrare, compiacendosene, insieme con le altre sue 
erotiche imprese, che tanta parte occuparono della sua vita, 
anche questa che ebbe per protagonista la contessina Francesca 
Giovio. 

Ora il punto culminante di questa sua efìmera passione pre- 
cede appunto in ordine eli tempo la venuta di Ugo Foscolo a 
Pavia, e la sua durata s' alterna e si collega col suo soggiorno 
in questa città. Che cosa quindi di più naturale d' una narra- 
zione agli amici di Pavia delle sue pene, de' suoi dubbi, delle 
sue speranze e delle vittorie da lui riportate o sperate, infiorata 
di episodi, qualcuno magari un po' piccante, avvenuti e in chiesa 
e all'Olmo sul Lario ? 

Ai vari punti di quelle confidenze non saranno mancate, come 
accade sempre, lingue facili ad ornar di fronzoli e a divulgare 
le saporose avventure : coi fronzoli non si sa mai dove si va 
precisamente a finire; e nulla di più facile che, a furia di par- 
larne, col progressivo mutare di narratori e di ascoltatori, le 
linee genuine del fatto si sieno alterate, e siasi attribuita ad un 
olmo pavese la predilezione che il poeta aveva dimostrato a quello 
comasco. E; coll'adatarsi al nuovo ambiente, l'olmo cambia anche, 
per così dire, funzione: esso non è più il testimone di ameni 
convegni e di amorose avventurerò il compagno di solitudine 
del poeta e inspiratore dei suoi pensieri malinconici! 

L' erroneo scambio degli olmi di Como e di Pavia, che io 
credo causa prima della leggenda ticinese, mi pare, poi, più at- 
tendibile pel fatto che alcuni degli scrittori pavesi, citando tale 
tradizione, sia pure per solo debito di narratore o cronista, ag- 
giungono d' aver ivi il poeta ideato, studiato, ed anche scritto 
parte delle Grazie, mentre è noto che l' idea di questo carme 
venne al Foscolo appunto durante il suo soggiorno a Como 
« quando Francesca si volgeva malinconica, ansiosa e pietosa » 
verso di lui, e qualche frammento di esso fu composto sul lago, 
mentre nella mente vagheggiava la leggiadra e snella figura 
di lei. 



— 106 - 

Le impressioni provate nella placidità lariana, di fronte al 
panorama delle rive incantate, gli si affollavano confuse nel petto 
allorché dettava questi versi bellissimi : 

Come quando più gaio Euro provoca 
su 1' alba il queto Lario, e a quei sussurro 
canta il nocchiero, e allegransi i propinqui 
liuti e molle il flauto si daole 
d'innamorati giovani e di ninfe 
su le gondole erranti : e dalle sponde 
risponde il pastorel con la sua piva : 
per entro i colli rintronano i corni 
terror dei cavriol, mentre in cadenza 
di Lecco il maglio domator del bronzo 
tuona dagli antri ardenti ; stupefatto 
pende le reti il pescatore, ed ode (1) ». 

Firenze e le tre donne fiorentine ricordate nelle tre Grazie 
furono poi le ispiratrici dell' intero carme scritto nella convalle, 
fra gli aurei poggi di Bellosguardo .... 

In tal modo appare ancora più evidente 1' equivoco che nella 
stima dei cittadini pavesi ha tanto inalzata la fama dell' Olmo 
di S. Gervaso, al quale potrebbe benissimo adattarsi, piuttosto 
che agli olmi di Como, il verso di V. Corbellini : 

« olmo vetusto, e per sua chioma 

altier più eh' altro ». 

se, pur troppo, il povero olmo non fosse già scomparso. 

A te dunque, o olmo illustre, la gloria solo che ti attribuì 
il canonico Terenzio « di vincere in pregi queir olmo che il 
figlio del pio Anchise trovò piantato innanzi alla porta dei regni 
bui: (2) » A te l'onore, se vuoi, di occupare ancor oggi colle tue 
radici il sotterraneo che è tra la piazza e sotto la chiesa dove 



(1) V. nota (6). 

(2) « 11 Patriota » dicembre 1866. 



— 107 — 

S. Siro adunò i primi cristiani da lui convertiti ; a te il vanto 
di 241 anno di vita, ma niuTaltro. La storia che ti nega l'onore 
di avere ispirato al Foscolo qualche verso dei Sepolcri (1), 

insl fat 

Ch' han fan sentì eia vera poesia 
Ch' la va al choer e la fa diventa maf, 
Ola poesia eia fa gni i got a i oc 
Che dmà a parlann se dovriss piega i genocc (2), 

ti nega pure l' intimo piacere d' aver deliziato con 1' ombra delle 
tue foglie P animo del massimo lirico italiano. 

Pavia, dicembre 1908. 

Mario Ghisio. 



(1) Quando il Foscolo venne a Pavia i Sepolcri erano già stati pubblicati e 
l'elezione del Foscolo a prof, di eloquenza fu probabilmente conseguenza dei 
pregi che nei Sepolcri egli mostrava d" avere come poeta. 

(2) Roch Canton. Al prim Nadal senza l'òlm ad S, Gervas. — L' Avvenire 
N. 154 dei 1902. 



RECENSIONE 



Costance Jocelyn Ffoulkes et Rodolfo Maj occhi. — Vincenzo 
toppa of Brescia, founder of the lombard school, his li fé and work..., 
based on research in the archives of Milan, Pavia, Brescia et Genoa, et 
on the study of ali his known works. With 90 illustrations 15 in pho- 
togravure, and 97 documents — London, John Lane The Bodley Head, 
1909; pp. XXII-421. 

Come già vide Giovanni Morelli, alla cui memoria e a quella di 
G. Ludwig quest'opera è dedicata, il Foppa occupa nella scuola lom- 
barda il posto che nella padovana occupa il Mantegna, del quale il 
Cavalcaselle lo reputò discepolo. Egli è per solito considerato fonda- 
tore della prima scuola lombarda; giustamente i nostri Autori dicono: 
u della scuola lombarda », alla quale diede veramente nuova vita e 
luce, che fu poi eclissata dal sole di Leonardo. Giottesca con Giovanni 
da Milano, pisanelleggiante e masolineggiante con gli Zavattari e. con 
Michelino da Besozzo, la pittura lombarda diventa originale, assume 
certi suoi caratteri di seria e severa coscenziosità col Foppa, che 
predomina nella regione dal 1461 al 1485, e la cui influenza soprav- 
vive anche in alcuni di coloro che furono poi affascinati da Leonardo. 

Meritava dunque il Foppa una monografia diligente ed esauriente 
come questa, che non lascia nulla a desiderare quanto a copia di 
notizie, quanto a documentazione archivistica, e sarà perciò il neces- 
sario fondamento dei futuri studii e lavori su 1' arte del Foppa. La 
cui storia è così congiunta alla storia della nostra città, che mi pare 
opportuno dar conto di quest'opera con una certa larghezza ai lettori 
del Bollettino. 

Figlio d'un sarto, Vincenzo Foppa nacque a Brescia tra il 1422 
e'1 1430. Non conosciamo la prima formazione artistica del Foppa : 



- 109 - 

Brescia non aveva allora pittori valenti. Su la fede del Vasari, si crede 
ch'egli abbia studiato a Padova presso lo Squarcione; ma il Lazzarini, 
che à illustrato di recente la scuola squarcionesca, non à trovato 
tracce del Nostro a Padova. Il primo quadro noto del Poppa, la Ma- 
donna col Baìnbìno della Collezione Noseda, non à nulla di squarcio- 
nesco ; ci si sente piuttosto il Pisanello, che le ricerche recenti del 
Biadego ci fanno sapere vissuto oltre il 1442. Il secondo quadro, la 
Crocifissione (1456) dell'Accademia Carrara di Bergamo, dimostra la 
derivazione di Vincenzo da Jacopo Bellini. Non a Padova dunque stu- 
diò il Foppa, ma probabilmente a Verona (1) e a Venezia, non sappiamo 
quando, presso i due più grandi maestri d'allora dell'Italia setten- 
trionale. Poi si stabilì a Brescia, avendo sposato la figlia del bresciano 
Caylina. 

Nel 1458 aveva lasciato Brescia per Pavia, forse attiratovi dal suo 
concittadino Bonifazio Bembo (nato a Brescia da un cremonese), che 
lavorava a servizio di Francesco Sforza. I documenti trovati dal Ma- 
jocchi danno nuove notizie su i pittori che il Poppa trovava a Pavia : 
Giorgio Mangano, Giovanni e Nicola da Vaprio, Giovanni da Senago, 
Giovanni da Caminata, Giovanni Mezzabarba, Leonardo e Antonio Vi- 
dolenghi, Antonio Rovati. A Milano in quelli anni operavano Giaco- 
mino e Costantino Zenoni da Vaprio, Zanetto Bugato, il Moretti, Gia- 
como Vismara e altri, e poi B. Bembo, P. Marchesi, Stefano Fedeli, 
Leonardo Ponzano e altri, a' quali il Foppa si collegò. La sua influenza 
fu presto sentita a Milano e a Pavia, anche dai maestri più anziani di 
lui. A Pavia forse dipinse nel Castello, col Bembo, con Costantino da 
Vaprio, col Bugato. Gli affreschi della gran sala, descritti dal Bre- 
ventano, furono compiuti nel 1461. Prima di quell'anno dovè anche 
eseguire qualche lavoro a Milano per Francesco Sforza. Il Filarete, 
nel suo Trattato, lo cita tra i maestri capaci, secondo lui, di decorare 
il Palazzo Ducale : Filippo Lippi, Pier della Francesca, Andrea Man- 
tegna, Cosimo Tura. 

Nel 1461, raccomandato al Doge da Fr. Sforza, il Foppa cercò 
lavoro a Genova, nella cui cattedrale accettò di affrescare la Cappella 
di S. Giovanni Battista. Com'è noto, a Genova predominò nel Trecento 
l'influsso giottesco; nel Quattrocento, anche perchè Genova fu soggeta 
a F. M. Visconti (1421-36), l'influsso milanese e pavese, del quale il 
Foppa divenne il più illustre rappresentante. 

(1) Forse pel tramite di Stefano da Zevio, il F. sentì l'influsso di Gentile 
da Fabriano (m. 1427), che aveva dipinto la Cappella del Broletto a Brescia. 



— 110 - 

Nel 1462 tornò a Pavia, dove s'era stabilito il pittore bresciano 
Bartolomeo Caylina, suo cognato, da non confondere, come si fece, col 
pavese Bartolomeo o Bertolino della Canonica. E del 1462 un affresco 
che il Bossi vide, firmato e datato, nella Chiesa del Carmine ; e di 
questi anni è forse un altro affresco perduto del Toppa: quello de la 
Cappella del b. Isnardo da Vicenza nella Chiesa di S. Tomaso. 

Francesco Sforza lo chiamò più volte a Milano, ove dipinse affre- 
schi nell'Ospedale e nel Banco de' Medici, che adornò delle storie 
di Trajano e delle immagini degl'imperatori e dello Sforza. Nella r. 
Collezione dei disegni a Berlino si conserva un disegno della Giustizia 
di Trajano, dato dal Venturi a Ercole de' Roberti, dal Muntz e dal 
Boni a J. Bellini, ma dal Frizzoni attribuito al Nostro : attribuzione 
molto probabile, chi consideri la posa e il movimento del cavallo che 
rammenta il pavese Regisole, e confronti questo disegno con V Ado- 
razione de' Magi della Galleria di Londra, capolavoro del Foppa. Il 
Muntz e il Berenson considerano quale frammento della decorazione 
foppesca del Banco de' Medici il Gian Galeazzo Sforza leggente Ci- 
cerone della Collezione Wallace a Londra: ma Gian Galeazzo nacque 
nel 1469! 

Con le decorazioni del Banco Mediceo anno stretta relazione quelle 
de la Cappella di S. Pietro Martire in S. Eustorgio, eseguite da quat- 
tro pittori per lo meno, come dimostrano le divergenze di tipi e di 
stile, sotto la direzione del Foppa, che ne disegnò il piano, accordando 
mirabilmente gli affreschi con 1' architettura fiorentina de la Cappella, 
della quale perciò fu considerato unico pittore. Opera sicura del Foppa 
sono i quattro Dottori della Chiesa, che ricordano quelli del Pizzolo 
(1448-55) nella Chiesa degli Eremitani di Padova. Anche il Foppa fu 
affascinato dal genio del Mantegna (del quale il Kristeller, come il 
Cavalcaselle, lo ritiene discepolo), forse da lui conosciuto nella bot- 
tega del Bellini. Così la Cappella Portinari del Foppa si ricongiunge, 
a traverso la Cappella degli Eremitani, a quelle di Giotto e d'Alti- 
chiero. 

A una certa relazione con la Cappella Portinari la Cappella del 
Collegio Castiglioni (1475) a Pavia, da noi già illustrata in questo 
Bollettino, sett. 1907. Proprio nel 1475 quattro pittori associati al 
Foppa a Pavia, B. Bembo, Z. Bugato, Costantino da Vaprio e Giacomo 
Vismara, abitavano una casa presso il Collegio Castiglioni, e atten- 
devano all' ancona per la Cappella del Castello e a gli affreschi per 
la Chiesa di S. Giacomo. Le pitture più deboli de la Cappella Porti- 



- Ili - 

nari (tolti i Dottori, le storie di s. Pietro Martire e V Annunciazione, 
che à caratteri fiorentini) potrebbero appartenere al pittore o ai 
pittori de la Cappella Castiglioni. 

La decorazione de la Cappella Portinari fu compiuta nel 1468. 
Contemporaneamente il Toppa fece altri lavori : nel 1465, p. e., dipinse 
immagini di profeti nel Chiostro grande della Certosa di Pavia; e 
nello stesso anno affrescò il chiostro minore con Bartolomeo o Ber- 
tolino della Canonica e con un altro Bartolomeo (Caylina?). 

Morto Francesco Sforza (1466), Galeazzo Maria divenne il protet- 
tore del Poppa, che nel 1468 fece la Maestà, per la Chiesa di S. Maria 
delle Grazie a Monza, una delle tante sue opere perdute. Nel 68 il 
Foppa, ottenuta, per l'intercessione della duchessa Bianca Maria, la 
cittadinanza pavese, acquistò una casa a Pavia. Il Malaguzzi dice che 
dal 1469 al 71 il Foppa col Bugato e col Bembo lavorò nel Castello 
di Pavia, ma questo resulta da un documento del- 1474, mentre il 
nome del Foppa non comparisce nei documenti con quello del Bembo 
e di altri affaccendati nel Castello di Pavia per la venuta di Galeazzo 
e di Bona (1468). Dal 1469 abbiamo molte notizie relative a' pittori 
del Castello di Milano : è probabile che sia il Foppa il m°. Vincenzo 
nominato nei documenti. 

Nel 1471 lo troviamo a Genova, forse per completare la Cappella 
lasciata in asso dieci anni prima (ma nel L478 era ancora incompiuta): 
anche queste pitture andarono perdute, come il quadro d'altare che 
nel 1472 eseguì a Brescia per la Chiesa di S. Maria Maddalena. Da 
Brescia tornò a Pavia. 

Fortunatamente ci restano quattro pitture del Foppa, che possono 
esser ascritte al decennio 1460-70: la Madonna del Museo Civico di 
Milano, quella de la Galleria di Berlino, della Collezione Trivulzio a 
Milano e de la Collezione Berenson a Settignano. La prima è la più 
significativa di queste opere : e nella concezione e nella esecuzione 
segna una nova fase nello svolgimento artistico del Foppa. Egli non 
à della Vergine la visione realistica propria dei pittori del Quattrocento, 
ma ce la rappresenta come la Madre di Dio. e il Figlio come il futuro 
Salvatore del mondo : meno affascinante dei Bellini, ma più solenne. 
Nella esecuzione poi è così energico, che il quadro sembra più un 
bassorilievo che una pittura. Il Buttinone cerca d' imitarlo nella Ma- 
donna di Brera: ma nell'opera dell'epigono lo spirito del maestro 
non c'è più. Somigliano a questa le Madonne di Berlino e Trivulzio. 
Dalla Madonna Berenson, allattante, deriva la Madonna allattante 



- 112 — 

della Collezione Iohnson a Filadelfia. Un'altra Madonna più tarda, 
della Collezione Davis a Newport, è bellinesca. Forse al decennio 
1460-70 può anch'essere assegnato VEcce homo (Collezione Conway a 
Addlington Castle), protòtipo di molti Ecce homo lombardi e liguri. 

Nel 1473 il Foppa si trovava forse a Milano per la decorazione 
d'una sala del Castello di Porta Giovia: ma non sappiamo nulla di 
certo in proposito. Molti documenti abbiamo circa la parte eh' egli 
ebbe nella grande ancona-urna delle reliquie, eseguita per la Cap- 
pella del Castello di Pavia e messa a posto nel giugno 1474. Il Foppa 
il Vismara il Bembo il Bugato avevano fatti i disegni per la vòlta 
de la Cappella e per la grande ancona: ma furono preferiti i disegni 
d'un' altra compagnia, rivale a quella del Foppa: la compagnia di 
Gian Pietro da Corte, Pietro Marchesi, Stefano Fedeli, Raffaele da 
Vaprio. Per l'assassinio di Galeazzo Maria Sforza (1476) il lavoro 
restò incompiuto: all'ancona avevano atteso il Vismara il Bembo il 
Foppa e Costantino da Vaprio, che sostituì il Bugato, morto in quello 
stesso anno. 

Intanto una nobile pavese, madonna Zaccarina Beccaria Lonati, 
incaricava la stessa compagnia di affrescare la Chiesa di S. Giacomo 
a Pavia (1476) con le storie della Vita e della Passione di Cristo. Il 
Foppa eseguì la Crocifissione. Questi affreschi, che diedero molta fama 
al Monastero di S. Giacomo, nel quale appunto si tenne nel 1478 il 
Capitolo generale dei francescani, caddero, quando la chiesa fu rico- 
struita (1724-31). Credono gli Autori che da queste storie derivino 
la Crocifissione del Montorfano, gli affreschi (dello Spanzotti?) nel 
Convento di S. Bernardino presso Ivrea, quelli di G. Ferrari a Varallo 
e del Luino a Lugano. 

Probabilmente il Foppa si trovava a Brescia nel 1475, dove avrebbe 
dipinto la Cappella Averoldi (che ricorda quelle di S. Eustorgio e di 
S. Giacomo) nella Chiesa del Carmine, con la figura del b. Simone da 
Trento e i quattro Evangelisti e i quattro Dottori della vòlta. Ma le 
sole figure di S. Giovanni Evangelista e di S. Ambrogio ricordano il 
Foppa in quest'opera, forse eseguita da uno dei pochi bresciani che 
operavano verso la fine del Quattrocento. Tra '1 1470 e '1 1480 cer- 
tamente il Foppa fece il quadro, oggi a Brera, della Chiesa france- 
scana di S. Maria delle Grazie. Questo è, tra i quadri d'altare, il 
capolavoro del Foppa: qui il realista idealeggia i suoi tipi, esprime 
tutto il suo innato sentimento della grazia (il quadro centrale della 
Vergine ricorda J. Bellini), soffocato nel primo periodo da influenze 



- 113 - 

esterne. Questo lato poco notato della personalità del Foppa, noti 
dimentico della grazia, fu quello che attirò, tra i suoi seguaci, il 
Bergognone e rese possibile la fortuna di Leonardo in Lombardia. 
Che il S. Francesco che riceve le stigmate, non appartenga al polittico, 
sostengono gli Autori con argomenti che non mi persuadono. In que- 
sto polittico troviamo quel tòno grigio delle carni che appare già 
nella Madonna Noseda e che è un carattere distintivo del maestro. 
La deliziosa predella di questo quadro, V Annunciazione, la Visitazione, 
la Natività, la Fuga in Egitto, si ammira * nella Collezione Vittadini 
in Arcore. Strettamente connessi col quadro di Bergamo sono il San 
Gerolamo della Galleria di Bergamo, firmato, forse derivante dal fa- 
moso, ma perduto di Pisanello ; la Madonna della Collezione Frizzoni 
a Milano ; V Annunciazione della Collezione Vittadini ad Arcore, nella 
quale il Foppa è quasi emulo del Carpaccio nella rappresentazione 
&e\V ambiente domestico ; e finalmente il sublime Ecce homo della Col- 
lezione Cheramy a Parigi. 

Tra '1 1477 e '1 1483 il Foppa tornò a Genova, dove si associò a 
Bertolino della Canonica, e fece un quadro d' altare per la Cappella 
Spinola nella Chiesa di S. Domenico : quadro che sappiamo imitato 
da Giov. Barbagelata (1485) e da Giov. Mazone (1486). 

Nel 1485 tornò a Pavia. Intanto gli fu conferita la cittadinanza 
milanese. Tra '1 1482 e '1 1486 eseguì affreschi a Milano : come la 
Madonna di Brera del 1485, quadro mirabile per prospettiva e più 
gajo di colorito che non siano i quadri di cavalletto. Questo affresco 
fu dipinto forse per S. Maria di Brera, come l'altro del Martirio di 
s. Sebastiano (Pinacoteca di Brera), che à caratteri padovani. Più 
libera composizione à il quadro dello stesso soggetto (Museo del Ca- 
stello), posteriore all'affresco; l'ammirabile disegno architettonico e 
il senso dello spazio (il Foppa rappresenta Brescia nel fondo con la 
Rotonda) e della prospettiva aerea dimostrano che il Foppa non fu 
insensibile all'arte di Bramante, autore del Cristo alla colonna della 
Chiesa di Chiaravalle. Vero è che gli affreschi de la Cappella Porti- 
nari erano stati eseguiti prima della venuta di Bramante. Il soggetto 
del s. Sebastiano era già stato trattato da J. Bellini (veggasi il dise- 
gno di Parigi) ; ma il Foppa ne' suoi due Sebastiani supera il maestro, 
avvicinandosi al Mantegna, autore del S. Sebastiano del Museo di 
Vienna. 

Dal 1481 al 1487 il Foppa dipinse forse per la Chiesa di S. Maria 
del Giardino i due affreschi (S. Francesco stigmatizzato, opera di pro- 

8 



- 114 - 

fondo sentimento, e S. Giovanni Battista, protòtipo del s. G. Battista 
del polittico di Savona) che si conservano nel Museo del Castello. 

Nel 1488-90 era novamente in Liguria, dove fece l' ancona pel 
Monastero di Rivarolo nella vallata del Polcevera, perduta. Possediamo 
alcuni frammenti di polittici (V Annunciazione della Collezione Vitta- 
dini, S. Paolo della Collezione Noseda, due belle e dignitose figure 
d'un vescovo e d'un abate nella Collezione Trivulzio, S. Gregorio e 
S. Bartolomeo nella Collezione Sarasin-Warnery a Basle) : a quale po- 
littico apparterranno ? 

Nell'aprile 1489 il Toppa fece un quadro d'altare per la Certosa 
di S. Maria di Loreto presso Savona, oggi nella Galleria di Savona. 
La composizione è del Foppa; l'esecuzione non tutta sua, ma di suoi 
assistenti (Bertolino della Canonica? Ludovico Brea ?). In quell' anno 
egli fu citato per debiti da Bertolino, che dal 1481 era capo della 
Gilda dei pittori genovesi e aveva sposato una Doria, e imprigionato. 
Il povero Foppa, non danaroso e non sempre fornito d' energia suffi- 
ciente a fargli compiere gì' intrapresi lavori, si trovò spesso negl'im- 
brogli. 

Risoluta la questione con l'intervento d'un arbitro, tornò forse 
in quello stesso anno a Brescia, dove affrescò la nova Loggetta e 
forse la Libreria del Convento degli Agostiniani. Da Brescia fu chia- 
mato a Milano, ove doveva affrescare la Cappella Griffi in S. Pietro 
in Gessate, che fu in vece dipinta da Giov. Pietro di Cemmo, suo 
seguace. Nel 1490 il Foppa si trovava a Pavia; e aveva Bartolomeo 
Caylina tra i suoi assistenti. Intanto la Comunità di Savona ricorreva 
al Duca, perchè obbligasse il Foppa a continuare 1' opera da lui in- 
trapresa per la Cattedrale. Il quadro d'altare della Cattedrale di 
Savona (oggi nell' Oratorio di S. Maria di Castello) lo richiamò dunque 
in Liguria; lo compì il 5 agosto 1490. Quest'opera, concepita dal 
Foppa ed eseguita da lui con la collaborazione d' altri pittori, spe- 
cialmente di Ludovico Brea, che firmò la parte inferiore, se non è il 
capolavoro del Foppa, come pensano gli Autori, gareggia col polittico 
di Brera. La Vergine è meno maestosa, ma più profondamente malin- 
conica di quella di Brera; il ritratto del donatore (Giuliano della 
Rovere) è l'unico ritratto conosciuto del Foppa. 

Dal 1490 al 95 fu pittore officiale del Comune di Brescia. Nulla 
ci resta dei lavori bresciani di questo periodo. Egli visse a Brescia 
sino alla fine di sua vita; ma cercò lavoro anche altrove: per es., 
a Milano e a Pavia, dove dipinse i compartimenti d'una tavola per 



_ Uh - 

la Chiesa di S. Maria di Gualtieri. Questa tavola, ordinata già tra il 
1497 e il 99 a Giovanni Siro de' Cattanei, pittore di nobil famiglia 
pavese, fu compiuta nel 1501 : ne ignoriamo la sorte. 

Forse a questi ultimi anni appartengono la Pietà, molto guasta, 
del Museo imperiale di Berlino, già esistente in S. Pietro in Gessate, 
e V Adorazione de' Magi della Galleria Nazionale di Londra. Una 
certa connessione con questa mirabile Pietà, la più drammatica e 
patetica opera del Nostro, anno la Pietà della Collezione Bernasconi 
a Milano, e il Lamento sopra il corpo morto del Cristo della Chiesa di 
S. Giovanni Evangelista a Brescia, opera, quest'ultima, meno nobile 
e. meno espressiva, evidentemente d'uno scolaro; e finalmente anche 
il gruppo di terracotta di S. Satiro, già attribuito al Caradosso, dal 
Malaguzzi più giustamente a un maestro che sentì l'energia dei 
Mantegazza, artisti che nella scultura lombarda rappresentano un 
indirizzo molto simile a quello che il Foppa rappresenta nella pit- 
tura. U Adorazione de' Magi, la meglio conservata opera del Foppa, 
è anche, meritamente, la più famosa e la più bella opera lombarda 
di questo periodo, voglio dire degli ultimi anni del Quattrocento o 
de' primi del Cinquecento. La varietà della composizione, la finitezza 
dei particolari, la lucentezza dei colori, la leggerezza del tócco, 
quell'aria di dolcezza che anticipa il Luino, non ce la farebbero 
credere opera d'un pittore settantenne. Solo pittori longevi e potenti 
come Giambellino e Tiziano seppero compiere simili miracoli ! 

Tra gli ultimi lavori del Foppa son da considerare il quadro della 
Madonna che adora il Bambino, s. Benedetto e Angeli della Collezione 
Lefèvre a Versailles (ma gli angeli cantanti, privi di sentimento, 
non sono suoi), e lo stendardo processionale, finito forse da qualche 
allievo, della Chiesa di Orzinuovi. Documenti pavesi e bresciani di- 
mostrano che il Foppa morì tra il maggio 1515 e l'ottobre 1516. 

Gli autori illustrano le più significative opere eseguite sotto l'im- 
mediata influenza del Foppa: quali la Madonna col Bambino tra i 
ss. Faustino e Giovila della Camera di Commercio di Brescia ; la 
Madonna col B. del Museo Poldi Pezzoli; la Madonna col B. della 
Galleria Crespi; V Angelo, frammento d'affresco, del Museo di Verona; 
il Cristo morto, affresco di Brera; V Annunciazione della Collezione 
Borromeo a Milano ; la Sacra Famiglia della Collezione Sessa a Milano; 
il Seppellimento del Cristo della Galleria Malaspina a Pavia, ecc. 

A chi consideri le opere superstiti del Foppa, egli appare artista 
potente, ma alquanto unilaterale : non trattò soggetti dell'Antico Testa- 



- ile - 

mento, ne della mitologia, non il dramma, non l'allegoria. Ma, oltreché 
la scelta de' soggetti era dovuta a' committenti, poche pitture ci 
restano di questo maestro che visse circa novantanni. Ove sono i 
soggetti storici e i ritratti de' suoi affreschi ? Il Lomazzo, nel 1. II 
de' Grotteschi, nomina il Foppa tra gli architetti; ma noi non cono- 
sciamo suoi edifizii; altrove, nell'Idea del Tempio della pittura, ce lo 
fa conoscere autore di trattati di prospettiva e di proporzioni del 
corpo umano. Certo, l'artista fu dottissimo: il Pier della Francesca 
o il Mantegna della Lombardia. Ma grande egli fu soprattutto nel- 
l'intuizione e nella rappresentazione delle varie fasi del sentimento 
umano. Senza 1' avvento di Leonardo, senza la dittatura di quel for- 
midabile genio, la scuola lombarda creata dal Foppa avrebbe avuto 
uno sviluppo proprio, originale. 

L'ultimo capitolo gli Autori consacrano a gli scolari diretti o indi- 
retti del Foppa. Il Bergognone (veggasi specialmente il gran quadro 
dell'Ambrosiana, già in S. Pietro in Ciel d' oro a Pavia) e G. A. Be- 
vilacqua furono certo scolari del Foppa, attratti specialmente dalla 
gentilezza e dalla grazia di certe opere del maestro. Anche il Civer- 
chio" e il Montorfano furono diretti scolari del Foppa. Il Buttinone 
e lo Zenale, suoi coetanei, non ne furono allievi, ma ne risentirono 
1' azione. Nella loro prima maniera furon segnaci del Foppa il mila- 
nese Ambrogio De Predis e il pavese Bernardino de' Conti, poi leo- 
nardeschi. Persino il Luino, forse attraverso il Bergognone, sentì il 
Foppa ! 

Più pratiche che artistiche furono le relazioni che il Foppa ebbe 
co' maestri pavesi Giacomino de Meliis, Leonardo Vidolenghi, Antonio 
Rovati, Giovanni Siro Cattaneo. Non ebbe forse scuola a Pavia; ma 
anche i vecchi maestri sentirono la sua influenza e la tramandarono 
a' loro discepoli : lo dimostra un certo numero di opere pavesi, come 
la Madonna Bottigella della Galleria della Civica Scuola di pittura (1), 



(1) Questo quadro è d' un pittore pavese che operò tra il 1480 e il 1486 sotto 
l'influenza del Foppa. La Vergine di questo quadro somiglia alla Vergine del 
Museo di Berlino, ma, più dolce d'espressione, è più debole di disegno; il Fanciullo 
e i donatori ricordano il Foppa; ma i santi differiscono da quelli del maestro 
nel tipo e nell'espressione; il metodo di pittura e il colorilo crudo è molto 
inferiore a quello del Foppa. 11 quadro è stato attributo ingiustamente al 
Bergognone e a Bernardino de' Rossi. Il Majocchi (p. 239-40) propende ad 
attribuirlo a Leonardo Vidolenghi, che in questo periodo lavorava in S. Tom- 



- 117 — 

gli affreschi citati del Collegio Castiglione gli affreschi delle colonne 
del Carmine, l'affresco dell'abside di S. Michele e il quadro dell'al- 
tare di S. Primo, quantunque la connessione con l'arte foppesca de' 
due ultimi lavori sia alquanto remota. 

L'influenza del Toppa si sente anche in Piemonte (già il Morelli 
la notò in Macrino d'Alba) e in Liguria (vedansi il polittico di Savona 
di Giovanni Mazone, e le opere del Barbagelata e di L. Brea). Ludovico 
Brea, collaboratore del Foppa nel quadro di Savona, è affine al Bor- 
gognone più che al maestro, se 1' affinità col Bergognone non gli 
deriva dallo stesso insegnamento. Il suo cugino Antonio Brea, autore 
d'un quadro a Nervi, fu imitatore del Bergognone. Reminiscenze 
foppesche s'incontrano anche nei lavori di Bernardino Fasolo e di 
P. F. Sacchi, come io stesso notai in una mia comunicazione al con- 
gresso storico subalpino di Voghera del settembre 1908 su i pittori 
pavesi che operarono in Liguria. 

Scarsa, ed è maraviglia, fu l'azione del Foppa a Brescia. Dovette 
essere in relazione con lui l'incisore carmelitano Giov. Maria da 
Brescia; e più tardi un altro carmelitano, fra' Girolamo da Brescia, 
mostra la sua dipendenza dal Foppa in un Presepio del 1519 della 
Galleria di Savona. Giovanni Pietro da Cemmo trapiantò nella nativa 
Val Camonica l'arte foppesca. Erede del Foppa a Brescia fu il pit- 
tore Paolo Caylina il Giovine, suo nepote, del quale non conosciamo 
opere. Di Paolo fu collaboratore il Ferramola, maestro del Moretto. 

Dopo il largo sunto che ne abbiamo dato, non è il caso d'insistere 
su l'importanza di quest'opera, straordinariamente ricca di documenti, 
di notizie nuove e peregrine e anche di sottili analisi delle opere del 
Foppa. Gli Autori, che non si sono proposti altro fine che quello di 
scrivere un'introduzione allo studio del Foppa, lo anno pienamente 
raggiunto. Ma il massimo problema estetico, quello della individualità 
del maestro, resta ancora insoluto. Il Foppa deriva dal Pisanello e da 
Jacopo Bellini ; egli è il Mantegna di Lombardia. Sta bene. Ma in che 
si differenzia la sua arte da quella de' maestri suoi predecessori, suoi 
contemporanei e suoi successori? Quali sono i caratteri peculiari 
della sua anima, della sua visione pittorica, della sua arte ? Per quale 



maso e che fu in relazone col Bottigella : ma se Leonardo Vidolenghi è il 
Leonardo de Papia che firmò nel 1466 una cinerea debolissima tela a tempera 
che oggi si conserva in una sala della Galleria di Palazzo Bianco a Genova, 
non può essere l'autore di questa opera foppesca, gioconda di colore. 



— 118 - 

intima virtù questo artista potè creare una pittura genuinamente 
lombarda ? 

Questo ci diranno gli Autori, quando con più profonda intui- 
zione del fatto artistico, con più alacre fantasia critica e con più 
agile stile riprenderanno in esame 1' aj*te del Foppa sul fondamento 
della documentazione larga e precisa che rende prezioso questo volume 
preparatorio. 

L' edizione, di soli trecento esemplari, è d' una bellezza severa e 
d' una ricchezza non vistosa, ma grande, quale s' addice all' arte del- 
l' austero fondatore della scuola lombarda. 

Giulio Natali, 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



L. M. Hartmann, Geschichte 
Italiens im Mittelalter. T. Ili parte 
l. a : Italien unter cler frànkischen 
Herrschaft. Gotha, Perthes, 1908 
in-8 pp. IX 309. 

Con questo volume, che è la 
prima parte del tomo terzo della 
sua importante storia d'Italia nel 
M. E., l'A. riprende, dopo alcuni 
anni di sosta, la pubblicazione 
della sua opera, della quale ebbe 
già ad occuparsi il nostro Bol- 
lettino. Il volume è diviso in 
sette capitoli, di cui il primo è 
dedicato essenzialmente allo stu- 
dio degli ordinamenti franchi in- 
trodotti nella penisola e alle loro 
attinenze con quelli longobardi ; 
gli altri sono l'esposizione dei 
fatti politici che si svolsero in 
Italia e nell' Impero carolingio 
dalla caduta del regno longobardo 
alla morte di Ludovico II (875), 
col quale, a giudizio dell'A., l'Im- 
pero realmente finisce per dar 
luogo ad un periodo di sfacelo 
e di anarchia. Di questi sei ca- 
pitoli, che abbracciano la parte 
narrativa del volume, i primi tre 
riguardano più da vicino la sto- 
ria generale e lumeggiano i rap- 
porti dell'Impero con i Bizantini 
e col Papato e i conflitti di dot- 
trine e d'interessi che agitarono 



il regno di Ludovico il Pio e di 
Lotario ; gli altri interessano più 
direttamente il nostro paese col- 
l'esposizione delle vicende poli- 
tiche e delle condizioni sociali 
del regno italico e colla narra- 
zione della conquista musulmana 
della Sicilia e delle sue succes- 
sive ripercussioni nell'Italia Me- 
ridionale. E appunto in questi 
ultimi capitoli che l'A. dà parti- 
colare rilievo alla figura di Lu- 
dovico II, attorno alla quale ha 
saputo aggruppare con molta abi- 
lità gli avvenimenti più disparati 
della storia italiana di quel tem- 
po, dalle sue imprese contro i 
Saraceni ai suoi rapporti col Pal- 
pato e con gli stati longobardi e 
bizantini del Mezzogiorno. 

Sul volume torneremo con più 
agio quando, con la pubblicazione 
della seconda parte, il pensiero 
dell'A. si delineerà più nettamen- 
te su alcune questioni che in 
questa sono solo accennate. Qui 
basti aver segnalata questa pub- 
blicazione del Hartmann, che ri- 
vela la stessa conoscenza profon- 
da dell'argomento, fondata sullo 
studio diretto delle fonti, e la 
stessa chiarezza di esposizione, 
che formano il pregio dei due 
volumi precedenti. 



— 120 - 



B. Feliciangeli, Longobardi 
e Bizantini lungo la via Flaminia 
nel secolo VI. Appunti di coro- 
grafia storica. Camerino Tip. Ton- 
narelli 1908. 

Questa piccola monografia è 
un beli' esempio di quello che 
può fare uno studioso quando, 
pur occupandosi di un tema mo- 
desto e circoscritto, sa trattarlo 
con vero spirito scientifico sor- 
retto da una larga preparazione 
di cultura e di ricerche. Il sot- 
totitolo di Appunti di corografia 
storica potrebbe far credere che 
il lavoro del F. contenga una sem- 
plice ricerca di carattere locale: 
la verità è che FA. affronta tutto 
il complesso problema dei primi 
anni della conquista longobarda e 
non v'è questione, si può dire, 
trattata dai moderni studiosi di 
quell'oscuro periodo della storia 
italiana, che egli non riprenda 
per suo conto e non tenti di ri- 
solvere con una critica sagace e 
spesso stringente. 

Il lavoro è diviso in quattro 
capitoli. Nel 1* FA., contro l'opi- 
nione recente del Hartmann, so- 
stiene che, vivente ancora Alboi- 
no, i Longobardi si siano stan- 
ziati prima nella valle del Tevere 
poi nel Mezzogiorno, dando ori- 
gine ai due ducati di Spoleto e 
di Benevento, ed assegna loro 
rispettivemente la data tradizio- 
nale del 569 o 570 e del 570 o 
571. Nel capitolo 2° si tratta di 
Faroaldo primo duca di Spoleto 
e dei successivi stanziamenti lon- 
gobardi avvenuti sotto di lui, 



durante il periodo d' interregno, 
nel resto dell'Italia centrale. Nel 
capitolo 3° FA. studia le ostilità 
longobardo-bizantine negli anni 
590 e 591 e i rapporti politici 
di Ariulfo duca di Spoleto col 
pontefice Gregorio Magno. Nel 
capitolo 4° cerca di determinare 
la partizione tra Greci e Longo- 
bardi dei luoghi adiacenti alla 
via Flaminia alla fine del VI, 
dopo la tregua dell'anno 598. 

Come appendice il F. pubblica 
un piccolo studio sulla ubicazione 
di Dubios, stazione romana ricor- 
data nell'itinerario di Antonino 
Pio. 

La monografia del Feliciangeli, 
condotta sulle fonti e ricca di 
particolari topografici studiati 
direttamente sui luoghi, è cer- 
tamente, fra le pubblicazioni di 
questi ultimi anni, uno de' mi- 
gliori contributi alla storia italia- 
na nel primo periodo della con- 
quista longobarda. 

S. Hellmann, Desiderata (In 

N. Archiv der Gesellsch. f. altere 
deutsche Geschichtsk. XXXIV. I 
Heft 1908). 

E risaputo che il nome della 
figlia di Desiderio, re longobardo, 
che andò sposa di Carlomagno e 
fu poi da lui ripudiata, è rimasto 
finora avvolto nell' ombra. Chi 
l'ha chiamata Berta, chi Ermen- 
garda, chi Desiderata. Quest'ulti- 
mo era sembrato finora il nome 
più probabile in base al noto 
passo di Pascasio Radberto, Vita 
Adalhardi cap. 7 : unde factum 



121 - 



estj cum idem imperator Carola s 
Desideratavi Desidera regis Ita- 
lorum filìam repudiaret ecc. Se 
non che il Hellmann, riprendendo 
alcuni dubbi sollevati dall'Abel 
nei Jahrbucher Karls des Grossen 
e passati nella nuova edizione 
di quest'opera fatta dal Simson, 
ritiene che il passo di Pascasio 
Radberto sia stato malamente in- 
terpretato, e che l'errore d'inter- 
pretazione sia derivato dall' es- 
sersi al participio desideratavi 
dato il significato di sostantivo 
di persona, mediante l'arbitraria 
trasformazione in maiuscola della 
minuscola iniziale ; onde il pas- 
so si dovrebbe leggere così:...de- 
sidcratam Desideri! regis Italo- 
rum filìam ecc. Crede anzi il 
Hellmann che Pascasio nello scri- 
vere quelle parole abbia avuto 
presente il passo di una lettera 
di s. Girolamo ad uno dei suoi 
amici : Desiderii mei desideratas 
accepi epistolas ecc. 

La tesi sostenuta dall'Autore 
ha un forte sapore di verosimi- 
glianza. Il dubbio però resta. 
Resta, non perchè ci sia da at- 
tendere troppa luce dai codici, 
che 1 ? A. dice di non avere esami- 
nati, perchè né pure i codici, 
in una questione di questo gene- 
re, possono dare una risposta si- 
cura; ma perchè le ragioni ad- 
dotte dall'A., per quanto plausi- 
bili, non sono di quelle che vin- 
cano ogni incertezza. Non è poi 
esatto, come afferma il H., che 
il Pertz sia stato il primo a stam- 
pare Desideratavi con la lettera 



maiuscola. Allo stesso modo la 
parola è stampata anche dal Mu- 
ratori nei suoi Annali sotto l'anno 
771, e dal modo come si esprime 
il grande storico si vede che l'at- 
tribuzione di quel nome alla fi- 
glia di Desiderio è tutt'altro che 
una semplice congettura de' mo- 
derni, come l'autore mostra di 
credere. 

K. Neff, Die Gedichte des 
Pauhts Diaconus. Kritische und 
erklàrende Ausgabe. In Quellen 
und Untersuchungen zar lateini- 
sche Philologie des Mittelalters di 
L. Traube, voi. Ili parte 4, Miin- 
chen 1908. 

Un'edizione critica delle poe- 
sie di P. Diacono condotta sui 
migliori codici e illustrata non 
meno dal lato storico che da 
quello filologico non può essere 
accolta che favorevolmente dagli 
studiosi dell'Alto Medio Evo, e 
però dobbiamo esser grati al d. r 
Neff di averla procurata. L'edi- 
zione presente abbraccia non solo 
quelle delle poesie di Paolo che 
appartengono indubbiamente a 
lui, ma anche alcune che vanno 
sotto il suo nome, nonché poche 
altre di Pietro da Pisa a P. Dia- 
cono e alcune lettere di quest'ul- 
timo che il N. ha creduto di ag- 
giungere per rendere più com- 
pleto il quadro della vita dello 
storico longobardo. Giacché PA. 
non si è proposto con la sua pub- 
blicazione di fare soltanto un 
lavoro di critica filologica, ma 
d'illustrare anche la vita di Paolo 



— 122 — 



per mezzo delle sue poesie e della 
sua corrispondenza. Perciò ognu- 
na delle poesie o lettere è pre- 
ceduta da un breve sommario 
cui segue una sobria discussione 
delle ragioni della sua autenticità 
e del luogo e del tempo in cui 
fu composta. 

Chi non ignora le gravi dif- 
ficoltà che presenta in molti 
punti la vita di Paolo, non si 
meraviglierà se diciamo che qua 
e là s'incontrano in questo volu- 
me delle affermazioni che non ci 
persuadono interamente. Nondi- 
meno riconosciamo che, in questa 
edizione, dati i suoi scopi limi- 
tati, non c'era posto per discus- 
sioni troppo larghe. Avremmo 
però desiderato che il Neff, il 
quale conosce profondamente tut- 
ta la letteratura dell'argomento, 
avesse mostrato di apprezzare 
meglio il non scarso contributo 
che alla biografia paolina hanno 
recato i dotti del nostro paese. 

J. Becker, Textgeschiehte 
Liudprands von Cremona (in 
Quellen und Untersuchungen zur 
lateinischen Philologie des Mitte- 
lalters fondata dal Traubb). Mùn- 
chen, 0. Beck 1908. 

È noto che 1' edizione delle 
opere di Liudprando (Antapodosis 
e Historia Ottonis) fatta dal Pertz 
nel III volume degli Scriptores de' 
Monumenta Germaniw historica 
perdette molto del suo valore 
dacché F. Kòhler dimostrò con 
validi argomenti l'inesistenza di 
un preteso autografo di Liudpran- 



do nel ms. di Monaco, su cui era 
stata condotta quella edizione. 
La necessità, quindi, di una re- 
visione di tutto il materiale ma- 
noscritto contenente il testo liud- 
prandeo in vista di una nuova 
edizione di quella opere, era di- 
venuta evidente. A questo scopo 
mira il presente lavoro del Be- 
cker. Esso è diviso in tre parti. 
La prima è dedicata alla tradi- 
zione manoscritta e abbraccia la 
descrizione di tutto il materiale 
giunto fino a noi delle opere di 
Liudprando. Nella seconda l'A. fa 
la classificazione genealogica dei 
manoscritti ; nella terza la storia 
del testo. Il Becker riconosce che 
il ms. di Monaco resterà ancora 
il principal fondamento della 
nuova futura edizione delle opere 
del vescovo di Cremona ; ma 
chiunque imprenderà questa nuo- 
va edizione dovrà tener conto 
delle osservazioni del Kòhler con- 
fermate nella sua parte sostan- 
ziale da questa interessante mo- 
nografia. 

S. Pivano, Stato e Chiesa da 
Berengario I ad Arduino (888- 
Ì015). Fratelli Bocca ed., Torino 
1908. 

L'A. di questo importante vo- 
lume non si è proposto di esporre 
la storia generale dei rapporti 
fra Chiesa e Stato nel periodo 
che intercede tra lo sfacelo del- 
l'impero carolingio e le ultime 
lotte per 1' autonomia del regno 
italico, ma solo un capitolo im- 
portantissimo di quella tratta- 



- 123 - 



zione, l'origine cioè e la for- 
mazione della signoria eccle- 
siastica nelle città italiane nel 
periodo che precede immediata- 
mente il Comune. 

Il P. prende le mosse dalla 
immunità ecclesiastica del perio- 
do carolingio e l'accompagna via 
via nel suo successivo sviluppo 
fino alla conquista dei poteri so- 
vrani, con la quale la signoria 
ecclesiastica si stabilisce defini- 
tivamente e si organizza nelle 
varie città del regno italico, e 
specialmente dell' Italia setten- 
trionale. Tutto ciò avviene, se- 
condo il P., non per atto legisla- 
tivo che allontani il conte dal 
governo delle città e gli sosti- 
tuisca il vescovo, ma per la forza 
delle cose che in seguito allo 
sfacelo degli ordinamenti caro- 
lingi, e in mezzo ai disordini 
prodotti da' Saraceni e dagli Un- 
gheri, fa sì che mentre il potere 
dei conti necessariamente decada 
nelle città e quindi si annulli, 
cresca e si affermi quello dei 
vescovi, i quali per la loro auto- 
rità morale e la loro potenza eco- 
nomica diventano i veri rappre- 
sentanti della città e i loro na- 
turali difensori. Sotto Berengario 
II già quattro erano le città (Mo- 
dena, Bergamo, Cremona e Reg- 
gio), i cui vescovi erano giunti 
al possesso della giurisdizione 
comitale: altrove vescovi ed ab- 
bati, se non avevano ottenuto 
eguali concessioni, erano in via 
per ottenerle. 

La politica dei re d'Italia fu 



continuata dagli Ottoni, i quali 
rispettarono, non solo, i diritti 
acquisiti dei vescovi, ma li este- 
sero e li ampliarono; finche al 
tempo di Enrico II, tranne poche 
eccezioni, le città dell'Italia set- 
tentrionale appaiono generalmen- 
te soggette al governo vescovile. 
A questo punto il Pivano delinea 
l'organizzazione delle città ita- 
liane sotto il governo dei vescovi, 
e addita in essa i germi di rin- 
novamento che, svolgendosi, con- 
durranno al Comune. 

Tale, nelle sue linee generali, 
questo lavoro che se manca talora 
di perspicuità, se in qualche pun- 
to può sembrare eccessivamente 
sistematico e fa sentire il desi- 
derio di una più sicura ed ampia 
documentazione, mostra nel gio- 
vane autore una forte prepara- 
zione dottrinale e bibliografica e 
costituisce il migliore contri- 
buto alla storia della signoria 
ecclesiastica in Italia nell'Alto 
Medio Evo. 

L. Schiaparelli, / diplomi 
dei re d'Italia. Ricerche storico- 
diplomatiche. Parte III. I diplomi 
di Lodovico III. In Bollettino 
dell'Ist. stor. ital. n. 29. Roma 
1908. 

Alle precedenti due disserta- 
zioni sui diplomi di. Berengario 
I e di Guido e Lamberto si ag- 
giunge ora questa terza, che ri- 
guarda i diplomi di Lodovico III 
di Provenza. Il regno di Lodo- 
vico in Italia ebbe, come è noto, 
due periodi : il primo tra il 900 



124 - 



e il 902, il secondo di un paio di 
mesi appena nel 905. Pochi, adun- 
que, sono i diplomi usciti dalla 
cancelleria di questo sovrano ; 
ma, anche pochi, anno per noi 
un vantaggio inestimabile, perchè 
rappresentano, nella disperante 
oscurità delle fonti cronistiche, 
i soli documenti sicuri che pos- 
sano illuminarci sulle agitate e 
incerte vicende del regno italico 
in quel tempo. 

Il primo e il secondo capitolo 
di questa dissertazione sono dallo 
S. dedicati allo studio della can- 
celleria italiana di Lodovico e 
dei caratteri intrinseci ed estrin- 
seci dei suoi diplomi in quello 
che hanno di proprio e nelle loro 
relazioni con la diplomatica ca- 
rolingia e dei primi re d'Italia 
Berengario, Guido e Lamberto. 
Importantissimo è il terzo capi- 
tolo in cui, colla guida dei di- 
plomi, lo S. tocca vari punti oscuri 
del governo di Lodovico in Italia, 
e illustra specialmente l' itine- 
rario seguito dal re tanto nella 
prima quanto nella seconda spe- 
dizione. Ciò gli dà occasione a 
trattare in una lunghissima nota 
(p. 150-3) la dibattuta questione 
cronologica della sorpresa di Ve- 
rona, per la quale egli ritiene 
debba preferirsi la data del 21 
luglio alla notte dall'I al 2 ago- 
sto 905 recentemente proposta 
dal Segre. Le ragioni addotte 
dallo S., che accoglie in sostanza 
le argomentazioni del Poupardin 
su questa particolare questione, 
hanno indubbiamente molto peso; 



ma il punto resta tuttavia inde- 
ciso. 

In un quarto capitolo FA. 
tratta delle falsificazioni, tra cui 
è notevole per noi il diploma 4 
giugno 905 a favore del mona- 
stero di Teodote. Chiudono la 
dissertazione due prospetti, uno 
dei diplomi autentici, l'altro delle 
falsificazioni. I primi sommano 
a 21, di cui ben tredici emanati 
da Pavia. Delle altre, che sono 
6, sono datate da Pavia tre. 

Non abbiamo bisogno di dire 
che con questa dissertazione, che 
precede l'edizione dei diplomi di 
Lodovico III in un prossimo vo- 
lume dei Fonti per la storia d'I- 
talia, lo S. ha reso un nuovo ed 
importante servigio ai cultori di 
storia italiana. 

Antonii Astesani, De eius 
vita et fortuna} varietate Carmen 
a cura di A. Tallone. In Raccolta 
di Storici Italiani di L. A. Mu- 
ratori, 2. a ed. Città di Castello, 
S. Lapi 1908. 

Antonio d'Asti, detto più co- 
munemente Antonio A stesano , 
studiò all'Università di Pavia tra 
il 1429 e il 1431 ed ebbe a mae- 
stri Lorenzo Valla e Maffeo Ve- 
gio, due umanisti che egli ricorda 
con onore in un capitolo del suo 
Carmen; più tardi vi divenne 
egli stesso professore di rettorica 
(1433-1436), come risulta dai ro- 
toli dei lettori conservati nell'Ar- 
chivio Universitario, finché, dopo 
varie vicende, divenuto segreta- 
rio di Carlo d'Orléans, andò e 



125 — 



rimase parecchi anni in Francia, 
donde tornò nel 1453 per morire, 
più che ottuagenario, in Asti sua 
patria, circa quarant' anni dopo. 

Il Tallone pubblica lo stu- 
dio da lui premesso alla ri- 
stampa del Carmen, in cui trat- 
ta ampiamente della vita dell'A- 
stesano ; passa in rassegna i vari 
manoscritti del poema e ne esa- 
mina il contenuto in relazione 
con la Galvagnana e le cronache 
astigiane dell'Alfieri e del Ven- 
tura; cerca infine di stabilirne il 
valore letterario e quello storico 
per conchiudere che l'uno e l'al- 
tro sono molto scarsi, ma pur 
tali da meritare l'attenzione degli 
eruditi. 

Le grandi fatiche spese dal 
T. per preparare la nuova edi- 
zione del Carmen dell'Astesano 
meritavano una conclusione più 
confortante ; ma la modestia delle 
conclusioni non diminuisce il va- 
lore scientifico di questa prefa- 
zione, che conferma all'autore la 
buona reputazione che egli gode 
di lavoratore coscienzioso e di- 
ligente. 

E. Verga, Storia della vita 
milanese. Con 49 illustrazioni in- 
tercalate e 32 tavole. Milano, 
Cogliati, 1909. 

L'A. non ha inteso di dare 
in questo lavoro un saggio di 
storia di Milano nel senso più 
comunemente accettato dell' e- 
spressione, ma di rappresentare 
con rapidi tocchi le vicende della 
vita milanese nei suoi vari atteg- 
giamenti e nelle manifestazioni 



più caratteristiche della sua atr 
tività sociale, spirituale ed eco- 
nomica, dalle origini ai tempi 
nostri. Perciò alla storia politica 
è fatta in questo libro una parte 
piuttosto secondaria, quella sol- 
tanto che era necessaria per ser- 
vire di sfondo al quadro tracciato 
dall'autore, e per dare rilievo a 
quegli argomenti che egli inten- 
deva di mettere in maggiore evi- 
denza. Tra questi argomenti il 
Verga tratta con manifesta predi- 
lezione quello relativo alle vicen- 
de della vita economica milanese 
attraverso i tempi, dando ragione 
del mirabile sviluppo industriale 
odierno, che forma il maggior 
vanto della metropoli lombarda. 

Sebbene il libro abbia un ca- 
rattere essenzialmente divulgati- 
vo, in esso si rispecchia quella 
forte preparazione di cultura e 
di studi, della quale il Verga 
aveva dato altri saggi nei suoi 
precedenti lavori. Ma il libro ha 
anche un altro pregio, quello di 
esposizione rapida, vivace, colo- 
rita, che dimostra nell'A. piena 
padronanza del suo soggetto e 
arte non comune di ravvivare la 
materia morta dell'erudizione in 
una rappresentazione sintetica 
ed efficace. 

Senza dubbio un lettore un 
po' pedante potrebbe trovare qua 
e là materia a qualche appunto. 
Non è chiaro, per es., perchè 
nell'indice bibliografico delle fon- 
ti, dove sono pure registrate ope- 
re di scarso valore, manchino 
certe altre, tra cui ricorderò sol- 
tanto il lavoro classico dello 



126 - 



Schupfer , La società milanese 
all'epoca del risorgimento del co- 
mune. Non direi, poi, con tanta 
sicurezza, come fa l'A., che, con 
la conquista longobarda, Milano 
sia divenuta sede di un duca 
(p. 16) e che l' istituzione del 
Conte si colleghi coli' organizza- 
zione feudale dal Verga attribuita 
a Oarlomagno (pag. 17). Dire che la 
rivoluzione milanese del 1042, da 
cui usci il comune, non fu sola- 
mente una lotta fra oppressi ed 
oppressori, u ma anche una gran- 
diosa lotta di razza » tra V ele- 
mento romano e quello germa- 
nico (p. 21), è un' esagerazione, 
com' è certamente un anacro- 
nismo dare a Carlo V il titolo 
d'imperatore d'Austria (p. 121), 
che è del principio del secolo 
passato. 

Ma questi appunti ed altri 
che si potrebbero fare, e la ne- 
cessità di ritoccare qualche ca- 
pitolo (p. es. il II e il III) per 
metterlo in armonia coi risultati 
meglio accertati degli studi mo- 
derni , non possono diminuire 
gran che il valore di questa 
bella pubblicazione, e saran- 
no facilmente riparabili in una 
seconda edizione, la quale non 
potrà mancare, perchè il libro 
del Verga è di quelli che si fan- 
no leggere con interesse e meri- 
tano il favore del pubblico e le 
simpatie degli studiosi. 

g. r. 

Gaetano Moretti, La conser- 
vazione dei monumenti della Lom- 
bardia dal 1° luglio al 31 deceni- 
bre 1906; Milano, Allegretti, 1908. 



Per chiudere il ciclo delle 
annuali relazioni, ora che, per 
disposizione del Ministero della 
Pubblica Istruzione, tutte le no- 
tizie riguardanti l'amministrazio- 
ne delle Belle Arti debbono es- 
sere riservate al Bollettino edito 
a cura del Ministero stesso, e 
prima di abbandonare l'ufficio al 
quale dedicò il periodo più bello 
della sua vita e della sua attività 
artistica, l'architetto Moretti pub- 
blica questa Relazione dell'Ufficio 
regionale lombardo. La pubbli- 
cazione à dunque tutta la ma- 
linconia d'un congedo : ma re- 
sterà a testimoniare l'alto senno 
e la rara dottrina di chi per di- 
ciassette anni diresse 1' Ufficio 
regionale de' monumenti di Lom- 
bardia. Impreziosiscono 1' utile 
volume 140 incisioni e 3 tavole 
e diligentissime bibliografie dei 
lavori illustranti i monumenti di 
cui l'Ufficio ebbe ad occuparsi. 

R. Majocchi e A. Moiraghi, 

Gli affreschi di C. Nebbia e di F. 
Zuccari nelV Almo Collegio Bor- 
romeo di Pavia ; Bassetti, 1908. 

Alcuni degli affreschi del Sa- 
lone del Collegio Borromeo fu- 
rono per la prima volta pubbli- 
cati da G. Natali in un suo arti- 
colo, 77 Collegio Borromeo a Pa- 
via, pubblicato nella rivista mi- 
lanese Natura ed Arte del 15 
febbraio 1906. 

Ora il Majocchi e il Moiraghi 
li pubblicano tutti in grandi e 
fedeli riproduzioni fototipiche, e 
ne narrano distesamente, su i 
documenti, la storia : che è la 
seguente. 



— 12? — 



Gli affreschi del Salone furono 
eseguiti da Cesare Nebbia d'Or- 
vieto e da Federico Zuccari di 
S. Angelo in Vado : al primo spet- 
ta tutta la dipintura della vòlta 
e il gran quadro della parete 
minore, che ritrae la pèste di 
Milano ; al secondo il quadro del- 
l'altra parete minore, rappresen- 
tante l'imposizione del cappello 
cardinalizio a s. Carlo. Tanto il 
Nebbia quanto lo Zuccari ebbero 
parecchi ajutanti : tra quelli del 
Nebbia nominiamo il figlio del 
pittore, Gerolamo Martesani, Ce- 
sare Germei e lo stuccatore G. 
B. Tezzeno ; tra quelli dello Zuc- 
cari, Nicola Ventura, ch'era spe- 
cialmente decoratore doratore. I 
pittori, oltre il danaro pattuito 
come loro mercede, ebbero dal 
Collegio alloggio e vitto, eguale 
in tutto a quello che si dava a' 
convittori. Il Nebbia, invitato da 
Federico Borromeo, che lo aveva 
conosciuto a Roma, venne a ini- 
ziare i lavori nell'aprile del 1603, 
e il 3 luglio 1604 ebbe il saldo 
di tutta la decorazione della vòlta. 
Avendo poi il Nebbia chiesto al 
Cardinale il permesso d'interrom- 
pere il lavoro per tornare in pa- 
tria, il Cardinale si rivolse allo 
Zuccari, il cui nome, dopo il 
marzo 1604, appare nei registri 
del Collegio sempre unito a quel- 
lo del Nebbia pei dipinti del Sa- 
lone. Mentre il Nebbia lavorava 
all'affresco rappresentante la pe- 
ste di s. Carlo, lo Zuccari dava 
opera al quadro di riscontro, rap- 
presentante la imposizione del 
cappello cardinalizio ; e i due 



quadri furono finiti nell'ottobre 
del 1604. Disgraziatamente rima- 
sero ignude le pareti maggiori. 
Questi affreschi, su i quali ci 
proponiamo di ritornare, assumo- 
no, per dirla giornalisticamente, 
un certo sapore d 1 attualità, ora 
che il Comitato dei festeggiamenti 
pel terzo centenario di s. Carlo 
Borromeo à deliberato di far isto- 
riare una vetrata del Duomo di 
Milano coi fatti di s. Carlo su le 
traccie degli affreschi pavesi. 

Francesco Malaguzzi Va- 
leri, Catalogo della r. Pinacoteca 
di Brera; Bergamo, Istituto ita- 
liano d'arti grafiche, 1909. 

È la più bella e diligente 
guida a me nota d'una pinacote- 
ca italiana. Di ogni quadro il 
Malaguzzi fa la storia e la de- 
scrizione , premettendo succosi 
cenni bio-bibliografici di ciascun 
artista , secondo i più recenti 
studii. 

Vi troviamo particolareggiate 
notizie su i quadri di artisti pa- 
vesi o provenienti da Pavia, esi- 
stenti a Brera, già da noi enu- 
merati in questo Bollettino^ giu- 
gno 1907. p. 233. 

Gli artisti pavesi o della pro- 
vincia de' quali si danno qui no- 
tizie, sono : B. Lanino da Mortara 
(p. 35) ; Antonio da Pavia (p. 108); 
Bernardino de' Conti (p. 156) ; 
Cesare Magni (p. 159) ; Filippo 
Abbiati (p. 213) (il Malaguzzi lo 
dice di Milano ma è oriundo vo- 
gherese); C. Cornienti (372 e 373). 

g. n. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Corrado II a Vescovera nel 1026. — Vescovera, piccola bor- 
gata sperduta nel territorio pavese d'Oltrepò, è rimasta finora quasi 
ignota agli storici. Le carte ne fanno raramente menzione. Il Robo- 
lini, Notizie IV p. 2, pag. 177, ricorda appena una parentella de Vi- 
scovaria o Veschoaria, guelfa, tra le famiglie comprese nella nota 
Relazione del 1399. Il Cavagna Sangiuliani [Agro Vogherese, IV 185 n.) 
comprende Vescovera tra le terre soggette, nel sec. XV, alla giuri- 
sdizione feudale di Broni, e la ricorda a più riprese tra' luoghi che, 
per effetto degli smembramenti dell'antico territorio pavese, andarono 
a costituire nel sec. XVIII la provincia di Voghera (Agro Vogherese, 
II 360 e 371). Come dipendenza bronese Vescovera è pure menzionata 
in una Descrittone della Terra di Broni riportata dall'ing. Pietro Saglio 
nelle sue Notizie storiche di Broni II 361 (Broni, Borghi 1890), e in- 
sieme con Cassino Po ricompare in un documento del 1792 tra le stesse 
dipendenze di Broni tenute a concorrere alla formazione di due com- 
pagnie di milizia assegnate a quel distretto. Vescovera fece parte di Cas- 
sino Po fino a che questo comune ebbe un'esistenza propria. Aggre- 
gato Cassino al comune di Broni, anche Vescovera divenne, come 
ancora rimane, una frazione di questo fiorente centro agricolo del- 
l'Oltrepò pavese. Nelle sue note e proposte Pel nuovo elenco degli 
edifici monumentali della provincia di Pavia (Pavia, Succ. Fusi 1905, 
pag. 47) il Cavagna Sangiuliani registra il u Palazzo già dei conti 
di Gambarana a Vescovera, costruzione bene architettata del XVII 
secolo ». 

Una felice intuizione del prof. H. Bresslau, il quale, discutendo 
alcune questioni relative a' diplomi di Corrado II che verranno pros- 
simamente pubblicati nel IV volume dei Diplomata regum et impera- 
torum Germaniae dei Monumenta, ha identificato V u Episcoparico » 
di un diploma dello stesso Corrado dell'anno 1026 a favore della chiesa 
di s. Vincenzo Martire di Bergamo (edito già dal Lupi e dal Cipolla) 
con u Vescovera » frazione di Broni, darà d'ora innanzi a questa mo- 



- Ì2Ù - 

desta borgata dell'agro padano una importanza storica che nessuno 
avrebbe saputo attribuirle. Come e attraverso quali incertezze e ten- 
tennamenti V u Episcoparico », che si legge nell' escatocollo del detto 
documento, sia divenuto, nell'ultima e più giusta sua interpretazione, 
u Vescovera », ha esposto chiaramente il Bresslau ne' suoi Excurse 
zu den Diplomen Konrads II pubblicati nella prima parte del volume 
XXXIV del N. Archiv der Gesellschaft der altere deutsche Geschichts- 
kunde (Hannover und Leipzig 1908). Non rifaremo quindi la via 
percorsa : basti dire che lo Stumpf (n. 1911) l'aveva identificato con 
Peschiera, lo stesso Bresslau con Pescara, il Cipolla s'era astenuto 
da qualsiasi giudizio. 

Ora l'avvenuta identificazione di Episcoparicum con Vescovera, 
mentre illumina con luce inattesa l'itinerario di Corrado II dall'anno 
1026 in uno dei punti più oscuri, acquista una particolare importanza 
per noi che dei fatti di guerra di Corrado contro Pavia, durante la 
sua prima discesa in Italia, eravamo già informati dal noto passo di 
Wipone {Gesta Chuonradì imp. cap. 12) che giova qui riferire per 
intero : Papiensem urbem, quoniam valde populosa fuit, subito capere 
non potuit; ipsos Papienses in gratiam recipere noluit, quia palatium 
quod destruxerant in loco ubi prius fuerat reaedifìcare adhuc rennue- 
bant ; sed defensores eorum, Adalbertum marchionem et Willihelmum 
et ceteros principes in ìisdem termìnis mirabiliter oppimere coepit, ca~ 
strum eorum nomine Urbani desolavit, et plura alia castella et munì- 
tiones firmissimas dissipava. Ea tempestate grande malum factum est 
in Italia propter contentiones Papiensium; multae erum ecclesiae in 
circuitu cum ispis castellis incensae sunt, et populus qui illuc confu- 
gerat igne et gladio periit ; agri vastati sunt, vineae truncabantur, exi- 
tum et introitimi rex prohibebat, navigium abstulit, mercimonia vetuil, 
et ita per biennium omnes Ticinenses afflixit, donec omnia quae prae- 
cepit omni dilatione postposita compleverant. 

Il diploma di Corrado, a cui abbiamo aecennato, si collega stret- 
tamente con le notizie di Wipone. Come giustamente argomenta il 
Bresslau, il soggiorno di Corrado a Vescovera avvenne tra l'aprile e 
il maggio del 1026, quando il re attendeva a combattere i Pavesi 
ribelli e i loro alleati marchesi Guglielmo ed Adalberto. Sembra che 
Vescovera sia stata allora come il quartier generale delle forze ale- 
manne ; e non è improbabile che Corrado vi abbia lasciato una parte 
delle sue milizie a continuare il guasto del territorio quando di lì a 
poco partì alla volta di Ravenna. Ad ogni modo il diploma emanato 



- 130 — 

a Vescovera a favore della chiesa bergomen.se permetterà d'ora innanzi 
di dare una determinazione topografica e cronologica ad uno dei più 
dolorosi episodi della spedizione di Corrado dell' anno 1026, che fu 
anche, per l'avvenire della nostra città, uno dei più decisivi. 

G. Romano. 

Di un codice inedito del Museo Civico di Pavia. — Il codice 
di cui si dà qui ragguaglio per la prima volta, costituisce un docu- 
mento di considerevole valore per la storia dell'ordinamento e delle 
consuetudini dell'antichissima congregazione dei Canonici regolari di 
Mortara, i quali, come è noto, per decreto di Onorio III, subentrarono 
nel 1221 ai monaci benedettini della Basilica di S. Pietro in Ciel 
d'Oro. 

Ne l'attesa di un esame più particolareggiato del valore intrinseco 
del detto codice, mi limiterò per ora a farne la descrizione sommaria. 

La materia in esso inclusa è la seguente : 

aj II testo del Martirologio di Usuardo a cominciare soltanto 
dalla IV Kal. di febbraio (^29 gennaio). Dal fol. 1 al 46. 

b) Regula sanctorum patrum Augustini, Hieronimi, Gregorii, 
Prosperi, atque Ysidori. Dal fol. 46 (verso) all'85. 

cj Regula beati Augustini episcopi, ut post dilectionem domini 
et proximi, caritas et unanimitas custodiatur etc. Dal fol. 85 (verso) 
al 92. 

dj Interrogalo beati Augustini episcopi Catauriorum ecclesiae 
et responsiones beati papae Gregorii ad consulta eiusdem antistitis 
etc. Fol. 92. 

ej Epistula Alexandri papae (II) lucensis ecclesiae clero et po- 
pulo - (edita dall'Ughelli - Italia Sacra I pag. 809 - edifc. altera). Dal 
fol. 92 (verso) al 96. 

fj Epistula formata. Papiensis episcopus, domno L sanctae Tri- 
nitatis ecclesiae archipresuli, (1067). FoL 97. 

g) Regula formatarum. Dal fol. 97 (verso) al 98. 

hj Pure mancando del titolo, i fogli seguenti sino alla fine del 
codice, contengono evidentemente, come dall'indicazione autografa del 
canonico Domenico Trevigi, posta nel foglio di guardia, le: Consue- 
tudines antiquae congregationis Mortariensis canonicorum regularium. 

Passando all' esame esteriore del codice noterò che esso è mem- 
branaceo in 4° (20,7 X 15,5), in ottimo stato di conservazione, di nitida 
e regolare scrittura del principio del secolo XII, come da una nota 



- 131 — 

marginale al nono foglio (verso) se non precisamente del 1091 come 
credeva il Trevigi. Consta inoltre di un quinterno di tre fogli e di 
altri quindici consimili di quattro fogli ciascuno ; complessivamente 
per tanto sessanta tre fogli di duecento cinquanta due pagine. 

Come già lo dichiarava nel 1771 il canonico Trevigi, a spese del 
quale il codice venne rilegato in tutta pergamena, esso manca del 
primo quaderno; le lacune perciò, tutte nel Martirologio di Usuardo, 
sono : al principio, per la parte che precede la IV Kal. di febbraio ; 
successivamente alla II Kal. di marzo sino alla XI Kal. di maggio ; 
in fine dall' XI Kal. di settembre alla XI di ottobre. 

Passando da ultimo alla provenienza, osserverò che il codice, se 
bene sprovvisto di segnatura o d'altra indicazione esteriore, a giudizio 
del Trevigi faceva parte anticamente della Biblioteca di S. Pietro in 
Ciel d'Oro, che nel 1891 veniva donato dal Dott. Vincenzo Zanini 
alla Biblioteca civica Bonetta, e che subito dopo veniva preso in esame 
dal marchese Camillo Brambilla, il quale, come da acclusa nota auto- 
grafalo dichiarava u documento di sicura importanza per gli studiosi ». 

Dott. Renato Sóriga. 



Quanto costarono le due statue di Papa S. Pio V. — Tra le 

carte dell'archivio storico del R. Collegio Ghislieri, che si sta oppor- 
tunamente riordinando, si trovarono le note che riguardano le spese 
fatte per le due statue innalzate in Pavia, una, sulla gran Piazza 
Ghislieri detta comunemente del Papa, in bronzo, e l'altra, ai piedi 
dello scalone del Collegio, in marmo di Carrara. 

Da esse sappiamo che u per la costruttione della statua du Bronzo 
di S. Pio V Pontefice erretta nella Piazza di detto Collegio » vennero 
corrisposte dal 30 giugno 1688 al 2 gennaio 1696 lire 38,566 per la 
statua e lire 3312 pel trasporto di essa da Roma a Genova e da Ge- 
nova a Pavia, e così in tutto lire 41,879. Il piedestallo marmoreo di 
questa statua, compreso il pagamento fatto all'architetto milanese Do- 
menico Malvagino, costò lire 7001, e così la spesa totale del monu- 
mento intiero salì a lire 48,870. 

La statua di marmo consacrata alla memoria dello stesso Papa che 
vedesi nell' interno del Collegio da lui fondato costò 6423 lire, così 
divise : lire 823 pel trasporto del marmo e lire 5600 per l'opera pagata 
allo scultore Carlo Francesco Melone di Milano. L' amministrazione 
del Collegio non ebbe tanta fretta di soddisfare ai suoi impegni per- 



- ìdà - 

che soprasedette dal 31 dicembre 1655 al 2 marzo 1701. Per il piede- 
stallo di questa statua e per altre decorazioni allo scalone ove fu 
collocata vennero spese 2478 lire. Come si vede il buon Pio V fu 
degnamente ricordato da chi doveva a lui tanta gratitudine. 

Come si sa la statua in bronzo, per quanta farraginosa, devesi 
allo scultore Nuvolone che ebbe qualche nome in mezzo alle molte 
stramberie artistiche del XVII secolo. a. e. s. 

Omaggi poetici a G. Cardano. — In appendice di un lavoro 
su la Poesia notturna preromantica (Milano, Società Editrice Libraria, 
1908) Guido Muoni pubblica, non si sa bene perchè, uno scrittarello 
dal titolo La mente e la fama di Gerolamo Cardano. E una recensione 
del noto libro di Enrico Rivari, La mente di G. C, Bologna, Zani- 
chelli, 1906. Il Rivari, secondo il Muoni, à il merito di aver saputo 
diligentemente rintracciare nell'opera del Cardano quanto il filosofo 
stesso ingenuamente ostenta delle sue anomalie psichiche ; ma à il 
torto di non disegnare un quadro compiuto della varia attività intel- 
lettuale del grande Pavese, non considerandolo quale filosofo della 
natura e gnoseologo, nulla dicendo della influenza del suo pensiero 
tra i contemporanei e tra i novatori del sec. XVII e delle vicende 
della sua fama. Il libro compiuto e definitivo sul Cardano in somma 
si attende ancora. Di più, nella parte biografica, il Rivari si vale 
quasi esclusivamente dei cenni premessi da Vincenzo Mantovani (1820) 
alla traduzione del De vita propria del Cardano. A servizio del futuro 
biografo del Cardano, il Muoni à messo insieme una lista non breve 
di libri che parlano del filosofo pavese. A me piace riferire qui due 
obliati omaggi poetici al Cardano : del Marino e del Passeroni. 

G. B. Marino {La Galeria..., Venezia, Ciotti, 1635, p. 178) dedica 
al Cardano questo ritratto : 

L'audace man sospese 

Il gran Pittor repente, 

Quando di quel secondo, e dotto ingegno, 

Ch'a gran pensier gli sorprendea la mente, 

L'abbozzato disegno 

Per colorir la stese, 

Tra sé dicendo : Hor qual giammai pittura 

Di lui, che di Natura 

I miracoli espresse in tante carte, 

Esprimer può l'immagine con l'arte ? 



— 133 — 

Il Passeroni cantò che il Cardano (non mi è dato ora trovare l'in- 
dicazione precisa dell'ottava del Cicerone). 

... dal proprio oroscopo predisse 

E l'ora e il punto in cui dovea morire : 

E giunto il dì che al viver suo prescrisse, 

E morte non vedendo comparire, 

Il poveruom cotanto se ne afflisse, 

Che non potea mangiar, bere o dormire ; 

E per fare avverar la profezia, 

Morì d'inedia e di malinconia. 

G\ Natali. 



NOTIZIE VARIE 



F. Gabotto che, prendendo occasione da uno studio del dott. Giro- 
lamo Biscaro, ebbe già nel Bollettino stor.-bibl. subalpino, XII 58 sg., 
a presentare un primo abbozzo di genealogia dei conti di Lomello 
fino all'anno 1220, ritorna sull'argomento in un nuovo articolo intito- 
lato Ancora sui conti di Lomello pubblicato nello stesso Bollettino di 
quest'anno, e col sussidio di quattro nuovi documenti rintracciati 
nell'Archivio di stato torinese riesce a ricostruire in modo più com- 
pleto l'albero genealogico di quell'antica famiglia, dalle origini sino 
al principio del sec. XIII. 

Chi non ignora per quali antichi e stretti legami la schiatta dei 
conti di Lomello sia unita alla storia di Pavia e del suo territorio 
riconoscerà il valore del nuovo contributo che le ricerche del prof. 
Gabotto apportano ai nostri studi. 



I Rendiconti del r. Istituto Lombardo di scienze e lettere, ser. II 
voi. XLII (1909) pubblicano la commemorazione di C. Cantoni letta 
dal M. E. prof. Vittorio Rossi, in cui la vita e l'operosità scientifica 
del compianto filosofo, che fu per più anni nostro amato vicepresi- 
dente, sono esposte con efficace sobrietà di forma e di pensiero. 

* * 

Ausonia, rivista della Società Italiana di Archeologia e Storia del- 
l'Arte nel fase. I dell'anno III pubblica un interessantissimo articolo 
del prof. Giovanni Patroni su Una favola perduta rappresentata su 
una stela funebre, in cui l'A. illustra acutamente un monumento fu- 
nebre frammentario esistente nel Museo Civico di Cremona. 



* * 

La catastrofe immane che distrusse la vita e i monumenti di Mes- 
sina, lasciando incolume il maraviglioso polittico di Antonello, à rin- 
verdito la gloria del massimo pittore siciliano. 



— 135 — 

Francesco Pino pubblica nell'ultimo fascicolo (IV, 1) del Bollettino 
Storico Piacentino una breve ma nuova illustrazione del Cristo alla 
colonna di Antonello, che con la nota Madonna del Botticelli è il 
principal decoro del Museo Civico di Piacenza. 

Anche il nostro Museo Civico si dà vanto d'un'opera d'Antonello : 
un magnifico ritratto maschile, una magra figura dagli occhi scruta- 
tori ; opera più evoluta, perchè meno studiata ed eseguita con maggior 
pratica, del ritratto del Louvre (1475), di quello della Collezione Tri- 
vulzio, di quello del Museo Civico di Milano (1476J. 

Serbiamolo con religioso affetto ! 

Abbiamo ricevuto il magnifico volume della 2 a edizione corretta 
e ampliata, dell'insigne opera di G. T. Eivoira, Le origini delV architet- 
tura lombarda (Milano. Hoepli, 1908). Della prima edizione (Poma, 
Loescher, 1907) pubblicammo già ampia recensione nel fase. II dell'a. 
Vili. Mandiamo ora vivi rallegramenti all' autore, che à meritato il 
premio dei Licei, e all' editore comm. Hoepli, nostro socio. 

Ne L'Arte del Venturi (a. XII, fase. I), G. Zappa comincia a pub- 
blicare certe sue Note sul Bergognone. A pubblicazione compiuta ce 
ne occuperemo. 



NECROLOGIO 



CARLO GIULIETTI 



Con Carlo Giulietti, morto a Casteggio il 4 gennaio u. s. nella 
tarda età di 84 anni (era nato il 13 novembre 1825), è scomparsa una 
delle più nobili e caratteristiche figure dell'Oltrepò Pavese e insieme 
uno dei più appassionati cultori degli studi di storia patria della 
nostra provincia. 

Laureato in legge nel 1850, entrò di buon' ora nelle vita pubblica 
e vi occupò molti ed importanti uffici di cui sarebbe lunga la 
enumerazione completa, tante e così svariate furono le forme in cui 
si svolse la sua operosità, e così grande fu la fiducia di cui l'onora- 
rono i suoi concittadini nei sessantanni circa che egli dedicò agli 
interessi del suo paese. Vice pretore per ben 17 anni e Sindaco di 
Casteggio, in tempi difficili, dal 1856 al 1860 ; membro della Com- 
missione sanitaria nel 1854 e 1855 (ufficio in cui rifulse la sua 
opera caritatevole e coraggiosa prestata durante una grave epi- 
demia colerica) ; consigliere provinciale e membro per più anni 
della Giunta Provinciale Amministrativa; delegato scolastico man- 
damentale, ispettore degli scavi, presidente del Consorzio Agrario 
di Voghera, qualità che gli valse l'onorificienza d'una medaglia d'oro: 
ecco uno stato di sevizio di cui qualunque uomo potrebbe onorarsi 
e che del Giulietti costituisce il miglior elogio. Al quale stato di 
servizio si potrebbero aggiungere molte utili iniziative, in cui egli 
si rese, con opera filantropica, altamente benemerito della sua patria. 
Basti accennare alla parte avuta nel taglio del torrente Coppa, lavoro 
grandioso pel tempo in cui fu compiuto e che rese possibile l'odierno 
sviluppo di Casteggio ; e le due fondazioni, a lui dovute, di una So- 
cietà Operaia di M. S. e dell'Asilo Infantile, che egli diresse e a cui 
rimase affezionato fino alla morte. 



— 137 - 

Ho voluto accennare con nna certa larghezza alla parte presa dal 
Giulietta nella vita pubblica e all'azione umanitaria da lui spiegata 
a prò' dei suoi concittadini, perchè gli studi storici a cui dedicò non 
piccola parte della sua attività, specialmente negli ultimi 25 anni, non 
furono, in sostanza che un'altra manifestazione di quel vivo patriot- 
tismo in cui pochi l'eguagliarono, a per cui illustrare le memorie del 
luogo nativo fu da lui considerato come un dovere civico pari a quello 
che lo chiamava a prestare V opera sua nei pubblici consigli della 
città e della Provincia. 

u Io non sono di quelli che scrivono per iscrivere, ma per fare del 
bene. Io non aspiro a merito storico, ma solo a far conoscere a' miei 
compaesani dell'Oltre-Po le vicende dei paesi e della regione ove abi- 
tano per renderveli affezionati, consapevoli di quello che occorre per 
fare il bene proprio e altrui, e per il bene presente e avvenire ». Con 
queste parole dirette al Battistella, il quale in una recensione della 
Rivista storica Italiana aveva rivolto vari appunti agli scritti del Giu- 
lietti, questi, rispondendo, tracciava con molta chiarezza la sua pro- 
fessione di fede come studioso. Il Giulietti non volle né pretese di es- 
sere uno storico. Egli si propose un intento più modesto, quello di 
raccogliere il maggior numero possibile di notizie sulla storia di Oa- 
steggio e dei paesi vicini, per infondere nei suoi conterranei, colla 
rievocazione dei ricordi del passato, l'amore alla patria e il desiderio 
di onorarla con opere virtuose. La stessa forma dialogica adottata in 
parecchi suoi scritti è chiara prova degl'intendimenti più pratici che 
teorici, più educativi che scientifici da cui era mosso nel far conoscere al 
pubblico i risultati delle sue ricerche. E così, mentre con gli scavi da lui 
praticati riuscì a salvare una quantità di oggetti antichi e medioevali, 
che egli cercò d'illustrare e raccolse in un piccolo Museo, la cui impor 
tanza fu già posta più volte in rilievo in questo Bollettino, d' altra 
parte, frugando negli Archivi pubblici, privati e parrocchiali, mise 
insieme un copioso materiale, la cui utilità non può non essere alta- 
mente apprezzata da quanti hanno dedicato i loro studi alle antiche e 
moderne vicende dell'Oltre-Po pavese. 

Delle pubblicazioni del Giulietti non è agevole dare un elenco 
completo, perchè parecchi dei suoi scritti pubblicati in opuscoli, gior- 
nali e fogli volanti non sono facilmente reperibili. Senza tener conto 
di un buon numero di lavori di economia agraria, tra cui un Di- 
zionario ampeloenologico, che vide la luce nel 1879, citeremo, fra gli 
scritti di carattere storico-archeologico, i principali : 



- 138 - 

1. Stradella. Spigolature storiche. 1883. 

2. I pellegrini di un tempo e i pellegrini d'oggi. Spigolature sto- 
riche. 1884. 

3. Montebello nel Vogherese. 1884-1889. 

4. Spigolature storiche, civili, agrarie. 1885. 

5. Bobbio. Spigolature storiche. 1885-1890. 

6. Voghera oltre cento anni fa. 1886 (Ripubblicato altre volte in 
seguito, V ultima nel 1907). 

7. Chiesa e Confraternita di S. Sebastiano in Casteggio. 1887. 

8. Iscrizioni e ricordi del vecchio cimitero di Casteggio. 1888. 

9. Casteggio. Notizie storiche (in due volumi : I Le vie del paese 
1890. IL Avanzi di Antichità 1893). 

10. La rappresentanza rurale nella Provincia di Pavia nel se- 
colo XVI. 1892. 

11. Illustrazione di un monumento romano di Casteggio ora a 
Villanterio nel paese. 1892. 

12. Il castello e gli statuti di Stefanago 1892. 

13. Ristampa della storia dell' occupazione austriaca del Vogherese 
con tre aggiunte sui monumenti eretti in Montebello dopo il 1859. 1896. 

14. Elenco degli ostaggi di Stradella. 1896. 

15. Indici analitici relativi per persone luoghi e tempi. 1896. 

16. Nuove notizie sulla battaglia di Montebello del 9 giugno 1800 
che preludiò quella di Marengo. 1897. 

17. Relazione sul Monte di Pietà frumentario esercito in Casteggio 
dalla Compagnia del Rosario dal 1670 al 1803. 1899. 

18. Introduzione al seguito di notizie naturali e civili. 1900. 

19. Notizie naturali geologiche del territorio di Casteggio. 1900. 

20. Miscellanea 1900. Comprende i seguenti articoli pubblicati 
negli anni anteriori : aj Gli oggetti infissi in una delle pareti del vol- 
tone o passaggio coperto del Palazzo Comunale — Abitato e popola- 
zione di Casteggio nel 1627 — Un censimento del 1754 e relative ri- 
sultanze in rapporto alla popolazione, al bestiame e alle immigrazioni 

— Mercato e fiera in Casteggio. Cenni storici — Passaggio del feudo 
di Casteggio nelle famiglie del Carretto e Sforza Visconti di Cay^a- 
vaggio e passaggio in Casteggio di Carlo V — Le investiture feudali 
di Casteggio — Feste in Casteggio pel ricevimento di S. E. Gian 
Paolo II Sforza Visconti V Marchese di Caravaggio e IV conte di 
Casteggio — Il passaggio in Casteggio di una imperatrice nell' aprile 
del 1713 — Il Castello e gli statuti di Stefanago nell'agro vogherese 

— La peste del 1630 a Pavia e a Casteggio. 



- 139 — 

21. Rettifiche e aggiunte alle notizie sugli avanzi di antichità di 
Casteggio 1901. 

22. Appendice alle notizie date sugli avanzi di antichità di Ca- 
steggio e relative deduzioni storiche. 1901. 

23. A proposito del Congresso Subalpino in Tortona e di una 
corsa di Congressisti a Pavia. 1905. 

Non è questo il luogo di pronunziare un giudizio particolareggiato 
sui lavori del Giulietti, la cui attività di studioso e di erudito, meglio 
che nelle singole sue manifestazioni, dev' essere volutata nel suo com- 
plesso e tenuto conto dei modesti intendimenti da lui ripetutamente 
professati. Senza dubbio chi legge questi scritti non tarda a ricono- 
scervi difetti di metodo, e gravi lacune d'informazione bibliografica 
e di cultura generale, difetti e lacune che non mancano mai in 
chi, lontano dai grandi centri di studio, è privo o quasi dei sussidi 
necessari alla severa ricerca scientifica. Chi ha conosciuto da vicino 
il povero Giulietti sa com'egli fosse persuaso di ciò, e come fosse 
pienamente consapevole delle difficoltà tra cui era costretto a proce- 
dere nelle sue ricerche. Ma, pur fatta la debita parte a quanto nella 
sua produzione può esservi di manchevole, quante giudiziose osser- 
vazioni non s' incontrano nei suoi scritti, e quanti errori corretti, e 
qual somma ingente di notizie nuove da lui esumate dalle carte e dai 
monumenti del passato ! Grazie alle sue pazienti indagini, abbiamo 
oggi un materiale prezioso, col quale potrà un giorno essere rico- 
struita, almeno nelle linee generali, la storia antica e moderna di Casteg- 
gio. È questo il titolo principale che lo addita al rispetto degli stu- 
diosi e lo raccomanda alla perenne gratitudine dei suoi concittadini. 

G. Romano. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Verbale dell' adunanza generale della Società Pavese dì storia Patria 
in data 31 gennaio 1909, 



Alle ore 16, presente il numero legale dei soci il presidente prof. 
G. Romano apre la seduta e passa in rassegna i lavori compiuti 
dalla Società durante l'anno 1908. Commemora poi i soci ing. Pietro 
Scaglio, autore di due volumi per la storia di Broni, e il cav. C. Giulietti, 
benemerito studioso della storia di Casteggio e raccoglitore delle anti- 
chità casteggiane. A questo proposito legge un ordine del giorno per 
far voti che la raccolta archeologica del Giulietti, già illustrata dal 
prof. Patroni della nostra Università, possa essere conservata nel 
Civico Museo di Pavia. Dopo una breve discussione alla quale parte- 
cipano i soci Campari, Fossati, Beccalli e Natali, l'ordine del giorno 
è approvato all'unamità. 

Il Presidente dà informazioni circa il Codice diplomatico dell' Uni- 
versità, annunziando che, in seguito alla malattia del sig. R. Scotoni, 
il lavoro di preparazione fu affidato al eh. prof. E. Meani, il quale 
ha già compiutoli suo lavoro di trascrizione dei documenti conservati 
nell'Archivio Universitario. Occorre ancora qualche ricerca completa- 
mente nell'Archivio Vescovile, e nell'Archivio Notarile. Data la straor- 
dinaria abbondanza del materiale raccolto, il II volume non andrà, 
com'è stato annunziato, dal 1401 al 1450, ma dal 1401 al 1435. 

Passando ad altro argomento, il prof. Romano si compiace di notare 
un certo risveglio, del quale sono segno notevole molti articoli pub- 
blicati nei giornali locali, dell'amore e del culto dei monumenti 
cittadini che molti desiderano sottrarre a inconsulte deturpazioni e, 
peggio, demolizioni. La Società Storica vedrà con piacere sorgere 
anche a Pavia una Società di amici dei monumenti : ma fa notare a 
coloro che vagheggiano l'istituzione della nuova Società, che uno dei 
fini della Società Pavese di Storia Patria, consacrato anche in un ar- 



- Ui - 

tìcolo delio statuto, è appunto quello, a cui la Società non è venuta 
mai meno, di tutelare il patrimonio artistico pavese. % 

Il socio comm. Campari, che fa parte della Commissione che studia 
il progetto della costruzione del nuovo Palazzo postelegrafico, fa sa- 
pere che la cripta di S. Eusebio, della cui sorte s'era preoccupato il 
prof. Natali in un articolo dell'Avvenire, sarà salva ; sarà anzi messa 
in miglior luce, perchè si provvederà a un migliore accesso alla 
cripta stessa. 

Da ultimo il presidente tocca una questione importante : quella 
della sede sociale. Avere una propria sede è una suprema necessità 
per la Società storica pavese, la cui sede provvisoria è stata sinora 
il Civico museo. Ma nel Museo, angusto e pletorico, non entra più 
ormai l'abbondante materiale della Società: tutte le pubblicazioni 
sociali e le raccolte di oltre settante riviste italiane e straniere che 
giungono alla Società in cambio del suo Bollettino. Una parte di questo 
materiale è depositato nella biblioteca universitaria : ma anche questa 
ha difetto di spazio. Le condizioni finanziarie della Società (che il 
Romano illustra con una lettera del rag. Stucchi, economo della So- 
cietà) sono tali da rendere possibile la spesa di una propria sede. Il 
presidente chiede all'assemblea che gli conferisca la facoltà di cer- 
care questa sede. 

Dopo alcune spiegazioni date o chieste dai soci Gerardo e Bec- 
calli, l'autorizzazione è concessa. 

Finalmente si procede alle elezioni. Sono riconfermati nella carica 
di consigliere il cav. ing. E. Sassi ed in quella di bibliotecario il 
prof. F. Salveraglio. 



Avvertenza — A pag. 419, riga 24 del fas. di dicembre 1908, invece di 
« del fratello » si legga « dello zio ». 



Prof. GIACINTO ROMANO direttore responsabile. 
Pavia — Premiata Tipografia Successori Fratelli Fusi — Pavia 



94S.S 

So ì b 



LA GUERRA 

fili DI SAVOIA E FILIPPO MARIA VISCONTI 

(1422 - n.4b2e) 



DOCUMENTI 



I 

Ambascieria savoina a Sigismondo, re dei Romani, 
ed alla republica di Venezia (30 gennaio-15 dicembre 1423). 

(Arca. Camsr. Tor., Conti Tes.gen. Sat?.,vol.LXIX,ff.208t?.-210i;.). 

Secuntur recepte et librate habite efc tacte per me Petrum 
Marchiarteli eundo de mandato illustris et excelsi principis domini 
nostri Sabaudie ducis ad ducem et dominum Veneciarum et 
exinde Ungariam ad serenissimum principem dominum nostrum 
Romanorum regem a die penultima mensis ianuarii, inclusive, 
anno Domini m°CCCC° vicesimotercio usque ad diem xv am mensis 
decembris, etiam inclusive, eiusdem anni, qua die spero esse 
Chamberiaci, in domo mea, prò regressu. — Recepte. Et primo 
recepì a Iohanne Lyobardi, vicegerente Thesaurarii. Sabaudie, 
in Aquiano, maini Petri Berti, xn xx scuta auri. Item recepì a 
Conraldo, cavalcatore domini nostri ducis Sabaudie, in Vienna 
in Austria, lii ducatos auri et xvin scuta auri. Item ab eodem 
Conraldo, apud Fismon in Austria et (sic) xlviii duce, auri ; 
et prò sportulis dictorum ciiii xx xn scuta auri. Item recepì a 
Petro Fremberger, ci ve norembergensi, ex cambio michi per 
Nycodum Festi facto, oc florenos hungarenses valentes co duce, 
auri: co duce, auri (sic). De nn c duce, auri solutis prò sigillo 
sententie domini nostri ducis Sabaudie super comitati! Geben- 
nensii, cxxx duce, solutis prò scriptura diete sententie et com- 
. emento processus, et colx fior, renensibus solutis prò ce scutis 
auri prò parte sportul(l)arum contingente principi Aurayte per 
me doctoribus Consilii Regis ne dieta sententia retardaretnr 
solutis non computo, quia nichil recepì, licet confessionem de 
predictis fecerim Petro Fremberguer ciue (sic) Norembergensi 



- 146 — 

qui predi ofcam quanti tatem per cambium in Vienna in Austria 
factum nomine domini nostri Ducis solvit et expedivit. Somma 
recepte: iin. c duce, et irii c iin xx scutos (sic) auri. — De quibua 
librate ordinarie. (Item) libravi Nycodo Festi prò expensis ipsius 
de quibus debet computare Domino: lxxv scutos auri et v duce, 
auri. Item libravi eidem Nycodo ultra predicta prò expensis 

eius de quibus computare debet Domino xl duce, auri Item 

libravi Conraldo, calvalcatori domini nostri Ducis, prò eius 
expensis: xxv duce. auri. Item libravi mihimet prò expensis 
tercentumvigintiquimque dierum quibus steti in ipsa ambassiata 
cum quinque personis et totidem equis : v c xxxiii scutos auri et 
vi grossos. — Librate extraordinarie. Et primo libravi uni guide 
qui nos conduxit a Puicet usque ay Bludef (sic), tam prò eiu- 
dem expensis, quam salario: xvin blaffars. Item l. ! uni guide 
qui nos conduxit a Bludef usque Clausenurt (sic) tam prò eisdem 
expensis, quam prò salario: xin blaffars. Item l. ! prò transeundo 
Montem Alliberti, tam marronibus qui nos conduxerunt usque 
ad medium montis, (demum retrocessimus quia ulterius ire non 
pofceramus), quam etiam aliis marroni[#u]s qui nos conduxerunt 
ultra dictum montem, tam prò eorum expensis, quam salario: 
vii ff. Reni et x blaffars. Item 1.* uni guide qui nos conduxit 
a Tridentino usque ad Scal(l)am, tam prò eius expensis, quam 
salario: i fior. Reni, vili blaffars. Item Idilli qui nos transivit 
per aquas apud Venecias et Muranum quando ivimus quesitum 
unum corpus sanctorum Innocentium quod Dominium Venecia- 
rum cledit domino nostro Duci, et iterum ad Mestre prò regressu : 
cl solidos Venec. Item L* in Venetiis tribus mimis et quatuor 
trompetis certorum patronum gal(l)earum: i scutum auri. Item 
l. 1 cuidam nuncio Domini[f] Veneciarum, qui paraverat nobis 
domum quam dederat nobis dictum Dominium prò mansione 
nostra, et eciam in serviendo nobis magnam penam habuit: l 
sol. venec. Item l. 1 cuidam nuncio qui ivit Florenciam ad por- 
tandum litteras ex parte Nycodi Festi et mei Dominis Floren- 
tiarum: n scuta auri. Item l. 1 coquo Domini[z*] Veneciarum qui 
nobis servivit: n se. auri. Item l. 1 barquerio quem dederat nobis 
dictum Dominium prò ducendo nos ad Palatium et per civitatem: 
i se. auri. Item l. 1 in bumbate posito in una cassa in qua po- 
suimus unum corpus sanctorum Innocencium quod Dominium 
Veneciarum dedit domino nostro Duci: xv sol. Venec. Item l. 1 



- 147 - 

Angel(l)ino, nuncio nobis misso tam prò expensis suis quam 
eciara uno sento auri sibi per me realifcer tradito : n scuta auri. 
Item l. ! magistro Anthonio de Pisis, clerico Domini, prò eius 
expensis ducendum a Posonio usque Cassoviam, ubi prò tu no 
dominus Rex erat: ini duce, auri et n c vn duce. Hungarie. Item 
l. 1 Thome, nuntio Regis, qui nos conduxit a Terciania usque, 
Cassoviam, prò eius expensis: vii c l den. Ungarie. Item l. 1 por- 
terio Regine in Cassavia: e dd. Hung. Item l. 1 trompetis et mimis, 
tam Regis, quam Regine, qui erantdecem numero: in se. auri. Item 
l. J quatuor trompetis Piponis comitis Tuneysii : i se. auri. Item l. 1 
duobus trompetis fratris archiepiscopi strigoniensis: in xx dd.Hung. 
Item. i. 1 porterio Regis :l dd. Hung. Item 1 ,! quatuor trompetis du- 
cis Henrici Bavarie : i se. auri. Item l. 1 uni guide qui nos conduxit 
a Cassovia usque Budam, tam prò expensis eiusdem, quam prò 
salario: clxx dd. Hung. Item l. 1 uni guide que nos conduxit a 
Strigonia usque ad Crucem, ubi dominus Pactaniensis spectabat 
dominum Regem : cnn xx dd. Hung. Item l. 1 quatuor mimis qui 
erant marescalci domini Alberti ducis Austrie: e dd. vien. Item 
l. 1 trompetis episcopi Frigiensis: l dd. vien. Item l. 1 trompetis 
et mimis predicti ducis Alberti Austrie: n ff. Reni. Item l. f 
domino de Omnibono causa mutui, sed attentis serviciis per 
eum impensis Domino nostro ab eo non petii : x duce. auri. 
Item l. ! uni guide que nos conduxit a Posonio usque Comard : 
lx dd. Hung. Item L'in Buda porterio Regis Pallacii: e dd. 
Hung. Item l. 1 Urcdino, famulo domini de Omnibono, prò eius 
expensis, quia magister miserat eum ad nos Budam prò negociis 
domini: i duo. auri. Item l. 1 Sabastiano, hostiario Caminere 
(sic) Consilii Regis: ni duce. auri. Item l. s Conrado, prò salario 
unius naute qui eum conduxit a Ratispona usque Viennam per 
aquam, in Austria: xv gross. Boemie. Item ÌV in duabus pellibus 
pergamene prò habendo sententiam Domini: lx dd. Hung. Item 
V clericis doctorum qui scripserunt minutam sententie Domini: 
i due. auri. Item l. 1 uni guide que nos conduxit a Ratispona 
usque ad Bahu et de Baku usque Neumart (sic), tam prò expen- 
sis eius, quam salario: xxxi gg: Boemie. Item l. 1 prò expensis 
unius guide que nos conduxit a Hutinguen usque Lamugnem : 
vi gg. Boemie; et nichil prò salario quia erat de gentibus 
domini Brunorii de Scala. Item l. 1 uni guide que nos conduxit 
ab Ulma usque Bibrat, tam prò eius expensis, quam salario: 



- 148 — 

xn gg. Boemie. Item 1/ Henvito (sic) theotonico, qui fait infcer- 
pres meus prò eius salario x mensium: xx ff. mou. Sab. Item 
l. 1 michimet ipsi, prò expensis unìus equi mei, septem mensium, 
quem emi ad portandum valleysiam meam in destro, quia alii 
equi non poterant portare dictam valleysiam una cum famulo: 
xxxv se. auri. Item l. 1 doctoribus (sic) Gorisilii Regis prò eorum 
sportul(l)is, ut constat de librata et recepta littera manu ipsorum 
siguata: n c se. auri. Restant vi xx xiiii se., in quarti unius scuti. 

II 

Esercito savoino contro Borgo San Dalmazzo (agosto-settembre 14^5). 

(Ardi. Camer. Tor., Conti Capii. Pìem., rot. XII). 

Sequuntur librate facte per magnifficum Aimonem dominum 
Castriveteris et Verionis, Capitaneum Peclemonciun inferius prò 
et nomine iìl. mì domini nostri Sabaadie ducis, videlicet a die 
prima mensis iullii, inclusive, anni miiii c xxv citra usque ad diem 
ultimam mensis iunii, inclusive, anni miiii c xxvi. Et primo libravit 
nobilibus infràscriptis qui vacaverunt in servitio et mandamento 
facno propter campani positura, contra custrum Burgi Sancti 
Dalmacii, videlicet nobilibus Iolianni de Vallegrignosa et Iohanni 
de Naus (sic), qui vacaverunt in dicto servicio in armis et bono 
apparati! cum quinque equitibus per unum mensem integrum 
inceptum die xxvi a mensis augusti et fìnibis die xxvi a mensis 
septembris, exclusive, xxx ff. pp. Item L* nobilibus Marqueto de 
Aglaclio, Iohanni Philyppo de Laurenzadio, Boxio Provane, la- 
cobo de Canalibus, Francisco de Septimo Victonis, Anthonio de 
Jordanis ex dominis Moutisalti et Amedeo Cutella, de Bugella, 
qui vacaverunt in dicto servicio cum suprascripto domino Iohan- 
n e de Vallegrignosa in armis et bono apparatu cum xxn equi- 
tibus per unum mensem integrum inceptum die suprascripta 
xxvi a mensis augusti, inclusive, et finitum die xxvi mensis 
septembris exclusive: cxxix ff. pp. Item Ignobili Bartholomeo 
de Baudisserio prò suis stipendiis trium septimanarum quibus 
vacavit in dicto servicio cum predicto nobili Iohanne de Val- 
legrignosa in armis cum quatuor equitibus, videlicet a die quarta, 
inclusive, mensis septembris usque ad .diem xxvi am dicti mensis, 



149 



exclusive: xvni fF. pp. Item 1.* nobili Iohanni Vaselli de Burgaro 
fehaurinensi prò suis stipendiis xv im diernm quibus vacavit in 
servicio et mandamento predicto cum supradicto suo Capitaneo, 
videlicet a die xi a meusis septembris, inclusive, usque ad diem 
xxvi eiusdem meusis, exclusive, in armis cum duobus equis: vi 
fF. pp. Item 1.* egregio Henrieto ex comitibus Valpergie prò suis 
stipendiis xv im dierum quibus vacavit in predicto servicio cum 
dicto domino Capitaneo in armis et bono apparatu cum decem 
equitibus, scilicet a die xi a mensis septembris, inclusive, usque 
al diem xxvi eiusdem mensis, exclusive: xxx fF. pp. Item I. 4 
Besso et Anthonio ex comitibus Castrimontis, qui vacaverunt in 
dicto servicio cum dicto domino [Capitaneo] a die xi a mensis 
septembris, inclusive, usque ad diem xxvi eiusdem mensis, exclu- 
sive: xvin fF. pp. Item 1.* nobilibus Thome de la Turre, Hen- 
rieto de Agladio, Berteto de Strambino, Mainfredo de Ripparolio, 
Anthonio de Perracio et Guillermo Giglato, de Lanceo, prò nobili 
Romeo Provane, qui vacaverunt in dicto servicio cum predicto 
domino Capitaneo in armis, videlicet a die xi a mensis septem- 
bris, inclusive, usque ad diem xxvi dicti mensis, exclusive, cum 
xix equitibus: lvii fF. pp. Item l. 4 nobilibus Andrato Bartholomei 
et Yppolito de Aquablancha de Secusia, prò eorum stipendiis 
xv diebus quibus vacaverunt in dicto servicio cum dicto domino 
Capitaneo in armis cum quatuor equitibus, videlicet a die su- 
prascripta xi a mensis septembris, inclusive, usque ad diem xxvi 
dicti mensis, exclusive : xn ff. pp. [Item] 1 * Petro de Burgaro 
Maxi ni et Saladino Provane prò eorum stipendiis xv dierum 
quibus vacaverunt in dicto servicio cum dicto domino Capitaneo 
in armis cum quinque equitibus, videlicet a die predicta xi 
septembris, inclusive, usque ad diem xxvi dicti mensis, exclusive : 
xv fF. pp. Item l. 4 Ludovico de Recepto, BoniFacio de Hoasenda, 
Cornino de Advocatis de Colobiano, Ludovico et Petro de Ad- 
vocatis de Valdengo, Iacobo de Castellengo, Leonardo de Fon- 
tanis, Stephano de Monteformoso et Thome de Salugia prò eorum 
stipendiis xv dierum quibus vacaverunt in predicto servicio 
cum dicto domino Capitaneo in armis cum xxxiii equitibus, 
videlicet a die xi septembris, inclusive, usque ad diem xxvi dicti 
mensis, exclusive: lxxxxix fF. pp. Item l.*sibi ipsi prò xv equi- 
tibus, videlicet prò se ipso cum duobus mangonibus, Humberto 
Iaconi eius chambrerio, Andrea Gilleti coquo, Perino de Gatigo 



150 



falò (sic) et nobilibus Francisco Viancini, Amblardo bastardo 
Girberdi (sic) et Amedeo Murisoti cum sex equitibus, et equo 
portante bentum et Iohan[n]efco de Sostegno, famulo, ad condu- 
cendum ipsum bentum, et prò eius trompeta ; et vacavit eundo, 
stando et redeundo xv diebus in armis, videlicet a dieta die xi 
septembris, inclusive, usque ad diem xxvi dicti mensis, exclusive: 
xlv ff. pp. Itera L* Conrado Victonis de Ciriaco, contestabili, 
prò se et xxiv or peditibus (1)..., qui una cum suprascriptis pe- 
ditibus, cum duobus equitibus et bono apparati! vacavit in dicto 
servicio xv diebus, videlicet a die xi mensis septembris usque 
ad diem xxvr eiusdem mensis, exclusive : l ff. pp. Item L* Heu- 
stacio de Badaloco, contestabili, prò se, uno regachio et lxxvi 
peditibus infrascriptis (1)...., qui cum duobus equitibus et su- 
prascriptis peditibus servivit eundo, stando et redeundo xv 
diebus inceptis die xi a mensis septembris, inclusive, et finitis die 
xxvi ta eiusdem mensis, exclusive; videlicet clii ff. pp. Item 1.* 
Paduano de Ciglano prò se et uno regachio et lxix peditibus (1)..., 
qui una cum suprascriptis servivit cum duobus equis sexdecim 
diebus inceptis die decima mensis septembris inclusive et finitis 
die xxvi ta dicti mensis exclusive ; videlicet cxlii ff. pp. 

Ili 

Trasporto di una bombarda nella campagna del 1426. 

(Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXI, ff. 423-424). 

Sequitur conducta magne bombarde Domine kmedee de loco 
Avillanie ad civitatem Ypporrigie, de anno presenti [mccccxxvi] 
et mense septembri, per me Philipum de Guaschis et socios 
neos, iuxsta confessionem miohi factam ab ill. mo Domino nostro 
per Bolomerium signatam anno et die prescriptis [xvi sep- 
tembris]. Et primo l* Petrino Petaco et socio, qui conduxerunt 
currum matum cum duobus paribus bovum ill. is domine Prin- 
cipisse apud Avillaniam, causa portandi cannonum, et nuncio 
qui ivit ad ill. em Dominanti nostram causa liabendi dictum currum: 
xvin gg. Item prò sepo et candelis ad lugendum currum situle 

(1) Seguono i nomi, che si omettono perchè senza interesse. 



- 151 - 

de nocte : i gr., n qq., dd. ini. Item prò una torchia ad car- 
reandum dictam sitnlam de nocte: i gr., n qq., dd. mi. Item 
prò clavibus, prò ruelis dictorum currium (sic) frenandis: i gr. 
Item prò maciis duobus cordarum ad stachandum totoresias : n 
qq. It9m prò aliis oordis prò ambelaciis ad tirandum cum bobus: 
i gr., in qq. Item prò expensis magistrorum qui carreaverunt 
dictam bombardam et canonum, videlicet magistris Avillanie, 
tam in prandio eis dato in domo Eolandi, quam in sero in vino: 
vi gg. Item manualibus, prò vino eorumdem: i gr., n qq. Item 
die xvn septembris, in Ripollis, prò cordis necessariis prò con- 
ducendo thimonum usque Casellas : in gg. Item prò capistris 
equorum ad ponendum ad timonem et conducendum : n gg., i q. 
Item datis Iohanni Massie, misso apud Frontem causa reperiendi 
seu reparari faciendum armatorium : in gg. Item 1.* die xix sep- 
tembris prò sepo ad lugendum curros: n gg., i q. Item, in E-ip- 
polis, prò reaptando tam axale factum apud Sanctum Anthonium 
de nocte, quam in Rippolis aliud axale, necnon duas rotas 
currus ili. 11 domine Principisse, quam ferro ferrare (sic), quam 
multas reparationes facere (sic) in dicto curru de novo, ut de- 
structus, et rotas refferrare, tam prò ferro, quam lamis et cla- 
vibus, per manus eiusdem marchatoris: mi ff, vi gg. Item 1.* 
die vicesima septembris, in Casellis, prò canapa boveriis neces- 
saria prò ambolaciis et aliis: n gg. Item, ibidem, Iohanni fer- 
rerio, prò certis caviglis ferri: i gr., n qq. Item die xxi sep- 
tembris 1.* in Fronte Iohanni fìlio Ardiczoni de Fronte, tam prò 
canapa, quam prò doa botali! ad faciendum cuneos prò situla: 
i gr., i q. Item die xxn septembris 1.* certis nunciis missis per 
thuginum (sic) per villas circumstantes, causa habendi gentes 
et boverios in multis locis: vii gg. Item, ibidem, prò sepo et 
aliis necessariis: n gg. Item, datis in domo presbiteri de Ripay- 
rolio, prò vino boveriorum Ciriaci et Sancti Mauricii, videlicet 
stagnatis x: in gg. Item, ibidem, in caviglis et clavibus: i gr., 
i q. Item, in Baudiserio, die xxin septembris, quando bonbarda 
(sic) restavit in prato Morvo (sic), de nocte, prò sestario i vini 
et cavagnis duobus (sic) panis prò illis qui custodierunt dictam 
bombardam, et in nunciis missis prò gentibus: i fi., i gr. Item 
prò uno circul(l)o ferri misso quesitum in prato Morvo, de nocte, 
apud Luyrum : i gr., in qq. Item prò duobus trabis et uno 
assali dimissis cum dieta bombarda Ypporigie: vii gg. Item in 



J5'2 



uno [nuncio] misso in valle Chy, de prato Morvo, et in valle 
Brocii, quia bonbarda non poterat moveri : n gg. Item, in Cole- 
reto, causa reparandi currus propter desendutam prati Morvi, 
ad reclavandum claves rotarum, et prò loderio unius currus 
Baudiserey (sic) ad portandum predictos travetos causa levandi 
bonbardam : i gr., in qq. Item, Ypporigie, pio boveriis parro- 
chiarum, prò potu et merenda: n gg. Summa: xi ff., xn gg., 
in qq., un dd. Item prò expensis quinque equorum et quinque 
personarum causa eundi ,pro premissis et portandi dictam bon- 
bardam^ eundi ante et retro ad faciendnm vias preparare, bo- 
verios adf/ìTJucere et alia necessaria, videlicet prò me Philipo, 
Iohannino de Oliva, Iul(l)io Lesqua, Thoma de Bove et Petro 
de Savilliano, tam eundo, quam stando et red(d)eundo prò xiiii 
diebus, ad racionem de grossis un prò qualibet die: xxi ff., vili 
gg. Summa summarum : xxxin ff., vii gg., in qq. ; dd. ini. 

IV 

Ambascieria savoina a Milano e Venezia (11 ott. 1426-16 genn. 1427). 

(Arch. Camer. Tor., Conti Tes. yen, Sav., 
voli. LXXI, f. 449 i?., e LXXII, ff. 206 v,201 r.). 

Sequuntur expense ordinarie facte per Henricum de Colum- 
berio eundo cum undecim equitibus ab Ypporrigia Mediolanum, 
et inde Venecias, ad tractandum pacem cum domino duce Me* 
diolani; qui stetit tam eundo, quam redeundo, diebus centum 
et uno, videlicet a die undecima octobris anni Mccccxxsexti, in- 
clusive, usque ad diem vicesimamprimam ianuarii anni Domini 
Mooooxxseptimi, qua applicuit Pignerolium; que ascendunt in 
summa prò quolibet die ad lxvi dd. gg., computato quolibet 
equite per diem vi dd. gg., ad racionem xvi dd. gg. prò ducato: 
valent oocoxvi duce, et xn dd. gg. Sabaudie. Extraordinarie. 
L. 1 Conrado, equitatori Domini, prò expensis ipsius et equi sui, 
qui venit cum dicto Henrico, de iubsu Domini, ab Ypporrigia 
Mediolanum et Venecias; qui stetit secum, eundo et expectando 
Venecias (sic), xxnn diebus, videlicet a die xi octobris, inclu- 
sive, usque ad ini novembris, exclusive, computatis vi dd. gg. 
prò quolibet die: valent ix duce. Item 1.* dicto Conrado prò 



— 153 - 

expensis suis veniendo a civifcate Veneciarum ad illustrerà Do- 
minum nostrum curri litteris ipsius Henrici : mi duce. Item 1.* 
die veneris xi octobris, prò expensis octo armigerorum qui asso- 
ciaverunt dictum Henricum de Columberio a Levort (sic) usque 
ad Trin, per neraus de Lucesti xvin dd. gg. Sab. L.* die sabbati 
xn octobris dicto Flamenco, qui portavit quandam litteras clau- 
sam missam per Henricum de Columberio Capitaneo Vercella- 
rum, et redeundo ad Pontemsturie, deinde a Ponte de Sture 
(sic) domino nostro Duci: xn dd. gg. Sab. L.* die dominico xin 
octobris in por tu Padi, in villa de Sture: ini dd. gg. Sab. L.* 
dieta die, in porfcu de Sesè, videlicet vii dd. gg. cum dim. Sab. 
L. 1 dieta die mimis et trompetis marehionis Montisferrati : i due. 
L.* die lune xini octobris in porfcu aque dou Tisin, eundo Me- 
diolanum : xv dd. gg. L.* dieta die, datos hospiti de Vigeve qui 
conduxit dictum Henricum a Vigué a Pavia: un dd., ob., gg. 
Sab. L.* die mercurii xvi octobris mimis, trompetis et eyraux 
•(sic) domini ducis Mediolani: vi duce. L.* die dominico xx octo- 
bris, de mane, trompetis et mimis apud Creymam: dim. due. 
L.* in portu aque Olii, prope Ursum novum, die lune xxi octo- 
bris: in dd. gg. Medio!. L.* ipsa die xxi, datos cuidam cavalca- 
toris domini ducis Mediolani, qui associavit dictum Henricum 
a Mediolano apud Brissiam : in duce. L.* die martis xxn octo- 
bris, datos cuidam guide qui (sic) associavit dictum Henricum 
a Brissia apud Pisquiera: i due. L. 1 duobus armigeris, qui asso- 
ciaverunt dictum Henricum a Pisqueria apud Veronam : xn dd. 
gg. Mediol. L.* ipsa die martis xxn octobris, datos trompetis in 
Verona: n duce. L.\ datos cuidam cavalcatori qui venit a Ve- 
rona apud Villamnovam cum dicto Henrico : dim. due. L.* die 
mercurii xxni octobris, dafcum trompetis apud Vicence (sic): i 
duo. L.* die iovis xxiiii, datos trompetis quatuor et tribus mimis 
apud Padua[m] : n duce. L. fc die veneris xxv octobris, prò portu 
navis super qua ivit idem Henricus et sui servitores a civitate 
Padue Venecias: i due. L.*, una cum domino Petro Marchiandi, 
in Veneciis, prò salario barearum que portaverunt dictos Petrum 
Marchiandi et Henricum de Columberio per civitatem Venecia- 
rum cotidie, hinc inde, ad tractatus pacis, videlicet a xxvi oc- 
tobris, inclusive, Mccccxxsexto, usque ad ini ianuarii, exclusive, 
Mccooxxseptimo, videlicet xv duce, et n tercios unius ducati. 
Item l^cum dicto domino Petro, datos die xin novembris cuidam 



— 154 — 

trompete, videlicet tercium i due. 1 L. 1 magis ipsa die, datos trom- 
petis marchionis Ferrane et comifcis Carmagnolie : n duce. L.* 
una oum dicfco domino Petro, die xxv novembris, trompetis do- 
mini Mantue: i due. L.* die xxx deeembris trompetis Dominip] 
Veneciarum: i due. L.* ipsa die cuidam famulo domini Cardi- 
nalis qui multociens laboravit eundo et veniendo quesitum dictos 
Henricum et dominum Petrum Marchiandi, videlicet n duce. 
L.* ipsa die quatuor trompetis et tribus mimis certorum patro- 
norum gal(l)earum: i due. L. 1 eadem die xxx, datos duobus mi- 
mis : dim. due. L.* die prima ianuarii, datos cursoribus civitatis 
Florentie, qui visitaverunt dictos Henricum et dominum Petrum 
primo die anni: i due. L.* die in ianuarii trompete predicte et 
mimis: i due, L.* die v ianuarii, in Verona, trompetis dicti loci: 
il duce. L.* die vii ianuarii trompete cuiusdam capitanei vocati 
Tyodo marquis: i due. L. 1 prò una guida a Lonnay (sic) apud 
Brissiam: dym. due. L.* die vili ianuarii guide que conduxit 
a Palaczol apud Trevys: dim. due. L. 1 in portu aque dou Tisin: 
v gg. L.* die xvn ianuarii guide a Mortaria apud Vercellas : vni 
gg. L. 1 trompetis de Vcrcellis, ipsa die: vi gg. L.* in Sancta 
Agata, ipsa die: vi gg. Item, datos per dictos Henricum et do- 
minum Petrum clerico et secretano domini Cardinalis qui re- 
cepit instrumentum pacis et signavit: xn duce. Qui sunt in 
summa xliii duce. 

L.* [Thesaurarius generalis Sabaudie] prò dicto domino nostro 
Duce, et de eius mandato expresso, Henrico de Columberio et 
Regino de Valperga, consiliariis Domini, prò expensis per ipsos 
factis eundo ab Ypporigia ad ducem Medyolani, ibidemque stando 
et inde redeundo...:oxini ff., vii dd., ob., gg. — L. 1 Henrico de 
Columberio et Reguini {sic) de Valperga, consiliariis Domini, 
et Anthonieto de Spina, secretario Domini, quos traxerunt ad 
expensas eorum eundo ad ducem Medyolani, et deinde Venicias, 
mandati per Dominum. ..:dlvii ff. pp. 



— 155 — 

V 

Proposte del duca di Milano al duca di Savoia (11 febbraio 1427). 

(Arch. Si. Tor., Tratt. anlt., mazzo III, n. 17). 

Copia aliquorum partitorum oblatomm illustrissimo domino., 
duci Sabaudie die xi februarii mccccxxvii. 

Pro mittente domino duce . . Sabaudie desistere, et desistente, 
ab offensionibus quibuscumque et [permittente] mercimonia 
discurrere bine inde iuxta solitum, prout poterant ante initium 
guerre, etiamsi Veneti et Fiorentini, vel aliqui eorum, aut alii 
quipiam, guerram facerent confcra dictum . . dominum ducem 
Mediolani; nam, ut prefatus dominus . . dux Sabaudie facere ista 
possit cum sui honoris salvatione, fient opportuna mandata 
parte domini. .regis Romanorum, erigentur vexilla imperialia, 
et denique servabuntur omnes modi possibiles in Dominationis 
sue decus ; 

Promittente ulterius facere, et faciente, intelligentiam et 
ligam cum prefato domino duce Mediolani in forma et effeetu 
super alio foleo annotatis, ampliandis tamen et extendendis 
quantum erit conveniens prò strictiori vinculo maiorique effi- 
cacia, declaratione et robore diete lige, secundum dictamina 
sapientum, quandocumque scilicet prefatus dominus Roraanorum 
rex, qui amboni m est dominus, personaliter venerit contra Ve- 
netos, vel diffldentiam ipsis miserit nomine Imperii, aut alia 
honestatis causa aderit — que fcuno adesse intelligatur cum 
Regia Maiestas, aut Electores, Imperii, vel dominus Cancellarius 
Sabaudie, dominus preceptor Sancti Anthonii Mediolani, Henri- 
cus de Columberio, Henrighinus et Iohannes de Valperga de- 
claraverint eam esse; quam ligam ut facere possit honestius, 
fiet parte prelibati domini Regis mandatimi eidem domino.. 
Duci ut a liga Venetorum ommino se retrahat et dissolvat; 

Contentatur prefatus dominus. .dux Mediolani illum facere 
infrascriptorum quatuor articulorum quem ipse dominus dux 
Sabaudie duxerit eligendum: 

Aut scilicet ei tradere et assignare civitates Ast et Vercel- 
larum cum pertinentiis suis hoc modo declarandis, videliect Ast 
cum terris sub gubernatione sua datis quando habuit gubernium 



150 



civifcatis eiusdem, et Veroellas ac universum fcerritorium vercel- 
lense(m) a Sicida ultra, cura ista declaratione, quod si essenfc 
alique terre, loca vel portus districtus vercellensis ultra Sicidam 
suos fines suasque pertinentias citra Sicidam extendentes, de- 
beant huiusmodi fines et pertinentie citra Sicidam ita sub eis 
ramanere, eisque spoetare, ac si essent ultra Sicidam, et versa 
vice fines et pertinentie locorum et portuum districtus vercel- 
lensis citra Sicidam existentes ultra Sicidam, sub eis ita rema- 
neant, itaque eis spectant, ut si essent citra Sicidam; et si 
forsan prò huiusmodi finibus et pertinentiis oriretur ulla diffe- 
rentia, continuo debeant eius cognitores et decisores esse tres 
ex illis domini . . ducis Sabaudie per prefatum dominum no- 
strum eligendi, et totidem ex illis domini nostri per dominum.. 
duoem Sabaudie eligendi, quorum, vel maioris partis eorum, 
decisio debeat a partibus observari, et si forsam essent in deci- 
dendo discordes, eligatur alius partium confidens qui decidet una 
cum eis, et quicquid talis confidens deciserit cum eisdem, vel 
maiori parte eorum, observetur; ita tamen, quod in casu tradi- 
tionis predictarum duarum civitatum, prefatus dominus dux 
Sabaudie, ultra dictam intelligentiam et ligam insimul contrahen- 
darn, dicto domino duci [Mediolani] dare debeat prò dote filie 
sue ducenta milia ducatorum, sequente parentel(l)a de qua factus 
est sermo ; 

Aut tradere dumtaxafc civitatem Vercellarum cum pertinentiis 
supradietis, dante domino . . duce Sabaudie prò dote . . filie 
sue, sequente pareri tei (l)a predicta, centum milia ducatorum, 
quorum etiam datio si dominum .. ducem Sabaudie nimis forte 
gravaret, contentabitur prefatus dominus.. dux Mediolani, qui 
non avaritie quidem causa fatiet parentel(l)am, sed benivolentie 
et amoris insimul nutriendi ac dietim augendi, materiam dotis 
horum centum milium ducatorum committere prefatis domino., 
preceptori, Henrico de Golumberio et Henrighino de Valperga ; 

Aut Ast et Vercellas cum pertinentiis, ut profertur, dante 
prefato domino duce Sabaudie centum milia ducatorum dicto 
domino [duci] Mediolani, et non sequente parentel(l)a; 

Aut Vercellas tantum cum pertinentiis supradictis sino aliqua 
pecuniarum datione, non sequente parentel(l)a. 

Franciscus. 



— 157 — 



VI 



Lettera del duca di Milano ai suoi oratori presso il duca di Savoia 

(14 febbraio 1427). 

(Ardi. St. Tor., TratL, mazzo III, n. 19). 

Dux Mediolani etc. (sic), Papié Anglerieque 
Comes ac Ianue dominus. 
Dilecbi nostri, ad observantiam pacis tota mente dispositi, 
secunduin informationem in recessi! vestro vobis datam, ratifi- 
cavimus nuper ipsam pacem, sicnt est ex tenore conventum ; 
de cuius ratificatione fcria confici fecimus instrumenta, quorum 
unum vobis mittimus his annexum prò illustri fratre nostro do- 
mino duce Sabaudie, aliud autem misimus magnifìce Comunitati 
Florentie in forma consimili, aliud vero illustri Dominio Vene- 
torum in forma quam percipere poteritis ex inclusa copia litte- 
rarum quas scribimus prefato domino duci Sabaudie et cum 
dicto instrumento vobis mittimus; volentes ideo quod predictum 
instrumentum litterasque predictas nostro nomine presentetis et 
libera maau tradatis prefato domino Duci, requirendo postea et 
instando ut ipse aliam consimilem vel equivalentem ratiflcatio- 
nem per eum factam seu flendam vobis tradat, vel tradi faciat, 
nobis postea deferendam. Oeterum perseverantibus nobis in pace, 
ad cuius observationem sumus ita bene dispositi sicut scitis, 
sequutum est nuper, scilicet quod equites et pedites quamplures, 
etiam ultra numerum quingentorum, locum et vallem nostram 
Calepii hostiliter invaserunt, ipsamque val[7]em nomine dicti 
Dominii tenent occupatam de presenti, circumstantes aliarum 
vallium territorii pergamensis subditos nostros seducere et cor- 
rumpere satagentes, Dominioque prefato subicere, nullo ad con- 
tractam pacem respectu habito per eosdem : quod vobis ad avi- 
samentum et evidentiam duximus intimandum. Ulterius gentes 
prefati Dominii Venetorum terram nostram Montisclari hostiliter 
cucurrerunt, quod etiam vobis notificamus, ut de his omnibus 
mentionem et notitiam [cimi] prefato illustri fratre nostro do- 
mino duce Sabaudie facere valeatis. Non intendimus tamen ob 
hoc ab ipsa pace desistere, imo ipsam penitus observare, quam 
die statuta intendimus facere publicare, ut nostra ad eam bona 



- 158 - 
dispositio omnibus innotescat. Datura Mediolani, xiiii februariì 

MOCCOXXVII. 

Franciscus. 
(A tergo). Egregiis et famoso dcctori domino Guarnerio de 
Castiliono et Aìuysio Crotto, oratoribus nostris dilectissimis 
apud illusfcrem et excelsum dominum et ducem Sabaudie exi- 
stentibus. 

VII 

Ambascieria savoina al duca di Milano, alle republiche 
di Venezia e Firenze ed al Papa (5 aprile-4 agosto 1427). 

[Arch. Camei\ Tor., Conti Tes. gen. Sav., 
voli. LXXII, ff. 207 u.-208 r., e LXXIII, ff. 146 rAhl v\). 

L.* domino Manfredo ex marohionibus Saluciarum, marescallo 
Sabaudie, quos a dicfco Thesaurario habuisse et recepisse con- 
fessus est.. .prò parte solucionis expensarum et aliorum extraor- 
dinarirum fiendarum tam per ipsum dominum Marchionem 
(sic) quam socios suos, ambassiatores Domini apud Venecias et 
nonnullas Ytalie partes vice Domini accessuros, ut per ipsius 
domini Manfredi. ..litteram de. ..confessione et recepta datam 
Gebennis, die vii aprilis anno Domini mcccoxx septimo... — 
Item...pro nonnullis expensis fiendis tam per ipsum dominum 
Manfredum, quam per dominum Petrum Marchiandi et Nyco- 
dum Festi eundo ad ambassiatam nuper per Dominum ordi- 
natam apud Venecias et nonnullas alias partes Ytalie, ut per 
ipsius domini Manfredi. ..litteram. ..de confessione et recepta 
datam Gebennis die octava aprilis anno mccccxxvii... : dccc 
scutos ad lxvi prò marcha n. 

Ihesus. Anno Domini millesimo quatercentesimo vicesimo 
septimo, die quinta aprilis, illustris dominus Manfredus marchio 
(sic) Saluciarum, marescallus Sabaudie, discessit ab ill. mo domino 
nostro duce Sabaudie, a loco Thononi, prò eundo ad ambassia- 
tam sibi per dictum dominum nostrum ordinatali! ad dominum 
ducem Mediolani et Dominium Veneciarum et magnificai» Co- 
munitatem Florencie, Romamque ad sanctissimum dominum 
nostrum Papam, ac nonnullas alias Ytalie partes hic non expres- 



— 159 — 

sas; in qua quidem ambassiata, una secum egregio legum doc- 
tore domino Petro Marchiando vacavit idem dominus Marescallus, 
tam eundo, quam stando et inde redeundo centum et vigintiuna 
diebus a dieta die quinta aprilis usque ad diem quartana augusti 
eiusdem anni, qua applicuit ad presenciam Domini nostri prefati 
apud Chamberiacum....Et sic debet habere prò duodecim equi- 
tibus prò statu suo ordinatis in dicto eius discessu quos secum 
duxit...: ccccxxxxiiii scutos ban... — Item prò Stephano, tubeta 
prefati domini nostri Ducis, quem secum duxit idem dominus 
Marescallus, per ordinacionem in dicto eius discessu factam, 
a die quinta aprilis predicta, inclusive, usque per totam diem 
vicesimamquintam may, quo etiam ipsum a Bononia retro man- 
davit ad prefatum dominum nostrum Ducem cum certis litteris 
etc. (sic)...: x scutos ban... — Item magis (sic) quos sibi libravit 
idem dominus Marescallus Rome, die prima iulii anni predicti...: 
xl scutos bon. (sic)... — Die xxix mensis aprilis, apud Thau- 
rinum, datos Flamenco, prò eo quod ivit quesitum apud Medio- 
lanum salvumconductum, qui vacavit tam eundo, stando, quam 
redeundo, novera diebus, cum uno equo: ni duce. auri. — Item 
die secunda maii, in civitate Vercellarum, duobus tubetis et 
duobus mimis potestatis diete civitatis: i due. — Item eo die, 
in eadem civitate, duobus tubetis et totidem mimis diete civi- 
tatis: i fi. Sab. — Item, eo die, in civitati Novarie, datis duobus 
tubetis et totrdem mimis diete civitatis: in ff. Sab. — Item, 
die quarta maii, in civitate Mediolani, tribus mimis ducis Me- 
diolani: v ff., vi dd. gg. — Item, die quinta maii, in dieta civi- 
tate Mediolani, datis duobus tubetis domini Karoli Malateste 
in uno ducato auri: i il., ix gg. Sab. — Item duobus pagetis 
domini ducis Mediolani et eorum magistris, qui de eorum per- 
sona \luseì'unl\ notabili coram dominis: i fi., vi gg., n qq. — 
Item uni magistro citare, qui lusit coram dominis: i fi. Sab. 
— Item uni magistro saltarioni eadem causa: ix gg. — Item 
datos muratoribus edif(f)icantibus ecclesiam magnam diete civi- 
tatis: ix gg. Sab. — Item datos custodibus clavium scalarum 
dicti ecclesie cum domini iverunt desuper ad videndum civi- 
tatem: ix gg. Sab. — Item die sexta maii, in eadem civitate, 
datos tribus tubetis dicti domini Ducis in tribus bonis scutis 
auri : v ff., vi gg. Sab. — Item, die septima maii, ibidem, duobus 
tubetis domini de Luca: ni ff., vili gg. — Die vii maii, datos 



- 160 - 

Norbo (sic, Jege: Noblo) heraudo dicti domini ducis Mediolani, in 
duobus bonis scutis auri : in ff., vili gg. Sab. — Item qui tra- 
diti fueriint Henrigino de Vallepergia, prò. suis expensis, prò 
eo quod venit a partibus Pedemoncium hucusque per ordina- 
eiouem Domini nostri prefati, et eciam prò [expensis] fiendis inde 
redeundo... : xlv duce. bon. — Item datos cocis et aliis servi- 
toribus dicti domini ducis Mediolani qui servierunt dominis 
cium ibidem steterunt: vi duce, ix gg. Sab. — Item eo die, in 
civitate Lodarum, duobus tubetis et tribus mimis potesfcatis et 
diete civitatis: n duce. — Item qui traditi fuerunt Flamenco 
prò suis gagiis undecim dierum, cum uno equo, quibus vacavit 
veniendo a Pedemonte hucusque: un scutos auri. — Item, eo 
die, in dieta civitate, eidem Flamenco, prò suis expensis fiendis 
revertendo ad dictum dominum nostrum Ducem cum certis lit- 
teris predictorum dominorum: n duce. — Item die xi maii, in 
civitate Creme, datos tribus tubetis et duobus mimis eiusdem 
civitatis: i due. — Item dicto die, in civitate Creinone, datos 
duobus tubetis et tribus mimis eiusdem civitati: i due. — Item 
xn maii, in civitate Man tue, datos tribus tubetis et tribus 
mimis domini Mantue predioti (sic): ini duce. — Item die xvi 
maii, in civitate Padue, datos quatuor tubetis et tribus mimis 
potestatis eiusdem civitatis in tribus bonis scutis auri: in duce, 
in gg. — Item die xvin maii, Veneciis, datos tribus tubetis et 
totidem mimis domini Ducis et Dominii Veneciarum : xn duce. 
— Item die xrx maii, ibidem, datos duobus aliis tubetis et 
totidem mimis Dominii Veneciarum qui per se venerunt Vene- 
ciam (sic) coram dominis: n duce. — Item prò dampno cambii 
unius marche cum dimidia auri, de auro quod tradidit Michael 
de Ferro, thesaurarius, dictis dominis ambassiatoribus, quos 
op(p)ortuit dare prò cambio: n duce, et dym. — Item prò bar- 
chis habitis causa eundi a Padue Venecias, ibidem Veneciis, 
quam (sic) redeundi a Veneciis Paduam, in octo ducatis et tribus 
libris monete Veneciarum: vili duce, xn gg. Sab. — Item die 
xxn maii, in civitate Ferrane, datos duobus tubetis et totidem 
mimis marchionis Ferrane : y fi., n gg. Sab. — Item magistro 
lenti marchionis : i scutum auri. — Item, die xxin maii, in 
civitate Bononie, datos pluribus mimis et uni tubete cuiusdam 
Ludovici de Fulliaco (sic), capitanei: n duce — Item die xxnn 
maii, ibidem, datos tribus tubetis Comunitatis Bononie, duo- 



- 161 - 

busque aliis tubefcis et tofcidem mimis studentum, ìnsìmuì: ni 
duce. — Item die xxv maii, ibidem, datos pluribus maceriis 
sei! hostiariis domini Legati Bonomie: ni duce. — Item duobus 
tubetis eiusdem domini Legati: n duco. — Item datos Stephano, 
tubete prefati ill. ml domini nostri ducis Sabaudie, prò suis ex- 
pensis fìendis eundo ad ipsum Dominum nostrum: vi duce. — 
Item die xxix maii, Fiorendo, datos xvi tubetis, tribus mimis, 
vili taborenis et alii[s] cum soutsllis, qui omnes simul fuerunt 
coram dominis predictis parte magnifico Comunitatis Florencie 
predicte: vi duce. — Item datos quatuor tubetis et tribus mimis 
Bononie et nobilis Partis G-uerfe (sic): n duce. — Item duobus 
magistris leuti eiusdem civitatis magnifice: n duce. — Item 
duobus tubetis unius capitanei dicti Prefecti de Pisa: i due. 
— Item tribus mimis et quatuor tubetis qui dicuntur de mer- 
candia eiusdem civitatis: il duce. — Item datos custodibus 
leonum, duobus tubetis potestatis eiusdem civitatis et pluribus 
aliis mimis citararum, qui pluribus vicibus fuerunt eoram do- 
minis: il duce, et dym. — Item, die penultima maii, datos 
duobus domicellis qui presentaverunt servicia data dominis parte 
ipsius magnif(f)ice Comunitatis Florencie: in duce. — Item die 
prima iunii, in civitate Senarum, duobus tubetis potestatis Se- 
narum, quatuorque mimis eiusdem civitatis: ili duce. — Item 
die octava iunii, Rome, datos duobus mimis et uni tubete do- 
mini marescalli : i due. — Item duobus tubetis et tribus mimis 
Senatorum Rome, in quinque libris bryoch. romane monete: i 
due, xml gg. Sab. — Item uni tubete et duobus mimis popul(l)i 
romani, in moneta romana: i due. et dym. — Item die nona 
iunii, datos duobus tubetis principis de Carino fsicj ) nepotis Pape: 
I due. — Item eo die uni magistro leuti, in viginti baxch.: vii 
gg. et dym. Sab. — Item die xv iunii, ibidem, datos uni tubete 
domini cardinalis des Ursins: dym. due. — Item die xvil iunii, 
ibidem, datis pluribus maceriis seu hostiariis sanctissimi domini 
nostri Pape: vili duce. '— Item die xvin iunii, ibidem, datos 
duobus tubetis comitis Octi, consanguinei domini nostri Pape: 
I due. — Item die XXIIII iunii, ibidem, datos duobus tubetis et 
totidem mimis Florentinorum Rome existencium in festo sancti 
Iohannis Baptiste per eos sol(l)empniter facto: I due. — Item 
die xxvi iunii, datos Nycolao de Ciuitate Castello, notario Curie 
ap(p)ostolice, prò instrumentis obligacionis facte per dominos 



- 162 — 

coacfcores (sic; 1* f or san : oratores) predictos erga iìlos de Meclicis 
prò centum dacafcis de Camera in eorum commissaria Rome 
receptis efc habitis mutuo ad oausam extraordinariorum presentis 
ambassiate facte, hodie receptis, ut supra, per quod quidem 
obligacionis instrumentum tenentur dicti domini et astricti sunt 
iuramento et aliis submissionibus multiplicibus intervenientibus 
ad restitucionem et integram solucionem ipsorum centum duca- 
tornm nendam Iohanino de Medicis, fiorentino, Gebennis com- 
moranti, per totum mensem augusti proxime futurum; videlicet 
I due. — Item die ultima iunii, datos uni tubete Anthonii de 
Colonia: dym. due. — Item die secunda iulii, ibidem, datos 
Anthonìo fiorentino, hospiti Clavium, in Roma, prò lauderio 
domus et stabul(l)orum tentorum ab eo a die vii iunii, qua 
domini intraverunt Urbem, usque ad diem presentem, pacto sic 
cum ipso hospite facto: XXXIIII duce, in regressi! a Roma. — 
Item die xv iul(l)ii, in civitate Bononie, datos duobus tubetis 
(et) uni ex tubetis domini Legati et alii unius capitanei eiusdem 
civitatis qui ibidem morantur prò Summo Pontif(f)ice: lì duce. 
— Item die xvil iul(l)ii, in Regio, datos duobus tubetis et 
totidem mimis domini marchionis Ferrarie: n duce. — Item 
die xvil iulii, inter Regium et Palmam, datos quibusdam armi? 
geris familiaribus dicti domini Marchionis, qui fecerunt scortam 
a Regio usque Palmam: mi duce. — Item uni tubete dicti 
domini Marchionis prò eo quod ivit heri Palmam quesitum sal- 
vumeonductum prò dominis ac eciam portavit unam litteram 
Henrico de Columberio, et post associavit dominos predictos 
usque Palmam: n duce. — Item die xix iulii, Palme, quatuor 
tubetis et tribus mimis potestatis diete civitatis: ili duce. — 
Item die XXIII iulii, Papié, datos duobus tubetis domini Va(s)- 
sini de Lampugnano, potestatis eiusdem civitatis: i due. — 
Item prò pontonario et portibus seu transitibus aquarum in 
pluribus vicibus et pluribus locis, de pluribus monetis: VI duce, 
vii gg. et dym. — Item prò guidis de quibus supra nulla fit 
mentio: v duce, XVI gg., Il qq. — Item die XXVI iulii, in loco 
Pontisesturie, datos duobus tubetis et totidem mimis et uni 
magistro leuti domini marchionis Montisferrati : v duce. 

L. 1 domino Manfredo de marchionibus Saluciarum, militi, 
marescallo Sabaudie, prò complemento solucionis debitorum in- 
ferius particulariter annotatorum.. ..Primo cccviii scutorum auri 



- 163 - 

Eegis et mi del., ob., gg...,pro remanencia expensarum ordina- 
riarum ipsius marescalli [ef] domini Petri Marohiandi, legum 
doctoris, consiliariorum et ambassiatorum Domini. ..per eos fac- 
tarura in ambassiata Domini facta ser. mo domino duci Mediolani, 
duci et Dominio Veneciarum et Comunitati Florencie... 

Vili 

Ambascieria savoina nel Monferrato, a Milano, Venezia e Ferrara 

(20 giugno 1427-12 gennaio 1428). 

{Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXIII, ff. 223-226). 

Les despens faiz par Henry de Colombier depuis le XX e 
jour dou moys de juing MCCCCXXVII, inclus, qu' il se partist de 
Thonon pour aler a Millan, à Venise, à Bologne et à Ferrare 
pour le traité de la paix entre la Ligue et le due de Milan, 
ou il a vaquó jusques le xil e jour do janvier MCCCCXXVIII qu' 
il arrivast au Burget par devers Monseigneur, après disner, à 
X chivaulx et x personnes sans Faucun le pursuivant {sic), dou 
quel il conte ci dessoubz oultre son ordinière, et contet aussy 
de l'extraordinayre particulieremant ansi comme s'enseut; et 
contet le dit Henry par homme et chival le jour, dymy (sic) 
florin de la monaye de Monseigneur, qui sont cinq ilorins et 
dymy par jour, inclus le dit pursuivant ; et contet à rayson de 
XVI gros par ducat de la monaye de Monseigneur. Et première- 
mant es chouses extraordinayres a livré le dit Henry le nn e 
jour de julliet, au Pont d'Esture, a les trompetes et au[#?] me- 
nestriers dau (sic) marchis de Montferra: il ducats. — Item 
celuy jour au port de Casal: v gros. mil. — Item celuy jour 
au port de Brema: v gros mil. — Item le v jour dau dit moys 
de julliet au port dou Tisin: v gros mil. — Item le vi jour 
de julliet, a Pavie, à les trompetes dau posta de Pavie : ì ducat. 
— Item celuy jour, a Pavie, a les trompetes d'Angel de la Per- 
gule: i ducat. — Item le vm e jour dau dit moys de julliet, à 
Milan, à 1' eyraud dau due de Milan: i ducat. — Item, au dit 
lieu de Millan, à ung joyeur d'aptis(s)e: XVI gros mil. — Item 
à t;roys trompetes et a troys menestriers dau due de Milan : in 
ducas. — Item a deux preysoniers de Savoye: li ducas. — Item 



- ICA — 

pour les despens de Reguins et Iohan de Valperga, à VII chi- 
vaulx, fais deis le premier dau dit moys de julliet, inclus, qu' 
il[.9] se parfcirenfc de Valperga pour aler à Milan avesque le dit 
Henry, jusques le x e jour dau dit moys, exclus, et pour leurs 
despens fere a s'en retorner, quar l'avance de leur[s] despens 
paya le due de Mylan: XVII ducas. — Item pour les despens 
d'Estien[u]e la trompete fais de le xx e jour de juing, enclus, 
jasques le x e jour de julliet, exclus, qui sunt en summe de XX 
jonrs, compté vi gros pour jour, montet, à rayson de xvi gros 
par ducat: VI ducats et dymy. — Item au dit Estienne, à Milan, 
le x e jour de julliet, pour ses despens fere a sen retorner de 
Milan en Savoye : n ducats, vili gros mil. — Item le xml jour 
dau dit moys de julliet, au port d'Arènes: vi gros mil. — Item 
pour les despens d'en [sic) cavalaire qui conduysit le dit Henry 
de Milan jusques à Parme et par (sic) son salaire: il ducatz. — 
Item le xvi e jour, a Parme, à les trompétes dau posta et dau 
capitayn de Parme: I ducat. — Item le xx e jour à ung cavalier 
qui conduysit le dit Henry dau Bourg Saint Dony jusques à 
Bossey vers Roland Palavisin, et dau dit lieu de Bossey devers 
le conte (sic) Carmagnole: il ducas. — Item le dit jour pour 
dues barques qui portarent le dit Henry de Poleyse jusques au 
siège de la Ligue : xil gros mil. — Item pour les despens de 
XII barquereux à n barques, qui presta au dit Henry le capitein 
de l'armée des galions de la Ligue fait de le dit siège jusques 
à Venise : in ducas. — Summe reduis les gros de Millan ad 
(sic) ducas, compté XXIX gros par le ducat: xlvi ducas, XIII 
gros dymy mil. — Item le xxim e jour de julliet. à Venise, 
à ung heyraud d'Angleterre: i ducat. — Item le second jour 
d'aoust, au dit lieu de Venise, à Petremant d'Aut(e)riche, pour 
aler de Venise en Savoye porter une lettre à Monseigneur: v 
ducats. — Item le in jour d'aoust à im e trompétes tant de la 
seignierie de Venise, comme d'aucuns capiteins qu' estoyent à 
Venise: n ducas. — Item au dit lieu de Venise por barquetes 
qu' on portast le dit Henry de son logier au Palais et anitre part 
ou(t) il estoyt expediant, depuis le xx e jour de julliet jusques 
le v e jour d'aost: I ducat, mi gros ven. — Item a livré, à Fran- 
colin, pour le loyer d'une barque qui portast le dit Henry et 
ses gens de Venise jusques au dit lieu de Francolini in ducas. 
— Item, au dit lieu de Francolin, pour le loyer de deux charres 



- 105 - 

(sic) qui portarenfc le dit Henry de Fr-ancolin jusques à Ferrare: 
X bolon. — Rem le vii jour d'aoust, à Ferrare, à n trompétes 
et à in menesfcriers dau marquis de Ferrare: n ducas. — Item, 
au dit lieu de Ferrare, pour le loyer de vili chivaulx qui por- 
tarent le dit Henry et ses gens de Ferrare jusques à Bolonie 
(sic): ini ducas. — Item le vm e jour, à Bolognye, à les trom- 
pétes de Monseigneur le Legat de Bologne: i ducat. — Item 
à les trompétes dau posta et dau commissaire de Bolonie et à 
deux menestriers : XXX bolonins. — Item tanp] pour les despens 
d'ung cavalayre dau marquis de Ferrayre qui conduysist le dit 
Henry de Ferrare à Bologne, et de Bologne jusques à Modone 
(sic), comme par son salaire: n ducatz. — Item le ix jour 
d'aoust à une trompéte qui alast de Rege à Parme pour con- 
duyre ceulx qui amenoyent les chivaulx dau dit Henry au dit 
lieu de Rege: i ducat. — Item, au dit lieu de Rege, à les trom- 
pétes dau capitein de Rege et dau posta: i ducat. — Summe, 
reduis les bolognins ad ducas, conte XL bolognins pour le ducat: 
XXllll ducatz, mi gros ven. — Item le x pour à 1* escorte de 
Rege: xvi gros. mil. — Item le xi e jour dau dit moys d'aost, 
au Bourg Saint Dony, à deux menestriers: XII gros mil. — 
Item le di tjour, à Florenzole, à ung homme qui venoit de Rome, 
por ce (sic) qu' il portast une lettre à monseigneur le Prince: 
v gros mil. — Item le XII jour d'aoust, à Pleysance, à les trom- 
pétes dau posta et dau commissaire daudit lieu de Pleysance: 
XVI gros mil. — Item, au dit lieu de Pleysance, à Gonra pour 
le loyer d'ung chival qu' il avoit pris à Tartone ou(t) il avoit 
leissié le sien quasi (sic) morfondu: i ducat. — Item le XX 
jour dau dit moys d'aoust fust retorné le dit Henry à Rege 
pour aucuns afferes, et là livra à Iehan Gras de Rivoles pour 
aler à Venise porter une lectre au due de Venise, et une aultre 
à l'ambeisseur de Florence qu' estoit à Venise, et pour actendre 
la response : v ducatz. — Item le xxi e jour d'aoust à une trom- 
péte dau capiteyne de Rege qui conduysit le dit Henry de Rege 
jusques à Parme: i ducat. — Item pour la (sic) disnée de la 
diete trompéte: li gros et dymy mil. — Le XXIII jour dau dit 
moys d'aoust fust retorné le dit Henry à Pleysance et là livra 
a Condam (sic) de Yvrée pour aler en Savoye porter une lectre 
à Monseigneur, et de là à monseigneur le Prince un'aultre lectre, 
et pour actandre la response des susdictes lectres au dit Henry 



— 166 - 

là ou(t) il seroi t: v ducatz. — Item le xxvili 6 jour dau dit moys 
d'aoust au porfc dau Pou (sic): v gros mil. — Item au porfc 
dou Tisin: v gros mil. — Item le dit jour xxvm e pour une 
guide qui oonduyst le dit Henry de Mortare jusques à Palestre: 
vii gros mil. — Item le xxix jour d' aousfc, à les trompétes 
de Saintyà: vi gros mil. — Item le devant dernier jour d'aoust, 
au porfc de Salulie: v gros mil. — Item le premier jour de 
septembre à ung homme qui portast une lettre de Thurin à 
Pinerol, à monseigneur le Prince : vili gros mil. — Item le xi 
jour de septembre à Novarre, à les trompétes dau capitanile de 
Novarre: viri gros mil. — Le xiii jour de septembre retornasfc 
le dit Henry à Milan avecque messire Pierre Marchiand et Ri- 
gain de Valperga. — Item à livré le dit jour xiii* à troys trom- 
pétes et troys menestriers dau due de Milan: n ducaz. — Item 
à l'eyraud dau due de Milan: i ducat. — Item, audit lieu de 
Milan, à les trompétes de Ardichin de Carrara et de messer 
Carlo: i ducat. — Item a dues aultres trompétes: xvi gros 
mil. — Item a ung joyeur d'aptise: vi gros mil. — Item à ung 
arpeur: vi gros mil. — Item le xxnn e jour de septembre, a 
Burairt, chevaucher du marquis de Montferra, pour ce qu' il 
apportast nouvelle que madame la Marquise avoit fet ung filz: 
i ducat. — Le premier jour d'octobre se partirent les dessusdiz 
Henry, Pierre e Riguin de Milan pour aler à Thurin par devant 
messire Humbert le bastard et les mareschaulx de Savoye. — 
Item celuy jour, à l'eyraut dau due de Milan pour le bien aler, 
car il acompagniast les dessus nommés: xvi gros mil. — Item 
le dit jour, au port dou Tisin ; v gros mil. — Item le second 
jour de septembre à les trompétes de Verceil: xvi gros mil. 
— Item a livré pour les despens de Reguin de Valperga, qui 
fust avecque lesdiz, Henry et messire Pierre à Milan à V chi- 
vaulx, fais deispuis le in jour de septembre, inclus, jusque le 
Vili d'octobre, et l'avance de ses despens paya le due de Milan: 
xn ducas. — Item le in jour daudit moys d' octobre, au port 
de Salula (sic): V gros mil. — Item le vi e jour daudit moys à 
ung homme tramis de Thurin à Chevas, par devers le comman- 
deur de Chevas, pour fere retorner arières le corier que le due 
de Milan envoit à monseigneur le Prince : vili gros mil. — 
Item le vili 6 jour dau dit moys d' octobre se partist le dit Henry 
de Thurin pour s'en retorner à Bolonie, par devers monseigneur 



- 167 - 

le cardinal de Sainte Crois, et de là à Ferrare. — Item a livró 
le ix jour dau dit moys d' octobre, ou porfc de Salulie: v gros 
mil. — Item le x jour dau dit moys a Martin de Santyath {sic), 
pour porter mie lettre de Santyath à Pineyrol, à monseigneur 
le Prince: xvm gros mil. — Item le xini jour dau dit moys, 
au port du Buffelore: v gros. — Item le xvi e jour dau dit moys, 
au port de Pleysance: V gros. — Item le xvn e jour à ung ca- 
valar pour descuvrir le chemin de Pleysance jusque à Florenc- 
zole: xxxi gros mil. — Item le xix jour dau dit moys, à l'escorte 
de Parme: xx gros mil. — Item le xx jour dau dit moys d'oc- 
tobre, au port de Pannaro : vi gros mil. Summe, reduis les gros 
à ducatz, compté comme dessus xxix gros pour le ducat: xxxviii 
ducas, in gros et dymy mil. — Item le xxi jour dau dit moys 
d' octobre, à Bolognie, à les trompétes de monseigneur le Legat: 
i ducat. — Item a la trompéte dau commissaire et à troys me- 
nestriers de la citò de Bolognie: i ducat.- — Item celuy jour 
à deux joyeurs d'aptise: xn bolonins. — Item le xxn jour, au 
dit dieu de Bolonie, à une trompétes de Florence: i ducat. — 
Item le xxnn e jour à la trompéte dau seigneur de Mantua qui 
venoit de Florence ou(t) il avoit porte les novelle de la rupte 
des gens d'armes dau dit due de Milan: i ducat. — Le dernier 
jour d'octobre arrivat le dit Henry à Ferrara avecque le car- 
dinal de Sainte Croix. — Item a livró le second jour de no- 
vembre à in trompétes et à in ménestriers dau marquis de Fer- 
rare: ni ducas. — Item à ung joyenr d'arpe demourant avecque 
le marquis de Ferrare: xx bolonins. — Item le xv jour dau 
dit moys de novembre à 1' eyraud dau due de Bavière(s): i 
ducat. — Item, au dit lieu de Ferrare, le xvi e jour dau dit 
moys de novembre, au cavallier de Saintyà qu' estoit à Ferrare, 
pour ses despens fere à aler et retorner de Saintyà à Thurin 
porter une lettre à messi re Humbert le bastard et ès deux ma- 
reschiaulx de Savoye : i ducat, ix bolonins. — Item le xvii* 
jour dau dit moys a 1' eyraud dau conte [flTJUrbin; i ducat. — 
Item le xvni me jour à ung ménestrier passent: x bolonins. — 
Item le xx e jour dau dit moys à la trompéte de Loys Verme: 
x bolonins. — Item le xv jour de decembre au portier dau 
palais de Ferrare: xn bolonins. — Item le xx e jour dau dit 
moys de decembre à deux charretons dau marquis de Ferrare 
qui portarent le dit Henry sur ung charriot de Ferrare jusque 



168 



a Final, et pour une guide qui(e) le guidasti in ducas. — Ifcem 
le xxi jour à fcroys nautiers qui porbarenfc le dit Henry en une 
barque de Final jusque à Modene contramonfc à rivère: i ducat, 
xx bolonins. — Item le xxi jour dau dib moys de decembre, 
à Modène, à la trompéte dau posta de Modène: ix bolonins. 
Summe. reduis les bolonins à(d) ducas, contós xl bolonins pour 
le ducat: xvi ducat, xxn bolonins. — Item le xxn jour daudit 
moys, à Rège, à les trompétes dau marchis de Ferrare demorans 
à Rège: i ducat. — Item à la trompéte de Hugue Cher, capi- 
tayn de Róge, qui conduysist le dit Henry de Rége jusque à 
Parme: i ducat. — Item pour son so[zf|per: v gros. -- Item 
le xxnr 6 jour dau dit moys, a Castel Vuelf, a les trompétes de 
G-uitorel et de Iehan Trot : i ducat. — Item le xxnn e jour à 
1' escorte de Florenezole, qui acompagniast le dit Henry de 
Florenczole jusque à Pontneuf : n ducas. — Item le xxv jour 
dau dit moys de decembre, à Pleysance, à les trompétes dau 
posta et de Nycolau (sic) Tiers : i ducat. — Item le xxvi jour 
dau dit moys, au port dau Pou (sic): V gros. — Item le dit 
jour, à Lodes, à deux ménètriers: viri gros mil. — Item le 
xxviii 6 jour dau dit moys, L Milan, à quatre trompétes et à troys 
ménètriers dau due de Milan: in ducas. — Item a les trompétes 
dau conte Franzoys et de Nycholau Pichinaz (sic): i ducat. — 
Item au portier dau palais de Milan: xvi gros. — Item à l'ey- 
raud dau due de Milan: i ducat. — Item le xxix e jour, ou (sic) 
port de Buffelore: v gros. — Item le jour de l'an, à Yvréa, a 
troyr ménètries : vili gros. Summe, reduis les gros à(d) ducas, 
à rayson que dessus: xn ducas, xliii gros mil. Somme grosse 
de tout V extraordinayre dessus escript. Item a livré pour ses 
despens à x personnes et x chivaulx fais depuys le xx e jour dau 
moys de juiiig, inclus, MCCCCxxvn, qu' il se partist de Thonon 
pour fere les viages dessus escripts, jusque le xii e jour de jan- 
vier MCCCCxxvin, qu' il ar[r]ivast au Borget, par devers Mon- 
seigneur, aprés disner, qui sunt en somme, à rayson de xvi 
gros par ducat, inclus V extraordinayre dessus escript, et les 
despens de Faucon le purs(s)uivant et de son chival compté 
vi gros de la mornnaye de Monseigneur par homme et cheval, 
comme dessus, montet: ix e nn xx v ducatz, xi gros de Savoye 
et ii bolognins. De quoy il a receu dau Thésaurier par la mayn 
de Lazariu, clero de Loys Coste: CCCC ducas. Item a mays re- 



— 169 - 

celili le dit Henry à la retornea (sic) qu' il fìsfc de Venise à 
Thurin, de Guiot Colon: CCL ducas. Summe de la recepte que 
le dit Henry a fet des despens dessusdiz: dcl ducas. Et par 
ansy l'on doit au dit Henry, à convertir les monnayes dau pais 
ou(fc) il a esté à la monnaye de Monseigneur, comptó xvi gros 
de la monnaye de Monseigneur pour le ducat: cccxxxv ducas, 
xi gros et dymy de Savoye et bolonins. 



IX 



Capitoli di pace proposti fra i duchi di Milano e di Savoia 

- (29 settembre 1427). 

(Arch. Si. Tor., Trai, ani/., mazzo III, n. 17). 
Redazione milanese Redazione savoina 

mccccxxvii , die xxvmi septembris. 



Illustrissimi principes et 
excellentissimi domini domi- 
nus Amedeus dux Sabaudie 
etc. (sic), ex una parte, ac 
dominus Filippus Maria An- 
glus, dux Mediolani etc. (sic), 
Papié Anglerieque comes ac 
lamie dominus, ex altera, moti 
vinculo sanguinis et caritatis, 
ac mutue et antique sue et 
suorum amicitie, necnon et 
maxime contempìalione et oh 
reverenfiam serenissimi comu- 
nis domini domini Sigismondi 
Romanorum regis semper Au- 
gusti, insimul, Deo propicio, 
iniierunt, concluserunt, con- 
traxerunt et firmaverunt, et 
ineunt, concludimi., contrahunt 
atque firmant per hec scripta 



Illustrissimi principes et 
excellentissimi domini domi- 
nus Amedeus dux Sabaudie 
etc. (sic), ex una parte, et 
dominus Philipus Maria An- 
glus, dux Mediolani etc. (sic), 
ex altera, moti vinculo sangui- 
nis et caritatis ac mutue 'et 
antique sue et suorum amici- 
eie, necnon ad soliditalem pa- 
cis perpetue et ex mandato 
serenissimi comunis domini 
domini Sigismondi Romano- 
rum regis et semper Augusti, 
insimul, Deo propicio, inie- 
runt, concluserunt contraxe T 
runt et firmaverunt, et iniunt, 
contrahunt, concludunt et fir- 
mant per hec scripta bonam, 
veram ac stabilem et sol(l)em- 



170 — 



bonam, veram ac stabilenti efc 
solemnem ligam, confederati o- 
nem efc unionem perpetuis du- 
raturam temporibus; diotus do- 
minus dux Sabaudie prò se 
eiusque fìliis et heredibus na- 
turalibus et legitimis, necnou 
prò universo territorio et do- 
minio suo quod ad presens 
habet et tenet efc in fufcurum 
habebifc efc fcenebifc, suisque sub- 
di fcis efc vassal[/]is, coìligatis, 
ad herentibus, complicibus, re- 
commendatis et adherentibus 
quibuscumque veris, existen- 
tibus de presenti et in presenti 
contractu nominandis, et quod 
veri sint debeat fides fieri 
infra tempus; dictus vero do- 
mi nus dux Medio! ani prò se 
suisque fìliis efc heredibus na- 
turalibus efc legitimis, et ipsis 
deficientibus seu non existen- 
tibus, prò ilio seu illis quem 
seu quos legilimaverit et ha- 
bilitavet'it ad successionem 
suam, aliisque predietis veris 
existentibus de presenti et in 
presenti contractu nominan- 
dis, et quod veri sint debeat 
fides fieri infra tempus ; inter 
quos colligatos, adherentes, 
e te. (sic) Dominium Veneto- 
rum et Comunità? Florentie, 
cum suis in presenti guerra 
sequacibus, non comprehen- 
dantur. Quam quidem ligam 
firmai) erunt cum infrascriptis 
capitulis, videlicet : 



nem ligam, confederacionem 
efc unionem perpetuis duratu- 
ram temporibus; dictus dux 
Sabaudie prò se suisque fìliis 
et heredibus naturalibus et 
legitimis, ducibus Sabaudie, 
necnon prò universo territorio 
et dominio suo quod ad pre- 
sens habet et tenet et in fu- 
turum habebit efc fcenebifc, suis- 
que subdicfcis efc vaxallis, adhe- 
rereque volenlibus, reservatis 
tamen semper coìligatis et 
recomandatis dicti domini du- 
cis qui nominentur eie, (sic), 
adversus quos presens liga et 
unio minime se extender e pos- 
sit et valeat ; dictus. vero do- 
minus dux Mediolani prò se 
suisque fìliis et heredibus na- 
turalibus et legitimis ducibus 
Mediolani, descendentibus ab 
illustre domina Maria, fili a 
dicti domini ducis Sabaudie, 
uxore dicti domini ducis Me- 
diolani, necnon prò universo 
territorio et dominio quod ad 
presens habet, tenet et in fu- 
lurum habebit et tenebit, suis- 
que subdictis et vaxallis adhe* 
rereque volentibus, reservatis 
tamen semper coìligatis et 
recomandatis dicti domini du- 
cis qui nominentur etc, (sic), 
adversus quos presens liga et 
unio minime se extender e pos- 
si t et valeat. 



— 171 



In primis convenerunfc et 
conveniunt, promiserunt et 
promittunt, altera Iteri, mutuo, 
vicissim, inimicos prò inimi- 
cis Imbeve, rebelles prò rebel- 
libus reputare, post notifica- 
tionem de ipsis rebellibus per 
illum, cuius sint rebelles, al- 
teri parti factam ; non dare 
transitum, receptum neo re- 
ductum, stantiam neque vic- 
tualia, nec alium quemvis fa- 
vorenti, auxiliam vel suffra- 
gium aliquibus inimicis partis 
alterius, imo prohibere posse- 
tenus; alter alfcerias honorem 
utili tatem, statum et commo- 
dum in quibuscumque casi bus 
querere et procurare fìdeliter, 
altera alteri notificare confe- 
stim quecumque senserit, per- 
ceperit et cognoverit quomo- 
documque tangentia in detri- 
mentum, iacturam vel nocu- 
mentum aliqualiter persone, 
honoris, utilitatis et status al- 
terius, eaque toto posse prohi- 
bere. 



In primis convenerunt et 
conveniunt, promiserunt et 
promit[/]unt,' alter alteri et 
vicissim, non dare transitum, 
reductum et receptum, stan- 
ciam neque vi[c]tualia, nec 
alium quemvis favorem, auxi- 
lium vel suffragium aliquibus 
inimicis partis alterius, yrno 
prohibere possethenus; alter 
alterius honorem, utilitatem, 
statum et comodum in quibu- 
scumque casibus querere et 
procurare fìdeliter, altera alte- 
ri notif(f)icare confestim que- 
cumque senserit, perceperit et 
cognoverit quomodocumque 
tangencia in detrimentum, iac- 
turam et nocumentum aliqua- 
liter persone, honoris, utilita- 
tis et status alterius e(r)aque 
toto posse prohibere, et rebel- 
les qui in futurum essent prò 
rebellibus reputare post notif- 
(f)icacionem de ipsis rebelli- 
bus per illum cuius sunt (sic) 
rebelles alteri parti factam et 
rebelles esse intelliganlur UH 
gai machinati fuerinl in per- 
sonam vel statum, illius cuius 
rebelles esse dìcuntur (1). 

Item si in futura m eveni- 
ret, quod absit, quod alter 
predictorum dominorum per 
eius inimicos in ali qua ci vi- 
tate, villa, castro vel op[p]ido 



fi) In margine-. Nota prò Ianua, ne si in futurum verteretur, in istis re- 
bellibus memorentur. 



172 



Item quod si nunc et ullo 
tempore alicui partium guerra 
aliqua moveretur, altera pars 
in favore m et s absidi a m suf- 
fragiumque alterius viriliter 
insurgere teneatur, et agere 
toto posse contra moventem 
seu moventes guerram huiu- 
smodi, exponer eque prò altera 
parte et in ipsius auxilium, 
isto casu, statimi, vìì'es et 
facultates suas, realiter et 
sincere, mit tendo et manute- 
nendo suis periculis, sumpti- 
bits et expensis, ad defensam 
partis altei'ius et offensam 
moventium dictam guerram, 
usque ad consumationem io- 
talem diete guerre, quo maio- 
rem poterit gencium quanti- 
tatem, ad oninem requisitio- 
nem partis offense, infra qua- 
draginta dies post requisitio- 
nem factam. 



personaliter obsederetur seu 
obsessus esset, tunc et eo casu 
alter dictorum dominorum non 
obsessus teneatur ipsi tali ob- 
sesso prò omnibus viribus suis 
dare \et~\ prebere omnem favo- 
rem, auxil(l)ium, consilium et 
opem sibi possibiles adversus 
inimicos dicti obsessi et ad 
ipsius liberacionem. 

Item quod si nunc et ullo 
unquam tempore alicui par- 
cium predictarum guerra ali- 
qua moveretur, eo tunc (sic) 
altera pars in et prò defff)en- 
sione status partis cui taìis 
guerra moveretur, et adver- 
sus moventem seu moventes 
guerram huiusmodi, dare te- 
neatur favorem, subsidium, au- 
xilium et suffragium alteri 
parti adversus quam talis 
guerra moveretur de tot equi- 
tibus gencium armigerarum, 
et hoc per spacium duorum 
mensium et sumptibus suis 
propriis, necnon ad requisi- 
cionem partis offense, infra 
quadraginta dies post ipsam 
requisicionem factam. Si vero 
pars subsidium requirens ul- 
tra spacium dictorum duo- 
rum mensium predictum subsi- 
dium, auxil{l)ium et favorem 
habere requisierit usque ad 
consumacionem totalem diete 
guerre, tunc altera pars re- 
quisita teneatur parti requi- 
renti dictum subsidium, au- 



— 173 — 



Efc si forsan uno et eodem 
tempore guerra ambabus par- 
tibus moveretur et fieret, et 
ut supra, debeat pars, que mi- 
norem guerrarn habuerit, dare 
favore m et auxilium parti nia- 
iorem guerrarn habenti de illa 
dictarum gencium quantitate 
que oonveniens videbitur et 
fuerit respectu guerre utrique 
parti incumbentis, [et] oneris 
gravioris quod incurnberet ha- 
benti maiorem guerrarn, que 
tamen quantitas declarari de- 
beat et tanta sit quanta de- 
clarabitur per tres ex illis 
domini ducis Sabaudie per 
prefatum Dominimi nostrum 
statim orta differentia eligen- 
dis, totidemque ex illis Domini 
nostri per prefatum dominum 
ducem Sabaudie eligendis sta- 
tim ut supra, qui omnes etiam 
esse debeant cognitores et de- 
cisores cuiuscumque differen- 
tie que occasione missionis et 
manutentionis genti um pre- 
dictarum quomodolibet orire- 
tur inter partes; quorum, vel 
maioris partis eorum declara- 
tioni et decisioni ac mere vo- 
luntati, etiam extra iudicium, 
sine aliquo ordine vel solem- 
nitate facti, omni exceptione 
et remedio nullitatis, appella- 



xil{l)ium et favor ém prestare, 
sumptibus tamen partis requi- 
rentis usque ad consumacio- 
nem totalem diete guerre. 

Et si forsan uno et eodem 
tempore guerra ambabus par- 
tibus moveretur et fieret, et 
ut supra, debeat pars que mi- 
norem guerrarn habuerit dare 
favorem et auxil(l)ium parti 
maiorem guerrarn habenti de 
illa gencium quantitate que 
conveniens videbitur et fuerit 
respectu guerre utrique parti 
incombentis [et] oneris gra- 
vioris quod incomberet haben- 
ti maiorem guerrarn, que ta- 
men quantitas declarari debeat 
et tanta sit quanta declarabi- 
tur per tres ex consiliariis 
dicti domini ducis Sabaudte 
et in Consilio suo ordinarie 
residentibus per prefatum do- 
minum ducem Mediolani sta- 
tim orta differencia eligendis, 
totidemque ex illis domini 
ducis Mediolani per prefatum 
dominum ducem Sabaudie eli- 
gendis statim ut supra; qui 
omnes eciam esse debeant co- 
gnitores et decisores diete dif- 
ferendo que occasione missio- 
nis gencium predi etani m quo- 
modolibet oriretur inter par- 
tes ; quorum vel maioris eorum 
declaracioni et decisioni ac 
mere voluntati eciam extra 
iudicium sine aliquo ordine 
vel sol(l)emnitate facti, omni 



- 174 



tionìs, restitutionis, querele, 
supplicationis, et alio quocum- 
que cessante, debeanfc stare 
partes et remanere contente 
de illa subsidii quantitate 
quam deolaraverint dari de- 
bere, illaque decisione quam 
fecerint in predicta differentia, 
in qua declaratione et decisio- 
ne si forsan discordarent, de- 
beat ultra predictos esse de- 
clarafcor, cognifcor et decisor 
predictorum alius eligendus 
qui utriusque partis sit con- 
fìdens, et quicquid ipse cura 
aliis predictis vel maiori aut 
dimidia parte eorum deolara- 
verint et deciserint, debeat 
executioni mandavi, quocum- 
que cessante remedio ut supra. 



Ifcem quod altera alteri, in 
quibuscumque capiendis im- 
presiis, debeant suis pericalis 
et expensis favores quoscum- 
que possibiles et presidia que- 
cumque possibili a dare et pre- 
stare bona fide, realiter et ex 
corde; qui favores, queve pre- 
sidia, dari, mitti, manuteneri, 
declarari et limitari debeant 
modis et formis in precedenti 
capitulo annotatis, et dummo- 
do faciens talem impresiam 
faciat de voluntate alterius; 
alioquin altera pars non te- 
neatur aliquod subsidium pre- 
stare nisi in quantum de sua 
voluntate processerit : tenea- 



exceptione et remedio nulli- 
tatis, appellacionis, restitucio- 
nis, supplicacionis, et alio quo- 
cumque cessante, debeant sta- 
re partes et remanere contente 
de illa subsidii quantitate 
quam declaraverint dari debe- 
re, illaque decisione quam fe- 
cerint in predicta differencia, 
in qua declaracione et deci- 
sione si forsan discordarent, 
debeat ultra predictos esse 
declarator, cognitor et decisor 
predictorum alius comuniter 
eligendus qui utriusque par- 
cium (sic) sit confìdens, et 
quicquid ipse cura aliis pre- 
dictis vel maiori aut dimidia 
parte eorum declaraverint et 
deciderint, debeat execucioni 
mandari, quocumque remedio 
cessante ut supra. 

Ifcem quod altera alteri, in 
quibuscumque capiendis im- 
presiis, debeant suis periculis 
et expensis favores quoscum- 
que possibiles et presidia que- 
cumque possibilia dare et pre- 
stare bona fide, realiter et ex 
corde ; qui favores, queve pre- 
sidia, dari, mitti, manuteneri, 
declarari et limitari debeant 
modis et formis in precedenti 
capitulo annotatis, et dummo- 
do faciens talem impresiam, 
ipsam faciat de voluntate al- 
terius; alioquin altera pars non 
teneatur aliquod subsidium 
prestare nisi in quantum de 
sua voluntate processerit. 



— 175 — 



tur l amen nnìlum omnino pre- 
bere subsidium, opem vel fa- 
vo rem facto aut verbo Mi tali 
contra qnem ipsa impresta 
capta (sic) essel, atque etiam 
nichil omnino facere, directe 
vel ìndirecte, per se vel per 
alium> aut quovis quesito co- 
lore, ex quo possit talis im- 
presta impediri vel turbar i, 
aut etiam conditio talem im- 
presiam facientis in ipsa im- 
presta delerior fieri quovis 
modo. 

Item quod omnia que par- 
tes aquirerent in casu guerre, 
fiencle tamen secundum for- 
marci capituli immediate pre- 
cedente, de bonis inimicorum 
suorum, debeant ambabus par- 
tibus esse communia et com- 
muniter dividi inter partes, ita 
tamen, quod si aliquid aqui- 
reretur magis congruum uni 
parti quam alteri debeat di- 
mitti parti cui tale quid magis 
congrueret prò sufficienti con- 
tracambio, dando eius loco 
alteri parti cui magis congrue- 
ret per partem cui dimittetur 
et magis conveniet res huiu- 
smodi, secundum decisionem 
et declarationem predictorum, 
quorum decisioni et declara- 
tioni, fiende ut supra, debeant 
stare partes super facto huiu- 
smodi contracambii, omni re- 
medio cessante, ut supra. 



Item quod omnia que par- 
tes acquirerent in casu guerre, 
fiende tamen secundum for- 
mami capituli immediate pre- 
cedentis, de bonis inimicorum 
suorum debeant ambabus par- 
tibus esse communia et com- 
muniter dividi inter partes, ita 
tamen, quod si aliquid acqui- 
reretur magis congruum uni 
parti quam alteri, debeat di- 
metti parti cui tale quid magis 
conveniret prò sufficienti con- 
tracambio, dando eius loco 
alteri parti edam in loco ei- 
dem parti magis congruenti 
per partem cui dimit(7]etur et 
magis conveniet res huiusmodi 
secundum decisionem et decla- 
racionem predictorum, quo- 
rum decisioni et declarationi, 
fiende ut supra, debeant slare 
partes super facto huiusmodi 
contracambii, omni remedio 
cessante, ut supra. 



176 



Item quod partes, de guer- 
ra que mota fuerifc communi 
consensi!, nullam facere pos- 
sili t pacem, concordiam, treu- 
gam, surTerentiam, abstinen- 
fciam ab offensis, ligam, intel- 
ligentiam et confederationem 
cum aliquo principe, domino, 
Dominio, Comunitate et alia 
quavis mondi persona cuiusvis 
status, gradus et conditionis 
existat, nisi interveniat utrius- 
que partis consensus et vo- 
lantas, et de comuni parti um 
volmi tate procedatur, de qua 
constet per autenticam scrip- 
turam. 

Et demum diete partes ita 
et taliter sese colligaverunt 
et confederaverunt ac unive- 
runt et strinxerunt, quod in- 
telligantur et esse debeant ac 
sint unum corpus, unus et 
idem sanguis et una substan- 
tia, ita quod guerra unius, 
secundum formarti aliorum 
suprascriplorum capitili 'orimi 
de hoc loquentium proveniens, 
sii et esse intelligatur guerra 
altèrius, teneaturque defende- 
re loto posse partem cui talis 
incubuerit guerra, ac offende- 
re illos cum quibus habebitur 
dieta guerra; et e conira pax 
unius sii etiam pax altèrius, 
dummodo talis pax de comuni 
voluntate fiat et procedat ; et 
alleì'a alter am debeat suis fa- 
vere consiliis, auxiliis et fa- 



ìtem quod partes, de guer- 
ra que mota fuerit comuni 
consensu, nullam facere pos- 
si nt pacem, concordiam, treu- 
gam, sufferenciam, abstinen- 
ciam ab offensis, ligam, intel- 
ligentiam et confederacionem 
cum aliquo principe, domino, 
Dominio, Comunitate et alia 
quavis persona cuiusvis status, 
gradus et condicionis existat, 
nisi interveniat utriusque par- 
tis consensus et voluntas, et 
de comuni parcium voluntate 
procedatur, de qua constet per 
autenticam scripturam. 



- 177 - 



voribus, ac tanquam proprios 
amicos reputare et benigne 
tractare in quibuscumque re- 
bus et negotiis, inimicos au- 
tem et rebelles insequi ì per- 
sequi et fugare et non aliter 
tractare quam proprios ini- 
micos et rebelles, omniaque 
et singula facere teneatur et 
debeant mutuo et vicissim per 
que bonum ac malum, quod 
unius partis fuerit, sii et esse 
debeat partis alterius, et ul- 
terius alia quecumque facere 
debeant que boni, veri et fi- 
deles colligati, alter scilicet 
prò altero, facere tenentur et 
debent. Que verba intelligan- 
tur esse apposita ad augen- 
dum vini precedentium capi- 
tulorum, eorumque obligatio- 
nes non minuere debeant, set 
potius ampliare. 

Que omnia et singula su- 
prascripta convenerunt et in- 
telligi volunt supradicte par- 
tes quantum ad alios dominos 
et alia Dominia, quam Vene- 
torum et Comunitatis Floren- 
tie cum suis sequacibus in 
presenti guerra, respectu quo- 
rum diete partes convenerunt 
ut infra, videlicet quod si con- 
tingat inter prefatum domi- 
num nostrum ducem Medio- 
lani, prò una parte, et Domi- 
nium Venetorum ac Comuni- 
tatem Florentie, ut supra, prò 
altera, fieri pacem, aufc novàm, 



Que omnia et singula su- 
prascripta conuenerunt et in- 
telligi volunt supradicte partes 
quantum ad alios dominos et 
Dominia, quam contra Domi- 
nium Venetorum et communi- 
tatem Florentie cum suis se- 
quacibus in presenti guerra 
et alios dominos et Dominia 
confederatos, ut supra reser- 
vatos, respectu quorum Domi- 
nìorum (sic) Venetorum et 
Comunitatis Florencie atque 
eorum colligatorum ipse par- 
tes convenerunt ut infra, vi- 
delicet quod si contingat inter 



178 



aut confìrmatoriam, vel refor- 
matoriam illius que Venetiis 
die (in bianco) mensis decem- 
bris proxime preteriti celebra- 
ta fuit, eademque pace nova, 
confirmafcoria vel reformatoria 
non obstante, postea inter 
ipsum dominum ducem Me- 
diolani et Dominium Veneto- 
rum ac Comunitatem Floren- 
ce, ut saprà, vel alterum eo- 
rum, de novo guerram fieri, 
non interveniente ipsius domi- 
ni Ducis defectu, lune et eo 
casu ipse dominus dux Sabau- 
die teneatur et debeat insur- 
gere in favorem, subsidium et 
suffragium eiitsdem domini 
ducis Mediolani modis et for- 
mis supra in secundo capitulo 
annotatis, quod incipit, u Item 
quod si nunc et ulto tempore 
aliqui pariium guerra eie. 
(sic) n et finit u debeat execu- 
tioni mandar i, quocumque ces- 
sante remedio ri. Si vero con- 
tingat inter predictos guerram 
continuari, quod eveaiat ex 
eo quia, non interveniente ip- 
sius domini ducis Mediolani 
defectu, predicta pax Venetiis 
facta non confirmetur, vel exe- 
cutioni non mandetur, tunc 
et ilio casu teneatur et debeat 
idem dominus dux Sabaudie 
ipsi domino duci Mediolani 
prebere prò posse omnem fa- 
vorem, auxilium et subsidium 
ad manutentionem status ip- 



prefatum dominum ducem Sa- 
baudie, Dominium Venetorum 
Comunitatemque Florencie, 
prò una, et dicium dominum 
ducem Mediolani, ex altera, 
fieri pacem, aut novam, aut 
confìrmatoriam vel reformato- 
riam illius que Veneciis die [in 
bianco] mensis decembris pro- 
xime preteriti celebrata fuit, 
eademque pace confirmatoria 
vel reformatoria non obstante 
postea inter ipsum dominum 
ducem Mediolani et Dominium 
Venetorum ac comunitatem 
Florencie, vel alterum eorum, 
de novo guerram fieri, et hoc 
culpa vel defectu dictorum Do~ 
miniorum Venetorum et Flo- 
rencie, et non interveniente 
ipsius domini Ducis deffectu, 
aut con tingerei inter predictos 
guerram continuari, quod eve- 
lìiret ex eo quia non interve- 
niente ipsius domini ducis 
Mediolani deffectu, qui slare 
et acquiescere diete paci Ve- 
neciis agitate vult et intenditi 
predicta pax Veneciis facta 
non confirmetur vel execucioni 
non mandetur, tunc et eo casu 
teneatur idem dominus dux 
Sabaudie permictere merca- 
tores, mercancias, victualia et 
alios subdictos dicti domini 
ducis Mediolani transire et 
discurrere per territorium 
ipsius domini ducis Sabaudie 
eo (sic) forma et modo quibus 



179 — 



sius domini ducis MedioIa?ìi, 
declarandum modis in supra- 
scriplo secnndo capitulo con- 
tentis. Et versa vice, idem do- 
minus dnx Medio I ani tenea- 
tur ipsi domino duci Sabandie 
secundum formam presentis 
capitidi casti quo eidem per 
Dominium Veneto-rum et Co- 
munitatem Florenlie, vel al- 
terum eorum, guerra movea- 
tur. 

Item quod in omnibus et 
singulis suprascriptis et in- 
frascriplis intelligatur et ila 
sii reservalnm omne, lotum 
et integrimi ins superioritatis 
serenissimi domini regis Ro- 
manorum. 



ante guerram transìbant et 
discurr ebani, necnon eo casu 
desistat desislereqne debeat 
diclits dominus dux Sabandie 
ab omni offensa per ipsum 
ìnferenda dicto domino duci 
Mediolani et eius subdiclis (1), 



Et mediantibus premissis, 
proni iam fuit loquidum, re- 
maneat civitas et dislrictus 
Ver celiami»}, ac edam Reccp- 
lum citm suis finibus, domino 
nostro duci Sabandie; resi- 
duimi patrie limitte{t)ur per 
Cicidem, salvo quod remaneat 
subdiclis utrìitsqne domino- 
rum quod habereni il\Y]inc et 
inde; et ìurisdicio quam ha- 
berent ipsi domini nostri su- 
per illis bonis predictorum 
subdictorum sit cuilibet super 
suis limìlibns. 

Item quod prefatns domi- 
nus dux Mediolani tradat 



(1) Segue cancellato un tratto corrispondente al tratto da Et versa vice a 
moveatur della redazione milanese. 



— 130 



Cressentinum domino nostro 
duci Sabaudie et compenset 
dominis dicti loci alhinde ; 
et si forte non posset obli- 
neri, saltim obtinealur, quod 
non debeat idem dominus dux 
Mediolani de ipso Cressentino 
directe vel indirecte se quo- 
modoìibet intromiclere, sed 
illud omnino deserere ut do- 
minus noslrer dux Sabaudie 
in et de eo facere posset quod 
sue fuerit voluntatis. 

Item quod diclus dominus 
dux Mediolani remictat dicto 
domino nostro duci Sabaudie 
regimen civitalis astensis ad, 
opus eius fratris domini ducis 
orlienensis, et idem dominus 
nosler dux Sabandie ipsum 
dominion duceva Mediolani 
assecurabit quod ex illis nul- 
lum detrimentum sibi infe[v\ 
retur. Si vero non possit ob- 
tineri, saltim obtineatur quod 
ipse dominus dux Mediolani 
illam pene se ipsum retineat 
et cuiquam non expediat vel 
remictat itisi prefaio domino 
duci orlienensi et suis suc- 
cessoribus. 



X 



Convenzione fra Amedeo Vili e Filippo Maria Visconti riguardo ad Asti 
e a Crescentino (2 dicembre 1427). 

{Arch. St. Tor., Asti, mazzo XXXVIII). 

In nomine Domini, amen. Anno a Nativitate einsclem Mille- 
simo quadrigenfcesimo vigesimosepfcimo, indicione sexta die vero 



181 



secunda mensis decembris, constituti pérsonaliter coram nobis 
notariis publicis et tesfcibus insfrascriptis reverendissimus in 
Xpisto pater et dominus dominus Bartholomeus, Dei et Aposto- 
lico Sedis gratia arohiepiscopus sancte mediolanensis Ecclesie, 
maximus dignissiinusque, venerabilis atque magne religionis vir 
dominus frafcer Filippus de Provanis, preceptor domus Sancti 
Anthonii mediolanensis, spectabilis et egregius vir dominus 
Franchinus de Castillono, iuris utriusque doctor, famosus con- 
siliarius et spectabilis Aluisius Crottus, secretarius ill. mi domini 
Philippi Marie Angli ducis Mediolani etc. (sic), procuratores et 
procuratoriis nominibus ipsius ill. mi domini ducis Mediolani, ut 
de eorutn procuratorum potestate constat publico instrumento 
recepto per Donatum de Cisero, de Herba, notarium publicum, 
sub anno presenti Domini MCCCCxxvn, die lune tertio mensis 
novembris, ex una parte, et magnifici strenuique milites Hum- 
bertus bastarclus Sabaudie dominus Montagniaci, Gaspardus 
dominus Montismaioris, Manfredus ex marchionibus Salutiarum 
dominus Greysiaci, milites, mareschal[/]i Sabaudie, necnon spec- 
tabilis et egregius dominus Petrus Marchiandi, legum doctor, 
procuratores et procuratorio nomine ill. mi domini domini Amedei 
primi ducis Sabaudie, ut de eorum procurati one constat quadam 
authentica littera sigillo Cancellane ipsius domini ducis Sabau- 
die sigillata, manuque Gulielmi Bolomerii, eius secretarli, si- 
gnata, data Aquis, in Sabaudia, anno supradicto, die vicesima- 
quinta mensis octobris, ex parte altera; ipsi namque procura- 
tores, considerantes amorem, dilectionem et consanguineitatem 
existentem inter prenominatos dominos duces Mediolani et Sa- 
baudie, necnon ligam et affinitatem inter ipsos Duces hodie 
contractas, ut in instrumentis per nos notarios infrascriptos hac 
die presenti receptis, contemplatione maxime dictarum afiinitatis 
et lige, in(hjierunt et in(h)eunt pacta et conventiones stipula- 
tione vallatas et vallata, que sequuntur. Et primo, considerantes 
prenominati procuratores predictorum ill. rum dominorum ducum 
Mediolani et Sabaudie quod civitas astensis cum eius territorio 
et mandamento est sita in limitibus, vel circa, terre et patrie 
pedemontane ipsius domini ducis Sabaudie, et domini principis 
Pedemontium, eiusdem domini Sabaudie ducis filii, et sic re- 
spectu diete patrie pedemontane est ipsi domino duci Sabaudie 
ipsa civitas astensis cum eius territorio quasi limitropha, et 

3* 



182 



quasi olavis ipsius patrie pedemontane, ita quod esse possefc 
maximum dampnum ipsis dominis Duci et Principi si dieta 
civitas astensis transferretur ad maaus extraneas, seu inimicos 
dictorum dominorum Ducis et principis Pedemontium, eapropter 
dicti procuratores ill. mi domini ducis Mediolani procuratorio no- 
mine ipsius domini ducis Mediolani promittunt per iuramenta 
sua ad sancta Dei Evangelia corporaliter prestita et sub obli- 
gatione omnium bonorum dicti domini ducis Mediolani, pactum 
expressum super hoc faciendo ipsis procuratoribus ill. mi domini 
ducis Sabaudie, nomine ipsius domini ducis Sabaudie stipulan- 
tibus et recipientibus, et nobis notariis infrascriptis more publi- 
carum personarum recipientibus et stipulantibus vice et nomine 
et ad opus ipsorum dominorum ducis Sabaudie et principis Pe- 
demontium, eorumque heredum et successorum quorumeumque, 
et eorum quorum interest et interesse poterit, predictam civi- 
tatem astensem, seu eius territorium, partemque ipsius territorii, 
quoad directum dominium tantum respectu territorii, non alie- 
nare nec in aliquam personam transferre, per se vel per alium, 
directe vel per indirectum, nec' possessionem ipsius civitatis 
eiusque territorii, ut supra, seu partem eorumdem, ut supra, 
alicui persone trad(d)ere vel expedire, alteri quam ill. mo domino 
duci aurelianensi, seu eius successoribus legiptimis et natura- 
libus, nisi in dictum dominum ducem Sabaudie, vel eius suc- 
cessores, alienaret. Et casu quo dictam civitatem, vel territo- 
rium, vel partem illius, in aliquas alias personas transferret seu 
alienabit, quam in aliquam supradictarum personarum, vel earum 
successorum, ut supra, eo casu volunt ipsi procuratores domini 
ducis Mediolani supranominati talem alienationem et transla- 
tionem esse nullam et nullas nulliusque valoris et momenti, et 
eo casu premisso, si alienabifc ad aliquem, ne actum alienationis 
prosiliret, illa silicet ad quorum alienationem temptare prosi- 
lierit, ipso iure sint et esse intelligantur translata in dominum 
ducem aurelianensem, eiusque successores. primo, si acceptare 
voluerit, et eo, facta sibi debita denuntiatione, infra sex menses 
postea non acceptante, in prefatum dominum ducem Sabaudie, 
eiusque successores. Item et promittunt dicti procuratores dicti 
ducis Mediolani procuratorio nomine ipsius domini ducis Medio- 
lani ipsum ill. m dominum ducem Mediolani curare et procurare 
prò posse quod serenissimus dominus Romanorum rex dabit 



183 



licentiam Iaoobo Tizoni, domino Crescentini, seu illi qui domi* 
nus Grescentini extiterit, infra et per totum mensem aprilis, 
recognoscendi ipsi domino duci Sabaudie seu eius successoribus, 
se tenere locum Grescentini cuoi eius territorio et pertinentiis 
de feudo dicti domini ducis Sabaudie seu successorum suorum, 
et prò ipso loco et territorio Crescentini homagium faciendi 
eidem domino duci Sabaudie seu eius successoribus : procurabit 
etiam prò posse ipse dominus dux Mediolani quod dictus Iaco- 
bus seu eias successores domini Crescentini ipsum locum Cre- 
scentini cum eius territorio recognoscet seu recognoscent se 
tenere de fondo domini ducis Sabaudie seu suorum successorum, 
et quod dictum homagium prò dicto loco et eius territorio pre- 
stabit ipse Iacobus, seu eius successores domini Crescentini 
prestabunt, ipsi domino duci Sabaudie seu eius successoribus, 
ea tamen lege quod dicto casu ipse dominus dux Sabaudie eius 
que successores ipsos dominos Crescentini benigne et gratiose 
in omnibus, facta dieta fidelitate, ita tractare debeant, quemad- 
raodum alios suos subdictos dilectos, feudatarios seu vassallos, 
tractat et hactenus tractavit. Quod sì facere non posset, seu 
procurare, ut supra, ipse dominus dux Mediolani, promittunt 
prenominati procuratores ipsius domini ducis Mediolani procu- 
ratorio nomine quo supra, per iuramenta sua et sub obligatio- 
nibus quibus supra, quod ipse dominus dux Mediolani non se 
imped'iet de dicto loco Crescentini, dominisve et personis ipsius 
loci dabit seu prestabit ipse dominus dux Mediolani, facto vel 
verbo, dir(r)ecte vel per indir(r)ectum, clam vel palam, tacite 
seu occulte, per se vel per alium, aliquod consilium, auxilium, 
opem, iuvamen vel favorem contra et adversus prefatum domi- 
num ducem Sabaudie seu suos heredes vel successores; (et) pro- 
mittentes dicti procuratores dicti domini ducis Mediolani nomi- 
ne quo supra per iuramenta sua et sub obligatione de qua supra, 
predicta omnia ratificari facere per prefatum ili,™ dominum 
ducem Mediolani hinc ad festum Nativitatis domini nostri Iesu 
Xpisti proxime venturi, et instrumentum predicte ratiflcationis 
in forma publica expediri et bradi fac ereinfra tempus predictum, 
in manibus ili.™ 1 domini principis Pedemontium, sen alterius de 
voluntate. ipsius ; renuntiantes ipsi procuratores domini ducis Me- 
diolani omni iuri canonico et civili per quod contra predicta facere 
possent quomodolibet vel venire; quod volunt hic habere prò 



— 184 — 

expresso (ac) proinde ae si parfciculariter nominatimque hic expres- 
sum forefc, et maxime renuntiant iuridicam generalem renuntia- 
tionem non. valere nisi precesserit speeialis; mandantes insuper 
et rogantes predicti procuratores, nominibns procuratoriis quibus 
saprà, de premissis omnibus per nos notarios infrascriptos con- 
fici unum vel plura instrumenta ad opus predictorum domino- 
rum, eiusdem tenoris et substantie. 

Acta fuerunt hec in civitate Thaurini, in domo episcopali 
eiusdem civitatis, presentibus egregiis et nobilibus viris domino 
Iohanne Marchiando legum doctore, Iohanne et Henrighino ex 
comitibus Val[7]ispergie, domino Iacobo Spinola archidiacono 
ecclesie rnaioris Papié. Simone de Morig(g)iis, Yauterio de B,e- 
voyra, Iohanne Mareschal[/]i, Guidone Columbi, Amedeo de 
Plozascho, Angelino Provana, Bartholomeo de Senis et Iohanne 
de Oxiis, testibus ad premissa specialiter vocatis et rogatis. 

Et ego Iohannes Franciscus Gallina, filius quondam domini 
Petri, publicus papiensis imperiali auctoritate notarius, secreta- 
riusque prefati illn. mi domini mei domini ducis Mediolani, pre- 
missis omnibus et singulis, dum sic fierent, ut premittitur, et 
agerentur, presens fui vocatus, [et] una cum egregio viro Ber- 
nardo Masuerii, notario publico ac memorati illu. mi domini do- 
mini ducis Sabaudie secretario subscripto, rogatus, recepi ; quod 
inde in hanc publicam formam redigi feci, aliis impeditus ne- 
gotiis, per Zanonen de Uglono, ciuem Mediolani, notarium pu- 
blicum, coadiutorem ad hoc specialiter electum, [et] hi(n)c 
proinde manti propria me subscripsi et signum meum tabe][/]io- 
natus apposui, in testimonium et fidem omnium et singulorum 
premissorum. 

Et ego Bernardus Masti erii, de Cuysiaco, lucdinensis [sic) 
diocesis, auctoritate imperiali notarius publicus ac prefati domini 
mei ducis Sabaudie secretarius, premissis interfui vocatus, et 
hoc instrumentum de ipsis, una cum suprascripto Iohanne Fran- 
cisco Gallina, papiensi notario ac memorati domini ducis Me- 
diolani secretario, rogatus recepi, et hic me subscripsi et signum 
meum notariatus apposui in testimonium veritatis premissorum. 



CORREZION 



VII, 433, 1. 4 : lumiuose corr. : luminose 

» 438, » 20 : dall' occupazione » dell' occupazione 
» 444, » 2: scadesse » accadesse 

» 469, » 8 segg. Alle parole il Visconti mandava etc. fino 
a senza vera intenzione si sostituiscano queste 
altre : il Visconti aveva fin d' allora potenti 
fautori : tra essi era certamente Brunoro della 
Scala, pieno d'odio contro i Veneziani spogliatori 
della sua famiglia, e consigliere presso il re di 
Ungheria di una politica di riconciliazione con 
Milano contro Venezia (2). Nondimeno, prima di 
appigliarsi risolutamente al partito di gettarsi 
nelle braccia del re dei Romani (3) — sempre in 
ottimi rapporti con Amedeo Vili (4) — , Filippo 
Maria volle ancora sperimentare quanto potesse 
contar su Venezia, dirigendovi nelP ottobre un 
nuovo ambasciatore in persona di Taddeo da 
Vimercate (5), mentre una contemporanea dimo- 
strazione militare verso i confini dello Stato sa- 
baudo in Piemonte (6) movevane il Duca ad inviare 
ancora una volta a Milano stessa il Grolée (7). 
Probabilmente, però, Amedeo agiva così senza 
vero animo 

» » note. Soppresse le attuali note (2) e (5), si porti come nota (2) 

l'attuale n. (6); la (3) diventa (5); la (4) rimane (4); la (7) e 
la (8) diventano rispettivamente (6) e (7); come n. (3) si ag- 
giunga: (3) Se fosse attendibile la data 12 maggio 1425 apposta 
al doc. 66 dell'Oslo, Docc. diplom., milan., II, 134, bisognerebbe 
mettere fin da quest'epoca — ottobre 1424 — una prima 
ambasciata, di Corrado Del Carretto e Novello de' Caymi da 
parte del Visconti a Sigismondo, ed una prima ambasciata 



186 — 



conseguente dello Scaligero — oltreché in Savoia — a Milano. 
Ma la data « 25 maggio 1425 » è errata, e va corretta in 
« 1426 » ; e perciò la lettera si riferisce alle ambascerie del 
principio del 1426, di cui infra. 



VII, 


470, 1. 3: si cancelli da Milano. 




» 


» » 6: veniva 


corr 


. : venne 


» 


476 » 1: della Republica 


» 


dalla Republica 


» 


487 » 3: appressione 


» 


apprensione 


» 


» » 6: Monluel 


» 


Montluel 


Vili 


, 128 » 22-23: prefido 


» 


perfido 


» 


132, n. 2, 1. 5: Rivocta (sic.) 


» 


Rivocta (sic; ma probabil 
mente Rivoyre), 


» 


140, 1.1-2: Càhteanvieil 


» 


Chàteauvieil 


» 


142 » 2: Federico 


» 


Nicolò 


» 


168 » 11: diverse (2) 135; 


>> 


diverse (2); 135 


» 


174 » 1-2: forfìcata 


» 


fortificata 


» 


175 » 13: di essa (4): 


» 


di esse (4): 


» 


» » 17: informarle 


» 


informarlo 


» 


178 » 13: si decise 


» 


fu deciso 


» 


191 » 1 : Roppolo 


» 


Ropolo 


» 


196 » » » 


» 


» 


» 


194 » 11: E due 


» 


Ma due 


» 


» » 19: essendo caduta 


» 


essendo il 24 caduta 


» 


201 » 25: nella Liguria 


» 


la Liguria 


» 


204 » 16: -vano con 


» 


-vano i Savoini con 


» 


381 n. 2, 1. 6 : Buegondie 


» 


Burgondie 



Altre sviste di minore entità correggerà da sé facilmente il 
discreto lettore. 



NINFE E PASTORI 

SOTTO L' INSEGNA DELLO " STELLINO 



Il notevole disordine in cui si trovano le carte dell' Accademia 
degli Affidati contenute in due buste (1) nella R. Biblioteca Uni- 
versitaria di Pavia, può spiegare come tutti quelli che vi posero 
mano e tentarono di cavarne un costrutto, se ne siano ritratti, 
dubbiosi forse che il lavoro di orientamento non fosse pari al 
prezzo dell'opera. Eppure nell'azione degli Affidati si assomma 
in gran parte quella storia letteraria di Pavia che ancora è tutta 
da fare e che rimarrà un desiderio fin quando, anche in tema 
di letteratura nostrale, si determinerà quel salutare risveglio e 
quella feconda operosità che si rivolgono alla storia civile e 
politica della città nostra. 

Non già che nei disordinati fasci di fogli d'ogni dimensione, 
di quaderni, di fascicoli, di opuscoli, di moduli che formano il 
materiale di una possibile ricostruzione, siano molti i documenti 
veramente importanti, avuto riguardo al lungo periodo di più 
che due secoli e mezzo nel quale ebbe vita più o meno fiorente 
l'Accademia; e anzi, così come sono, essi riguardano in gran 
parte l'ultimo cinquantennio di vita accademica, e il lettore è 
già avvertito che sono espressione di quel dilettantismo lette- 
rario che dà la sua impronta al secolo. Benché la « Celeberrimae 
Affidatorum Academiae in antiquissima regiaque Papiae urbe 
Leges » (2) al capitolo Vili, De scriniorum Custode, impongano 
« Academicorum nomina, cognomina, patriam, decreta Acade- 

(1) Tra i Mss. recano il N. 533. 

(2) Edite in Pavia nel 1674 coi tipi di Carlo Porro, e ristampate nel 1731. 
La copia originale di esse si conserva tra le carte accademiche. Un riassunto, 
di queste leggi vd. in questo Bollettino, e. a. 1909, fase. 1, p. 74-83. 



— 188 — 

miae, actaque comitiorum omnium, in libro commemorato », e 
prescrivano di conservare poesie, orazioni e ogni genere di 
scritti; benché più d'una volta gli Accademici sentissero la 
necessità di raccogliere le informazioni della Storia del loro 
solenne Coetus (1) e di ordinare e riconoscere le scritture del- 
l'Accademia, pure ci è dato di fare un limitato conto delle carte 
ufficiali, e bisogna chiedere gii elementi dello studio ad altre 
fonti r ne aiuto alcuno ci fornisce Siro Comi, erudito benemerito 
che ci diede delle Ricerche storiche sulVA. degli A. [2), piene 
di preziose informazioni, perchè quasi nulla egli ci dice dell' atti- 
vità estrinsecatasi nell'età in cui egli visse, intorno alla quale è 
mio proposito di intrattenermi. 

lo intendo di radunare e di presentare al lettore quanto mi 
pare che possa servire di documentaziene alla vita accademica e 
cittadina, nel mezzo secolo che precedette la lenta estinzione 
di questa nostra società letteraria, e offrire cosi un modesto 
contributo, come di storia accademica in un periodo non del 
tutto inglorioso e infecondo, così di leggiadra vita settecentesca 
pavese. 

Ora chi ficchi le mani colla debita riverenza e coli' istintivo 
ribrezzo, in quell'intricata selva di anonimi, di illustri cameadi, 
di semi ignoti, e di pochi famosi che degnarono gli Affidati di 
qualche inezia canora, s'accorge — o erro — che descrivere le 
adunanze di quest'età vuol dire presentare documenti di una 
vita manierata, svenevole, insipida talora, di un' usanza tarlala; 
vuol dire offrire povere, tenui cose in cui un nonnulla ha im- 
portanza nell'entusiasmo fittizio, a freddo, della società; vuol 
dire digerirsi — passi la frase non nuova — versi molti e poca 
poesia. Né io saprei meglio renderne il carattere e l' importanza, 

(1) Deliberazione 10 gennaio 1724, in cui al detto obietto vengono deputati 
il Marchese Antonio Belcredi, il Marchese Ab. Giov. Torelli, lettore dell'Uni- 
versità, il Padre M. Dossena Agostiniano, Don Vincenzo Pasquali. E vd. ver- 
bale della seduta 7 luglio 1762, in cui viene eletto archivista il M. R. Padre 
L. Vai, perchè assista alla ricognizione delle scrittine, raccogliendo tutte le 
notizie. 

(2) Pavia 1792. 



- 189 - 

che ricordando quattro righe rimate di un accademico al quale 
la comune boriuccia non ingombra il cervello: 

La luna in Cielo, e questa nostra in terra 
Vaga Academia son proprio due suore, 
Mostrano qualche luce è ver di fuore 
Ma ninna luce entro di lor si serra (1). 

Non già che le accademie fossero in tutto palestre di applausi 
obbligati e di sbadigli di poveracci assorti nel vieto retoricume, 
e ammuffiti nell'inedia. 

Sono talora ritrovi di brigate goderecce, in cui gravi profes- 
sori della rinsanguata Università pavese, che dividevano il loro 
tempo tra la cattedra, la galanteria, la poesia, l' amore, si aggi- 
ravano con imparruccati e incipriati cavalieri, con alti prelati, 
vescovi e cardinali, con abatini galanti, con monaci severi — 
girolamini, domenicani, paolotti, Olivetani, barnabiti, agostiniani, 
cassinesi — con dame cirrate in guardinfante e toupet, tra lo 
splendor dei broccati e il candor delle trine; con adorabili e 
adorate damigelle, con pallide ninfe, e svenevoli e pur gonfie 
poetesse arcadiche, dotte ammiratrici o rivali della Chatelet, della 
Beaumont, della Montagu, della Corilla, dell' Agnesi, della Bassi. E 
tutti erari insieme per moda e per costume pronti sempre ad 
applaudire — possiamo credere alla parola di un illustre acca- 
demico, che ce lo assicura — ad una proposizione di autore 
inglese, come ad una cuffia di Parigi di cui novellamente si 
acconciasse una dama graziosamente civettuola, impiastricciata 
di cinabro e desiosa di baciamani e di inchini. Or questa vita 
dei nostri nonni in scarpette a fìbbia, delle nostre nonnine 
leggiadramente barocche, non è senza un fascino sottile, che 
s'insinua in tutti coloro che si addentrano in quell'epoca curiosa. 



(1) Vd. Ms. Un. P. 2. Avverto qui che mi servo delle sigle Ms. Un. P. 
per denotare Manoscritto della r. Biblioteca Universitaria pavese. 



- 190 — 

Una piccola riforma delle antiche leggi. 

L'aver sentito menzione di leggi celeberrime, potrà destare 
nel lettore un moderato desiderio di sapere come venisse reclu- 
tata la mandra poetica, gonfia della gloriuccia metromaniaca e 
come fosse disciplinata. Io non intendo parlare qui delle prime 
leggi acc, ma voglio almeno ricordare alcuni progetti per il 
ristabilimento ed accrescimento dell' Acc., proposti nella seduta 
30 gemi. 1767, in un congresso speciale, come è chiamato dal 
verbale relativo. In quest'occasione vennero stillati cinque articoli, 
il cui succo è che d'allora in poi si dovesse spedire ad ogni 
accademico la patente, e che i nuovi accettandi la dovessero 
levare con la spesa di lire sette: che l'Acc. si convocasse una 
volta al mese dal gennaio al giugno inclusive, e ciascuno vi 
potesse recitare o dissertazioni, o poesie di qualunque argomento, 
quando però il soggetto non fosse stabilito dal Principe, (a non 
contare le adunanze statutarie, cioè la cerimonia originaria 
inaugurale per le feste dell'Immacolata, nella chiesa di San 
Francesco, la solennità allo Spirito Santo nel giorno di chiusura, 
pure in S. Francesco, altra in lode di S. Agostino nella sua festi- 
vità, e tutte quelle che potesse ordinare il Principe giusta le invio- 
labili — nel resto — leggi accademiche); che per la conservazione 
dell' Acc. e per il suo buon ordine fosse ordinata a vegliarvi 
una commissione particolare, composta del Principe, V. Principe, 
degli Assessori, Censori, Conservatori degli Ordini, Tesoriere, 
V. Tesoriere e Segretario per tempora. Al Congresso furono 
presenti gli Accademici: March. Pio Belcredi, D. Lorenzo Sca- 
gliosi, il Marchese del Maino, D. Giuseppe Friggi, D. Giuseppe 
Antonio Beccaria, il Marchese Giuseppe Giorgi, D. Francesco 
Campeggi, D. Giuseppe Pasquali, il Marchese Giuseppe Gaspare 
Belcredi. 

In questo stesso anno pare sia stata compilata la dicitura, 
pedestre e sciatta nella sua solennità, in questi termini: 

« Noi Accademici Affidati, Raguagliati dall'Ili, nostro Sig. 
Principe del desiderio, che nutrite d' essere a questa nostra 
Academia aggregato, ed assicurati non meno dalle commenda- 



- 191 - 

bili prerogative di cui siete freggiato, che del vostro letterario 
valore anche dal saggio presentatone, si siamo di buon animo 
determinati ad iscrivere voi N. N. nel numero dei nostri Aca- 
demici, persuasi che dalle vostre dotte produzioni l'Academia 
nostra sarà per acquistare maggiore lustro e splendore. Pertanto 
vi dichiariamo con le presenti lettere del nostro sigillo munite 
e da noi sottoscritte Academico Affidato con tutti quei obblighi 
dalle nostre leggi voluti e con quei privileggi ad essa compartiti. 

Dalla sala dell'Accademia degli Affidati il dì del mese 
. . . , dalla istituzione dell' Acc. sotto gli Auspici di Filippo II 
anni 219 (1) ». 

Qualche volta per altro la nomina avveniva per acclamazione, 
trattandosi di personaggi cospicui, con formule speciali e con 
esenzione dal pagamento delle spese, come più innanzi si vedrà. 

L'Accademia era in genere larga dispensatrice di patenti. 
Bastava esprimere il desiderio di essere ammesso e presentare 
pochi versi, magari un vecchio sonettuzzo ammuffito, per essere 
accolti nel beato coro delle muse; e qualche volta la fama e 
anche la semplice notorietà di aver bevuto al fonte ci' Ippocrene 
otteneva facili decreti di dispensa dalla poesia di presentazione. 
Difficilissimo quindi che le domande dei vati fossero respinte, 
e a ogni modo i verbali non registrano nessun rifiuto. 

Tuttavia qualche volta vennero mosse difficoltà, e se pure 
furono di natura letteraria, s'intende bene che esse larvavano 
motivi personali o religiosi, o politici, o di casta, e questi ultimi 
in ispecie. Un caso tipico ci risulta dal Ms. Un. P. 452, che è 
una raccolta di schede sparse, di estratti, di appunti del Padre 
Siro Severino Capsoni, il quale pure fu Acc. Aff. Fra le altre 
carte è una lettera di quattro pagine di minuta scrittura, o 
meglio un frammento di lettera, senza indirizzo, senza chiusa e 
senza firma, dove il nostro anonimo, dopo aver protestato di 
gloriarsi ad ogni momento del luminoso titolo di buon servitore 
del Rev. Padre a cui scrive, — il quale si arguisce non esser 
altro che il Padre Capsoni dei Predicatori — gli espone come 

(1) Da un foglietto a penna. La patente è conservata anche in alcuni fogli 
a stampa. 



— 192 - 

la patria Accademia degli Affidati non s'era ancor decisa sulla 
causa della sua accettazione dopo otto mesi di ben agitata con- 
sulta, quando d'ordinario non era solita impiegarvi otto minuti: 
e sì che egli aveva avanzato all'Acc. un sonetto specialissimo 
« come espositore della stima e della riverenza parzialissima che 
aveva per essa e dell'umilissimo desiderio di esservi ascritto; 
e oltre a ciò una canzone per la Imm. Vergine e due sonetti 
per la laurea di un tal Coelli ». 

A queste rime gli Aff. fecero pubblicamente e privatamente 
delle critiche riflessioni e specificamente le accusarono di una 
selvaggia esiliabile e stomacosa oscurità, tanto da sembrare 
tenebrosi indissolubili problemi; ma specialmente posero un 
rigoroso veto perchè il candidato non aveva tratto dalla ignobi- 
lità dei natali « quanto virtù cavalleresca chiede », essendo suo 
padre semplice professore di Chirurgia, neppure laureato. — 
Ma il bocciato si consolava insinuando al Capsoni che ci fosser 
di mezzo gli insani voti dell'Invidia nemica di virtute, e lo 
pregava di aiutarlo a voltar vela, e a rifugiarsi presso qualche 
altra illustre accademia d' rtalia, se gli paresse che il fiero caso 
meritasse punto punto la compassione degli animi discreti. 

Via, anche il Parini era stato rifiutato dall'Acc. dei Trasfor- 
mati ! 

/ Marchesi De Belcredi e V Accademia. 

Le adunanze da lungo tempo si facevano in casa Belcredi e 
verso questa famiglia l'Acc. era legata da vincoli di gratitudine 
di lunga data. (1) Per rimanere nell'ambito del periodo entro cui 
spigoliamo, nel processo, per l'ammissione al collegio dei Giudici, 
di Giuseppe Gaspare Belcredi (10 luglio 1762) si legge: « quae 
quidem Belcrediorum domus, adeo Musis ipsis cara, et in earum 
fìrmum domicilium constituta est, ut ob egregia Belcrediorum 
merita honorifico ohm decreto sancitimi sit, ut nunquam in 

(1) Non altrimenti l'Accademia dei Trasformati risorse in Milano pel conte 
G. M. imbonati, che ne fu Conservatore perpetuo e ospitò gli accad. nella 
sua sontuosa galleria. Vd. G. Carducci, Opere, Bologna, Zanichelli 1903, XIII, 
p. 77 ss. 



— 193 - 

posterum ab illorum domo recederent. Extant proinde Philippi IV 
Hispaniarum Regis litterae et Regium Diploma diei 31 decembris 
1643 etiam ab Excellentissimo sena tu interinatimi, quod domimi 
ipsam tunc Petri Maryris de Belcredo nunc propriam Mar- 
chionis D. Pii de Belcredo Petentis Patris. . . immunem prorsus 
ab omni timi Aulicarum. timi militimi hospitationiim onere qua- 
cumque occasione et tempore, singulari constituit privilegio » (1). 

Più precisamente gli Aff. furono ricettati in casa Belcredi sin 
dagli inizi del seicento, se non prima,'(il Bossi, contemporaneo, 
dice intorno al 15S0) da Flavio figlio di Francesco e di Geronima 
Malaspina e fratello del Cardinale Filiberto (2) e, morto lui, dal 
fratello suo per parte di padre (3) e suo erede Pier Martire 
Belcredi. D'allora in poi furon larghi d'ospitalità all'Accademia 
Antonio Francesco marito di Barbara Botta (4) vice ministro 
dell'Ospedale di S. Matteo, Barnaba marito di Anna Belcredi, 
dottor collegiato nel 1700, Antonio pure dottor collegiato, abbate 
della città, oratore presso la Metropolitana di Milano, marito della 
Marchesa Cattarina Beccaria (di Pio); Don Pio, e don Giuseppe 
Gaspare. 

Buone accoglienze e rinfreschi allietavano talora i trattenimenti 
degli Affidati nella gran sala del ricordato antico palazzo in 



(1) Il privilegio era lungi dall' avere importanza di fatto. Nella Cronaca 
del Fenini all'anno 1730, 4 luglio, si dice che nell'occasione che quasi tuttala 
truppa austriaca di guarnigione a Milano si recò a Pavia « hanno dovuto 
prestarsi anche i SS. Lettori dell'Università, abbenchè abbiano il privilegio 
nelle sue case d' esspre esonerati d'alloggio ». Anche nel 1733 all'arrivo di 
10000 Spagnuoli il privilegio andò « all' aria » (Fenini, 22 dicembre). 

(2) Filiberto fu uomo dotto e amante degli studi. Egli istituì nel 1611 in Mon- 
talto una scuola di lingue orientali per fanciulle del luogo, chiamandovi a inse- 
gnare un maestro dal Belgio. 

(3) Pier Martire era figlio di secondo letto, essendo Francesco passato a 
seconde nozze con Caterina de Paratis da Crema. Egli fu istituito erede di 
Flavio con testamento 27 luglio 1623 a rogito Lelio Pecorara not. Pavese. 
Soltanto dopo la morte del fratello egli dalla sua casa d' abitazione in par- 
rocchia S. Maria Canon. Gualtieri, passò alla casa in Parrocchia Maggiore, dove 
già si radunavano gli Affidati. 

(4) Era figlia di Luigi Botta. 



- 194 — 

parrocchia della Chiesa Maggiore, Porta Marica o Porta Pertusi 
come variamente si designava, ora via Teodolinda (1), e la mi- 
nuta di una lettera scritta di pugno dal Marchesino Giuseppe Ga- 
spare Belcredi ci dà una sufficiente idea del modo come tali Acca- 
demie si svolgevano. E poiché la lettera può dar luogo a qualche 
dubbio ed è opportuno tenerne parola, dirò che trattasi di un 
foglio contenente una breve missiva diretta a Milano a persona 
non ispecificata, senza firma, ma in data 24 febbraio 1762. La 
letterina raccomanda il conte Castellani (2) cavaliere di spirito 
e di buona grazia al ricevente e avverte: « Il Marchesino non 
può venir sì subito atteso il suo incomodo nella gamba ». Lo 
scrivente è probabilmente, per le ragioni che seguono, il Marchese 
Pio Belcredi, padre del sofferente Marchesino, il quale appare 
dunque l'estensore dell'altra lunga lettera pure senza firma, 
perchè in essa chi scrive dice che gli è sopraggiunta una 
specie di risipola in una gamba che ha formato piaga presso il 
malleolo, e che gli avrebbe impedito di comporre una certa sua 
cicalata accademica, se non gli avesse fatto da segretario con 
molta sofferenza e bontà la sorella sua, (3) scrivendo sotto det- 
tatura. 

Lo scrivente dà il resoconto di un' accademia tenutasi in un 
venerdì giorno 5, composta di venti componimenti quasi tutti 
lunghi e dei quali acclude la nota, adunanza rallegrata da 
quattro sinfonie, due concerti, dei quali uno di un famoso Abbate 
di cui non ricorda il nome, e l'altro di artisti sceltissimi, invi- 



(1) La casa esiste ancora in pessimo stato di conservazione. La sala infe- 
riore delle adunanze ordinarie è oggi adibita in parte a magazzino e in parte 
ad andito di comunicazione tra due cortili. In questo andito trovansi avanzi 
di notevoli e belle pitture murali. La gran sala superiore delle solenni occasioni 
è veramente amplissima e capace delle migliaia di persone annunciate da 
qualche verbale, ed è oggi un' immensa anticamera, senza persiane, senza 
vetri. 

(2) Era, se ben identifico, novarese : versificatore esso pure, si può vedere 
un suo saggio poetico nel Ms. 2 Ticinensia voi. IV p. 31 e segg. « Sotto 
ciel torbido oscuro », Sistema del P. Bougean sopra V anima delle bestie. 

(3) Credo Donna Maria, maritatasi nei Morosini, di cui dirò più innanzi. 



— 195 — 

tati dal Marchese Antonio Malaspina, allietata dalla presenza di 
trenta dame, tre Beccaria, due Giorgi, due Corti, due Mezza- 
barba, colla frequenza di cinquanta cavalieri, pochi regolari, 
molti abati e civili secolari. 

Lo scrivente si dice autore e presentatore all'Accademia di una 
Dissertazione sulla Origine dei Baccanali, che fu, dice, capita 
e applaudita; ma si scusa della pochezza del lavoro in causa 
della difficoltà di addossarsi certe ricerche « in questa di lette- 
ratura poverissima città », per mancanza di certi libri « che in 
tutta Pavia non si trovano chi li potesse pagare a peso d'oro » (1). 
Nel palazzo del Marchese Pio, ricovero delle Muse Affidate, gli 
Accademici stessi facevano gli onori di casa : ce lo dice il Mar- 
chesino: « Sono stati tutti (gli invitati) accolti graziosamente 
dagli Accademici . . . trattati copiosamente di acque fresche, sor- 
betti e cioccolata, e serviti con attenzione dal Sig. Siro (2), 
Federico di casa Corti, e dal Cipollino che s'è diportato bene e 
nell'apparecchio e nel tempo della funzione. Anche Scudelone 
ha fatto le sue parti nel distribuire il vino alla servitù fore- 
stiera, che ne ha tracannata una brenta, senza però che alcuno 
siasi ubbriacato. Era veramente necessario riscaldarli con una 
bibita, perchè il salone con tutto il fuoco della braggera . . . 
è stato freddissimo ». 

Come il lettore intende, il vino dispensato a brente, oltre a 
rischiarare le torbide menti e a preparar l'estro apollineo — come 
direbbe l'abate Casti — lottava con vantaggio in gara cogli 
occhi delle belle dame tenere e gioconde, contro il freddo decem- 
brino dell'immenso salone, se non pure contro le ghiaccianti 
scempiaggini dei sonettucci ermafroditi, le svenevolezze delle odi 

(1) Il Marchesino non era solo a lamentare le gravi deficienze della patria 
biblioteca. Il Lettore ornatissimo abate Alfeno Vario, calabrese, magnifico 
Rettore negli anni 1783-84, interrogato nel 1784 da Giuseppe II, recatosi alla 
biblioteca, come questa stesse a libri, rispose che eran tutti roba da dare ai 
pizzicagnoli. Vd. Fenini, Cronaca di Pavia, ras. nella Biblioteca dell'Università, 
e nel Civico Museo di Storia Patria: all'anno 1784, 17 febbraio. 

(2) Credo il Marchese Siro, figlio di Francesco, Marchese di Retorbido, 
marito di Maria Giorgi di Vistarino, 



- 196 — 

pastorali e delle così dette anacreontiche, le retoriche declama- 
zioni, i pesanti discorsi accademici. 

Ed effetto non meno salutare è da credersi che producessero 
di fronte alla prefata dissertazione sopra l'Istituzione dei Bacca- 
nali, la quale è pervenuta a noi manoscritta in 12 pagine numerate 
tra le carte degli Affidati, anonima, ma facilmente rivendicabile 
al marchese Giuseppe Gaspare, mercè di un bigliettino che a 
nome del Principe dell'Acc. Don Gius. Gasp. B. invita per il 5 
febbraio, ore 24, alla lettura di una orazione sopra il Carna- 
sciale, dovuta allo stesso Principe. Il bigliettino a stampa, reca 
la firma del Segretario Acc. Giuseppe Pasquali, e noi sappiamo 
dai verbali che il Belcredi fu Principe e il Pasquali segretario 
dal 14 aprile 1761, al 26 giugno 1762, il che coincide colla data 
della lettera che abbiamo ricordato (1). 

La dissertazione, cosa giovanile, non merita troppo la nostra 
attenzione: ortograficamente assai scorretta, pesante per una 
erudizione disordinata e di seconda mano, fa risalire i Baccanali 
al tempo del diluvio, e corrobora i punti di tesi con una gra- 
gnuola di nomi citati alla rinfusa e bene spesso a sproposito: 
Tucidide, Suida, Aristofane nello Scoliaste, Cicerone, Socrate, 
Platone, Aristotele, Luciano, il signor Buvet, Curzio, Euripide, 
Virgilio, Ateneo, Suida, il signor Bodin, Caio Bassio, Apuleio, 
Angelo Marescotti. Che più? Non mancano Orfeo, e Lino, di cui 
con gravità accademica si riproduce una testimonianza. 

Ma ben merita la nostra attenzione il suo autore che dettava 
le sue note erudite in età di circa ventitré anni e che d'allora 
in poi fu non solo il Mecenate, ma l'anima dell'Accademia: noi 
ne dobbiamo ai lettori una formale presentazione. 

Il Segretario perpetuo dell' Accademia. 

Don Giuseppe De Belcredi, Marchese di Golferenzo, Volpara, 
Monte Calvo, Decurione, Regio Feudatario di San Varese, Cas- 

(1) Veramente un libro dei convocati al 27 gennaio 1773 ci dà notizia di 
una « Dissertazione sui Baccanali » come cosa del Belcredi, ed è probabilmente 
la ripetizione del discorso sopra il carnasciale, del 1762. 



— 197 — 

sina di Tintori, Pubblico Professore nella R. Università di Pavia, 
Reggente delle Scuole ginnasiali (1790), Abbate seniore della 
Città, Consigliere intimo attuale di S. M. Cesarea (lj, Censore della 
Stampa (2-, fu il rappresentante autentico e nello stesso tempo 
il genuino prodotto della multiforme società sdolcinata, imbel- 
lettata che formicolava nelle sue sale, che si deliziava alla lettura 
d'un sonetto d'amore, si esilarava alla recitazione di mediocri 
stanze alla bernesca, passava con indicibile trasporto dagli in- 
chini, dalle lodi rimate all'immortale ballerina, alla virtuosa 
cantatrice, all'impagabile comica, alla divina poetessa, all'inef- 
fabile eroina — all'invocazione e alle lodi alla Immacolata Con- 
cezione, al Panegirico per S. Agostino, per S. Andrea Avellino; 
piangeva in numeri sulla sorte del • cagnoletto della marchesa, 
sul cavallo di S. E. precipitato dal bastione, sul canarino di una 
dama mangiato da un gatto (3), argutamente sorrideva sul cana- 
rino stretto in gabbia da una monaca (4): sempre pronta ad 
applaudire, a estasiarsi, la bocca e il cervello popolati di Muse, 
ninfe aonie, plettri, lire ... ; società dove gli accademici eran 
tutti eroi di virtù ed eloquenza, eroi dalle guance dipinte, dal- 
l'eterno sorriso, dalle labbra pronte al baciamano, dagli occhi 
artatamente composti a languore, tutto l'essere invasato da fu- 
rore apollineo . . . 

L' avo suo Antonio Belcredi, Abbate della città, Oratore di 
Pavia presso la Metropolitana di Milano, A. A., aveva di sé la- 
sciato qualche ricordo non privo di gloria, pel quale passa alla 
obliosa posterità come una incarnazione nuova — i maligni non 
dicano parodia — di Pier Capponi. 

Nel 1733, nella notte del 3L ottobre, un generale francese, 
forte di tremila soldati, giunse a Pavia, e alla rappresentanza 

(1) Vd. Regesti di carte, storiche lombarde raccolte dal conte A. Cavagna 
Sangiuliani, Pavia, Succ. Fusi, 1906., a. 1780, 16 sett. 

(2) Vd. Ms. 454 R. Bibl. Un. P. 

(3) Vd. Ms. 2 tieinensia, voi. Ili p. 106. Son. « Quando un dì prendea 
diletto », sul canuarino (così) di una dama mangiato da un gatto, mentre di- 
vertivasi a farlo saltellare dentro e fuori dalla gabbia. 

(4) Ivi, p. 106, son. « Non ini van tanto a sangue due polpette ». 



— 198 — 

civica che gli portava le chiavi in atto di sommissione, mostrò 
l'ordine di mettere a fuoco e fiamme (sic) la città. Tornata 
inutile ogni sorta di perorazioni, il Marchese Antonio gli disse 
« facesse pure quello che voleva, che con tre ore di campana 
si sarebbero difesi: si ricordassero di un popolo disperato che 
può fare con poco molto » (1) e colla sua autorità, munificenza 
e facondia salvò Pavia dal saccheggio minacciato (2). 

Ma nessuna traccia ha lasciato Antonio come poeta Affidato 
tra le carte dell' Acc, sennonché ci appare tra gli ufficiali acca- 
demici all'anno 1724. Più larga orma ci resta dell'opera di Pio 
Belcredi (3) padre di Giuseppe Gaspare. Egli conseguì la laurea 
in legge nel luglio 1734 e fu ammesso nel collegio dei nobili 
giudici nel giugno 1736. 

Sposo di donna Maria Olginati, quando la condusse dal natio 
lago di Corno a Pavia, le muse Affidate inneggiarono alle novelle 
nozze e ancora ci restano due sonetti manoscritti, dei quali 
l'uno « Il dolce sguardo, ed il gentil rigore » anonimo ed ane- 
pigrafo e senza data, appare dettato per queste nozze dall' esser 
la sposa chiamata « vaga donzella del bel Lario onore » (v 4) 
e lo sposo « Pio » (v 12); l'altro, pure anonimo, reca l'epigrafe 
« Alla città di Pavia air arrivo dell'ili, signora Marchesa 
Donna Maria Olginati Belcredi », e comincia: « Qual mio 
Tesino, inusitato appare ». — Donna Maria è detta luce novella, 
più sfolgorante di Cintia, essa rimirata già dal poeta in riva al 
Lario, ma non sì bella com'oggi: ed il poeta spera che dalla 
nobile coppia « figli nasceranno un giorno a far maggior co- 
desta luce ». 

A far maggi-or cotanta luce, nacque Giuseppe Gaspare, futuro 
segretario perpetuo della nostra Acc: ma gli Accademici a breve 
distanza dalle nozze cantarono la morte di Donna Maria, in una 
adunanza determinata il 23 febbraio 1739 e solennemente tenuta 

(1) Fenini, op. cit. anno 1733. 

(2) E. Giardini: Ragionamento ecc., in Componimenti degli Aff. per nozze 
Belcredi — Salasco, p. 8. 

(3) Figlio di Antomio e della Marchesa Cattarina Beccaria, figlia del Mar- 
chese Pio. 



— 199 — 

il 10 giugno (1), e poi in una Raccolta che è dello stesso anno 
e nella quale le Muse intrecciarono il canto per la bella defunta 
e pel figlio, che appena vedeva la luce ('2). 

Giuseppe Gaspare nacque e la madre morì; ce ne serba me- 
moria in versi l'abate Innocenzo Frugoni in un sonetto d' occa- 
sione non più che mediocre : 

Sgravato appena il bel fecondo fianco, 

Chiara oltre quante mai Ticino ornaro, 
Donna su '1 suo fiorir così vien manco? 

E se lo vide Amor, se '1 vide e resse 
Tacito, e lento al fatai colpo amaro 
Che tanta parte del suo regno oppresse? (3). 

E come alla madre, così al figlio, che schiudeva appena le 
pupille « fra purpuree fasce », più felicemente consacrò quattor- 
dici versi rimati il fecondo genovese. 

d'immatura ancor bellezza adorno 

Figlio, che schiudi fra purpuree fasce 
L' inesperte pupille, e il primo giorno 
Piangi del cieco esiglio, in cui si nasce, 

La bella Madre non cercar d'intorno, 

La Madre, oimè! che tra le dure ambasce ' 
T'abbandonò per non far più ritorno 
Di là, dove di luce aurea si pasce. 

Ah tu noi sai: forse ver te pietosa 

Nud'alma, e santa, e d'ogni duol digiuna 
È qui presente, e al fianco tuo si posa : 

Forse custode de la dolce cuna 

Sì la difende, che guatar non l'osa 
Il bieco ciglio de la rea fortuna (4). 

(1) Vedi Buste Affidati. Biglietto a stampa firmato D. Frane. Maria Manara 
C. R. S., Segretario, AA. Il Manara era pubblico professore nelF Università di 
Pavia ed anch' 1 egli dettò due sonetti in morte dell' Olginati. 

(2) Poesie per la morte della Marchesa Donna Maria Olginati Belcredi, 
recitate nelVAcc, degli Aff. Pavia Ghiaini 1739. 

(3) Poesie cit. per la morte della Marchesa Olginati Belcredi, p. 8, Son. 
« Ah! Stanza, ahi! letto ». 

(4) Ivi, p. 9. Fra i poeti di questa raccolta sono nomi egregi: D. Lorenzo Sca- 
gliosi, prof. nelF Univers. e Vice Principe degli Aff., D. Alessandro Botta Adorno, 



— 203 - 

Un uomo che, nutrito sin dalla nascita dall'annacquato latte 
della musa frugoniana e d'altre assai, stese sì larga ala sull'Ac- 
cademia, e che, circondato da uno stuolo sempre rinnovantesi 
di rauchi cigni, seppe astenersi, come pare, da ogni oltraggio 
alle Pieridi, merita che noi ci industriamo di conoscere un po' le 
sue idee sulla società in cui visse; e fortunatamente lo possiamo 
fare colla scorta di alcuni scritti accademici, che se sono ano- 
nimi, sono però assegnati a lui dalle note consacrate nei verbali, 
che sono quasi tutti di suo pugno, per tormento di chi deve 
decifrarli. E diciamo subito che non facciamo gran colpa al N. 
della multiformi sgrammaticature di cui egli infiora le sue prose, 
specialmente le giovanili, che era questa malattia comune del 
secolo, e d'altra parte la trascuratezza ortografica e gramma- 
ticale son conseguenza di quel suo bagaglio d'idee per cui egli 
declamava contro la pedanteria. 

Pedanti ed enciclopedisti. 

E il Belcredi autore di un Saggio sopra i pedanti diviso in 
due parti, e in due tornate distinte recitato all'Acc. La prima 

cigno apprezzatissimo in Acc. e che assicura modestamente, a nome di tutti i 
colleglli, che Donna Maria : « Sovra ogn'altra d'eterno allor la chioma, — Porterà 
cinta, or che d"essa in Parnaso — Vuol che si parli la seconda Roma » (Pavia'); 
Domenico Balestrieri, che lasciò un momento la Musa vernacola milanese per dedi- 
care alla nobile patrizia un sonetto in volgare con qualche reminiscenza petrar- 
chesca; la ventiseienne poetessa valsassinese Francesca Manzoni (m. 1743;; Giam- 
maria Bicetti da Trevi, a cui il Parini dedicò « L' innesto del vaiuolo », che 
vuole colla cetra in mano farsi strada alFAcheronteo rio, per r.vedere, col 
mesto sposo, il dolce viso umano di lei circondata dalle anime degli estinti Vati 
Affidati (Son. « La do'ce sposa, che richiami invano ». Il Bicetti fu Acc. Aff. e 
fu anzi autore di una operetta edita sotto il nome di Un Accademico Affidato: 
Il perdono di Davide, Milano Frigerio, 1744); la virgo Bicettia (Francesca), di 
cui vd. Carducci, Il Parini Minore, Bologna, Zanichelli, 1903, p. 81 ; Carlo 
Passeroni, che colle lagrime funerali stillò un sonetto: « Signor, che porti 
lagrimosa e smorta », e una lunga elegia « Vieni ne' versi miei mesta elegia », 
stimolando il vedovo Pio a ridare alla sua nobil cetra il dolce suono, « poiché 
cantando il duol si disacerba »; e lo stesso Marchese Pio Belcredi. 

Circa F immatura perdita di Maria Olginati è da vedere anche il citato 
Processo per FAmmissione al Collegio dei Giudici di Giuseppe Gaspare Belcredi 
(1762). Ivi leggesi : « Anno 1739 in funere olim D. Marchionissae ecc. ex 
partu ipso D. Capitulantis ex vivis subreptae ... ». 



- 201 — 

parte, letta nella seduta dei 27 maggio 1772, ci è conservata in 
una minuta di non piacevole lettura, e in essa l'A. ci definisce 
che intenda egli per pedanti, il cui numero, e il credito e l'ani- 
mosità rende la trattazione del tema piena di pericoli e di solle- 
citudini non meno che l'ampiezza e l'abbondanza della materia. (1) 
Dunque pedanti sono coloro che « sedendo a scranna dettan pre- 
cetti, e impongon leggi, e tiranneggiano sopra ogni genere di 
coltissima letteratura; essi, flagello degli innocenti fanciulli, impe- 
dimento dei giovanili progressi, persecutori dei letterati adulti, 
corrompono il gusto, congiurano contro la libertà dello scri- 
vere e sono la peste della Repubblica delle Scienze, essi arro- 
gandosi l'autorità di universali maestri, invece d'incoraggiare 
gli uomini e condurli quasi per mano nella diffidi carriera degli 
studi, fanno ogni sforzo per soffocare i geni felici, e ricondurre i 
mediocri all'antica barbarie, ignoranza e servitù ». Che se VA. 
parte in guerra contro i pedanti o ingiusti censori, non è il 
suo sdegno mosso da privata amarezza, ma da zelo della pub- 
blica letteraria felicità, per amor della quale non teme le pedan- 
tesche insidie, le minacce, la sferza. Afferma egli anzitutto, che 
da molti libri usciti nel suo secolo, gran cose abbia appreso 
contro la Pedanteria, onde si poteva ritenerla irrevocabilmente 
bandita dalla republica delle lettere. Ma sì, ne avviene, dice egli, 
come della pena di morte, che tuttodì si declama contro eli essa, 
e ogni giorno si appiccano malfattori, sicché una fra le umane 
contradizioni è questa, che mentre la letteraria libertà ed indi-' 

(1) Il B. tratteggia prima il tipo, diremo così, classico del pedante: tema, 
adir vero, largamente trattato, e prima e dopo di lui. Noto la lettera di Carlo 
Sigonio contro i Pedanti (1538) pubblicata da V. Cian, in G. Stor. della lett. 
it., voi. XV, 1890, p. 459 ss.; la larga letteratura sulla miserabile e odiata 
genia dei ludimagistri dottamente additata da A. Graf nel volume Attraverso 
il Cinquecento, I pedanti, Torino, Loescher, 1888, p. 171 ss.; lo studio di 
Giambattista Crovato su Camillo Scroffa e la Poesia pedantesca, Parma, Battei, 
189?; l'articolo dal medesimo titolo di Severino Ferrari, in G. Stor. d. lett. 
it. con notevole bibliografia, voi. XIX, 189?, p. 304 ss.; V irsuto Fidenzio de 
Le Conversazioni ài Clemente Bondi, Padova 1778, voi. I, p. 58 ss.; le cospicue 
indicazioni fornite da V. Cian, G. stor. cit., voi, XV. p. 426-27. Ma i pedanti 
sono animali soggetti all' evoluzione, ed è interessante vederli sotto diverso 
pelo, come ce li rende il Belcredi. 



— 202 — 

pendenza prende lena e vigore, abbia la pedanteria tra noi 
domicilio, ed impero, e partigiani e servi, ed adoratori. Nulla 
importa al pedante che lo spirito filosofico abbia oltre la fìsica 
dilatati i confini, che regga l'eloquenza, che animi la filosofia, 
illumini la storia, istruisca le belle arti. Mentre il buon senso 
possiede le scienze, e il gusto si raffina e si esalta, il misero 
pedante sta ingolfato nell'angusta circonferenza del limitato suo 
sapere e tien fissi gli occhi sugli antichi suoi esemplari. Immer- 
gete questi aristotelici delle lettere in un mar di parole, ad una ad 
una trascelte, e tutte insieme armoniosamente collocate nei loro 
periodi, li vedrete tosto quali nuove baccanti o lupercali tripu- 
diare. Mostrate loro una catena di ragionamenti e ben tessuti 
e nuovi e ingegnosi e grandi, se una voce o una sillaba o un 
vocabolo o una qualunque sconciatura offende il loro piccolo 
organo, li sprezzano e avviliscono come cosa degna di estremo 
oblio. 

Come si vede il nostro oratore è figlio del suo tempo, e 
fbrse il suo discorso contro la pedanteria letterata non è senza 
ragione ed è ritorcimento contro critiche a cui egli e gli acca- 
demici erano stati fatti segno da certi Aristarchi Scannabue (1), 
dei quali è sì fecondo, egli dice, il nostro suolo. 

Nella declamazione seconda, dopo essersi augurato che i 
pedanti siano relegati in qualche angolo di terra ancor bambina 
nelle scienze, dimostra come lo spirito di pedanteria siasi diffuso 
in ogni genere di scelta letteratura. E prima si volge contro il 
furore enciclopedista di mediocri ingegni che, passeggianti les- 
sici, orgogliosi, superbi, con dittatoria fronte, con libri vuoti di 
propri sentimenti, e ricolmi dell'altrui fatiche, si erigono in 
protomastri dell'Universo. 

Proprio del Pedante è l' esser vano, fastoso, testardo, di gran 
memoria e di poco discernimento, abbondante di citazioni, di- 
sgraziato e debole nei raziocinii. (2) Nel secolo dell'enciclopedia il 
numero dei pedanti è aumentato, e non vi è scienza né arte, 

(1) Il Raretti sotto questo pseudonimo pubblicò la sua Frusta letteraria 
fin dal 1763-1764 inveendo contro gli scrittorelli di poco conto, gracchianti 
rane. 

(2) Caratteri tradizionali nel Pedante: vd. Graf., op. cit., p. 173-174. 



- 203 - 

che sia sgombra di siffatta razza d'uomini. Perciò il B. stima 
utile non meno che dilettevole, dare una rapida corsa alle scienze 
e di ciascuna osservare i progressi, ammirare le bellezze, e 
svelare le imposture. 

E prima trova che come la dottrina della Religione ha 
avuto i suoi misteri di principi e di parole, così i nostri teologi 
trovano la loro delizia nelle aristocratiche discipline, feconde di 
distinzioni, d'argomenti, di sottigliezze. 

Ma alcune pagine veramente interessanti scrive il nostro 
contro gli interpreti della legge civile, che si arrogano lo spe- 
cioso titolo di sacerdoti della giustizia. Qui egli è padrone della 
materia e si sente in casa propria e ci dà una ben perspicua 
idea del modo come avvenivano i consulti legali del suo tempo. 
I colti Giurisperiti affettavano erudizione e filosofia : « Non 
più martellan loro il cerebro il Testo, o la Glossa, o le varianti- 
opinioni dei commentatori; ma si affaticano intorno ai principi 
del diritto di natura ... Se tu per avventura in grave negozio 
ne consulti taluno, armati d' invincibile costanza per tollerare 
senza fremito le filosofiche ed erudite dicerie del tuo Dottore. 
Egli non già grave e severo come un dì si prestarono al vigile 
cliente e Scevola, ed Aquilio, e Sulpizio, ma lepido come il 
Gentile (1) il Gennaro (2) t'introduce in picciola ma scelta e 
ripolita biblioteca, più di filologici autori che di legisti fornita. 
Indi, sentito il tuo caso, dall'alto ripiglia la natura e il contratto 
sociale, tesse una dotta storia del diritto positivo, e le caldee 
leggi, e le tavole di Mosè, e l'Egiziana colonna di Trimegisto, 
e il codice di Solone e i precetti di Licurgo, e i costumi abo- 
rigini e i diritti dei Fauni, e le regie leggi di Roma, e le dodici 
Tavole, né tralascia il viaggio dei legati Romani, e la nave, e 
il porto donde partirono, e la favola d'Ermodoro, e i sogni 
d' Eraclito, tutto in buon ordine espone, e in un sol quadro 
dipinge. Poscia per la serie dei tempi e le rivoluzioni della 
Republica ti conduce all'età di quella legge di che tu abbisogni. 
Non ti lusingare per anco, eh 1 egli tocchi il punto di diritto, e 

(1) Credo Ottaviano Gentile, marchigiano autore dell' opera De patritiorum 
origine varietate et iuribus (Roma 1736). 

(2) Forse Antonio Federico G. autore di un' opera buffa. 



— 204 - 

sciolga i tuoi dubbi, e rischiari la tua causa. L' occupa il con- 
sole e la di lui famiglia, gli onori di essa, 1' ordine patricio o 
plebeo: i fasti e le gesta e le battaglie e i trionfi ti narra del 
felice autore di tanta legge, e la medaglia ti mostra coniata col 
suo nome, e la trionfale quadriga e il genio alato ti spiega ; indi 
gli alterchi e le tribunicie intercessioni rammenta, e le varie 
vicende che la tua legge ha subito e le intercessioni dei Pre- 
tori, e le amplificazioni dei Cesari e di secolo in secolo giunge 
a Triboniano, alle Pandette: e se tu pur non sei satollo d'an- 
tichità, di storie, d' erudizione, trascorre la gotica giurispru- 
denza, ed agli statuti ne viene che nacquero dalla commistione 
delle leggi diverse, e dopo molte parole e qualche anacronismo, 
ti lascia ancor digiuno di quanto tu gli chiedevi.... E scorsa 
T ora e il tuo zecchino è ito ». 

Costui è pedante, perchè se la conoscenza della storia è ne- 
cessaria alla interpretazione della legge, d' altra parte devono i 
dotti apprendere ad esser utili senza superfluità. 

E i filosofi ? Domina in essi un orgoglio maggiore della stoica 
ed aristotelica arroganza; si demolisce più che non si edifichi : si 
dubita delle più certe e dimostrate cose, e solo ci alletta la no- 
vità, il capriccio, la temerità delle moderne sentenze. Sarebbe il 
trastullo degli imberbi filosofi chi pronunciasse i nomi di simpatia 
e di antipatia; e dotto esploratore della natura si vanta, chi dice 
attrazione, ripulsione. Semplice colui che presta fede all' etere 
Cartesiano, fisico eccellente queir altro, che in ogni caso dell'uni- 
verso rintraccia qualche scintilla del sottilissimo fluido elettrico. 
Stolto chi crede i bruti operare senz' anima : gran pensatore si 
crede chi 1' uomo riduce a un semplicissimo automa. 

Divenne una dotta moderna pedanteria il dichiararsi libertino, 
epicureo, spirito forte, fatalista, ateo senza il grave incomodo di 
maturo e ponderato esame. Si aborre, per timore di servitù, per 
odio all' ipse dixit l'autorevole giudizio di sapientissimi filosofi, 
e si piega il collo al dispotico governo di stoltissime straniere 
opinioni, e si ripetono i nomi strepitosi del sottile Iolando, del- 
l' empio suo discepolo Collin. (1) del circonciso Spinosa, del diffi- 
cile Hobbes, del romanzesco Volmar. 

(1) Colliri, sensualista inglese. 



— 205 — 

In fisica domina la smania di novità. In meno di un decennio 
abbiamo imparato che il sangue umano é un gregge di vermi- 
celli nuotatori di un fluido, che le arterie non hanno pulsazione 
propria, che i folletti si divertono intorno alla macchina elettrica, 
che la sede del raziocinio donnesco è 1' utero, che la luna in- 
fluisce sui campi. E così facendo ciascuno che ha due mani, e 
pochi soldi, e meno criterio si agevola il vanto di scrutatore della 
natura (1). La matematica si è impadronita della politica. E dacché 
il Marchese d'Argents (2), nella sua Filosofìa del buon senso, ha 
promesso d' istruire una Dama nel breve giro di otto giorni in 
tutte le parti di questa vastissima scienza, i più molli ed effemi- 
nati uomini, e donne vanagloriose s' ornan del manto della filo- 
sofia, perchè venuto di moda. 

Ed ecco nasce nel severo professore una bizzarra idea, da 
giornale umoristico, diremmo oggi: « Poniamo uno di cotali 
Filosofi di otto giorni nelF azione agli uomini più naturale, cioè 
a far 1' amore. Stravagante pensiero. Senonchè non più si trovali 
Democriti che, al dir d'Aulo Gellio, si cavin gli occhi per non 
esser vinti dalla lussuria; che anzi, seguendo gli impulsi, si col- 
tivano dai nostri filosofi le belle passioni. Già più non s' usa il 
sopracciglio, la lunga barba, il pallio, il cuculio, ornamenti della 
grave filosofia sepolta nelle rovine della dotta Grecia. Un pallido 
volto, una larga cravatta, un abito bruno, e lunga canna sono 
esterni indizi che manifestano filosofico genio ed inglese libertà. 
Vicino a colei che adora, il nostro pseudo filosofo comincia un 
trattato di attrazione: dice che dalla legge costante dei gravi è 
attratto verso di lei, che la sua attrazione cresce secondo il qua- 

(1) Attesta lo spirito di curiosità scientifica da cui il N. era animato una sin- 
golare lettera sua al celebre anatomo Kezia sulla riproduzione delle parti animali, 
sulla autoplastica, e sul metodo di risarcire i nasi (rinoplastica). Ma, egli dice, 
« il mal francese pare, che più non attacchi il naso come per lo passato. . . . 
ma potrebbe bensì applicarsi V operazione a qualche altro membro offeso più 
interessante e più soggetto a vicende che il naso e le orecchie ». 

La lettera può leggersi in Menu, e Doc. per la St. delV Un. di Pavia. P. Ili 
p. 7-9, e il prof. Alfonso Corradi che dottamente la commenta chiama erudito 
questo burlone di professore legista. 

(2) Un giudizio originale sul Marchese d'Argens é dato da G. Casanova. 
Mèmoires, Paris, Garnier Freres, Vili, cap. 1. 5 



— 206 - 

drato inverso delle distanze, che sempre a lei rivolto lo tiene oc- 
culta forza magnetica, che un torrente elettrico parte dalla sua 
Donna: e se lo punge gelosia, dal cuore della sua bella deduce 
uua prova della divisibilità della materia all' infinito, e che gli 
affetti donneschi sono suscettibili di frazioni infinitesimali. Se si 
mostra ritrosa, tosto le rinfaccia i sentimenti liberi della natura 
e gli scherzevoli amori dell' innocente Urone e la selvatica Ve- 
nere dei Caraibi, ed insinua che i grandi esempi, non i pregiu- 
dizi, si devono seguire: che Socrate fu discepolo di Aspasia, Ari- 
stippo vantavasi solo possessore di Laide, Aristotele fu accusato 
di sozzi amori con Ermia, e Crate con cinica libertà plantabat 
homines nella piazza d'Atene ». Questi i grandi esempi. Le da- 
mine, rosse di minio, plaudivano. 

E come a questa e ad altre simili conferenze e alle procacità 
che le rendevano gustose ai palati desiderosi di forti sapori, si 
divertiva un mondo la società che si accoglieva nelle sale del 
Belcredi, alla rappresentazione di una commedia « Lo spirito 
forte » uscita anonima alle stampe nel 1771 in Lugano (1), ma 
che è certamente del nostro marchese e ne rispecchia fedelmente 
e quasi direi pedestremente le idee sopra esposte, in alcuni luoghi 
persin ripetendone le stesse frasi : commedia che ha un note- 
vole valore come espressione del costume della società contem- 
poranea, e che dimostra nel suo autore buon spirito di osserva- 
zione e una certa comicità nel ritrarre i tipi e i pregiudizi della 
società che lo circonda, nello sferzare i sedicenti letterati, nel 
pungere la vanità delle donne ; sennonché FA., conservatore in 
politica e in arte, a malincuore aguzza le sue punte contro il 
vecchio bagaglio di idee della tramontante società. Volontieri e 
felicemente ferisce nei moderni che vedono materia dappertutto 
(Et sunt Epicuri de grege porcorum) e nei così detti spiriti 
forti che con una vernice di letteratura, una corteccia di sapere, 
molto ardire, tre o quattro massime di Hobbes, di Collingio, di 
Rousseaux, qualche assioma di Hume, qualche verso di Voltaire 
dettano legge con tuono alto ai caffè, ai crocchi, al teatro, alle 
tavolette, dinanzi alla turba infinita e attonita dei dotti plebei ; 

(1) Agnelli e comp. 



— 207 - 

ed è nel resto abbastanza spregiudicato per ridersi delle svene- 
volezze degli Arcadi coi quali ancora tuttodì bazzicava, e del 
latte e delle rose e delle poma delle pastorelle del bosco par- 
rasio, come delle stranezze pretensionose e goffe di quelli che 
ei chiama ironicamente enciclopedici ; ed è abbastanza equanime, 
egli accademico, da mettere in caricatura le debolezze, le iruzze, 
gli sfoghi e gli stessi temi filosofici, morali, letterari, fisiologici 
che erano ometto di accademia. , 



'C5?' 



Divagazioni sul cicisbeismo. 

Nella Dissertazione sopra la popolazione, recitata il 30 
giugno 1772, il nostro B. va ricercando le cause di una sensi- 
bile diminuzione di popolo; e le osservazioni che si rivolgevano 
alla penetrazione dei Venerati Accademici hanno per noi un 
notevole significato, perchè è un contemporaneo che ci ritrae le 
umane debolezze de' suoi tempi, ed è un nobile, cioè un ge- 
nuino rappresentante della società ch'egli castiga. 

Anzitutto egli accenna allo spirito di galanteria, che forma 
il carattere principale della società. La continua successione d' og- 
getti amabili che in breve spazio s' aggirano pel cervello di una 
donna, di un uomo galante, 1' uso di comparire in pubblico in 
una specie di separazione, il ridicolo che suoi darsi a due mal 
cauti sposi, sul volto dei quali la bella semplicità di natura lascia 
traspirare queir affetto che il costume condanna, la necessità di 
prestarsi 1' un 1' altro la propria moglie o % il marito per compa- 
rire agli spettacoli, produce una diminuzione d' affetto, le cui 
conseguenze sono funeste alla società politica. L' uso dell' inti- 
mità tra persone di sesso diverso aguzza i desideri, rende fre- 
quenti le illegittime unioni. Amore agisce in ragione inversa 
delle distanze : e ora i nostri galanti con pieno agio giungono 
agli estremi gradi di prossimità. . . . (1) 

(1) Risparmio qui una facile erudizione sul cicisbeismo nella società e nel- 
l'arte. Vd. per tutti E. Rodocanachi, La femme italienne, Paris, Hachette, 1907, 
e partic. L'Amour après la Renaissance ecc. p. 922 ss. Sopra la corruzione 
del tempo additerò qui una notevole poesia che trovasi anonima nel Ms. P. 
Un. 2, voi. IV. p. 65 ss., dal titolo : Sovra gli abusi d'oggidì. 



- 208 ~ 

Questa condizione di cose ispira un gran pessimismo al grande 
accademico: forse per questi infrolliti ganimedi saranno infrante, 
egli dice, 'le immutabili leggi della statica umana. « E fosse pur 
vero — esclama — perchè allora queir intensa sensazione, onde 
nasce quel fremito universale degli organi, quella conclusione 
di tutti i nervi, e queir acceleramento di tutti gli umori, non pro- 
durrebbe quella serie lagrime vole di mali, onde si scorge un deca- 
dimento della macchina, ed una vecchiezza nel fior di gioventù 
in tanti infelici inetti a se stessi, alla patria, ed alla poste- 
rità. ... ». 

Il fatto denunciato è vero, ma il ragionamento non è di una 
lodevole perspicuità, né del tutto degno di si glorioso filosofo ; 
però se con un po' di buona volontà si riesce a sospettare che 
mai siano quelle leggi immutabili della statica umana, che mi- 
naccia d' infrangersi per la dolce ma snervante opera dei galanti, 
non altrettanto felicemente si arriva ad intendere come, rotte le 
leggi suddette, non altrimenti delle leggi d'abisso di dantesca e 
catoniana memoria, e fiaccata o paralizzata, per l'abuso, la funzione 
riproduttrice, resti campo a constatare la cessazione della serie 
lagrimevole dei mali che, dall' intensa abusata sensazione di cui 
sopra, son prodotti. 

Il degno professore s' avvolgeva in un circolo sofisticamente 
vizioso, mostrandosi per una volta più mediocre logico che so- 
ciologo e fisiologo, ma se ne districava per portar querela al de- 
bole sesso, alle donne che nella gara di comparir belle, per farsi 
centro degli sguardi e. delle lodi di tutti, e per rendere schiavi 
coloro che furono dalla natura all' impero destinati, cercano 
e si procurano una bellezza di convenzione, una artificiale strut- 
tura, che è fatale alla popolazione. Quante, — - diceva l'incolpevole 
oratore al suo galante uditorio, tra cui erano i più irresistibili e 
formidabili cicisbei, e campioni del molle sesso troppo caro ai poeti, 
le più belle dame dell'aristocrazia pavese; — quante non preferi- 
scono croniche infermità, e sino talor la morte al dolce incarico 
di allattare i propri figliuoli. Sarà infanticida colei, che dal senti- 
mento di vergogna e di miseria uccide con un sol colpo la pro- 
pria prole, e le leggi politiche saranno sorde alle grida di tanti 



— 209 — 

miseri fanciulli dalla tirannica moda impunemente trucidati? (1) 
Quant' altre estinguon la face d' Imene immaturamente con un 
freddo divorzio di convenzione per timor di perder quel vermiglio 
della gote e queir apparente fiore di gioventù, che innamora, e 
per non soffrire gli incomodi di una famiglia che toglierebbe 
l'agio loro d'essere in cerchio cogli amanti? 

Seguiremo noi il Belcredi nella sua requisitoria contro gli 
uomini del pari effeminati, ai quali la mollezza, gli agi, il lusso 
della tavola fiaccano V elaterio delle fibre. Non credo che al 
lettore riesca gradita qualche pagina di inevitabile erudizione 
classica sulla robustezza Spartana, la Tebana rozzezza, la Romana 
gagliardia a petto della mollezza odierna. Ma ecco che non mi- 
nore strage delle galanterie e delle mollezze mena alle nostre 
popolazioni il lusso, che rende sempre più difficili le legittime 
unioni. Chi potrà ridurre a calcolo le indeterminate spese nuziali, 
in cui tutto il superfluo della natura e dell' arte è divenuto di 
prima necessità ? Quindi 1' aumento delle doti che vuotano gli 
scrigni dell'oro paterno, e il patto imposto allo sposo d'impie- 
gare i beni in servizio della' capricciosa moda. Di qui vaporose 
ascensioni, baleni di un momento, barbagli di uno splendore de- 
stinato subito a spegnersi ! Ma che importa al mondo, purché 
siansi rigidamente osservate le leggi di una dispotica moda ? 

Oh legge Oppia, esclama il Belcredi, tra i voluminosi ammassi 
della romana giurisprudenza che aggrava 1' Europa, tu sola non 
sei più in vigore! Aggiungi che molti, librando le proprie forze 
colle multipli spese della società coniugale, necessarie per con- 
servarsi i voti del popolo spettatore, da una forza interna di re- 
pulsione vengono dal matrimonio allontanati, e più dell' ateniese 
Timone odiano 1' umana società ; l' aggravio d' una famiglia, 
1' educazione di figli, l' incostanza delle donne ingombrano la sta- 
gnante loro imaginazione, non ravvisano nella legittima unione 
che la somma dei mali senza consultarne i beni, e solo in un caso 

(1) Il Belcredi allude air usanza, che non era solo de' suoi tempi, di rele- 
gare i bimbi appena nati in tuguri presso madri fattizie : e colla statistica 
alla mano cita che, secondo il calcolo di Parigi, la mortalità dei bimbi al- 
lattati dalle proprie madri rispetto a quella dei bimbi affidati a madri merce- 
narie era nella proporzione di 3:5, 



— 210 — 

si accoppiano, quando le future speranze di una pingue dote pos- 
sano aumentare la loro apparente grandezza e medicare le ferite 
della lacerata loro economia. Quindi cento giovani di mediocre 
facoltà si urtano V un 1' altro per conseguire la mano carica d' oro 
e di gemme d' una ricca ereditiera, mentre dall' altra banda una 
schiera d' oneste e ben educate fanciulle sospira ed illanguidisce 
dietro un giovane facoltoso. 

Il Belcredi segue con foga, trasportato, egli dice, dal rapido 
torrente delle idee sociali a enumerare e a illustrare le cagioni 
di una sensibile diminuzione di popolazione, e mi accontenterò 
di dire che oltre le accennate egli pone i pregiudizi dei Nobili, 
il soverchio corteggio dei servi, lo spirito di solitudine, la vio- 
lenta applicazione alle scienze astratte (1), e si augura che le 
anime sublimi cui la pubblica sorte è confidata, prevengano 
con leggi economiche tale disordine. 

Dirò finalmente che un discorso accademico, La morale delle 
belle arti ) letto dal Belcredi il 21 marzo 1795 nella Sala degli 
Affidati e a noi pervenuto (2), ci permette di stabilire che il N., 
abituato a impallidire sopra gli affumicati diplomi e le barbariche 
costumanze feudali e longobarde, fosse fornito di un certo senso 
estetico e di un buon giudizio di cose d' arte : ma le sue idee 
in fatto d' arte sono, a mo' di sistema, legate a quelle che gli 
abbiamo visto esprimere più di trentanni prima: egli drizza più 
che mai i suoi strali contro gli enciclopedisti e i liberi pensatori 
che, dice, occuparono le cattedre di Platone, di Aristotele, di Car- 
tesio, di Locke; dal che ebbe origine la licenziosa foggia dei nostri 
edifici e l' insana tendenza ad ammassare insieme gli usi di tutte 
le antiche e moderne nazioni. Sotto lo stesso tetto stanno i Por- 
tici di Atene, gli atri d' Agrippa, le sale di Lucullo, ed accanto 
ad essi la pagoda chinese co' suoi ciondoletti; e di là si preci- 
pita nella tana lapponica, per risorgere poi nel vezzoso gabinetto 

(1) Il nostro accademico cita con compiacenza una Moderna Republica, le 
cui leggi sono dall' Europa tutta ammirate, che esigliò due grandi geni del 
secolo, perchè sembravano distogliere dalle domestiche cure e dalla moltipli- 
cazione la gioventù del paese. 

(2) Nel Ms. Un. P. 293, insieme ad altro discorso belcrediano in latino, 
« De indicio vassalli circa belli iustitiam » in data 6 giugno 1791. 



— 211 - 

francese, e a ciò segue il bagno romano, la stufa moscovita da 
cui, per riacquistare il respiro, si passa agli orti pensili : chi non 
direbbe che simil palagio è enciclopedico ? ». Così muove critica 
alla pittura e alla scultura seguaci anch' esse della libertà archi- 
tettonica, e dimostra poi come la morale trovi presidio e sostegno 
nelle arti belli: nel che il N. appare né più né meno che un 
precursore degli odierni logomachi sulla morale nell' arte. 

Le donne e V Accademia. 

Alle adunanze bene spesso assistevano belle e dotte dame, e i 
verbali con compiacenza si soffermano a notare il numero delle 
signore presenti; e ninfe del bosco Parrasio sono ammesse spesso 
agli onori ed agli oneri accademici. Già fin dal 1611 il Bossi 
alludeva ad interventi di dame: « mos patrius est Academico- 
rum, ut singulis annis de pulcritudine publice numeris, et prorsa 
oratione dicant, admissis etiam in concione primariis feminis, 
quas Ticinus habet specie lectissimas, genere nobilissimas, inge- 
nió atque prudentia spectatissimas » (1). E anche D. Fernando 
Leva, un ampolloso secentista (2) autore di discorsi sacri e po- 
litici, di un dramma sacro La passione di Cristo ecc. riconferma 
quest'usanza. Egli, nell'avvertimento al lettor cortese, premesso 
a certo suo Semidrama musicale « Le amorose pazzie » (Milano, 
Agnelli, 1681), piccolo scherzo da lui dedicato in fugga ad Ales- 
sandro Marcelli « in quella guisa che le cavalle del Tago consa- 
crano con lievi nitriti i loro parti anche abortivi al vento », così 
scrive: « A fin che ti sia noto, come, e con qual motivo io habbi 
intitolato questo mio Semidrama le Amorose Pazzie, ti faccio 
intendere, che nella Accademia degli Affidati della Città di Pa- 

(!) G. Bossi cit. dal Comi, op. cit., p. 62. 

(2) Non defrauderò il lettore di un esempio almeno delle gonfiezze e delle 
ridicole contorsioni di questo nostro concittadino. Del Capitan Grande di Ber- 
gamo Agostino Marcelli, padre di Alessandro, ch'egli non dubita di far discen- 
dere dritto dritto dagli antichi Marcelli « ch'ebber tributari alla loro grandezza 
e Mare e Cieli », così scrive : « al lampo della sua spada, disgelato in acque 
d'applausi ogni ghiaccio di malagevole impresa, lo fé' correre, a spavento 
delle falangi Otomane, ad inafiar tante volte di gloria le sue palme vitrici... ». 



- 212 — 

via tanto famosa quanto antica, è costume due volte l'anno, far 
invito di dame, proponendosi sempre problemi assai curiosi, per 
dar loro nobile divertimento ». 

Proprio cosi. Ma nel periodo di cui ci occupiamo le dame 
sono spesso insignite di patente. L' illustrissimo Signor Prin- 
cipe D. Giuseppe Friggi, nella seduta 11 aprile 1868 propone 
di aggregare all'Accademia la Signora Donna Maria Morosini 
nata Belcredi, per pubblica acclamazione, derogandosi in que- 
sta parte allo statuto dell 3 esperimento, per la pubblica fama 
e per essere della benemerita famiglia Belcredi, e di spedirle 
in tempo la patente gratis. Che fosse colta in ogni genere di 
letteratura diceva il Belcredi, e che scrivesse con istile facile 
e dolce. Neil' ammettere le pastorelle all'Accademia erano mossi 
i nostri pastori, oltre che dai meriti immortali delle poetesse 
belle o brutte, da spirito di cavalleria. Quando ai 7 maggio 1776 
la pavese Costanza Pessani Dezza, tra le pastorelle d' Arcadia 
Amarilli Peneia (1), deliziò le orecchie e i cervelli accademici 
col suo sonetto per accettazione, alcuni gravi personaggi plaudi- 
rono in versi al suo ingresso : tra gli altri il Dr. Ignazio Monti 
e l'Abate Del Giudice; la stessa pochi anni dopo vi leggeva un 
sonetto in morte de' suoi fratelli (20 maggio 1779), in una ce- 
lebre seduta in cui il pavese Giovanni Viola eseguiva un sublime 
concerto di viola. Nello stesso anno 1776 e nello stesso giorno 
era ammessa Anna Maria Vettori Paltrinieri, mantovana, tra gli 
Arcadi Ciparene Temidia, tra gli Agiati di Roveredo Erminia, 
autrice e lettrice in Accademia di certi sciolti sul terremoto di 
Bologna (2 giugno 1780), lodati in un sonetto dalla Pessani 
Dezza (2). La Contessa Margherita Sonzogni Pesenti di Bergamo 

(1) E alle stampe un suo sonetto in morte di Maria Teresa. E altra ninfa 
da Amnrilli Etrusca, l' impro vvisatrice Teresa Bandettini (1763 — 1797). 

(2) Nelle buste Affidati sono almeno due sonetti di lei. Nel primo canta la 

poetessa che, movendo V incerto pie suW algosa riva del patrio Mincio, pensava 

alla Musa Virgiliana, e perchè da essa più non derivi vago lume che i bei 

geni avviva : 

Al giusto affanno alle dolenti grida 
Una grave rispose ignota voce: 
La gloria tua al bel Ticino affida. 

Il seco.idj è un mediocrissimo componimento in occasione del trasporto del 
corpo di S. Giovanni Buono. 



— 213 — 

entrava solennemente nell'Accademia nel maggio 1788 e si pre- 
sentava con un sonetto « Scolpisce Pigmalion di sasso informe » 
col quale inebriava d' incenso sé e il munifico Belcredi, e gli 
diceva: come ai preghi di Pigmalione il simulacro da lui scolpito 
in figura « morta in essenza », sorse a vita, 

Tal fu de' versi miei, che in sua natura 
Morti giacean, or tua mercè li porto 
A eterna vita entro 1' età futura. 

Né paia immodesta la Signora Contessa, che del resto si firma 
umilissima serva : altri satollo di febeo furore assicura che il 
vanto suo n'andrà fino alle stelle; sicché 

.... chi fé sì chiara Venusa avranne 
Forse invidia, che il crin cinto d'alloro 
Mi sia da voi che in Pindo avete impero. 

Ed era ammessa ai 15 di novembre 1788 la Contessa Silvia 
Curtoni Verza di Verona (1701-1835) ventisettenne, donna, 
dice il Belcredi, di molto spirito, letterata e poetessa, ammirata 
declamatrice di tragedie, amata non tepidamente dal Parini, e 
da lui cantata nel sonetto. « Silvia immortai, ben che dai lidi 
miei » In suo onore poetarono pure il Bettinelli, il Pompei, il 
Pindemonte, Teresa Bandettini. È noto che venne a Milano nel 
1788 e che visitò il Parini col Bertola che n'era stato e n'era 
amante felice, né più né meno del buon cavaliere Pindemonte; 
in questa occasione adunque e per presentazione del dolce abate 
olivetano fu ammessa all'Accademia nostra. 

Il dì 15 giugno 1786 fu data fortunosa per l'Acc. poiché con 
altri veramente insigni vi entrò la senese Maria Fortuna, in 
poesia lsidea Egirena, autrice di due tragedie: la Zafftra che 
s' ebbe le lodi di Federico II di Prussia, e la Saffo, e di alcune 
Reflessioni sull'abuso della poesia (1781), nelle quali geme 
«sull'abuso lacrimevole dell'arte più nobile e più lusinghiera» 
e propone « alla schiera indomabile dei pedanti che hanno 1' ar- 
bitrio del cuore dei nostri giovani cittadini » il rimedio strano 



— 214 — 

di escludere dalle, scuole gli Ovidi e gli altri tutti, benché famosi 
della canora setta, affinchè i giovani non apprendano troppo 
presto la favella delle passioni. Era figlia del bargello e brutta: il 
che non le impedì di amare idealmente il Metastasio, che fu 
con lei in corrispondenza epistolare (1) e di essere amata 
meno idealmente dall' abate Ciaccheri ; ma assicurava Giacomo 
Casanova (2), veramente a proposito di Conila Olimpica, (3) che 
« toutes les poetesses qui ont existé depuis Homère jusqu' a 
nous, toutes celles au moins qui ont meritò de transmettre leur 
noni à la posterità, ont sacrifié sur 1' autel de Vénus ». Il Ca- 
sanova la dice richement laide, quanto forte jolie era la sua 
sorella minore : ma essa gli improvvisò rime veramente belle, 
ed egli « saisi d'amiration » non ebbe più voce che per essa, 
ne fu estasiato e tutta la bruttezza della poetessa sparì : il che 
spiega come il Ciaccheri 1' amasse, e non tanto perchè « su- 
blata lucerna nullum discrimen inter feminas », ma pure per la 
fisionomia. 

Isidea si presentò ai valorosi Acc. con un' ode in rendimento 
di grazie e fu proposta essa pure dall' abate Bertola (4), come 



(1) P. Metastasio. Opere postume ecc. MDCCXCV. II p. 401 ; lettera 2 no- 
vembre 1767. Il poeta cesareo le professa ammirazione e gratitudine per le 
bellissime stanze giuntegli sotto il nome di Isidea Egirena, ma si scusa di 
non impiegar la sua stanca musa a risponderle, perchè ella non è così pronta 
alle chiamate d' un ornai annoso marito, come altre volte mostravasi a quelle 
di un vegeto amante. 

(2) Mèmoires voi. 8, Paris, Garnier Freres 1884, p. 54. 

(3) Anche Corilla (Maria Maddalena Fernandez nata Morelli) fu accademica 
Affidata e come tale dettò tre sonetti in morte di Maria Teresa. Vd. Rac- 
colta per questa sovrana, citata più innanzi. 

(4) Una lettera del Bertola, da Verona in data 15 agosto 1786 a Maria For- 
tuna indica i rapporti ideali dei due in questo torno di tempo. La si dice ine- 
dita presso il Cav. Gius. Palagi di Firenze, in Mem. e Doc. per la St. dell' Un. 
di P.. E quando il canonico Serafino Volta da Mantova, custode del Museo pa- 
vese di Storia naturale, si recò nel 1786 a Livorno, s'ebbe dal Bertola una 
commendatizia (da Pavia 15 agosto 1786) per Isidea Egirena, ricordata in Mem. 
e Doc. cit. Ili, p. 252, nota 4. 



— 215 — 
ella stessa ha cura di apprenderci: 

Ticofilo gentil d'Arcadia onore, 
Caro alla Dea d'Atene, 
E alle suore Camene 



A me rivolge il nobile pensiero. 

All' armonioso stuolo d' inclite Vati, che alla poetessa offriva 
novello serto di fronde ascrea, qual inno canoro snoderà essa, 
uguale al gran soggetto ? Se il Dio di Cirra le infonderà parte del 
valore degli Affidati, potrà anch'essa andar fastosa de' suoi pregi: 
sarà forse meno indegna dell'inclito Congresso « che d' un soave 
sguardo umil talento onora » (1). 

Neil' anno 1788, 1 decembre, era insignita di patente anche 
la contessa Elisabetta Contarmi Mosconi, anch'essa veronese; 
e già sin dal 9 dicembre 1783 vi s'era ascritta la nobile Con- 
tessa Donna Paolina Suardi Grismondi (1746 — 180.1) alla quale 
si diresse l'ammirazione del Bettinelli, che le dedicò le sue Let- 
tere sopra gli epigrammi, del Mascheroni che le diresse V Invito, 
del Parini che le consacrò V epigramma : « Sai tu, gentil Gris- 
mondi ». E a tacer d' altre ricorderò Fortunata Sulgher Fan- 
tastici, pastorella arcade (Temira Parrasideì e poetessa estempo- 
ranea di buon nome, accademica fiorentina della quale le carte 
pavesi conservano un Soliloquio di Pigmalione avanti alla 
statua della sua Galatea, componimento di soggetto retorico 
e scolastico e che certo non giustifica il nome immortale che 
le largheggiano gli editori delle sue poesie. In esso la mediocre 
poetessa, non senza qualche nota lasciva, rappresenta e propone 
agli accademici, 

il petto colmo, il rilevato fianco, 
il ventre vago, 1' anche delicate, 
la gamba ritondetta, il picciol piede, 

(l) V(i. tra le carte degli Affidati, un' ode di Maria Fortuna: Per la riforma 
della Legislazione Criminale toscana. 



- 216 - 

di Galatea. Ma quanta cascagine e quanta miseria anche in questa 
roba di immortali e muliebri celebrità! (1). 

Poesia frivola. 

Or dobbiam dire quai fossero gli oggetti delle adunanze ac- 
cademiche. Ho già accennato che il convenzionalismo d' arte e 
di vita domina sovente in ogni manifestazione di questa società, 
e s' intenda convenzionalismo arcadico con tutti i suoi travesti- 
menti e coi suoi impecorimenti, nel loquace e garrulo spettegolare 
intorno ad argomenti d' occasione, nelle raccolte poetiche, nella 
tenuità e frivolezza degli argomenti, nella finzione dell', amore: 
ne potrebbe essere altrimenti, se, come è vero, PAcc. è P im- 
magine della vita reale leggiera, priva di seri ideali politici, fa- 
migliari, religiosi: deterior ac decolor aetas. 

Sono un riflesso dell' Arcadia il diluviare di sonetti e di can- 
zoni sopra argomenti piccini, insipidi, sopra nonnulla, gli sbadigli 
in versi che ci sono regalati da un visibilio di poetuzzi. Come 
le dame erano accolte volontieri nell' Acc. e come attrici e come 
spettatrici, così vi entravano bene spesso anche come ghiotto ar- 
gomento di versi ; e cani e cagne e gatti e passere si cantavano 
per amore dei begli occhi delle dame. Un Padre Terzaghi Don 
Giulio Milanese monaco Girolamino, entrato nell'Acc. il 27 gen- 
naio 1770 elegge di mostrare che « le sorbe son come le donne »; 



(1) Le Poesie di Temira Parraside furono edite in Livorno, 1794. Essa è au- 
trice di un ditirambo Bacco in Tebe, di un poemetto : Ero e Leandro (Parma 
Bodoni, 1802), di alcuni Sciolti in morte della nobile signora Maria Luisa 
Cicci pisana, detta in Arcadia Erminia Tindaride, Pisa, Prosperi 1794, con 
Poesie di altri in morte della stessa: p. 14-16. Pel giudizio sulla rimatrice, ved. 
V. A. Arullani: Lirica e lirici nel settecento, Torino-Palermo, Clausen 1893, 
pp. 134-135. 

Il Bertola che, come vedremo, della nostra Accademia fu principe, alla Sul- 
gher Fantastici mandò, dice V. A. Arullani, op. cit. p. 59, due rose di smorta 
porpora e di poca fragranza; ma un Genio le porta sulla tavoletta di lei; ove 

son, più che lisci e odori, 
aurei libri 



- 217 — 

V ingegnere Alessandro Andreoli, che ha la specialità di can- 
tare gli animali, imbastisce quartine su un domestico corvo (30 
gennaio 177'i) e sonetti sopra una passera di una signora (00 
aprile 1772); Don Giuseppe Friggi, cavaliere pavese, lirico in 
ogni metro, a dir del Belcredi, facile versificatore, innalzato più 
volte alla luminosa carica di Principe, vi dà la Canzone sopra 
un Cagnoletto di una dama (1) (1772, 30 giugno) e sopra un cane 
bracco (1775, 27 gennaio); un anonimo cicaleggia con una lettera 
di uno che fa gli esercizi spirituali a una signora (28 aprile 
1771); l'abate Don Gaspare Garoni accademico per decreto 27 
marzo 1767, e uno fra i più diligenti, intesse un anacreontica 
sopra il sorbetto (1773,); l'illustrissimo signor Conte Giacomo 
Fantoni, accolto nelle file Acc. l'ii aprile 1768, e Principe nel 
1773, e che fu poi una figura storica non indifferente, in tempo 
d 1 Arcadia concorre anch' egli alla costruzione dell' edifìcio rococò 
che la caratterizza e ci architetta il Capitolo in lode dei pa- 
rassiti (1773) e altro sopra il volto alla moda (22 aprile 1773); 
Giandomenico Pertusi pavese, dottore dell' una e dell' altra legge, 
che fu Accademico Trasformato, uomo stravagantissimo, che da 
sé s' intitolava con modestia poeta, e che negli ultimi anni di sua 
vita portava tre parrucche, — fa le delizie degli Accademici con una 
lettera ad una sposa novellamente incinta (28 aprile 1771), divaga 
sopra una Raccolta di Matrimoni (1775. 30 giugno), spiffera degli 
endecasillabi su d'un cagnolino, in Sciolti espone i Pregi della ve- 
dovanza (18 aprile 1777), canta U arte di cavalcare dedicata al- 
l' Illust. Donna Maria Ordogno di Rosales de Belcredi, eccellente 
cavallerizza U779), e disserta gravemente sulla questione « Se sia 
meglio amare una prudente o una cochetta » (2); il Dottor Baldas- 
sare Re prosindaco della città di Pavia, entrato nell'Acc. il 30 aprile 

(1) Sull'amore a cani e gatti son da vedere le felici pagine del Carducci, 
Storia del Giorno, pp. 86-88. 

(2) Del Pertusi vd. Poesie, « Amor che nel pensier mio e vive regna », Mi- 
lano tip. Destefanis, 1812; Le nozze di S. M. I. R. Napoleone il Grande con 
l'Arciduchessa d'Austria Maria Luisa. Poemetto. Pavia, Eredi Galeazzi 1810. 
Egli si augura che « il debole suono dei candidi suoi versi giunga ai piedi 
del venerato soglio ». 



- 218 — 

1772, a giudizio del Belcredi « musico, poeta, legale, un po' di tutto, 
ma come si addiviene a questi Enciclopedisti (sic) di scienze ed 
arti, al disotto del mediocre in tutto », nella sua qualità di legale 
recita una madrigalessa in difesa delle donne : « Il difensore dei 
birbanti difese le donne » (25 giugno 1773J; ring. Siro della 
Zoppa, procuratore della casa Belcredi, intesse un racconto sopra 
un accidente occorsogli di creder bella una donna brutta (1775, 
30 giugno) ; 1' abate Casella Gio. Batta di Casteggio (amm. con de- 
creto 10 gen. 1775) esordisce il 27 gennaio con un componimento 
Sul vino la cui lode alterna con quella degli amori campestri 
(1777, 18 aprile); e gli tien bordone il signor Arcidiacono Poggi 
con ottave a Madonna Silvia per certa sua botte di vino mesco- 
lato con acqua; il Publico Lettore Molina, milanese, olivetano, 
accademico dal 12 febbr. 1772 aguzza gli strali di un sonetto 
colla coda, in dialetto milanese, contro coloro che malvolentieri 
ascoltan poesie latine in accademia ; il Dr. Giacinto Gandini 
pavese, A. A. dal 16 marzo 1774, falcia i beati campi delle muse 
arcadiche, bela i trasporti di una pastorella per la morte di una 
sua cagnolina (1780, 28 gen.), e imbastisce Sestine contro la 
donna scienziata (1779); il signor Abate Rotondo, A. A. dal 7 
dicembre 1778, giovane di geometrica quadratura, di gusto pari- 
niano, a dir del Segretario B., nei versi italiani, e imitatore di 
Properzio nei versi latini, ordisce una Cicalata sopra la moderna 
altissima pettinatura delle donne (1779) ; V abate D. Michel An- 
gelo Vecchiotti, novarese, collegiale nel collegio Caccia, gesuita, 
maestro di Umanità nelle pubbliche scuole ticinesi, scherza Sulle 
visite alla moda e i biglietti di Visita (1) ; Giuseppe Antonio 
Pessani, tesse nel calendimaggio del 1776, le lodi dell'asino. 



(I) A sentir il Belcredi, D. Michel Angelo era giovane di talento grandis- 
simo, accettato nell'accademia gratis d'ogni spesa (le sette lire della patente 
che il lettore sa) per il singolare suo merito, per dottrina ed arte poetica di 
cui fu maestro; e fu pastore di gregge tenero, che egli si apprestava ad ab- 
bandonare, per cingersi di serto più nobile nel romoroso foro. 

Mi parrebbe di rendere un cattivo servizio ali 1 abate avvocato, se rinver- 
dissi la memoria di certe sue strofette ch'egli lesse in Accademia nell' adunanza 
dei 16 marzo 1774, dedicandole al marchese Gaspare eccelso, suo presidio e 



- 219 — 

Vedo: al mio lettore corre un gelo per Tossa, e mi è troppo 
cara la sua incolumità perchè io non cessi la refrigerante enume- 
razione. Ma non sorrida il lettore di compassione, perchè tra le 
infinite inezie, e il molto loto, e i tumidi torrenti e' è bene qualche 
ruscelletto dal dolce mormorio, e d'altra parte con questi soggetti 
siamo ancora lontani da quel fanciullone del Frugoni, (la respon- 
sabilità della qualifica è del Settembrini) che farfalleggiando giunse 
a dettar versi persino « per una topa che rampicossi sotto le 
vesti di una cameriera ». 



gloria. Invece ricorderò qualche strofa della canzonetta sulle visite e sui vi- 
glietti, e perchè tratta di un motivo che più tardi toccò da par suo il Parini 
[Il Giorno III: 149-180), e perchè non son prive di qualche colorito e sono 
documento, non nuovo invero, del costume. Essa com. « Fra le dame e i bar- 
bati » e io la traggo dal Ms. Un. P. 296 : 



Rido pur se a quelle penso 
Cerimonie senza senso 
Che le donne soglion farsi, 
Quando vanno a visitarsi: 
Dopo un passo da Minuè 
Arrestarsi su due pie 
Minacciar quasi un pericolo 
Di cadere a perpendicolo, 
Indi torcer lento lento 
A sinistra il collo e il mento 
E comporre a dolce riso 
Il bel labbro, ed il bel viso 
E adombrare a mezza bocca 
Mezzo un bacio che non tocca. 
Poi con scenico decoro 
Adagiarsi in nobil coro, 
E il ventaglio dimenando, 
Pronunziar di quando in quando 
Certe tenere melate 
Parolette delicate 
Parolette ben espresse, 
Perché son sempre le stesse. 

Ma 1' usanza non è questa 
Delle donne di più testa; 
Per corregger quest' abuso 



Inventarono un altr' uso, 
Il più comodo il più spiccio 
Che potesse nel capriccio 
Cader mai delle persone 
Che si piccan d' invenzione. 
Una picciola stampata 
Liscia, candida e quadrata 
Elegante cartolina 
Al commercio si destina 
Delle visite da farsi 
Senza punto incomodarsi. 
Fra fior pinti di bei fregi 
Coi caratteri più egregi 
Le vivifiche parole 
Del suo nome imprimer suole 
Nice allor, che vuol 1' amica 
Visitar senza fatica. 
Con un magico portento 
Trasformato in quel momento 
Vive il candido viglietto 
Reso uman corpo perfetto, 
Ed oh strana maraviglia 
Creder devesi che piglia 
Le gentil sembianze stesse 
Di chi il nome suo v' impresse. 



— 220 - 

Pio Francesco Lucca. 

Un sepolto e un ignoto oggi, a poco più di un secolo dalla 
sua morte: principe nell' eloquenza sacra, e poeta improvvisatore 
meraviglioso a' suoi tempi, nei quali, anche agli uomini meno 
facili a concedere incensi, parve destinato all' immortalità. È una 
bella figura pavese, interessante la storia letteraria ed ecclesia- 
stica e, nelle manifestazioni fisiopsicologiche, la scienza; e merita 
certo le brevi pagine eh' io gli dedico qui, dopo il lungo obblio. 

Nacque ai 16 febbraio 1712, fu esaminato nel consiglio dei 
Padri del Convento di S. Tomaso e Apollinare agli 8 di aprile 
1723 e all' unanimità accolto come figlio, e vestì l'abito sacro ai 19 
aprile 1728 in Correggio (1), dove aveva fatto i corsi di tirocinio 
sia in Filosofìa che in Teologia. Dato il suo nome all' ordine dei 
Predicatori, superò in breve per dottrina i suoi coetanei e quando 
ancora non era sacerdote iniziava la sua carriera oratoria con un 
panegirico e con una grave burrasca che per poco non lo travolse. 
Tesseva le lodi del B. Bernardino da Feltre, tomitano, con plauso 
di tutti quelli « quos magnopere delectabat intneri mox natum 
oratorem, quasi gigantem in cunis adolescere ». Ma sul finire 
del sermone, essendosi rivolto per apostrofe al S. Patrono, pre- 
gandolo di difendere col suo patrocinio la città e i cittadini, il 
perorante fu accusato da un satellite di Satana di aver offeso 
il nome dei nuovissimi dominatori della Lombardia. Fu salvato 
dalla saggezza di uno zio che egli amava in luogo del padre 
morto, e, stornata la calunnia, fu mandato a Roma. Qui fu ben 

(\) Desumo queste notizie da un certificato autentico che trovasi nel Ms. 
Un. P. 295, ed è il primo documento che in questo pacco si trovi : « In Consilio 
P. P. huius conventus SS. Thomae et Apollinaris Papiae fuit examinatus et una- 
nimiter in filium huius Conventi acceptus. . . . ; 8 aprile 1728. Firmato* D. 
Pius Elia Basadonna L. Primarius et Consiliorum Secretarius, Paulus lero- 
nimus Calcaprina, Prior ». Nello stesso foglio è la dichiarazione del Lucca, di 
suo pugno: « Nato ai 16 febbraio 1712, ho vestito il sacro abito li 19 aprile 
1728 in Correggio, ed ivi ho fatto professione regnante Benedetto XIII del nostro- 
ordine ». Il Lucca ebbe un fratello Giuseppe Domenico, Professore di Sacra 
Teologia, pure dell'ordine dei Predicatori, circa il quale vd.: Poetici festosi 
applausi alla... eloquenza del Padre G. D. Lucca ecc. 1772. (Voghera ?) 



- 221 - 

presto ammesso nel Bosco Parrasio e, invitato a poetare su tre 
temi improvvisando, « hic primum prodiit, erupit, insonuit im- 
provisa, multiformis, suavefluens ea carminum vena, quae ad 
annos plures Italiani totam in sui admirationem rapuit... Vena 
Pii Francisci resonante haerebat faucibus vox, prae stupore ad 
verba reses ». 

Il mio lettore che sa troppo bene come facilmente ai lieti tem- 
pi di Pio Lucca fumassero gli incensi anche in onore dei medio- 
crissimi, deve esser informato che le notizie che precedono son 
tolte da una severa, benché commossa, relazione ufficiale del Priore 
del convento di S. Tomaso, « addictissimus in servo dominus », 
al Padre Presidente dell' ordine dei Predicatori, sulla vita e sulla 
morte del nostro accademico (1); né Tessere ufficiale toglie che la 
relazione non esagerata né amplificata, a dir del Priore, costi- 
tuisca una bella ed eloquente ed elegante pagina di latino, pur 
nelP arditezza di alcune forme. 

Le folle traevano ad udire il Lucca come fanatiche, e i giovani, 
anche i più umili artigiani, divenivano poeti, e versavano in 
cantilene rozze, ma armoniose, il turbamento dell' anima. A 
Brescia essendo stata adibita una sala insufficiente a contenere 
1' onda di coloro che vi affluivano, il popolo potè soddisfare la 
sua ardente curiosità arrampicandosi sulle finestre, sui travi 
(tigna tectorum) ; ma la mensole marmoree impari a sostenere il 
peso super inciimbentium catercarum, si spezzarono in mal 
punto. E quelle che furono rifatte ricordarono la gloria eterna 
del Vate con una epigrafe scolpitavi. 

Tutte le provincie d' Italia desiderarono di udirlo concionare e 
poetare, e tutte lo sentirono. A sessantanni fu preso da una « oscil- 
latione nervorum » e da una « musculorum contractione versus 
originem », e non ne fu liberato per tutta la vita. Pareva dovesse 
essere prostrato da una vecchiaia precoce : ma, cosa mirabile, lo 
strenuo atleta « tacens senescebat », « loquens iuvenescere vidc- 



(1) Ms. Un. P. 295, cit. Trattasi di un foglio a stampa colla data « Ticini 
ex aede SS. Thomae et Apollinaris apud S. Augustinum, die vigesima Augusti 
anni MDCCXCVIU 



~ 222 - 

batur». Sempre vigile, energico, pio (1), invitto, lo chiamavano 
padre dei poveri : a Pavia predicava in S. Pietro in Ciel d' oro, 
la sera : e ivi appunto mentre cantava in onore della Regina dei 
cieli fu preso da sincope. Non era ancora la fine : si riprese e 
varcò ancora il limitare del cenobio, ma le forze gii mancavano, 
dimagrì spaventosamente sino ad esser ridotto pelle ed ossa, ed il 
suo corpo più frequentemente che mai veniva scosso nella compagi- 
ne dei nervi. Una flussione (epiphora), esiziale ai vecchi, lo spense 
ai 13 agosto d' anni 86 (2). Fin qui il Priore, che ci ha traman- 
dato anche le ultime solenni e commoventi parole del N., il quale 
morì in quello stoicismo che, se vogliamo argomentare da una 
lettera della poetessa Diamante Madaglia Faini, aveva professato 
in vita (3). 

Ed ora il giudizio reciso del Superiore sul correligionario estinto: 
« [vir], cuius parem, non solum Papia : ubi per longam itemque 
illustrerà avorum, et proavorum seriem, Iurisprudentiae laude flo- 
rentium, in lucem venit: verum etiam Italia universa : quam fama 
sui nominis nusquam eclypsim passa, per annos p. m. quinqua- 
ginta, quaqueversum implevit : in generationes fortasse mille 
frustra praestolabuntur ». 

Comunque vogliamo esser guardinghi nel seguire questo giu- 
dizio, esso era però diviso dai contemporanei. 

(1) Il prof. Vincenzo Malacarne, il 1 Novembre 1793, cioè undici giorni dopo 
ch'era stato dimesso dalla cattedra d' Istituzioni di Chirurgia ed Arte Ostetrica 
(1789-1793) per il libello contro il prof. Giampietro Frank, scriveva una lettera 
a Siro Comi nella quale tra V altro è detto : « La prego. . . di portarsi dal ve- 
nerabile nostro P. M. Lucca e ringraziarlo per me delle caritatevoli visite che 
reca alla mia infelice moglie » (Giovanna Petronilla de Magliani). Vd. Ms. 
Un. P. 38\, dove trovasi autografa la lettera del Malacarne inedita». 

(2) 11 Priore dice d' anni 88 : ut speramus. Ma le date della nascita e della 
morte rettificano la sua impressione. 

(3) Il cit. Ms. 295 contiene alcuni fogli autografi della rimatrice di Salò : 
dove pure era un'Accademia — degli Unanimi — : almeno quattro sonetti e 
due lettere, una delle quali, in Hata 29 marzo 1764, comincia : « La lezione di 
stoicismo che Ella si è degnata farmi nella pregiatissima sua lettera é vera- 
mente nobile ». Pare che la pastorella fosse malata, a giudicare almeno da questi 
versi di un suo sonetto : 

Se fìa che cessi il rio malor, che '1 molle 
Fianco mi strazia più che strale elèo. . . 



— 223 - 

Oratore potente, nutrito col latte delle muse, il cui vividissimo 
ingegno sempre era agitato da onde di diversi fantasmi contem- 
poraneamente presentantisi alla mente, invano però avresti ricer- 
cato in lui i nessi tulliani di parole e di sentenze. 

Poeta, dettava versi dei quali era pregio principale la sponta- 
neità e la facilità, ma fu essenzialmente improvvisatore. Perciò 
la stessa natura del suo ingegno e di poeta e d'oratore spiega 
come il suo astro dovesse presto tramontare, quando fu cessato 
T irresistibile fascino della sua parola. 

Le Accademie di cui pullulava l'Italia fecero a gara ad ac- 
clamarlo come socio, e fu Arcade ed Infecondo in Roma, Filo- 
scitico ed Ardente a Bologna, Timido a Mantova, Filergita ed 
Icneutico a Forlì. Affidato a Pavia ecc. In Mantova, in età di 25 
anni, ai 22 marzo 1737, nella corte Ducale, improvvisò cantando 
in versi latini ed italiani per tre ore di seguito dinanzi al Cesareo 
Amministratore della Città, Conte Carlo Stampa; a Bologna dinanzi 
ai Filopatrici e ad una qualificata e numerosa assemblea, nella 
sala della Sacra Inquisizione, il 9 decembre 1736, poeticamente 
improvvisò cantando in latino e in volgare per più ore con af- 
fatto rara franchezza d'estro, in più e diversi metri, sopra cinque 
argomenti allora propostigli da cinque gravi personaggi; e una 
delle proponenti fu la chiarissima Dottrice Collegiata e Pubblica 
Lettrice, la Nobil Donna Sig. Laura Caterina Bassi. (1) 

Le testimonianze d'ammirazione di poeti tra celebri e oscuri 

(1) lmp"essionava tra 1' altro il fatto eh' ei cantasse senza accompagnamento 
di strumenti musicali. Le notizie che do qui sopra traggo dai documenti ori- 
ginali contenuti nel pacco Ms. Un. P. 295. Vd. ivi Decreto 11 Sett. 1736 del- 
l'Ice, degli Infecondi, Principe Mons. Credani ; Patente degli Acc. Ardenti 
10 giugno 1752, Principe Al. Mazzi ; Dipi. 17 giugno 1752 dei Filergiti, e 28 
giugno s. a. degli lcneutici ecc. 

11 Diploma dei Filopatrici 26 Xll 17^6 è in volgare e reca la firma di Aless. 
Maechiavelli Giureconsulto, pubblico lettore, e conservatore perpetuo dell'Ac- 
cademia. Il documento è fregiato dello stemma dei Filopatrici dipinto a mano, 
colla città di Bologna nello sfondo. 11 Lucca vi scrisse di proprio pugno : 
« Conservato soltanto per la ricordanza di Laura Bassi »; e può ben essere che 
questa nota gli sia stata ispirata dalla forma sciattamente curiale in cui il do- 
cumento è redatto. 



- 224 — 

della sua età sono moltissime. Alla fluente dolcezza del suo canto 
rimato, all' ardenza della sua parola allude un sonetto laudatorio 
che Gian-Pietro Zanotti, il poeta che raccomandava di lasciar ope- 
rare la natura senza siringa e serviziale, gli dedicava da Parma 
nel 1754, finendo il quaresimale: 



La stessa voce, io la ravviso, è questa, 
Che con soavi armoniosi accenti 
Talor discioglie, e n'han stupor le genti, 
Vena di poesia feconda e presta ; 

Sì, ma qual dura guerra or move e desta 
De i peccatori a 1 ? ostinate menti ! 
Oh come freme ! e con quai detti ardenti 
La giust' ira di Dio fa manifesta. 



Il Marchese Pier Maria della Rosa aiutante maggiore, diceva 
il Carducci, di Cornante, nostro Accademico, autore di un sonetto 
della Raccolta del 1739 in morte di Maria Olginati Belcredi, 
cantava nel 1737 che in questo figlio del gran sol d'Acquino, 
che col suo fecondo immenso ingegno, più rapido del sole, tutto 
crea, in questo nume novello del Pierio Regno, splende divino 
valore. Ed ebbe per lui entusiastiche lodi l'Arcade Pietro Zurlini, 
il Dott. Francesco Maurelli, il Marchese Alessandro Tarasconi 
di Parma, Disico Emenetico, Ergesto Cleoneo P. A., Cluento 
Nettunio (il fecondissimo abate Baruffaldi), V Acc. Aff. Can. 
Pietro Lenti che nel 1772 non si peritò di chiamare questo 
figlio del Ticino l'unto di Dio che in stil vibrato e grave ragiona 
alla sua patria; il Benedettino Padre Cerati, che fu poi Vescovo, 
in Arcadia Rosillo Neoforo, il conte Luigi Bulgarini di Mantova 
(1778:, pastore arcade (Eugilbo Collideo), Domenico Garibaldi 
arcade di Firenze (1760), il conte Antonio Origo, Diamante 
Medaglia Faini bresciana, colla quale il Lucca fu pure in com- 
mercio poetico, il Marchese Alessandro Botta, A. A. e lodato 
poeta, Francesca Manzoni (1739), Vittore Vittori mantovano, 
poeta petrarcheggiante, ammiratore e imitatore del nostro Guidi, 



- 225 - 

e lirico burlesco (1), cui il Carducci chiama il miglior verseg- 
giatore lombardo nell'interregno tra il Maggi e il Parini, e che 
fu padre della rimatrice Anna da noi altrove menzionata; i pavesi 
Marchese Torelli, e Dott. Ignazio Monti, (2) il senatore Olivazzi, 
il D. Cagnoli, il Padre Zucchi, il Conte Angelo Maria Durini 
Arcivescovo Ancirano che gli dedicò una corona di epigrammi, 
il Conte Rezzonico di Como, il quale accademicamente invitava 
il poeta nostro « cui le ninfe incoronar di viole », a cantare con 
eterna gloria 

Il fonte, che sul Lario a stabil' ore 

Or cresce, or scema il cristallino umore, 
Onde nei scritti suoi Plinio si gloria. 

Ch'ei sentisse di sé nobilmente mostra un sonetto responsivo 
a un altro di Eugilbo Collideo, nel quale afferma d'aver cuore 
pari ai due pregiati inchiostri (la poesia, e 1' eloquenza), ma si 
domanda : 

A che varranmi gl'improvvisi e pronti 
Carmi, e di Pindo il vertice sublime 
E d'Aganippe le lodate fonti ? 

Cara Sion, se fra l'eterne rime 

I mister ch'io dispiego a me fien conti, 
Queste saran le vere glorie e prime. 

L'attività oratoria si estende sino alla sua morte, e aveva 
settantatrè (3; anni quando, nel borgo di Stradella, fu applaudito 

(1) Vd. V. A. Arullani, op. cit. 38-39, e 104. Di questo poeta il ms. 148, 
p. 41 v. serba un son., dove il Lucca è detto emulo dell'Ariosto e del gran 
Torquato. E cs. Quadrio, Storia e ragione d'ogni poesia, voi. II, p. 565 ; Car- 
ducci, Il Parini Minore cit., p. 42-43. 

(2) Il Monti esaltò il N. nel son. « Oh s'io fossi la Gloria, ed in mia mano », 
e puoi leggerlo in Ms. P. Un. 2, voi. IH, p. 72. 

(3) Il Ms. Un. Pav. 276 conferma questa data. Ivi il Padre Capsoni al 
17S5 nota : « ven. Luoca tornato da Stradella disc, contrasto col Berzi per la 
conferma del M eazza ». 



— 226 - 

con un'intera raccolta di poesie di diversi autori. Non così l'at- 
tività poetica, perchè, giunto all'età matura, pensando quanto il 
furore poetico sia lontano dall' estasi divina, disse per sempre 
addio alla poesia, e tanto si pentì d'aver cantato negli anni gio- 
vanili, che diceva di preferire d'esser ucciso a colpi di verga 
che poetare ancora. 

Questo spiega come del nostro improvvisatore, che fu Prin- 
cipe della Acc. degli Aff. nel 1762, i verbali non registrino nes- 
suna lettura poetica, benché dell' Acc. egli facesse parte sino 
agli ultimi anni (1). 

Di P. F. Lucca ci restano rime in prevalenza sacre, per feste 
di santi, per monacazioni, prime messe, lauree e avvenimenti 
politici, sparse in vari ms. della nostra Universitaria (2), 
e il lettore mi saprà grado ch'io glie ne offra un saggio. E prima 
un sonetto d'occasione, come ne formicolava, il secolo, notevole 
per chiarezza e soavità e per le significanti riprovazioni del se- 
condo terzetto, che mostrano liberi sensi. 



(1) Il Padre Lucca è menzionato nelle più tarde liste degli Aff., ed è com- 
preso nella nota degli Acc. a cui furono mandate le Ricerche storiche di S. 
Comi sugli Aff., le qu ili son del 1792. Trassi le surricordate testimonianze, 
per quel che riguarda mons. Durini dal Ms. 295, dove gli epigrammi si con- 
servano manoscritti, pei resto dal Ms. Un. P. 148. 

(2) Una cospicua raccolta è nel ms. 148, di pugno di Siro Comi, di bella 
lettere. Sono rime in gran parte in volgare, e, crono'ogicamente, la prima par 
quella « per la festa di S. Bernardino da Feltri celebrata per la prima volta 
dai prestinai in Pavia (1734) : « Sorgi o di nostre mura eletto e forte ». Però 
bisognerà andar cauti nell'assegnare al N. la paternità di tutte le poesie at- 
tribuitegli. Ad esempio il forte e sonoro sonetto su « Lo stato j resente della 
Europa » (1792): Ancor V Odrisio suol d'ossa biancheggia, è uno d<*i due sullo 
stesso argomento di Salomon Fiorentino, salvo alcune varianti. E ricordisi il 
proposito del N. di non più poetare, fatto in età ancor virile. Pure ch'ei vio- 
lasse il proponimento senza aversi i colpi di verga, mostra il sonetto: «Or 
l'occulta cagion avvien ch'intenda », da lui composto in età di 80 anni. Ved. 
il senile documento di Rosauro Argolideo in Applausi poetici per la trasla- 
zione dell'ili.... Giuseppe Bertieri dalla sede vescovile di Como alla sede vesc. 
arciv. di Pavia. Pavia, 1792, p, 54. 



- 227 - 

Al Sig. CO. D Giuseppe Lavinj predicat. in Pavia (1). 
(Ms. Un. P. 148;. 

Dai sacri rostri se parlar t'ascolto 

Così la tua dottrina il cuor ini bea 

Che tale, esclamo, in Roma e Atene avea 

Paolo la forza, l'eloquenza, il volto. 

Se leggo i carini, ond'è per te rivolto 
Alla primiera sua nobile idea 
Il poetico stil, qual lo tenea 
Dal ciel Davidde, in te lo veggo accolto. 

Segui dunque, o Lavinj, e l'altrui brama 
Sazia coll'opre tue : già eterni onori 
E immortai nome t'accordò la Fama. 

E tu, Roma, a rossor del secol nostro 
Dispensa intanto alle Corille allori, 
E ai ciechi e ai muti le tiare e l'ostro. 

Curioso tipo di poliaccademico e di arcade questo nostro Ro- 
sauro Argolideo che, come contro le incoronazioni delle Corille 
e le assunzioni di muti e di ciechi alla dignità della tiara e della 
porpora, così contro le false arcadie allargatesi « fin nelle 
ville e nelle castella più ignote ed impensate » (2) lanciava i suoi 
dardi. Ecco un sonetto in cui par travasata tutta la quintessenza 
dell'Arcadia, diretto alla già menzionata Diamante Medaglia Faini, 
novellamente (1757) aggregata al Bosco Parrasio sotto il nome 
di Nisea Corcirense, « col carico di mandar un sonetto agli Ar- 
cadi, esprimente l'odio che dovrà avere a tutte le false Arcadie: 



(1) Poeta e teologo italiano, n. nella marca d'Ancona nel 1721, m. nel 1792, 
dottore in Teologia e Filosofia, rettore del Collegio d' Ungheria a Roma. La 
seconda quartina del sonetto del Lucca allude evidentemente alle Rime filo- 
sofiche e varie che il Savinj pubblicò nel 1750. Egli diede alle stampe anche 
delle Prediche (1788). 

(2) G. M. Crescimbeni, Storia della Basilica di S. Maria in Casmedin, 
Roma, 1879, p. 110, 



- 228 - 

Sonetto 1. 
(Ms. Un. P. 148). 

Questo serto di fior, e questa molle 

Spoglia d'Agnel, e questo dardo Eleo 
A te manda d'Arcadia il buon Mirreo 
Che tien di Pindo l'uno e l'altro colle, 

L'agresti canne d'alto suon satolle, 

Che in Menalo, in Eurota, ed in Liceo 

Si sparse, manda il favoloso Alfeo 

Se '1 bel desio di Pan nel sen ti bolle; 

Ma pria che di Corcira le beate 

Selve t'odan cantar gregge ed Amori, 
Stringi quel dardo, ed a ferir t'affretta : 

Colla mentita lana, e coll'ornate 

Fronti d'ingiusto allor Ninfe, e Pastori 
Quanti, o Nisea, vedrai, pungi e saetta (1). 

Per Monaca, Sonetto del P. M. Lucca. 

(Ms. Un. P. 295, p. 152/ 

Saggia e forte oltre l'uman valore 

Vergine a noi sì cara, a Dio diletta, 
Ecco il tremendo passo, ornai t'affretta, 
Oh quale avrai da tal periglio onore ! 

Te combatte il paterno alto dolore 
E Amor colla mortifera saetta, 
Te il mondo e Averno inteso a far vendetta, 
Te di quel chiostro il solitario orrore. 

fi) La ninfa di Salò nel responsivo per le stesse parole rimate, vorrebbe 
saziar Tire sue di sangue ostile e poi cantare amori; ma, dice, 

. . . poiché favellar delle beate 

Sedi Te intesi, altro che folli amori 

Questa mia Cetra a celebrar s'affretta. 
L'aureo tuo stile e le parole ornate 

sì mi rapirò che gregge e Pastori 

tosto obbhai, ghirlanda, arco e saetta. 

■Il Padre Lucca aveva tenuto in Salò una Predica del Paradiso. 



229 



Ma il tuo periglio invan folle io pavento, 
Ch'ai par di nave già secura in porto 
Il mar tu sprezzi, la tempesta, il vento. 

Vergine, il tuo Signor a mio conforto 

Priega, che in questo mar io temo e sento 
Che in vari combatto ornai dall'onde assorto. 

Dello stesso. 

In van combatto ornai dall'onde assorto 

E una gran turba per lo mar cammina ; 

Or un naviglio, or l'altro s'avvicina, 

Questo è respinto, e quel sul guado è scorto. 

Io correndo mi fo pallido e smorto 

Perchè all'Occaso il sole già s'inchina 

E intanto sulla torbida marina 

Il vento cresce, e '1 giorno è bruno, e corto. 

Pria che la notte, aimè ! mi colga e '1 verno 
Fa che lo sposo tuo di questa prora, 
Di questa nave mia prenda il governo. 

Vedi non son nel mar sommerso ancora, 

Fa ch'ei mi salvi, e insieme un inno eterno 
Nel caro lido andrena tessendo allora (1). 

In morte del giovanetto Conte Volpi. 
(Ms. Un. P. 148). 

Che vai fervido spirto, alto intelletto, 
Indole d'oro e florida beltade, 
Maturo senno e signorile aspetto, 
Grandi speranze della prima etade ? 

In questo miser carcere ristretto 

Tutto languisce, si scolora e cade, 
Felice è quel che a miglior sorte eletto 
Lascia del mondo le fallaci strade. 

Alma beata del Garzon ch'io canto, 

Senza pugna sei giunta alla corona, 
E piagneremo sul tuo cener santo ? 

Deh! noi consenti, e al folle error perdona, 
E mentr'io verso su' miei danni il pianto, 
Col tuo Signor del pianger mio ragiona. 

(1) Vd. questi due son. anche nel Ms. Un. P. 148, p. 16. 



- - 230 — 

Versione dell' epigramma Eorrida tempestas di Gio. Frane. 
Zanotti, 1759. 

(Ms. Un. P. 148). 

Allor che de' Giganti orrida mosse 

Guerra contro del ciel la stirpe altera 
E tentò franger la stellata sfera 
Che tremando sui cardini si scosse : 

Non Marte solo o sol Giove trovosse 

Ma tutta in arme la superna schiera, 
E poiché gara di beltà non v'era, 
Giuno, Palla, Ciprigna in guerra armosse. 

Tu solo, invitto Federigo, sai 

Vincere i Russi e '1 congiurato Impero, 
Gli Austri e i Galli tu sol premendo vai. 

Se contra te non regge il mondo intero, 
E Marte e Giove, e i Numi tutti ornai 
Cedan la palma al tuo valor guerriero. 

Inutile mietere più copiosa messe tra le rime del Lucca. 
Potrei ricordare un sonetto A Genova 1762 « No che più non 
saran Cartago e Tiro » (Ms. 148), il sonetto politico per la 
Vittoria degli Austro Russi alVOder ai 12 agosto 1759 « Dal- 
l'alta tua Custrino ove il feroce » (Ms. 148 e 466) e, tra i so- 
netti per laurea, quello dedicato a Pompeo Litta, del 1760 « Litta 
d' Insubria e dell'Italia onore », il son. per Un' accademia geo- 
grafica dedicato a Monsignor Avogadro, 1761, (!) e altri qua e là 
sparsi nel Ms. 2 Ticinensia (vd. voi. 3, pp. 1,32,67). Ma e da 
queste rime e da più altre, e dai lievi tocchi con cui ho delineato 
la figura del solenne oratore, per alcun rispetto notevole e degno, 
non si afferma più che mediocre la personalità poetica di lui; e, 
letterariamente, è meritato l'obblio che la morte gli diede. I versi 
ch'egli dettava con pronto estro e con facilità risentono dell'im- 
provvisazione ; e qualche felice sentimento e un fluir soave e 
qualche nerbo mal compensano i frequenti nei, la mancanza della 

(J) Credo si tratti dell' Esercita 3 ione geografica sulla sfera armillare, Ac- 
cademia tenuta dai grammatici delle scuole de' Gesuiti in Pavia, (Vedi l'opu- 
scolo nella nostra Bibl.). 



— 231 --,. 

lima. Ma nel secolo dei versaiuoli quelle poesie intonate alla 
vecchia tradizione letteraria suscitavano P entusiasmo special- 
mente per la voce possente e dolcissima di chi li declamava, per 
la forza che loro veniva dalla scenica persona di lui. Eran belli 
sulla sua bocca, qundo vi spirava la facile commozione, in gran 
parte oratoria, di quell'anima, e li coloriva la sua consumata 
arte di declamare. La forza del Lucca era tutta nell' effetto di 
questa, era nell'azione, cosi come nell'eloquenza sacra egli tra- 
scinava, rapiva, percuoteva di terrore, esagitava di raccapriccio 
le moltitudini prostrate. Eppure non una delle sue prediche, io 
credo, giunse sino a noi, perchè, qualunque fosse la forza e la 
bellezza concettuale e tecnica, la loro efficacia veniva dalla fi- 
gura del frate venerando, curvata da una vecchiaia precoce, 
battuta e attraversata da frequenti spasmodiche convulsioni ner- 
vose, e che si galvanizzava e ringiovaniva quando la animava il 
fuoco dell' arte e di Dio. Egli era affascinante, non stringente, 
era più attore che autore e, come un personaggio della vec- 
chia commedia dell' arte, improvvisando egli era maggiore di 
se stesso. Ed egli, sopravvissuto ai vecchi ideali artistici lo 
sentiva, certo, e ce ne assicura 1' aver egli professato di spe- 
gnere l'ardore poetico di fronte al maggior incendio della luce 
e del fuoco divino. E in certo modo ne trovo testimonianza in 
un povero libro di annotazioni quotidiane, un nudo e scheletrico 
diario individuale di Siro Severino Capsoni (1). Questo frate 
volontieri si sofferma a segnare i suoi rapporti coli' illustre si- 
gnore del pergamo. E come registra la data del 1762 in cui il 
Lucca fu eletto Principe degli Affidati, e alcuni viaggi fatti in- 
sieme, turbati da temporali e da altri incidenti, così al 179) in 
un giorno di sabato annota che il Maestro Lucca aveva dato di 
bianco sui suoi discorsi, un anno prima appunto che segnasse 
d' averlo lasciato morituro tra sei o sette giorni (2). 

Sentì il seguace di Guzman che senza la voce vivificatrice quei 



(1) Vd. Ms. Un. P. 266. 

(2) La prognosi non si avverò, perchè il Lucca visse ancora sette anni, 
sopravvivendo di due anni al Capsoni. 



— 232 — 

discorsi erano un corpo senz'anima. E forse non erano neanche 
tali da potersi presentare in pubblico con sicura coscienza che 
non fosse impugnata la loro paternità : al che par alludere 
la musa aspra e chioccia e irosa del Doti Anton Maria Borga 
che dal suo romitaggio di Cavernago tra la fante vecchiarda 
lunatica e velenosa, e le altre miserie che lo riducevan peggio 
d' un zoccolante senza sportella, gli avventò contro una terzina 
codiata : 

In cella egli ha trovato 

Questo sì ladro quaresimale 

E lo intuona come suo tal quale (1). 

Ma con chi, oltre la perpetua, e il Rota, parroco di S. Sal- 
vatore, e il Re, parroco di Bolgorè, e Pietro Chiari, non se la 
prese il Borga, finché provò la sferza di Aristarco Scannabue, e 
dopo ancora? (2) 

Siro Comi. 

E nome ben noto agli eruditi pavesi. Originario del Lago 
Maggiore, ma nato in Pavia il 9 decembre 1741 e qui domi- 
ciliato, il Comi fu cultore di studi legali, tabellione imperiale, 
letterato, storico, archeologo, diplomatico ; studioso di codici, 
di medaglie, buon conoscitore delle lingue classiche e mo- 
derne, direttore e ordinatore dell'archivio del municipio e dello 
ospedale di Pavia, raccoglitore fortunato di circa 13000 pergamene 
degli antichi cenobi soppressi all'inizio del secolo XIX (3). Tanto 

(1) Borga, Terzina: « S"hai qualche spasso di dormire in piedi ». 

(2) Il Borga si vendicò del Baretti con 11 Sogno, poema moralepicolirico- 
mi fantastico fisico per il Maestro Garbo, in ottava rima piacevole compilato, 
con gli argomenti e con alcune brevissime note del Caporal Ticchetocche da 
Lucca. Libro Primo, In Aleppo, a spese di Ser Gneo da Bari, Anno Domini 
1765. Gli altri libri' non uscirono più. Ma delle scalmane del Borga avrò occa- 
sione di discorrere altrove. 

(3) Per le sue opere vd. Notizie compendiose della vita e degli studi di Siro 
Comi ecc. scritte da L. B. (Luigi Bossi), Accademico affidato, Milano, Tip. del 
Commercio, 1842. Ricorderò qui che nel 1775 diede alla luce la traduzione del 
monologo di G. G. Rousseau, Pigmalione, che poi fu ristampata nel 1799. Tra- 
dusse dal tedesco e pubblicò nel 1778 una tragicommedia La subordinazione mi- 
litare. Fu soprattutto un iustancabile ricercatore e riscosse le lodi di eruditi suoi 



— 233 — 

basta perchè lo si reputi degno che qui sia ricordata Popera sua 
di Affidato. Entrato nell'Accademia nel gennaio 1772, il 3 marzo 
vi lesse uno di quei componimenti che chiamavano anacreontiche: 
Contro l'uso delle maschere (1). Egli se la prende col reo, mal- 
nato Genio, dei folli amico , il Carnovale, benché un mese 
prima le aure della sala accademica si fossero recate le lodi 
sue sul dorso, come egli dice secentescamente. Ecco un saggio 
dello sfogo poetico contro le maschere carnevalesche, dove è 
facile sfoggio della solita erudizione mitologica : 

Ovunque vai, te seguono 

La frode, il lutto, il danno ; 

Il san le caste vergini, 

Le mogli caste il sanno. 
A le tue larve ascrivasi 

Se in strane foggio e nuove 

Giove s'appressa a Danae, 

Io s'avvicina a Giove. 
S'ascriva a te se credula 

Svena i figli Temisto, 

Se piega a impure voglie 

La semplice Calisto. 
Opra è di te se accendesi 

Leda di fiamma oscena, 

Se il maritai suo talamo 

Delusa offende Alcmena, 
Per te del vergin cingolo 

Europa il fianco scioglie 

E il labbro di Leucotoe 

Impuri i baci accoglie. 

contemporanei, tra i quali Ireneo Affò, che fu con lui in corrispondenza epistolare, 
conservataci con lettere di altri letterati al C. nel Ms. Un. P. 381. La nostra 
biblioteca possiede vari suoi manoscritti, libri di appunti, zibaldoni non senza 
importanza per la storia di Pavia. Il Ms. 439 contiene la documentazione da 
lui lasciataci della sua vita e della sua carriera. Nel suo testamento olografo, 
13 giugno 1817, il Comi aveva disposto che qualunque suo scritto e abbozzo 
di memorie che gli si potessero trovare fossero interamente soppressi (Ved. 
Ms. Un. P. 381). Ma la disposizione tu fortunatamente intesa cum grano salis. 
(1) Vd. foglio ms. in Fald. Aff. Questo componimento leggesi, minuta- 
mente commentato dall'autore, anche nel Ms. Un. P. 267. 



— 234 — 

Né è finita l'enumerazione delle leggiadre imprese e dei tra- 
vestimenti di Giove, il quale a detta di un celebre avventuriere 
e domatore di cuori settecentesco, che di galanteria s'intendeva, 
fece il galante con le donne della terra sedici generazioni, da 
Niobe ad Alcmena. 

E cosa dottamente arguta e scherzosa, ma nella forma un po' 
impacciata dalle tendenze dottrinarie del nostro C. la canzone 
dove « s'impugna l'opinione de' Platonici intorno alla femminile 
bellezza », recitata nell'adunanza degli Aff. del 17 marzo 1773; 
e pervenuta a noi rilegata insieme alle altre rime del ms. 148, 
benché sia, credo, l'originale dal Comi letto in accademia. Il 
testo della poesia comincia « Deh! perchè mai, o Suore alme di 
Delo », e in essa il C. sdottoreggia contro Platone che, stolto, 
dall'ideato governo popolare relegò i poeti. Il C. vorrebbe, come 
già Orfeo, scendere all'inferno, predarne Platone a la ragion di 
morte e spende contro di lui le Aganippee quadrello,, perchè a 
scusare l'impuro foco ond'arse, filosofeggiò 

Che la beltà d'un femminile aspetto, 
Raggio e imago è di Dio a chi la mira 

e, peggio ancora, perchè Aristotile, 

Cultor di sì rea scuola, umile e pio 

Ostie a vii donna, e divin culto offrio (1). 

Chi cerca nel viso di bella donna suprema bellezza e un raggio 
della luce divina, travia fortemente e offende il nume cercato. 
Il poeta ravvisa Dio nel fior del campo e nel giglio delle valli, 
discerne l'Ente infinito, se stende il ciglio sul vasto intermi* 
nabil mare, o agli astri sparsi a rischiarar « altre genti, altri mondi 
ignoti a noi » e adora la divina maestà se si affisa nel sole : 

Se guardo il sol di colorata luce 

Fonte inesausto, che in suo centro immoto 

Per l'increato vóto 

(1) Laerzio, Lib. V. In vita Aristot. — Tutta la canzone è dottamente com- 
mentata, e le note ci persuadono facilmente che il nostro Comi era più eru- 
dito che poeta. 



— 235 — 

La terra attratta a se d'intorno adduce, 

E tutta insiein su la natia sua sfera 

La Planetaria schiera; 

Adora in lui 1' estatica pupilla 

La maestà che in volto a Dio sfavilla. 

Ma dato pur che si accolga bellezza in femminil subietto, il 
quale per sua natura è difettoso e manco, il C. professa che 
essa è figlia di nostra fantasia col bene che l'uomo se ne pro- 
cura (1), e non l'avvisa nel suo volto raggio o imago « del bel 
di Paradiso ». 

Che donna invan si cerchi, e bella, e casta 
Chiaro è per uso, e per antico detto 

e le storie e l'esperienza attestano che la bellezza e l'onestà siano 
incompatibili in uno stesso subbietto, la qual massima il N. suf- 
fraga coll'autorità di Ovidio, di Orazio, di Seneca (2). La beltà 
di un viso è rea di mille colpe : per lei Troia in faville, per lei 
arsa Cartagine, per lei ucciso il fiore degli eroi, per essa il 
buon figliol di Gesse « al dritto maritai volse le spalle », Sa- 
lomone pospose il Dio di Giuda ai numi stranieri, e Sansone in 
Filistea catena, « cieco si lagna, e colla rasa chioma». Dunque 
misero colui che s'affida in bella donna: 

Non fiamma di gentil vampa e cortese 

Le cui forme vestio l'eterno amore, 

Quando all'Ebreo Pastore 

Da Rovo apparve, e nel Cenacol scese : 

Ma fiamma che di luce orbata, e spenta 

Investe, arde, e tormenta 

Lo spirto, e sorda alla ragion fa guerra, 

Ma fiamma onde i dannati ardon sotterra. 

(1) Il Guidi: Non è costei della più bella Idea — Che lassù splende a noi 
discesa in terra — Ma tutto il bel che nel suo volto serra — Sol dal mio forte 
immaginai* si crea. — E vd. Properzio, Lib. Ili, ad Cyntiam, cit. dal C. 

(2) Ovidio : Lis est cum forma magna pudicitiae (Amores, III). 



- 236 - 

Burlone d'un poeta filosofo, che ha voluto gratificarci uno 
dei soliti sfoghi contro il sesso infernale (1)! Meno male che ne 
era ardente ammiratore. Ed eccone l'ammenda, non galante in 
vero, in cui le donne son fatte tante baccanti : 

Canzone oh Dio ! t'accheta, 

Scorgo i disegni tuoi : Dai noti effetti 

Filosofando alla cagion segreta, 

Dedur vorresti in chiari sensi, e retti 

Che la beltà, che ride a donna in viso 

Immagine non è del bello eterno, 

Non è raggio del ciel, raggio è d'Inferno : 

Ah ! no, giudizio tal penda indeciso, 

E il Trace Vate ucciso 

Da le spietate Menadi t'insegni 

Di donna a paventar gli atroci sdegni. 

Ma delle, donne fece difesa il Dr. Baldassare Re, Prosindaco 
di Pavia, nella madrigalessa già ricordata. E in barba alla sua 
canzone antiplatonica e misogina fu questo piccolo e rubicondo 
Comi (2) adoratore del bel sesso, delle vezzose dame leggiadra- 
mente e morbidamente rococò sue concittadine, e par che un 
giorno il nostro occhieggiator di belle dimostrasse verso una si- 
gnora un malnato ardore, un pazzo eccesso nel giurar fede 
e provocasse qualche sdegnuzzo che il C. s'industriò di placare 
col seguente sonetto, il quale nella umiltà che par fatta di scherzo 
e nella sua leggerezza di maniera (3), mi sembra un bel docu- 
mento del galante costume e delle amabili schermaglie d'amore: 



(1) Se ne può vedere un lungo elenco in E. Gorra, Studi di storia letteraria^ 
Bologna, 1892: f, Il Cavaliere Errante, p. 44, in nota. 

(2) Vd. nel Ms. Un. P. 439, tra altri documenti, un passaporto della 
Confederazione Elvetica colle generalità del Comi. 

(3) Il sonetto servì al suo scopo più che una volta. Nel Ms. Un. P. 441 
esso porta l'epigrafe : « Il Citt. Giambattista Chiozza presenta a Madama il 
Citt. Carlo Torti ». II v. 2 è cosi rabberciato: « Torti, quel Torti, reo del 
folle errore ». 



- 237 — 

Madama, ecco pentito, eccovi al piede 
Tirsi, quel Tirsi reo del folle errore 
Di creder che in giurarvi ossequio e fede 
Poteste alfin per lui sentire amore. 

Conscio del suo fallir perdon vi chiede : 
Deh ! poiché avete sì pietoso il cuore, 
No non negate a lui questa mercede 
Or che detesta il suo malnato ardore. 

Dritto è però che d'un sì pazzo errore 
Venga il castigo espiator seguace, 
Onde ancor non s'attenti a far lo stesso. 

Destinategli pur qual più vi piace 

Leucade o Anticira : a voi sommesso 
Bacia la man che lo dimette e tace. 

I non pochi sonetti per nozze sono né migliori ne peggiori 
di tanti d'altri più famosi o meno oscuri, talora sparsi qua e là 
di mitologica lascivia : 

Ma pria che il verghi cinto e il roseo manto 
Da' tuoi fianchi Imeneo sciolga e rallenti, 
Le fervide tue voglie impazienti, 
Se tei consente Amor, sospendi alquanto (1), 

e altra volta improntati a una grave e pur sottile mordacità, come 
quando il C. si rivolge ad un togato eletto al ben d'Insubria, a 
reggere le bilance di Temi, che d'età fermo, prova gli ignoti 
affanni d'amoroso desio « e sposa invita al maritai suo letto — 
Vergin, cui ride in volto il fior degli anni : 

Ben n'ài ragion, e qual si freddo cuore 
Visti i bei lumi, a cui ardi fedele, 
Potria le vampe non sentir d'amore? 

Per vergine di fresca età novella 

Arse Giacobbe ancor; e pur Rachele 
Fors'era di Marina assai mene bella (2). 

(1) Ms. cit. 118, son. : « Di doglia no, ma d'allegrezza è pianto ». 

(2) Ivi, son.: « Saggio Signor che al ben d'Insubria eletto ». Apprezzato in 
Accademia come poeta, una volta imbastì un sonetto « Cigni n" Insubria illu- 

7 



— 238 - 

Quando entrò nelPAcc, il C. non faceva le sue prime prove 
poetiche : egli era stato e doveva essere per vari anni ancora, il 
poeta, come a dire, ufficiale, sempre richiesto e sempre pronto 
a rispondere, dei soggetti d'occasione per lauree, prime messe 
di sacerdoti, monacazioni, ricorrenze sacre, processioni, santi, 
virtuose da teatro; e dei parti di questa sua musa peregrina 
fece diligente raccolta egli stesso, a noi conservata nei mss. 148 
e 441 della R. Biblioteca Un. P. Innalzò nel 1774 incensi ad 
Antoniotto Botta, rinnegato genovese, e la sua Musa versò pur 
dotte lagrime in morte di Maria Teresa, quando ricordò che le 
Ungare genti condotte da Berengario incendiarono Pavia, opu- 
lentissima, bruciarono quarantatre chiese : soffocato dal fumo e 
bruciato lo stesso Vescovo, superstiti soltanto ducento cittadini, 
che riscattarono la vita, le mura della vuota città, con otto moggi 
d'argento, raccolti tra le reliquie fumanti ; per poter affermare 
che agli Ungari perdonava Pantico scempio, perchè furono scudo 
e sostegno di Maria Teresa (l). 

A badare ai fatti, visse in chiesa coi santi, in taverna coi 
ghiottoni. Nel 1788 fu tra i Protettori della Venerabile Compagnia 
del SS. Sacramento eretto nella Collegiata e Parrocchiale Chiesa 
di S. Giovanni Domnarum (Vd. foglio stampato del Ms. 441), nel 
1792 cantò per l'assunzione del Bertieri a vescovo di Pavia e 
nel 1796, a detta di Altimanno Suini (2) incarcerato come gia- 
cobino, fece parte dopo il 26 maggio della nuova municipalità, 
e fu democratico, e parve leal francese. 



stri », per un Principe d' Accademia per la terza volta, che, come pare, poco 
s'intendeva delle leggi d'armonia. Vedilo anche in Ms. Un. cit. 267. Chi sia 
il togato eletto a reggere le bilance di Temi si può a pena congetturare : forge 
il Senatore D. Giuseppe Croce, pretore di Pavia, per la partenza del quale dettò 
un sonetto « Quando, Signor, parlando al nobil ceto » (Pavia, Bolzani, foglio 
senza data: in Museo Civico, XVII, F. 1) Re Baldassare, Acc. Aff. 

(1) Componimenti in morte di M. T. Son. « Ungara Gentil, che qual suol 
talvolta » p. 160. Egli cita in nota : Frodoart in Chronic. ad an. 924 penes 
du Chesne, Tom. II. Rer. Frane. 

(2) Diario in Rivista di Scienze Storiche, V, p. 293. 



— 239 — 

Ma poi divenne alla nuova repubblica e alla Francia acerrimo 
nemico, e fu ritenuto come « organo principale di tutte le trame 
aristocratiche e controrivoluzionarie » in Pavia. E quando per 
la legge 27 Freddifero fu invitato a prestar giuramento secondo 
la formula prescritta, egli rifiutò, dichiarando di pensare di non 
esser compreso nella legge « per non credersi egli funzionario 
pubblico costituzionale, e per possedere nello stato sardo degli 
effetti, per cui correrebbe pericolo nel prestar giuramento se- 
condo la precisa prescritta formola ». Perciò il Mascaroni, capo 
della vigilanza, ordinò che per i suoi sentimenti antipatriottici e 
per la sua condotta fosse immediatamente destituito dal suo im- 
piego di Archivista del Comune di Pavia; il che avvenne per 
deliberazione esecutiva — 20 nevoso, anno VI repubblicano — 
della Municipalità di Pavia. Richiamato al suo impiego dal go- 
verno austriaco ai 5 maggio 1799, fu nuovamente deposto dai 
Francesi ai 7 Die. 1S00, per non aver voluto giurare odio eterno 
al governo dei Re (1). 

Questi avvenimenti spiegano la genesi dei sentimenti miso- 
gallici che egli trasfuse in alcune sue rime politiche. « Bu- 
giarda in pace e traditrice in guerra » è la Francia, e in un 
sonetto che è un'apostrofe de « gli Austrorussi alla Francia che 
domanda la pace », esce nel grido: « Tua pace in Campoformio 
a noi fu guerra ». Com'ei pensasse delle cose di Gallia, ci dice 
questa prosopopea dell'Inghilterra in odio alla terra della rivo- 
luzione. 

Sonetto. 

A la Gallia parlò l'Anglica Donna, 

Scintillando da gli occhi ira e minaccia : 
Rivale un tempo, or che l'error t'assonna, 
Sdegno d'emula tua soffrir la taccia. 

Tal fui, ma sacro alloro e regia gonna 
Cingevi, ornata di pudor la faccia; 
Or che innalzi al delitto arco e colonna 
T'abborro, e a debellarti armo le braccia. 

(1) Vd. la- documentazione di questi fatti nel Ms. 439 Un. P. In questo 
fascio trovasi anche il Diploma originario di Acc. Aff., intestato al suo nome 
e rilasciatogli dal Principe D. Girolamo Beccaria, il 30 Gennaio 1772. 



— 24Ó - 

Io son fida a Ragione, e tu proterva ; 

Io sostegno del trono, e tu rovina; 

Tu sei l'attica Trine, io son Minerva. 
A te la Terra insulta, a me s'inchina ; 

Nella tua libertà sei vile e serva ; 

Io servendo son grande e son Regina (1). 

Ci rivela il pensiero politico del Comi anche questo bizzarro 
sonetto che pure è diretto contro i politicanti che fanno pro- 
fessione di prevedere gli avvenimenti politici, e che è evidente- 
mente un'imitazione (2) : 

Sonetto. 

Non si vedran gli inglesi, e fur veduti ; 

Non varcheranno il mar, e l'han varcato : 

Non passeran lo stretto, e l'han passato ; 

Non verranno in Italia, e son venuti ; 
Non batteranno i Galli, e li han battuti; 

Non firmerà l'Olanda, ed ha firmato ; 

Non v'entrerà il Danese, ed evvi entrato ; 

Non perderà i navigli, e gli ha perduti ; 
La Svezia non si muta, e s'è mutata, 

Non cederà suoi dritti, e gli ha ceduti ; 

Non v'entrerà la Russia, ed evvi entrata ; 
Non cadranno i Francesi, e son caduti ; 

La Turchia non s'accheta, e s'è acchetata ; 

Ohe più vi resta a dir, becchi fotuti ? 

Finirò di spigolare tra le rime del Comi, riproducendo questo 
sonetto, dove, condita con un po' di vieta retorica, nella per- 
sonificazione della seconda terzina vibra la nota patriottica. 



(1) Ms. Un. P. 148. 

(2) E sulla maniera e sulla struttura del sonetto intitolato Atti geniali 
Prussiani « Non cederan gl'Inglesi ed han ceduto » che puoi leggere nel Ms. 

Un. P. 466. 



— 241 - 

Gli Italiani contro gli Italiani al Faro. 

Sonetto. 

D'Italia i figli stao col brando ignudo 

Sopra l'Italia, ahi! per qual cieco inganno, 

Che di questo al cessar feroce ludo 

Il prò' fia d'altri e di lor soli il danno. 

Pur essi, che da secoli posto hanno 

In vergognoso obblio lorica e scudo, 
Tutte al ferir le cupe vie qui sanno, 
E pregio ha più chi in lei divien più crudo. 

Questo è ben altro ch'esser fatta segno 
D'estranie genti all'ira, ed in ritorte 
Pianger lo scettro infranto, e a terra il regno. 

Velati per pietà, velati gli occhi, 

Troppo misera madre, e attendi morte, 
Ma non mirar qual mano il colpo scocchi. 

Adelelmo Fugazza. 

In mezzo alle vuote fantasticherie e alle leziosaggini del nostro 
gregge belante e farneticante, ecco un galante e azzimato aba- 
tino, corifeo dei ganimedi, venuto da Lodi agli studi universitari 
a Pavia, alunno dell'almo collegio Ghislieri e, come pare, rap- 
presentante genuino di quell'allegria godereccia, di quell'amabilità 
versatola, di quell'adorazione alle belle pavesi, che Carlo Goldoni 
attribuisce ai clerici collegiali della non lontana età sua: Don 
Adelelmo Fugazza. Ammesso nell'Acc. nella seduta 24 aprile 1769, 
fu assai ben accetto agli Acc. e per la sua nascita civile e per la 
grazia e leggiadria del poetare ; e il Belcredi, in un giudizio, 
che ne formulò su di un foglietto volante, mentre ne lodava le 
imagini felici e ben colorite, presagiva che il Fugazza si sarebbe 
levato sopra la mediocrità, se le circostanze della vita gli fossero 
riuscite favorevoli. Condecorato della laurea legale ai 3 luglio 
1773, nel dicembre dello stesso anno fu assunto come ripetitore 
Reg. nelle Scuole di Brera per la Rettorica, l'Umanità, la Gram- 
matica, e sostituto a professori delle dette facoltà, in caso di 



__ 242 - 

vacanza di cattedra, con titolo di vice reggente (1). Apprezzato 
per la piacevolezza delle sue rime, egli leggeva alla poetica 
mandra, non avara di applausi, un'anacreontica a Lesbia (30 gen- 
naio 1772), un componimento bernesco « Apologia delle vanità 
delle donne » (27 maggio 1772), sonetti amorosi, sopra « La 
Morte di Abele » (1772, 30 aprile), su « La morte di Dido », in 
lode dell' Aguiari, per congedarsi dall'Accademia (1773, 25 giugno), 
per nozze Bclcrcdi Rosales (1773), stanze sopra la vanità (15 
marzo 1773), Sestine per l'amor della patria (1773, 22 aprile). 
Un notevole componimento di 35 sestine (2) ci permette di co- 
gliere il desioso e galante abatino nella fervida descrizione dei 
leggiadri riti settecenteschi di Tersicore, svolgentisi tra le sale 
fiammeggianti di fiaccole, scintillanti d'oro, e le logge fuggenti. 
Egli consacra i versi orditi in sul fiorir degli anni, ai candidi 
amanti che hanno in pregio i misteriosi balli; e son versi, egli 

diee, 

Se non di gloria, di dolcezza aspersi, 

Mercè di Lei, che nella calda idea 
Le variopinte imagini mi crea. 

Il componimento si può considerar diviso in due parti che 
veramente il nostro vagheggino non distingue nettamente: una 
è in difesa dei bei riti di Tersicore leggiadra, l'altra è la descri- 
zione di un ballo. Ecco qualche sestina : 

Or le gelide Madri, ed i severi 
Censori, in cui natura estinse ed arse 
La vegeta virtù dei dì primieri, 
E d'egra invidia e di torpor gli sparse, 
Arman d'insulti il velenoso stile 
Contro del culto tuo, Diva gentile. 

(1) In questa qualità ci appare autore di una poesia « Su 1' are sacre a 
Venere » in Applausi poetici alle faustissime nozze Talenti-Castelli, Milano 
MDCCLXXV1 (R. Univ. di Pavia, Mise. Belcredi in 8, tomo XX VII). Alcune 
sue operette sono pure alle stampe, come II suicida e la pietà, frammenti 
morali in versi, Milano 1807, e una Cantata: Il trionfo della pace. Sopra il 
suicidio egli aveva già composta un'anacreontica, letta a Pavia, nella seduta 
degli Aff. del 3 marzo 1772, 

(2) Letto il 3 marzo 1772 in Acc 



— 243 - 

Ma il vizio non suol mostrarsi alla luce neppure dei dop- 
pieri ; si cela tra le secrete ime latebre, e se talora è vago di 
mostrarsi, mente l'imagine dell'odiata virtù : 

Fra il queto orror d'ombrose quercie antiche 

La vezzosa Calisto iva soletta. 

Lasciò pur dianzi le festose amiche, 

E posò il fianco e l'arco in su l'erbetta. 

Videla Giove, e si bella gli apparse 

Che di ferita immedicabil arse. 
E per far pago il non celeste affetto 

E lusingar la vergine tradita, 

Della triforme Dea mentì l'aspetto. 

Pianse, pregò la Ninfa, e chiese aita, 

Ma contro un Dio, che il più bel fior le invola, 

Che far potea la sventurata e sola? 

Sennonché invidia aguzza l'acuto strale infetto d'atro veleno: 

Con serpentine chiome, e bieco sguardo 

Di accigliate Matrone il petto accende : 

Squallida, inquieta col funesto dardo 

Squarcia del crin le sanguinose bende, 

E sì la gioia altrui l'ange ed affanna 

Che ciò che aver non puote, odia e condanna. 

Nessuno negherà colore, forza, fluidità a questi versi che sa- 
rebbero belli se non ridondassero di frasi sonanti, ma che poco 
dicono : 

E ver, talora nelle danze ardite 

Coprì il bel volto col virgineo manto 
Santa onestà per non mirar schernite 
L'alme sue leggi, ed il suo giogo infranto: 
Ma perchè pecca al Nume in faccia un empio, 
Si strugge il culto, e si abbandona il tempio ? 

Nulla v'ha di più sacro in fra i mortali 

Che il malvagio non volga in reo costume. 
Se da sorgente tal nascono i mali 
S'incolpi 1' empio, e se ne assolva il Nume. 
Tersicore gentil, vezzosa Dea, 



— 244 — 

Se iniqui son gli umani, in che sei rea? 
Non tu alle danze oscene, o ai riti insani 

Della superstizion unqua presiedi: 

Non tu agitasti ai rapidi Bracmani 

Invasi di furor gli agili piedi, 

Quando in sudate celeri carole 

Givan da mane a sera in faccia al sole. 
Non tu vedesti su cecropio scene 

L'Eumenidi intrecciar danza d'orrore, 

Quando alle madri della prisca Atene 

Freddo tremor scorse le vie dal core, 

Ed agitando la corporea mole 

Scosser dal lumbo l'immatura prole. 
Nelle sozze moschee te non ravvisa 

Il Dervis forsennato allor che in giro 

Roteando sen va di turbo in guisa, 

Finché anelante pel fatai deliro 

Ebbro, convulso, e orribilmente insano 

Versa spumosa bava, e cade al piano. 
Ah tu non ami questa smania atroce, 

Leggiadra dea, che desta orror nel petto ; 

Ma una danza gentil, che altrui non nuoce, 

E che alimenta un innocente affetto ; 

Quella danza gentil, che in dolce guisa 

Sa vagamente ordir la bionda Elisa. 
Oh come esprime l'animata danza 

Le vicende d'amor, la dubbia fede! 

Addita che in amor non v'è costanza 

li gire alterno, e il ritornar del piede, 

E mostra altrui che l'ira è sol fugace 

La man, che vola a rinnovar la pace. 
Le scaltrite ripulse, i dotti inganni, 

I leggiadri sdegnuzzi e le contese, 

Le guerre simulate, i brevi affanni, 

Le furtive sconfitte, e le sorprese, 

Tutto fu espresso nel bel gioco ordito 

Dal Precettor dell'amoroso rito. 

Facile rilevare i nei, le ridondanze, la imitazione, e qui e nei 



- 245 - 

versi che sotto trascrivo ; ma non andava assai lungi dal vero 
il Belcredi bene pronosticando di questo collegiale precoce- 
mente dotto nella scuola del galante costume. Non dispiaccia al 
lettore che Don Adelelmo ci trascini seco tra danze settecen- 
tesche e ci mostri i vezzi delle leggiadre danzatrici dagli emi- 
nenti, architettati toupè, scintillanti di perle, e le arti di qualche 
profumato, incipriato ganimede, pronto a metter a sacco mille 
petti donneschi : 

Ecco Amarilli, dalle bianche braccia 
Cui straniera ricopre invida pelle, 
Ecco che a mille cor morte minaccia 
Col sol girar delle ridenti stelle, 
Al cui fatale incendioso ardore 
Fidò l'ardenti sue quadrella Amore. 

Già Clori con bei versi, e con ignote 
Arti amorose in lusinghiera danza 
Move il rapido piede, e a tempo il scuote, 
Poi l'erge, il piega, indi l'arretra e avanza, 
S'inchina or sorridente, ora si posa, 
Ora le terga altrui volge ritrosa. 

Ma qual forbito Adone aura odorosa 

Dalle studiate chiome intorno spira? 
Nel vezzoso danzar la muscolosa 
Duttile gamba or stende, or piega, or gira, 
E al regolato errore, all'arti ignote 
Mille Veneri e mille ardono immote. 

A Lesbia intanto dall'azzurro guardo 

Silvio molle di vezzi appare inante : 
Amore entrambi fulminò d'un dardo, 
A entrambi Amore scolori il sembiante. 
Ei disse la sua fiamma, Ella' s'infinse, 
Poscia di gioia e di pudor si tinse. 

Indi nel suo pensier fatta sicura, 

Schiuse il bel labbro|seduttore, a cui 
I sorrisi d'amor fidò natura, 
Insidiatori della calma altrui : 
Poi vennero le grazie, e il facil gioco, 
I bei sopiri, le lusinghe, il foco. 



— 246 — 

Danzaro insiem, si dipartirò alquanto 
E bella invidia l'altre Ninfe punse, 
La satira gentil sferzolli intanto, 
E il maligno sospetto altro vi aggiunse, 
Ma ridendo l'imbelle altrui livore, 
Cantar s'intese i suoi trionfi Amore. 

Così finché l'Alba lascia le fredde braccia e le infeconde piu- 
me dell' inerme Titone : ma colle danze non cessa il desio (1). 

Un frate, un diplomatico, un guerriero, uno storico. 

Severo nome di studioso, di instancabile ricercatore, di cu- 
rioso annotatore di fatti rilevanti, e pregevole storico fu Siro 
Severino Cassoni n. in Pavia ai 25 marzo 1735 e battezzato col 
nome di Giuseppe Antonio. Vestì l'abito religioso nel 1750 e nel 
1751 fece professione, come il Lucca, in Correggio. Venuto a 
Pavia la prima volta come religioso nel 1754, cominciò nel 1761 
la scuola a S. Carlo, nel 1763 fu eletto lettore filosofo a Milano, 
nel 1774 fu esaminato e laureato — così si diceva — maestro, 
e nel 1785 fu eletto Maestro di Provincia (2). Fu già dipinto come 
modesto e semplice di costumi, trascurato negli abiti, di carattere 
vivace, piacevole nel conversare, fornito di memoria prodigiosa (3); 
ma siamo ben lungi dall'avere un concetto sufficiente di questa 
singolare figura di frate pavese. 

Lucca, Capsoni e Bertola, in seno all'Accademia degli Aff., spa- 
smodica triade dell'ascetismo e dell'eloquenza, dell' attività stu- 
diosa e della sventura, della poesia e dell'amore, scolorate e ca- 
chettiche figure di frati aggirantisi tra il pecoreccio arcadico della 
nostra Accademia, tra forme minori di religiosi, e degni per la loro 
psiche e il nervosismo morboso di essere qui avvicinati, come 
si trovarono in vita uniti nell'ultimo ventennio del loro secolo ! 

Perchè anche il Capsoni ebbe una singolare natura. Fisica- 
mente cagionevole e collo spettro continuo della morte dinanzi 

(1) Dell'abate A. Fugazza vd. alcuni son. nel Ms. Un. P. 295, per S. Pio V, 
fondatore del Collegio Ghislieri, pp. 72-73-79. 

(2) Queste notizie traggo dal cit. Ms. Un. 216, passim. 

(3) Notizie della Città di Pavia, raccolte da un cittadino. Pavia, Fusi, 1876. 



— 247 - 

agli occhi, aveva frequentissimi sputi sanguigni, soffriva vertigini 
e lunghi sbalordimenti e deliquii e convulsioni, e dolori di capo 
spasmodici e vomiti, manifestazioni di itterizia e spasimi agli 
orecchi ch'ei curava, a non dir altro, col latte di dolina; e vuoi 
ch'ei fosse mal saldo sulle gambe, ma più probabilmente, anzi 
certamente per gravi fatti nervosi, assai spesso cadeva a terra, 
in casa, nelle vie, in chiesa, all'altare, anche producenclosi do- 
lorose ferite. Eppure aveva una mirabile tenacia e rara forza di 
resistenza, e trascinava la grama debile vita nella faticosa car- 
riera del Predicatore, duramente scarrozzato, spesso ribaltato, 
avviato a lunghe marce pedestri d'una in altra città, per com- 
piere l'ufficio suo, tra terrori ben naturali alla sua psiche. E sem- 
pre era seguito dalla sventura e da accidenti : ora è un' asse 
della cantoria che, a Bologna, gli cade sulle spalle, ora il fuoco 
gli s'appicca nello studio, e altra volta nella camera: ora è im- 
mobilizzato in viaggio per morte di un cavallo, in pericolo di 
annegare nel Tesino, e per miracolo sfugge a una palla d'arme 
da fuoco, ed è atterrito da scorpioni che strisciano sul suo ca- 
pezzale a Brescia, ed è in rischio di precipitare nella discesa di 
Monte Castello (1), ribaltato presso Cremona, ed è lì lì per essere 

(1) Ecco di Monte Castello una descrizione sincrona, dovuta al Dott. Ignazio 
Monti, ch'era cugino del Capsoni, e del quale dovremo parlare. Questi versi 
sono indubbiamente diretti al nostro Padre Predicatore che, come pare, re- 
catosi lassù, v'incontrò l'incidente accennato : 

Ms. Un. P. 2, Voi. IV, p. 14. 

Monte Castello dunque è un paesino 

Ripido ed alto quanto può bastare 

Per direnare un pover Cittadino. 
Se volessi dipinto a voi mandare 

Di quest'orride balze il sol disegno 

Fino di qua vi sentirei tremare. 
D'abbozzarvelo in versi io non m'impegno, 

Ch'atti a tal opra io non mi trovo avere 

O penna, o inchiostro, o calamaio o ingegno. 
Qui non è strada, vicolo, o sentiere 

Che non faccia sudare a chi cammina 

La fronte, il gobbo, gl'inguini, il messere, 
Tutto è dirupo, incomodo, e rovina, 

Nulla è spianato, facile e sicuro, 

A farvi ruzzolar tutto ne inclina 
E guai a chi non ha '1 pie franco e duro. 

Del Dr. Ign. Monti. 



— 248 — 

travolto da un carrettiere tedesco a Pavia nella stretta del cani- 
panile, o è vittima dei ladri che lo alleggeriscono della borsa- 
finche la sventura che l'aveva sempre inseguito e non mai vinto, 
lo atterrò in forma d'una palla di moschetto che lo colpì nel 
sacco di Pavia del 1796, e gli tolse la vita, qualche mese dopo 
la morte del fratel suo Gaetano. 

Sì, ma tra la sventure reali ed immaginarie va scarrozzando 
con questa e quella nobile e bella o brutta dama, frequenta i 
teatri e le canore dive e le agili danzatrici, e gioca a primiera 
e che so altro, e perde al gioco grosse somme, e partecipa a 
feste da ballo date più volte in suo onore, e danza egli stesso 
già gravato di più che mezzo secolo di tribolata esistenza, e fa 
allegre merende cogli studenti sul Ticino ; e s' aggira inchinato 
e inchinando tra le signorili nostre famiglie, ai balli del conte 
Gasati, di casa Corsini e Longhi e Trabucchi e Kevenhuller, as- 
siduo a tutte le accademie, tra le sorelle Diletti che sul loro 
teatro privato rappresentavano i melodrammi metastasiani, par- 
tecipe di tutta la leggiadra vita del secolo, ammiratore del Gol- 
doni, delle sue commedie, e delle attrici che le rappresentavano, 
come la Medebac. 

Con questa onesta veste morale datagli da natura, e colPal- 
tra onorata certo, ma, a quel che pare, suddetta, di che andava 
incappato per libera elezione, il Capsoni faceva il suo ingresso 
nella nostra Accademia nel 17fr2, sotto gli auspici del Principe 
Acc. Lucca, presentando due sonetti in vernacolo pavese e uno 
bernesco toscano; e fu, a detta del marchesino Belcredi (l), nuovo 
fortunato acquisto. Di varie sue letture serbano memoria i ver- 
bali accademici, come di un sonetto circa un Viaggio alle isole 
Rorromee (1779); di qualche altra dà notizia egli stesso nel Ms. 
Un. 276, come di un caso morale letto nel 1767 e di una novella 
giapponese recitata nel 177^. Curioso e studioso di cose lette- 
rarie, egli diede alle stampe delle Memorie galanti sopra l'o- 
pera di Metastasio (Venezia, Radici 1788). Almen mediocre 
rimatore egli fu certo, e tra i suoi ms. della nostra biblioteca 

(1) Lettere cit. a pag. 194. 



- 249 - 

sarebbe facile trovare qualche cosa di suo da riprodurre qui : 
ma le rime volgari che son sue per sicura attribuzione, mi 
sembran fiacche e senza nervi ; e altre che sarebber degne, e 
sospetto sue, non è prudenza porre in mezzo come sicuramente 
del nostro frate. Un mediocre sonetto può vedersi nella Raccolta 
per il maresciallo Botta, ed ivi afferma egli che il suo non tardo 
ingegno ardesse d'estro divino nella prima etade. 

Mi accontento di dare qui del travagliato monaco pavese un 
sonetto vernacolo, dove egli pinge a se stesso una natura fìsica 
e morale che assai bene risponde a quella che ne abbiamo trac- 
ciata : 

Ms. P. Un. 2, Voi. 1, p. 103. 
23 Febraio 1764. 

Ona gran brutta cossa es malinconie 

E sintiss' sempr' a roinp la divozion 
Dai girament, dai flati, e i convulsion 
E feina da qui effet eh' patiss' i monieh. 

N' so no parche a sto mal agh' disn' al cronic 

Ma qual eh' so l'è eh' l'è on mal bei sfondradon 
Ch'ai fa perd la paziinza e in conclusion 
L'è ona gran brutta cossa es malinconie. 

Ma in quant a mèi da sti coss' chi m'nin rid 
Che ades che in la cademia son zettà 
M' par propi giust da tocca 1' zel col did. 

Al diavol l'ipocondria, e l'umor negar 

Che on malinconie quand l'è trasforma 
Naturalment parland al dventa allegar. 

11 sonetto fu fatto, come dichiara il v. 13, per l'Accademia 
dei Trasformati, dove era assai viva la tradizione letteraria dia- 
lettale, dove, a tacer d'altri, poetavano in milanese Antonio Tanzi 
e Domenico Balestrieri, anzi mesceano « col sermon della patria 
il sermon tòsco »; dove erano decoro dell'Accademia il pavese 
Alessandro Botta Adorno, e Teodoro Villa, professore alla nostra 
Università. E pegno della intercorrenza ideale tra le due città, 
anzi tra le due accademie, delle quali la milanese era destinata 



- 250 - 

a più breve vita, ricorderò oltre all'impetuoso e vivace Tanzi che 
poetò per la Raccolta degli AfT. del 1757 (Poetici compon. per 
le vittorie riportate in Boemia ecc. Pavia, Ghedini), Don Fran- 
cesco Carcano, genero del conte G-. Imbonati, conservatore per- 
petuo de 1 Trasformati, e di Francesca Bicetti: Francesco Car- 
cano, ammesso tra gli Affidati il 27 gennaio 1773, amatore delle 
scienze e delle lettere e delle arti, e che in Milano a sue spese 
teneva in sua casa frequenti accademie di lettere e di musica: 
giudicato dal nostro Belcredi scrittore purgato e facile, ma d'estro 
non molto focoso. Non focoso, ma fecondo, partecipò a tutte 
le raccolte de' suoi giorni, in Milano e fuori, e tra le nostre 
carte mss. acc. resta un componimento latino, un Phaleucium 
« Ticini et Patriae meique amores », come tra gli Autografi, re- 
stano di lui quattro lettere da Milano, dal 13 febbraio 1773 al 
29 marzo 1781, assai scorrette, e dirette al Marchese Belcredi, 
al quale esprime gratitudine per essere stato esonerato dalla 
balottazione e dalla esibizione de' suoi componimenti (1). 

Il diplomatico porta un nome illustre, e più di questo che 
della sua attività letteraria si fregiò l'Acc. nostra aristocratica. E 
il Marchese Gerolamo Lucchesini, n. a Lucca nel 1752 e venuto 
a Pavia a proseguire i suoi studi sotto il già celebre abate Laz- 
zaro Spallanzani (-2) a 18 anni. Fu accolto con grande onore e 



(1) Ma circa l'Acc. de' Trasformati vd. Carducci, Il Pasini Minore, Bolo- 
gna, Zanichelli MCMI1I, p. 55 ss.; pel Carcano vd. p. 122. Il Marchese Ales- 
sandro Botta aveva sparso lagrime sul gatto del Balestrieri (1741) prima del 
ripristinamento dei Trasformati. E poiché siamo in tema di versaiuoli milanesi 
trapiantati nella nostra accademia, ricorderò D. Cesare Bernago (1779), alunno 
del collegio Borromeo, Girolamo Bianchi (1779), il conte Giuseppe Casati pure 
del Collegio Borromeo (1783), l'abate Rocco Marliani ex gesuita (1775), Don 
Giulio Paini (1778), D. Antonio Pietrasanta (1778), Carlo Pini (1779), Don Giulio 
Terzaghi (1779) ecc. ecc. 

(2) Lo Spallanzani ebbe certo rapporti coH'Acc. nostra, come vedremo, ma 
non mi consta che ne fosse socio, da nessun documento. Del resto egli non 
appare Acc. Aff. neanche dall'Elenco cronologico delle Accademie Scientifiche 
e Letterarie alle quali fu ascritto lo Sp.; pubblicato in Notizie Biografiche 
degli scrittori dello Stato Estense. — Dell' Abate L. Sp. Scandianese. Reggio, 
Tip. Torreggiani e C. 1836, p. 110-12. 



— 251 - 

solennità in una seduta del 20 gennaio 1770, e Siro Severino 
Capsoni nel cit, ms. 276 serba nota che vi recitasse, e in questa 
e nella seduta del 30 marzo; ma la improvvisa morte del padre 
suo l'obbligò a rimpatriare. A diciottenni, a dir del Belcredi, ac- 
coppiava alla vivacità dei pensieri, l'energia dell' espressione, e 
l'oda era il suo componimento favorito; ma era anche dotto nelle 
scienze fìsiche, profondo nelle matematiche. Divenne poi diplo- 
matico solenne e uomo politico (1). 

Non eran frequenti i guerrieri che militassero nelle Ale degli 
Aff., tra gente togata e cappata, e fossero qualcosa di più che 
un semplice nome o una comparsa decorativa: perciò ricorderò 
il nome di Giacomo Zigno, primo tenente nell'inclito reggimento 
Gaisrugg di S. M. I. R. A. Accolto nelPAcc. nel luglio 1770 con 
onore, perchè era nipote, per via di madre, dell'abate Facciolati, 
già professore nell'Ateneo di Padova, appunto in questo torno 
di tempo da un pergamo di morte lesse in nobile adunanza un 
Discorso funebre in morte del Conte Cristoforo Vincenzo 
Migazzi, colonnello dell' inclito reggimento Ried ecc. e lo 
pubblicò pei tipi del Bolzoni (1770); e questa orazione dettata 

(I) Fu favorito dell' Arciduca di Milano; bibliotecario, lettore presso Fede- 
rico Il di Prussia, e alla" morte di questo, mandato ministro a Varsavia dal 
suo successore, indusse il partito indipendente a concludere un'alleanza colla 
Prussia e fu di quelli che suscitarono i torbidi di Polonia, per mettere scom- 
piglio nella casa d'Austria. Tornato a Berlino, prese parte alla spedizione contro 
la Francia; nel 1797 fu ambasciatore della Prussia presso Bonaparte, e nel 
1806, incaricato di formulare proposte di pace dopo la battaglia di lena, fu 
sconfessato da Federico III, onde si dimise e ritornò a Luca. Morì a Firenze 
nel 1825. Non è qui nostro compito di parlare della sua opera scientifica e 
letteraria, ma ricorderemo che quando un nostro grande Acc. Aff., Alessandro 
Volta, nel 1784 si recò a Berlino, il Lucchesini gli procurò le maggiori sod- 
disfazioni. Vd. lettera di A. Volta a S. E. il Conte di Wilzeck, da Berlino, 2 
settembre 1784, iti Meni, e Doc. per le St. dell' Università di Pavia, P. Ili, 
pp. 419-421. Fra l'altro è autore di un'opera: «Sulle cause e gli effetti della 
confederazione renana », Firenze, 3 voli, in 8. Insieme col conte Paradisi, il 
Lucchesini è autore di alcune opposizioni a 1 la Storia d'Italia di Carlo Botta; 
sul che vd. C. Botta Storia dei popoli italiani, S. V. p. 195 ss. Pisa, Nistri, 
1826. Anche curò l'edizione di un Saggio di rime di Giulian Cassiani, Lucca, 
1770. 



— 252 — 

mentre era logorato da lunghe febbri, al suo autore valse le lodi 
del valoroso matematico Gregorio Fontana (Fontanone), pro- 
fessore dell'Università, in un sonetto dove si esalta il portento del- 
l'arte dello Zigno e si afferma che per esso non più « . . . gl'in- 
canti circei son sogni e fole »; e il P. Lambertenghi Pubi. 
Prof, non dubitò di dire che le note possenti dello Zigno gli 
fossero dettate dall'ombra del suo gran zio (il Facciolati). Il nostro 
accademico tradusse Klopstok, ma l'opera rimase al primo vo- 
lume, « perchè parve al traduttore non troppo opportuna agli 
ingegni italiani, ond'era una quasi inutile fatica ». Nel 1773 lasciò 
il servizio militare, per darsi più intensamente alla letteratura, 
e compose una tragedia intitolata Salvini, che fu rappresen- 
tata con successo per la prima volta a Milano nelP estate del 
1774, dalla compagnia Medebac. Il Belcredi, che era in Pavia 
censore della stampa, giudicava lo stile dello Zigno vibrato e 
concettoso, e la tragedia piena d'affetti nuovi e delicati, ma non 
adatta ad ogni sorta di udienza, per l'argomento nuovo, ma 
stravagante : « Salvini pittore italiano condotto in Inghilterra da 
un milord, suo amico, tradisce la fede del suo benefattore, s'in- 
namora della futura sposa di lui, e non potendo averla l'uccide 
di propria mano, indi si svena ». Il nostro Segretario perpetuo 
annotava che » questa brutalità non è a portata dello spirito 
italiano ». 

A Pietro P essani si deve riconoscere tra gli storici pavesi 
un posto cospicuo per diligenza d'indagine e acume d'interpre- 
tazione dei documenti. Nato il 6 giugno 1742, ottenne il grado 
di dottore in leggi il 22 aprile 1761, si dedicò a studi giuridici 
sotto il Dott. Bartolo Barberini, ma ben presto si rivolse a studi 
di letteratura, storia, diplomatica, geografia, fu a Firenze e vi 
godette la protezione del plenipotenziario Antoniotto Botta Ador- 
no, che gli rese agevole l'ingresso a quelle biblioteche. Morì ai 
31 ottobre 1771 di febbre acuta. Benché egli sia noto esclusi- 
vamente per la Dissertazione de' palazzi reali che sono stati 
nella città e provincia di Pavia (1), è pur degna d'esser ri- 
Ci) Pavia, 1771. 



- 253 - 

cordata la Difesa d'un Giudizio di Pier-Iacopo Martelli in- 
torno al carattere di due celebri italiani, dedicato al mar- 
chese Alessandro Botta Adorno, cavaliere della chiave d' oro 
ecc. (I) Il Martelli aveva detto che il Menzini compariva un imi- 
tatore franco e risoluto dei Greci e tale che s' accostava agli 
originali, e il Guidi un inventore di guise non anco lette, un 
Originale. Questo giudizio appunto, impugnato dal Bianchini, 
vuol difendere il Pessani: egli si riconosce volontieri buon cri- 
terio estetico, metodo, solida coltura letteraria, benché non sia 
esente da certe ingenuità e ridondanze proprie della critica contem- 
poranea. Egli così riassumeva le sue osservazioni: « Ebbe il Menzini 
ricca e pronta vena, fuoco ed erudizione: ma benché non man- 
casse di forza, inclinava alla venustà ed alla grazia. Nel Guidi 
per l'opposto tutto era in sommo grado tendente al sublime, 
tutto era gagliardo, armonico, e luminoso. Il Menzini s'insinua 
con gravità morale, con grazia e giocondità, il Guidi scuote con 
improvvisa meraviglia, e penetra con efficacia magnifica ed inu- 
sitata... » (2). Parallelo tanto più notevole perchè il Pessani fu 
studioso del Guidi e imitatore, come già prima di lui il concit- 
tadino Co : Carlo Belloni, e questa imitazione professa egli stesso 
dicendo che, avendo comune col Guidi la patria e la campagna 
di Cleona, in Arcadia, si era talora provato a seguitarlo, e cre- 
dette di poter dire senza far torto al vero: 

. gli alteri carmi, 
Onde il Pavese Pindaro sovente 
TI caldo, e forte immaginar vestia, 
Di sua profonda mente 
Mille schiudendo e mille 
Del sen Dircee faville. (3) 

(1) Pavia, Bolzani 1771. Questa operetta rimase ignota anche alla Dott. G. 
Capsoni : Alessandro Guidi, Studio, Pavia, Fusi, 1896. 

(2) Ivi, pp, 62-63. 

(3) Ivi, pp. 20-21. A p. 57 è un sonetto del Pessani pel Guidi, in opposi- 
zione ad altro del Bianchini, dettato come per geniale sentimento : « Se pun- 
gendo disfoghi i chiari sdegni ». 

8 



— 254 — 

Il Pessani cominciò a coltivare la poesia sin dal 1761, ma 
fu ammesso nell'Acc. soltanto 1* l'I aprile 1768; ebbe un fratello 
Giuseppe Antonio, come lui A. A. (dal 22 aprile 1773), e una 
sorella pure rimatrice, maritata Dezza, della quale già abbiamo 
detto. Dell'opera poetica di Pietro ci serba traccia il Ms. 2 della 
nostra Biblioteca Universitaria (voi. 2, p. 83-84) nel seguente 
componimento in onore di Bacco, che non è privo di pregi no- 
tevoli e di qualche non meno notevole irregolarità (vd. str. 9, 
v. 3, dove vorrebbesi un settenario): 



Cantate, o Fauni, 

Cantate il folle 

Bacco di vino molle: 

Venite, o Satiri, 

Con verdi fronde 

A fargli onor: 

Liete e gioconde 

Ninfe, venite cinte il crin di 
[fior. 
Ecco di Seinele 

Il Figlio arriva 

Cinto di luce viva 

E seco adducene 

A noi venendo 

I giorni, in cui 

Ogn' un ridendo 

Lieto va folleggiando intor- 
fno a lui. 
Oh come ciondola, 

Oh come avvampa 

Ed orme incerte stampa ! 

A quanto strepito, 

A quanta festa 

In mezzo sta. 

Immagin mesta 

Od ombra tetra intorno a 
[lui non va. 



Or alcun satiro 

Ardito, e snello 

D'amabil pastorello 

Mentir sa l'abito, 

Mentir sa il volto 

E tiene il pie 

Tra foglie avvolto, 

Onde non mostri che capri- 
[gno egli è. 
Or Fauno vestesi 

L'umil gonnella 

Di vaga pastorella 

E il crine adornasi 

E il sen di gigli 

E d'altri fior 

Bianchi e vermigli, 

Onde i guardi a sé trae d'o- 
[gni pastor. 
Lo beffa Bromio, 

Bevendo ride, 

Poi su un tronco s' asside, 

E de' suoi satiri 

L'orecchie acute 

Bevendo van 

L'alta vintute 

Onde i suoi novi carrai ador- 
ai van. 



255 



Correte o Driadi 

Inghirlandate 

Di verdi erbe odorate; 

Scendete Oreadi 

Dal monte aprico; 

Ninfe e pastor 

Sul lido amico 

Carole ordite, e rallegrate 
[il cor. 
Deh non ritengavi 

Genio ritroso 

Vago ognor di riposo ; 

Né fia che turbivi 

L'esser seguaci 

Della gentil 

Dea, che vivaci 

Raggi comparte a questo 
[suolo umil. 
Cangia su l'etere 

Anch'ella forme 

La Dea Triforme, 

E manca, e attondasi, 

E scema torna, 

E spesso ancor 

Sponta le corna, 

L'aspetto, e loco va mutau- 
» [do ognor. 



Anch'essa spazia 

Dov'ha la stanza 

E lieta gira e danza: 

Né cangiar medita 

Giove, com'ella, 

Voi tutte un dì 

In qualche stella: 

Già la notte qual Dea chiara 
[è così. 
Chi sa quanti errano 

In quel bel mondo 

Tessendo balli a tondo 

Pastori amabili, 

E Pastorelle, 

Di voi al pai- 
Leggiadre e belle, 

E godon l'alto Bassareo can- 
nar. 
Non è ch'ei mostrisi 

Al mondo avaro 

Del suo liquor sì caro ; 

Ma stagli un satiro 

A man sinestra 

Che cinto va 

D'uve, e ginestra, 

E versa il vin, che chiaro 
[Cipro fa. 



Cantate Veneri, 
Cantate, Amori, 
Ogn'un canti ed onori 
I dì lietissimi 
Sacri a Lieo, 
Che Frigia un dì 
Sì chiara feo, 
Che in ogni lato il nome 
[suo s'udì. 

Apprezzatissimo in Acc. era spesso scelto come oratore per 
le feste statutarie dell' Immacolata e di S. Agostino, e per San 



- 25G — 

Giuseppe; e il maestro suo Pietro Lenti, rimatore non privo di 
sentimenti freschi e vivi, già in occasione della laurea dottorale 
era orgoglioso di poter affermare in un sonetto, d'aver schiuso 
al dotto garzone Vaonio varco, e temprato a lui V arguta cetra, 
e chiudeva umilmente : 

Così tu muovi al ciel col chiaro stuolo 

De' saggi, attorto il crin di doppio alloro 
Ed io rimango senza fregio al suolo. (1) 

L'anno I dell' Olimpiade DCXXXVI il Pessani fu ammesso 
tra gli Arcadi di Roma, col nome di Naspeso Cleoniense; e pare 
che lasciasse due tomi di poesie mss. in metri diversi: ma non 
mi fu dato di rintracciarli, e non più due poemi, il Menelao e 
la Nautica, la Laniscia, dramma, ecc. 

Pel teatro del Nobile Condominio. 

Sul fluire del luglio 1771 fu costituita tra quattro nobili pavesi, 
il conte Francesco Gambarana Beccaria, il Marchese Pio Belli- 
somi, il Marchese Luigi Bellingeri e il Conte Giuseppe Giorgi di 
Vistarino, una società per la erezione di un Teatro Nuovo, pa- 
rendo che il vecchio teatro Omodeo, allora di ragione di Signo- 
rolo Omodeo, non rispondesse più alle esigenze della città. Nel 

(1) Il sonetto di Pietro Lenti « Io fui che a te primier l'aonio varco » vd. 
in Ms. 38. A, p. 65. Del Lenti, già vecchio dopo il '60, abbiamo un Poemetto 
sul possesso della cattedra primaria di Legge preso da D. Lorenzo Scagliosi, 
Pavia Bolzani 1764, rime religiose, un sonetto sonoramente bello per Pio Fran- 
cesco Lucca, qualche poesia politica. In un sonetto per Messa nuova del Man- 
tovani, — un abate che, come vedremo, fu cercatissimo tra gli Affidati quale 
lettore di nuovi componimenti, per la voce bella, sonora e calda — vibra me- 
lanconica la nota della lontananza dalla città natale. Il son. comincia* «0 bel 
Tesino ! caro fiume ! un giorno. » (Ms. 295, p. 2.) ed ha versi che paion 
di schietta ispirazione come questi : 

Ed or che solo in riva al Pò soggiorno, Sempre a te copra vena d'oro il letto, 
T salci sdegno e le populee fronde, Sempre sul margin tuo l'adorno stuolo 

Né g-ioia trovo né pace altronde, Abbia delle virtù suo nido eletto. 

Se a te sovente col pensier non torno. 






— 257 - 

principio di ottobre dello stesso anno incominciò la demolizione 
delle case acquistate e furono gettate le prime fondamenta (1). 
Era un grave avvenimento cittadino ed ebbe virtù di destare le 
muse ticinesi sonnacchiose e specialmente i nostri Accademici, 
il cui Principe sino a tutto il 26 gennaio era stato quel patrizio 
Giuseppe Giorgi di Vistarino, il gentilizio del quale ricorre tra 
quelli dei quattro gentiluomini promotori dell'istituzione del nuo- 
vo teatro ; a non contare che nel 1767 aveva tenuto per breve 
tempo il principato un cavaliere della famiglia Bellingeri Pro- 
verà, quel Marchese Giovanni, che fu tenente maresciallo austriaco 
e che ai 14 aprile 1796 capitolò a Cosseria (2). 

Gli scavi stessi per gettare le fondamenta prestarono ottima 
occasione, mettendo alla luce una lampada antica, a suscitare 
l'estro poetico di un accademico. Il padre D. Francesco Luigi 
Mazzali, reggiano, monaco cassinese, lettore di teologia in S. Sal- 
vatore, versatissimo nelle antichità etrusche, socio dell'Accademia 
etrusca di Cortona, e Augusta di Perugia, A. A. dal 22 aprile 
1773, è autore di un Vaticinio sopra il nuovo teatro cavato 
dalle scoperte fatte nel gittarsi i fondamenti della fabbrica (3). 

(1) Sul teatro del Nobile Condominio, oggi Fraschini, vd. Disegni del nuovo 
teatro dei quattro cavalieri eretto in Pavia Vanno MDCCLXXIIT, Opera del 
Cav. Antonio Galli Bibiena; Guido Bustico : l teatri musicali di Pavia, in 
questo Bollettino, A. Ili, fase. 1 ss.; Giacinto Romano : Per la storia delle 
origini del Teatro Fraschini, pure in questo Boll. V. f. Ili, p. 347 ss., dove é 
pubblicato il Piano del nuovo Teatro con altri documenti ; e cs. ne\V Archivio 
Civico il voi. ms. in foglio del rag. Agosteo. 

(2) Vd. Rivista di scienze storiche, a. V. 190S, p. 375. Desclée e C. Roma. 

(3) Fu pure mediocre conoscitore del Greco, e ci restano di lui due epi- 
grammi greci, uno in morte del maresciallo Botta, 1' altro in morte di Maria 
Teresa. Un foglio manoscritto che, tra le carte degli A. A., contiene questo 
epigramma, ree i pure una lettera del Mazzali, datata da Modena, S. Pietro, 25 
aprile 1781, al Benedettino Don Fiorenzo Alberti da Desenzano in S. Salvatore, 
P. Professore, nella R. Università di Pavia, d'Istituzione di Diritto canonico; 
in esse il Mazzali raccomanda « di insinuare al Sig. Prof. Zola degnissimo di 
volersi compiacere di rivedere l'epigramma greco». (Lo Zola era pure A. A. 
benché non molto zelante. Dottissimo, possedeva il greco, l'ebraico, le lingue 
moderne. Vd. la notizia bibliografica di Carlo Magenta in Meni, e Doc. cit. 1 
p. 499-504.) Il Mazzali fu anche autore e lettore in Acc. (22 aprile 1773 e se- 
dute seguenti) di un poemetto : Scipione in Africa. 



— 258 - 

Si tratta di dodici ottave in endecasillabi sdruccioli e sono 
una povera cosa, ma il nostro adoratore della musa, dopo di 
aver ricordato il capo equin sorto dal suolo, « certa imagine 
— della possa e valor che avrà Cartagine », e il teschio uman 

che a « a Roma predice, al Campidoglio — Gloria immortai, 

ed il più augusto soglio », specula, come sa, sull'oggetto rinve- 
nuto negli scavi ed esclama: 



Fortunato Ticin ! che incomparabile 

Fu quel Presagio, che gli Dei concessero 
Al suo nuovo Teatro ; io ben decidclo 
Poiché è l'augurio una Lucerna, è un Idolo. 

Sì belli simboli là si scoprirono 

Dove la Mole a fabbricare impresero 
Insigne ed ardua; tosto vi apparirono 
Che la terra a scavar le mani stesero. 



La lampanti, V idol vetusto, vuole che Eroi magnanimi im- 
prendano V Edificio, e lo adornino i più scelti Artefici, altro 
Zeusi, nuovi Parrasii, nuovi Fidia, e determina alfine quali siano 
i numi più benevoli all' edifìzio: Minerva, la dea cui è sacro 
Pulivo e in Atene fur grate le ardenti faci, la lampa d'oro 
consacrata alla sua statua, ed Apollo, quel nume 



che qual fìammifera 
Chiara lucerna suole ai vati splendere 
A cui, per quanto fama a noi vocifera, 
Chi volea in Roma al Palatino ascendere, 
Vedeva a guisa d'Arbore pomifera 
Solersi nel suo tempio illustre accendere 
Più candelabri, sopra cui pendevano 
Lampe infinite, che a suo ouor ardevano. 

Così ispirato dalla scioperataggine versaiola, se non proprio 
invasato da Febo, infuria il nostro vate in veste di Sibilla, pre- 



— 259 — 

dicendo che nel bel Recinto si diffonderanno i doni del dio di 
Delo (1). 

In seno agli Aff., quando la fabbrica era da pochi mesi in- 
cominciata, ai 20 gennaio 1772 l'illustre professore di Filosofìa 
morale Antonio Lambertenghi leggeva certe sue Quartine sul 
Teatro, e sopra l'erezione del Teatro e in lode del Bibiena pit- 
tore teatrale leggeva sonetti D. Giuseppe Friggi, e neh' immi- 
nenza dell'apertura il Dott. G. D. Pertusi, ai 22 aprile 1773. Del 
resto non son questi gli unici documenti dell' entusiasmo dei 
pavesi pel nuovo tempio delle muse ; i fogli volanti pullularono 
ed io mi restringerò a ricordare un sonetto agli illustri cavalieri 
associati per la fabbrica del teatro, di Aurinto Mantineo P. A., 
pubblicato in Pavia per Porro, Bianchi e C., in istrada nuova, 
all'insegna di S. Antonio (1773). Esso comincia: « Sorgea la Mole 
altera, e Fama a volo », e il nostro arcade immagina che la 
Fama scenda ai Campi Elisi a dar l'annunzio della nuova mole 
all'ombre illustri. Augusto la ferma, fa le meraviglie che tanto 
si strombazzi un edifizio moderno, mentre ancora stanno i mo- 
numenti da lui innalzati, e si sente rispondere che sul Ticino 
vivono gli Augusti ancora (2). 

Ma cogli entusiami qualche critica e qualche aneddoto pic- 
cante. Il citato in foglio « Disegni del nuovo teatro... » ci ap- 
prende che « per eternare la memoria di un opera così cospicua... 
fu posta sulla porta d' ingresso nel Teatro una scolpita lapide 
indicante il tempo in cui fu fabbricato e li Compadroni del Tea- 
tro medesimo ». Oggi nessuno più sa che lapide ed iscrizione 
siano mai state, che è scomparso dalla sua sede naturale l'innocente 
monumento (3); ma è stato ricoverato sopra la porta d'ingresso 

(1) È bene ricordare che il Piano del nuovo Teatro oltre alle sceniche rap- 
presentanze in musica, o semplicemente comiche, stabiliva (cap. 11, Della 
sussistenza. § 14 s.) delle Pubbliche Accademie alla Nobiltà ed al Pubblico 
« ritenendosi questo un mezzo opportuno per alimentare l'esercizio della Mu- 
sica ». 

(2) Vd. anche nel Ms. Un. 441 il son. « Fulmin di guerra il Longobardo 
giva ». 

(3) Solo dinanzi alle bozze di stampa vedo alcuni articoli pregevoli di U Ari" 
deyaro su I Teatri di Pavia in II Risveglio, giornale di Pavia, a. I, 1909, 
maggio num. 5-10. 



- 260 — 

di un Palco di proscenio di seconda fila (1), nella discreta oscu- 
rità del camerino, e ancor si legge: 

NOCTURNO . OTIO 

MOLEM . HANC . A . FUNDAMENTIS 

BIENNIO . MINUS 

AERE . PROPRIO 

FESTINABANT 

FRANCISCUS . GAMBARANA . BECCARIA 

PIUS BELLISOMIUS 

ALOYSIUS . BELLINGERIUS . PROVERIA 

IOSEPH . DE GEORGIIS . VISTARINUS 

PATRICII 

AN . MDCCLXXIII 

L'iscrizione destinata a sfidare il tempo e ad eternare la me- 
moria della mole eretta dal Bibiena parve, ed era, pedestre, ed 
è a convenire che disimpegnò sinora assai male la parte asse- 
gnatale; ma sin dalla sua trionfale collocazione suscitò contro 
il suo autore quattordici versi spruzzati di forte aceto italico, 
che sembran dovuti alla acuta penna dell' accademico P. F. 
Lucca. Ecco come l'austero monaco e sovrano oratore aspra- 
mente cuculiava l'epigrafista: 

Contro il Professore Luigi Lambert enghi C. R. S. autore 
dell'iscrizione posta al Nuovo Teatro di Pavia 

(Ms. P. Un. 148). 
(Rime di P. F. Lucca). 

L'Umbre di Don Fidenzio e del Barbetta 
E.xcussae dal Lethaeo sonno immortale, 
Lambertenghe, gridaro, al tribunale, 
La ferula scuotendo e la bacchetta, 

(1) E il palco di destra segnato oggi col N, I, lo stesso che era apparte- 
nuto al Condòmino Marchese Luigi Bellingeri Provera, il quale vi avrà fatto 
ritirare la lapide. Dal Marchese Luigi pervenne in eredità alla nobile marchesa 
Donna Giulia Olevano Provera, e fu poi aggiudicato alla di lei figlia Contessa 
Maria Olevano Resta. Ne divenne rilevatario nel l ft 33 D. Giuseppe Proli di 
Alagna Lomelliua, che lo vendette al Dott. in Legge Luigi Maggi. — Ciò ri- 
sulta dal Rogito 17 Decembre 1842 del Notaio pavese Girolamo Dell'Acqua fu 
Siro Girolamo, ed io debbo alla squisita cortesia dal chiar. Ing. E. Franchi 
Maggi, attuale proprietario, d'averne potuto prender visione. 






- 261 - 

Asinone, Cucurbita, Civetta 

Dell'idioma Latin veneri Lethalc 

Haeccine inscriptio, elogium theatrale ? 

Proh Iupiter ! Facciamne aspra vendetta. 
Para manum l'un disse ; femorali a 

Solve, imperò l'altro, ambi la dextra 

Alzando. Il vapularo, or sbuffa, or raglia 
Confuso, or tremebundo, or taciturno 

E pien d'alto rossor intas et extra 

Rimane in un doglioso otio nociamo (1). 

È un esempio di poesia fìdenziana, sicuramente dovuta ad 
autore pavese e riflettente cose pavesi ed è, credo, il primo che 
come tale, sia messo in evidenza. Questo genere di poesia, 
è noto, prende nome dal ludimagistro Pietro Giunteo Fidentio 
da Montagnana, che con grottesca pompa chiamava se stesso 
glottocrisio (lingua d'oro, : ridicolo e sciagurato pedante satireg- 
giato dal vicentino Camillo Scroffa (1526(?)-1565) con carmi pub- 
blicati sotto il nome di Fidentio, e che furono creduti dell'ab- 
bietto pedante invaghito deìVeximia alta beltade del giovinetto 
Camillo Strozzi. 

11 fine della poesia fìdeiiziana è di uccellare ai pedanti, i quali 
ispidi d'inutile ostentata dottrina, hanno ad ogni momento 
una formula latina in bocca, perchè il latino è la lingua nobile 
per eccellenza; è di deriderli, con una imitazione esagerata e 
caricata del loro gergo. 

Poiché il nostro sonetto è esempio di arguta poesia pedan- 
tesca, come mostra il testo volgare sparso di parole latine e 
intriso di latinismi che sono sottolineati anche nel ms. da cui 
tolgo la poesia, la satira è diretta a porre in canzonatura l'au- 
tore della innocente epigrafe inopportunamente e pedantesca- 
mente dettata in latino; e poiché il Don Fidenzio del v. 1 è cer- 
tamente il Glottocrisio, così siamo di fronte ad un pedante che 
di conserto ad un celebre collega, colla ferula, emblema, prima 

(1) Prime parole dell'iscrizione predetta. 



- 262 — 

et ultima ratio, del pedagogo (1) ne castiga un altro. Ma chi 
è il vapularo, (battuto, verberato), lo sberteggiato signor Prof. 
Luigi Lamberteughi C. R. S. (Chierico Reg. Somasco) ? Avverto 
— è duopo? — che egli non va confuso coll'altro C. R. S. Mila- 
nese e prof, di Filosofìa Morale all'Università nostra (2); e avanzo 
timida ipotesi — il benigno lettore la prenderà per quel che vale 
e la contraddirà se potrà — che lo scorbacchiato epigrafista sia 
quel Don Luigi Lamberteughi che fu consigliere aulico a Vienna, 
e Segretario nel ministero per gli affari italiani pertinenti alla 
pubblica istruzione, e poi conte e senatore del regno d' Italia. 
Non so se il Lambertenghi già fosse a Vienna nel 1773, ma se 
così fosse e il lettore si meravigliasse che di là fosse venuta 
l'epigrafe teatrale, osserverei che la nostra aristocratica società 
pavese era devotamente austriaca in corpo ed anima, e che, come 
ad una malattia di Maria Teresa, tutta Milano si riversava nelle 
chiese pregando e singhiozzando per la padrona e per la mam- 
ma, e come Pietro Verri scriveva nel 1759 : « in generale noi 
austriaci siam poco amati » (3), non altrimenti a Pavia nulla 
si faceva, non foss'altro per adulazione, senza il gradimento e la 
cooperazione di Vienna; ed Elia Giardini — un po' più tardi, a 
dir vero — scriveva: « Pavia in tutte le varie occasioni può 
gloriarsi d'esser sempre fedele alla casa d'Austria » (4). Ma più 
di questo gioverebbe e sarebbe facile dimostrare che nell'ere- 
zione del teatro tutto fu fatto per ordini e disposizioni sollecitate 
a Vienna e di là abbassate, a cominciare dalla concessione del 
serenissimo Amministratore della Lombardia, fino alla scelta 
dell'architetto della Real Corte di Vienna (5), Antonio Galli Bibie- 
na, alla scelta della prima opera dovuta al poeta Cesareo Pietro 
Metastasio, ai virtuosi e alle virtuose di canto chieste a Vienna 
e al Serenissimo duca di Parma. 

(1) Graf. op. cit. p. 183. 

(2) Mem. e Doc. cit., I, 467-468; e per Luigi L. ivi, P. Ili, pp. 249, 252, 
417, 445. 

(3) Carducci, op. cit. p. 100. 

(4) Ms. P. Un. 101 p. 38. 

(5) Disegni del nuovo teatro ecc. citati, nella notizia precedente le tavole. 



— 263 - 

Il Barbetta (v. I) è un solenne ludimagistro bresciano, la 
cui morte fu compianta in Brescia Tanno 1739 in una privata 
letteraria accademia del C. Giammaria Mazzuchelli con poesie in 
italiano, in latino, in greco, in francese, che furono poi unite in 
una Raccolta comprendente, tra gli altri, i nomi di Saverio Betti- 
nelli (M. Versalo Melasio), Giammaria Mazzuchelli (M. Diptico Leo 
nio\ con una prefazione dello stesso Giammaria Mazzuchelli: (1) 
un pedante che, a sentir Maestro Evangelista Galerizio nella sua 
Cicalata premessa alla citata Raccolta, sarebbe venuto al mondo 
quando fu partorito dalla madre, cioè poco avanti la metà del 
secolo diciasettesimo, e andato tra i più, con pubblica universale 
perdita, trentanni prima dell' accademia fatta in suo onore e a 
sue spese: uomo che ebbe per maestro messer Biasio scolaro 
del famoso Fidenzio Glottocrisio, addottorato in Grammatica, 
di cui sapeva frugare ogni più intimo biicherattolo ; che non 
limitò la sua attività dentro i grammaticali cancelli, ma fu anche 
poeta; che si tenea trito a mente tutto l'Emanuello; che per otto 
lustri interi corresse ai giovinetti, con torvo ciglio e con certo 
suo magistrale scudiscio di cuoio cotto, gli errori della gramma- 
tica, somministrando cavalli, come dicevasi con gergo eufemistico; 
che corroborava questo universale avvedimento pedagogico con 
pizzicotti che stracciavano le carni, con tirate ai capelli e strappi 
alla cuticagna, schiomando talora i fanciulli; un mastro dalla 
sporca larga berretta, dai calzoni aperti, dalla severa facie, in 
venia parco e nel castigo acerrimo: il quale, se i suoi discipuli 

. . . come mos erat frequentissimo 
Aberravano sol d'una litterula, 
Un cachinno sciogliea formidatissimo (2) 



(1) Questa raccolta fu stampata col titolo: « La morte del Barbetta celebre 
Ludimagistro Bresciano del secolo passato compianto in Brescia in una pri- 
vata letteraria accademia». La 1. edizione è del 1740; la seconda di cui mi 
servo, del 1759, Brescia, Giammaria Rizzardi. 

(2) Raccolta cit. Terzine del Maestro Durenzio Sempiternio : «Da me cele- 
brato archiginnastio », p. 7! sgg. 



- 264 — 

e poi, irato e inflessibile, dal sacculo traea l'invisa ferula, e 
loro coloriva le parti che sapete di rose e di viole. Ma più glo- 
rioso perchè inventò un magistrale e scientifico correttivo: faceva 
spenzolare nel puteo sino all' acqua per mezzo di un canestro 
gli scolari ululanti e dicea: ognun olisca dal condiscipulo : e 
più ancora, a dir di Maestro Sigonio Barbigero, '1) vedendo fatto 
ordinario a' suoi fanciulli ogni orrido supplicio, trovò con gran 
senno ottimo spediente di volgere di sotto in su un alveare e 
di sovrapporvi i fanciulli con nudo il messere, o di empire loro 
la gola di sputi o di sozzure. 

Plagosus Orbilius, che eclissò di gran lunga il classico Fi- 
denzio e la dotta schiera del Vulpiano, del Grisolfo, del Panta- 
gato, del Partenio, del Leporino, e simile lordura (2). 

Aggiungerò che in Pavia era viva la tradizione di odio ai 
pedanti e vai la pena di ricordare un aneddoto raccontatoci nelle 
sue Argute e Facete Lettere (dedicate al conte Aureliano Bec 
caria detto Filotimo nell'Accademia degli Affidati), da quel matto 
Pedante che fu Cesare Rao, forse Acc. Affidato egli stesso, il 
quale aveva occasione di dire, (3) rubacchiando al Doni, che da 
pedante e capellano in fuori ogni cosa avrebbe fatto volontieri (4). 
L'aneddoto è questo: Un ludimagistro di Milano venuto a Pavia 
per visitarvi alcuni suoi allievi dai quali si aspettava buone acco- 
glienze, « perchè erano riusciti sotto la sua ferula, volle emen- 
dare uno di quelli perchè aveva detto domini Scolares, ammo- 
nendolo che non dovesse usar più quei vocabolo scolares, perchè 
è barbaro. L'alunno rispose subito : madenò che non è Barbaro, 
è Giannetto. Finalmente stando su questa contesa, che gli è 
barbaro, e che è giannetto, levarono il povero pedagogo a ca- 
vallo, e uno gli dava delle matte streghe e ogni staffilata che 
gli davano diceva : è barbaro, o giannetto ? E lo tennero su tanto, 

(1) Ivi p. 101. 

(2) Puoi vederne un nobile elenco anche nello studio di G. Crovato : Ca- 
millo Scroffa e la poesìa pedantesca, Parma, Battei, 1891 p. 112 sgg. 

(3) Mi riferisco all'edizione di Bressa, Bozzola 1562, p. 15. 

(4) Doni, Lettere, ediz. di Venezia, 1545, lett. LI al Giovio, cit. da A. Graf.; 
op. cit., p. 188. 






- 265 - 

che mentre il Pedante non disse che era giannetto, mai cessa- 
rono di staffilarlo. Ma prima che per vergogna lo volesse dire, 
si lasciò dare cento staffilate » (1). 

Come ben si comprende, quando i battenti dell'artistico edi- 
ficio furono aperti, i sonettieri crebbero a dismisura: il Padre 
D. Carlo Spinola Chierico Regolare Somasco, che, entrato nel- 
l'Acc. il dicembre 1772, dava prova di essere un felice facitor 
di ottave piene di fuoco — a dir del Belcredi, — immortalava 
so e il teatro con una Canzone sopra l'apri mento del T. in tempo 
tempestoso (25 giugno 1773), e con lui cantarono sul Teatro G. 
A. Pessani già ricordato. D. Gius. Friggi, l'ing. Siro della Zoppa, 
l'abate Garroni don Gioanni, diligentissimi tra gli Accademici. 

Ai 24 maggio 1773 entrò in scena la prima opera, che fu 
onorata per quattro sere consecutive dalla presenza dell'Arciduca, 
Ferdinando d'Austria, Governatore e Capitano generale della 
Lombardia Austriaca e che fu tra noi battezzato di professore 
d'eloquenza muta (2); e fu il Demetrio (1731) del poeta Cesareo 
ab. Pietro Metastasio (3). Sostenea la parte di Cleonice, regina 

(1) Rao, op. cit. p. 26-27. All'aneddoto accenna il Graf., il quale cita l'e- 
dizione delle Arg. e fac. lett. di Pavia, 1567. ■ 

A dimostrare il disprezzo ai ludimagistri é significante la Cicalata del Bei- 
credi Sopra i Pedanti, e altra consimile registrata nei verbali accademici. E 
come omaggio reso a Fidenzio Glottocrisio e per la storia della fortuna dei 
pedanti nel '700, ricorderò V irsuto Fidenzio elittico membro della grave let- 
teraria famiglia, scolastico, grammatico, declamatore, pedante Aristarco, de 
Le Conversazioni di Clemente Bondi, (ed. cit. T. I, p. 59). 

A proposito di Fidenzio, il Crovato, op. cit. p. 33, dice che questo ludima- 
gistro aveva due fratelli Iacopo-Antonio e Bernardo, questi precettore, chia- 
mato allora Cinzio dai comici. A mezzo secolo di distanza fu poi onor delle 
scene e amico delle Muse Iaco)rì Antonio Fidenzio, detto Cinzio comico, pel 
quale vd. L. Rasi, / comici italiani, Firenze 1897, voi. I P. II, pp. 880-884. 
Altri dirà se vi siano rapporti di discendenza tra i pedanti montagnanesi e il 
Cinzio Fidenzio comico, che è detto fiorentino. Pure un Barbetta Alessandro 
comico e un figlio di lui cita il Rasi, ivi, p. 1023. 

(2) Disegni del nuovo teatro ecc. già cit. Quanto alla denominazione per 
via dell'eloquenza, vd. Ms. Un. P. 276 (Capsoni) all'anno 1773, in un giorno 
di mercoledì. 

(3; Quello che io qui scrivo è in aperta contraddizione con quanto stampò 
il prof. Guido Bustico in questo Bollettino (a. Ili, 1903, p. 85), e scrisse il 



- 26(3 - 

di Siria, amante di Alceste (Demetrio Sotere, re di Siria) Lucre- 
zia Aguiari, famosa cantante, virtuosa di camera di S. A. R. il 
duca di Parma. Gli Acc. dinanzi a sì preclare ed auliche virtù 
si accontentarono di trarne ispirazione a un numero non limitato 
di sonetti, e in lode dell'Aguiari poetarono Siro della Zoppa, 
Alessandro del Conte, già principe delPAcc, il Conte Tambone 
che alla leggiadra figura dell'Aguiari associò quella dell'Arciduca 
venuto in Pavia, e altri assai (1). E quando nel 177(ì, la diva 

rag. Agosteo nel suo cit. volume ms. di documenti riguardanti il nostro teatro : 
cioè che la prima opera rappresentata siano stati / Visionari. Ma anzitutto 
la autorevole e sgrammaticata Cronaca ms. di Luigi Fenini, ai 24 maggio 1773, 
reca testualmente: «Questa sera fu l'apertura del nuovo teatro l'opera era 
intitolata il Demetrio e vi era la famosa cantatrice Lucrezia Aguiari virtuosa 
di Camera di S. A. R. il Duca di Parma »; poi i coscienziosi verbali dell'Acc. 
degli Aff. alla seduta del 25 giugno 1779 — che deve essere stata la prima 
dopo l'apertura del teatro — registrano le lodi per il monumento e, talora abbi- 
nate con quelle, i devoti incensi alla virtuosa Aguiari; poi il libretto del dram- 
ma / Visionari, stampato per essere rappresentato nel Novo Teatro nell'estate 
dell'anno 1773, non porta punto la scritta intrusa dal Bustico : «Rappresentata 
la prima volta il 24 Maggio 1779 per l'inaugurazione del « Teatro »; e intende 
il lettore che se / Visionari erano destinati all'estate 1773, non inaugurarono 
dunque il Teatro che s'aperse per la stagione di primavera (24 maggio), come 
dimostra lo stesso libretto di cui discorriamo, il quale a p. 73 reca: « fi Ratto 
cV Alceste ecc. Ballo ecc., messo in scena per la prima volta nella Primavera 
dell'anno 1773, in occasione, che si apre il nuovo Teatro di Pavia». L'abbaglio 
— se pure, come credo, è tale — in cui caddero i due egregi illustratori del 
nostro Teatro, dev'esser nato dal fatto che essi non trovarono tra gli altri il 
libretto del Demetrio, che o non fu stampato pel N. T., o andò perduto ; ma 
trovo che pel teatro Omodeo fu stampato per il Carnevale 1773 il libretto 
Tito Vespasiano e per la medesima stagione di carnevale il Demetrio. Può 
essere che la rappresentazione di questa seconda opera non abbia avuto luogo 
sulle vecchie scene dell'Omodeo, o che sia stata ripresa, rinsanguata di nuovi 
elementi artistici, per l'apertura del Nuovo Teatro, tanto più che per l'uno e 
per l'altro appare in questo torno di tempo il medesimo impresario Giuseppe 
Brancluni. E d'altra parte nell'elenco artistico che rappresentò il Demetrio al- 
l'Omoileo, non é compresa l'Aguiari. Sognò il Fenini? Sognarono gli Accademici, 
o, per loro, l'estensore dei verbali? Ma ora è da vedere anche 11 Risveglio cit., n. 6. 
(1) Alcuni di questi son. per l'Aguiari, si possono leggere nel Ms. Un. 
P. 295, e precisamente nel fascicolo annesso allo schedario del Padre Lucca, 
p. 15, e 18. Ma quelle rime sono assegnate, forse erroneamente, al 1774. Vero 
è che correggono la data i son. dello stesso Ms. in lode dell'Aguiari a p. 120 v. 



— 267 — 

Aguiari ritornò sulle scene di Pavia prodacendosi nel Sicon- 
tetaU nelle vesti di Zulima, gli accademici le umiliarono una 
speciale Raccolta stampata, nella quale cantarono le portentose 
virtù della cantatrice ben ventidue di essi : tra gli altri due so- 
lenni professori universitari, cioè il Padre D. Antonio Lamber- 
tenghi, e il P. Don Francesco Vai; e Siro Comi, l'abate Elia 
Giardini, il Dott. Ignazio Monti, il Fiscale Imperiale D. Ippolito 
Maggi, allora principe, il Prosindaco avv. B. Re, e i più bei nomi 
della nobiltà pavese (1). Né alle seguaci di Tersicore, come 
la Vigano e l'inarrivabile Mimi Blache mancavano gli omaggi 
più devoti e appassionati; e le più iperboliche lodi salivano agli 
alti scanni dei maestri di musica. Fra questi ultimi citerò il 
celeberrimo maestro di Cappella Felice Alessandri, Romano, 
« che arricchì di sorprendente musica » il dramma intitolato il 
Creso, e le muse pavesi in un sonetto « Non è tra noi, che le 
norme hai preso », sentenziarono in suo confronto tinti di scorno 
Lino e Orfeo, e sfolgoreggiante di nuova luce il dio di Delo (2). 
E tra le rime indirizzate alle dive dall' agii piede non spiaccia 
al lettore ch'io riproduca come campione del genere il sonetto 
di Siro Comi, dove si vellica la vanità di una famosa ballerina. 

In lode di Mimi Blache incomparabile danzatrice (3). 

Non io, Mimi, qualor vezzosa e snella 
Movete in agii danza il pie gentile, 
Dirò, che in foggia men leggiadra e bella 
Scherza Favonio nel fiorito Aprile: 

(1) Poetici Componimenti degli Acc. Aff., in applauso della rinomatissima 
Signora Lucrezia Aguiari. Pavia, Bolzani 1776. 

(2) Con qualche necessario conciere questo son. appare dettato in lode della 
Sig. Lucrezia Aguiari 1774, nel Ms. cit. 267. son. XL1. 

(3) Ms. Un. P. 148. — E vd. lo stesso son. anonimo, ma dedicato al me- 
rito inarrivabile di Mimi, a nome di alcuni pavesi in Ms. 441 e 267, son. 42. 
— 11 sonetto fu letto in Accademia nel 1774. Di questa letteratura teatrale 
offre non pochi esempi anche il cit. Ms. 295, ed é degno di menzione la can- 
zone del Can. Pietro Lenti « in lode dei virtuosi nel Teatro », 1774. Egli canta 
insieme l'aurea gola delle Taiber, e la voce dolcissima del Caselli, e insieme 
le soavi e leggiadre sembianze e il bel piede e i vaghi e regolati errori della 
Vigano, e l'agile Mimi vezzosa e snella. 



- 268 - 

Né dirò, che non mai donna o donzella 

Vider l'Itale scene a voi simile: 

Soverchia fìa tal lode e a questa e a quella. 

Ma pur per voi troppo è volgare e vile. 
Solo dirò, che se il soav6 incanto 

Degli atti vostri meritar poteo 

Da un mondo spettator l'applauso e il vanto; 
Gir potete a ragion lieta e fastosa 

Non men di lei, che vinse al colle Ideo 

La superba di Giove e Suora e Sposa. 



(Continua) Alberto Corbellini. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



L. Schiaparelli, Ricerche e 
Studi sulle carte longobarde. I. 

he carte longobarde dell'archivio 
capitolare di Piacenza. Estr. dal 
Bull, deirist. stor. irai. n. 30. 
Roma 1909. 

E un primo contributo all'edi- 
zione del Codice Diplomatico Lon- 
gobardo che sta preparando l'I- 
stituto Storico Italiano, e riguar- 
da le carte longobarde dell'archi- 
vio capitolare di Piacenza. Nota 
lo S. che di questo archivio si 
conoscevano finora due soli do- 
cumenti dell'epoca longobarda: 
i diplomi di Ildeprando del 22 
marzo 744 e di Rachis del 4 
marzo 746 in copia del secolo X; 
ma esistono nell'archivio capito- 
lare ben tredici carte inedite, 
tutte originali, tranne una, co- 
nosciute dal Boselli e da lui co- 
piate in un manoscritto autografo 
che si conserva in quel medesimo 
archivio. Queste carte riguardano 
per la maggior parte la chiesa di 
s. Pietro in Varzi, diocesi pia- 
centina, in provincia di Parma. 
Lo S. le pubblica, facendole pre- 
cedere da una breve introdu- 
zione, in cui dà ragione di alcu- 
ne particolarità diplomatiche e 
paleografiche delle carte stesse 
e del criterio seguito nella tra- 
scrizione. 



C. Tropea, Due lettere ine- 
dite intorno alla morte della re- 
gina Giovanna I di Napoli. Ve- 
nezia, Istituto veneto di arti gra- 
fiche, 1909. 

Da un formulario della can- 
celleria carrarese che si conserva 
nell'Archivio della famiglia pa- 
trizia padovana de' Papafara, J'a. 
ha tratto e pubblica due lettere 
di cui una è scritta da Carlo di 
dirazzo a Francesco da Carrara 
per comunicargli la morte della 
regina Giovanna, l'altra è la ri- 
sposta del Carrarese. Dalla let- 
tera del re di Napoli risulta che 
Giovanna morì il 27 luglio 1882. 
Questa data corrisponde perfet- 
tamente ad una notizia privata 
sulla morte della regina conte- 
nuta in una missiva fiorentina a 
Pietro Gambacorti e pubblicata 
dal Jarry in un articolo della 
Bibliotheqne de Vécole des chartes, 
1894, pag. 236-7. L'identità della 
notizia contenuta nella missiva 
fiorentina fa supporre l'esistenza 
di una lettera ricevuta dalla Si- 
gnoria eguale a quella spedita 
da Napoli a Francesco da Car- 
rara. Niente di più naturale, in- 
fatti, che Carlo di Durazzo abbia 
sentito il bisogno di partecipare 
agli stati italiani la morte di 
Giovanna mediante una lettera 






270 — 



circolare. Ciò sembra confermato 
dal fatto che tanto nella missiva 
fiorentina, quanto nel documento 
padovano è detto che Giovanna 
morì di morte naturale dopo che, 
pentita de' suoi falli, era tornata 
nel grembo della Chiesa romana, 
rinnegando l'antipapa Clemente 
VII. Su queste ultime circostanze, 
data la provenienza abbastanza 
sospetta delle informazioni, è 
lecito fare qualche riserva; ma 
che Giovanna I sia morta real- 
mente il 27 luglio del 1382 ci 
sembra oramai un punto defini- 
tivamente stabilito. 

A. Redaelli, Il Persano a 
Lissa. Siena, Tip. Nuova 1909. 

Il conte di Persano, come tut- 
ti sanno, fu il capo espiatorio 
della battaglia di Lissa; ma è 
noto egualmente che l'insuccesso 
di quella giornata fu dovuto spe- 
cialmente alla nostra grande im- 
preparazione navale e all'azio- 
ne di coefficienti morali, che im- 
portano responsabilità non facili a 
determinare e che non sono state 
finora chiaramente accertate. Il 
lavoro del R. rifa, in base alle 
più recenti pubblicazioni, la nar- 
razione della battaglia di Lissa 
con particolare riguardo all'azio- 
ne personale esercitata dal Per- 
sano in quella giornata. E una 
narrazione favorevole al Persano, 
scritta, come dice l'autore, u in 
difesa di un uomo su cui grava 
il silenzio profondo de la tomba 
e che fu accusato ingiustamente, 
o almeno troppo gravemente n, 
ma di cui Fa., con lodevole im- 



parzialità, non tace né le colpe, 
né gli errori. 

Il libro scritto con molta sin- 
cerità di convinzione e con ca- 
lore di forma si legge con pia- 
cere e con interesse. g. r. 

E. Solmi, Le fonti dei mano- 
scritti di Leonardo da Vinci, Sup- 
plemento 10-11 del Giornale Sto- 
rico d. lett. it.\ Torino, Loescher, 
1909. 

Di questo eccellente lavoro 
si sono già occupate le riviste 
artistiche e letterarie. Qui se ne 
fa menzione per quel che con- 
cerne Pavia. 

Il Solmi considerava tra le fon- 
ti di Leonardo anche la viva voce 
dei contemporanei; nomina per- 
ciò anche gli artisti che furono 
in relazione con Leonardo. Tra 
questi troviamo Agostino Vaprio 
da Pavia, autore del noto quadro 
della Chiesa di S. Primo, del 
quale il Solmi dà una succosa 
biografia (p. 35). 

Leonardo frequentò la Libre- 
ria Viscontea-Sforzesca di Pavia. 

O. Grosso, Catalogo delle 
Gallerie di Palazzo Bianco e Ros- 
so; Genova, Pagano, 1909. 

Incaricato della compilazione 
del Catalogo delle due massime 
raccolte artistiche genovesi, il 
pittore Grosso à arricchito il suo 
lavoro di un riassunto della sto- 
ria pittorica genovese, di brevi 
cenni biografici dei singoli pit- 
tori genovesi e d'una tavola rias- 
suntiva, in cui i pittori sono 
classificati per scuole e in ordine 



271 - 






cronologico. Egli è riuscito a 
identificare quadri finora anonimi 
o a torto attribuiti ad altri au- 
tori. Il catalogo è illustrato con 
38 riproduzioni. Appena sarà 
compiuto il novo riordinamento 
della pinacoteca di Palazzo Bian- 
co, si pubblicherà una nova edi- 
zione di questo catalogo, dove 
ogni quadro sarà descritto e illu- 
strato con più severo metodo. 

Allora il Grosso dovrà dare 
anche qualche notizia di quel 
Leonardo de Papia di cui una 
Madonna eoi Bambino e Santi, 
del 1466, si vede nella sesta sala. 
E una cinerea debolissima tela 
a tempera, che ci pare assai in- 
feriore a gli affreschi di cui que- 
sto pittore, Leonardo Vidolenghi 
da Marzano, cittadino pavese, 
decorò, nel 1463, alcune delle 
colonne della Chiesa di S. Maria 
del Carmine. 

P. Rondinelli, F. Lomonaro, 
biografia', Taranto, Leggeri, 1909. 

Il Consiglio Comunale di Mon- 
tavano , Ionico à deliberato di 
promuovere una sottoscrizione 
per un busto del Lomonaco da 
donarsi al Municipio di Roma e 
da collocarsi sul Pincio. In que- 
sta occasione il Rondinelli à pub- 
blicato la biografia del suo illu- 
stre concittadino. 

Alcune notizie nuove trovia- 
mo in questo lavoro, da aggiun- 
gere a quelle già da noi date in 
questo Bollettino, 1907, p. 201 e 
segg. Il primo maestro del Lo- 
monaco fu l'archeologo suo con- 
cittadino Nicola Maria Troyli; 



gli fu poi maestro di giurispru- 
denza Mario Pagano, di medicina 
il Cirillo. Raramente esercitò la 
professione di medico; ma si 
anno di lui attestati di aver cu- 
rato Ugo e Giulio Foscolo. Una 
delle cause del suicidio del Lo- 
monaco fu, com'è noto, un infe- 
lice amore. Ora il Rondinelli ci 
fa sapere cosa a lui riferita da 
Luigi Settembrini fin dal 1872, 
e poi confermatagli dal comm. 
Fr. Lomonaco, nepote del filosofo: 
l'amata del Lomonaco essere sta- 
ta una Spinola, i cui fratelli, 
contrarli alle idee della rivolu- 
zione, odiavano il democratico 
professore di storia della Scuola 
militare di Pavia. 

Antonio Munoz, Studii su 
la scultura napoletana del Rina- 
scimento, Roma, Calzone, 1909. 

Iniziando i suoi studii su la 
scultura napoletana del Rinasci 
mento, il MurToz comincia con 
l'occuparsi di Tommaso Malvito 
da Como e di suo figlio Gian 
Tommaso , decoratori del suc- 
corpo di S. Gennaro, che lavo- 
rarono per quarantanni a Napoli 
nell'ultimo ventennio del sec. XV 
e al principio del XVI. Nessuno 
aveva cercato d'indagare la loro 
origine artistica: il Munoz prova 
che Tommaso si educò a Mar- 
siglia nella bottega di Francesco 
Laurana. Nessuno aveva cercato 
di distinguere V opera del figlio 
da quella del padre: questo fa 
il Munoz con lo studio dei do- 
cumenti e con l'esame stilistico 
delle opere. Il padre fu più abile 



272 — 



e fine decoratore che forte scul- 
tore di figure, nelle quali gli fu 
assai superiore il figlio. 

G. Barucci, II Castello di 
Vigevano nella storia e nell'arte, 
volume illustrato con rilievi e 
disegni dell'Autore; Torino, Ba- 
ra vali e, 1909. 

Il romano Castrum Vicloevurn, 
restaurato e ridotto ad abitazione 
principesca da Luchino Viscon- 
ti, divenuto poi sforzesco, meri- 
tava una monografia diligente 
ed esauriente come questa, scrit- 
ta dal bravo prof. Barucci della 
r. Scuola Tecnica di Mortara. 
Forse il Barucci eccede un po' 
nelle notizie, non necessarie ai 
lettori di questo volume, di sto- 
ria generale: onde lo studio sto- 
rico e artistico del Castello è 
come soffocato da troppa roba, 
non dirò estranea all'argomento 
principale, ma soltanto collate- 
rale. Né manca qualche inesat- 
tezza. Per es., il B. nomina il 
Luino e il Lanino (1510-1586!) 
tra i pittori della Corte di Lu- 
dovico il Moro. 

Per quanto più volte riattato 
dai Visconti, il Castello di Vi- 
gevano non era atto a ospitare 
la fastosa Corte di Ludovico, 
che a Bramante d'Urbino affidò 
il restauro del Castello, la co- 
struzione della Loggia e del Pa- 
lazzo delle Dame e della magni- 
fica Torre. Giustamente il Baruc- 
ci chiama il Castello restaurato 
da Bramante « il monumento più 
bello che il genio dell'Urbinate 
abbia eretto a Ludovico il Moro, 



il ricòrdo più glorioso che di lui 
rimanga nella nativa sua città 
guerriera ». 

Il Barucci a lungo esamina e 
descrive i lavori bramanteschi: 
tantoché questa parte della sua 
monografia è un ottimo contri- 
buto allo studio dell'operosità di 
Bramante in Lombardia. 

Con la morte dell'ultimo Sfor- 
za (1535) terminano i giorni glo- 
riosi del Castello vigevanese. 
Oggi nell'antico maniero sforze- 
sco risiede il presidio militare, 
a' cui bisogni, per altro, non è 
sufficiente: tantoché è sorta la 
questione della costruzione, a 
spese del Comune, d'una caser- 
ma, in compenso della restitu- 
zione alla città dello storico Ca- 
stello. 

Auguriamoci che la questione 
sia presto risolta — a Vigevano 
e, pel Castello Visconteo, a Pavia! 

G. Clausse, Les Sforza et les 
arts en Milanais (1450-1530); Pa- 
ris, Leroux, 1909. 

Il libro del Barucci avrebbe 
giovato, se lo avesse conosciuto, 
al Clausse, che pur mette assai 
bene in luce le benemerenze di 
Ludovico il Moro. 

Questo libro à due parti : nella 
prima, che è la migliore, il Claus- 
se fa la biografia degli Sforza, 
raggruppando attorno alle poli- 
tiche le notizie di storia dell'arte 
e, in genere, della cultura. Non 
so se tutte le notizie siano cri- 
ticamente vagliate; ma questa 
parte si legge volentieri ; ben 
disegnati sono questi grandi qua- 



'273 — 



dri; l'Autore vi dà prova di quel- 
le eccellenti doti di compilatore 
e di divulgatore ch'egli à comuni 
con molti scrittori della sua na- 
zione. 

Assai meno felice la seconda 
parte che consiste in una serie 
di biografie degli artisti che ope- 
rarono per gli Sforza. Tra questi 
artisti ve n'à di grandi e di gran- 
dissimi, i Solari, il Poppa, il Fi- 
larete, l'Amadeo, Bramante, il 
Bergognone, Leonardo, Cristofo- 
ro Romano, il Luino. Ora con- 



densare in poche pagine le bio- 
grafie di questi grandi e, peggio, 
di questi grandissimi è impresa 
disperata: facile solo a chi, come 
il Clausse, non tien conto di tutto 
l'immenso lavoro degli studiosi 
recenti e recentissimi. Chi si 
contenterebbe oggi della nota 
opera del Calvi su lo stesso ar- 
gomento ? Eppure il Clausse non 
supera il Calvi : anzi ! 

Magnifico il volume, magnifi- 
camente illustrato. 

g. n. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Cronaca del Civico Museo. — Negli scavi di fondazione della 
Casa Mascetti in Corso Cavour a levante del nuovo edificio scolastico, 
all'angolo di Vicolo S. Gregorio, si trovò alla profondità di 3 m, nella 
sabbia vergine una tomba gallica a cassetta, di tegoloni con maniglia 
di presa, entro la quale stava una grande coppa bianzata di argilla 
nerastra (diametro interno alla bocca, cm. 27,9) piena di ossa semicom- 
buste contenente un rozzo vasetto nerastro fatto a mano, un altro 
vasetto fatto alla ruota con corpo ovolare, lunghissimo collo e alto 
piede, e due grosse fìbule galliche del tipo peculiare pavese: l'una 
mancante dell' ardiglione; dell'altra è rimasto l'arco e tre pezzi. L'im- 
portanza eccezionale della scoperta sta nel ritrovamento di queste 
fibule, di tipo speciale proprio di Pavia (di cui il Museo possiede 
alcuni esemplari) entro una tomba e con suppellettile coeva. La tomba 
con gli arredi contenuti -venne ricostruita nel Museo, dietro le indi- 
cazioni del sig. Gaudenzio Mascetti, che con gentilezza e premura 
degne di essere additate ad esempio, volle donare al Museo la tomba 
intera più altri oggetti di cui dirò appresso. 

Nello stesso sito si trovò una tomba a cappuccina, di mattoni messi 
in taglio col solo cadavere, e cinque pozzi romani intatti: alcuni 
mattoni provenienti da uno di essi, a segmento di cerchio e ansa di 
presa furono donati al Museo dallo stesso benemerito sig. Mascetti. 

Dagli stessi lavori di scavo, parte per dono del prelodato signore, 
parte acquistati dall'antiquario Marin, pervennero al Museo i seguenti 
oggetti gallici e gallo-romani: 

A. — Ceramica fatta a mano: 

1. Grande olla con impressioni reticolate fatte colla stecca. 

2. Olla o coppa profonda con impressioni ondulate, ottenute con pet- 

tine a tre denti. 

3. Id. ovolare con graniture oblique e tutta a cerchi impressi con 

l'apice di una canna recisa. 

4. Orcietto monoansato. 

5. Olla a spalle ampie e labbro alto verticale. 
0-7. Due altre simili più piccole. 



- 275 - 

8. Coppa con labbro espanso inserito a spigolo vivo, con qualche graf- 

fatura a croce. 

9. Coppa simile più grande. 

10. Coppa a labbro rientrante. 

11. Orcietto a labbro espanso inserito a spigolo vivo. 
B. — Ceramica fatta alla ruota: 

12. Fiaschetta cuoriforme, alto piede e lungo collo. 

13. Olletta di argilla rossa a labbro espanso. 

14-16. Tre piatti a labbro verticale, a cattiva vernice nera. 

17. Piatto idem a labbro obliquo. 

18. Grande piatto con beccuccio. 

19. Orcietto biansato di argilla rossa. 

20. Orcio biansato ovolare. 

21. Brocca biansata a corpo ovolare, labbro modinato con quattro 
beccucci, e colatoio interno. 

22. Brocca monoansata, a corpo tondeggiante. 

23. Brocchetta biansata con manici a nastro. 

24. Orcietto di argilla rossa, tipo aretino, con giragli graffiti. 

25. Il collo con ansa appartenente a una fiasca gallo-romana di tipo 
comune. 

Il sig. Mascetti donò anche una lucerna romana con figura di 
guerriero, trovata tempo fa nei pressi di Porta Cavour. 

Con questa numerosa serie di oggetti venne notevolmente accre- 
sciuta la collezione di suppellettile gallica e gallo-romana del Museo: 
anzi in questa circostanza si apportarono parecchie fondamentali mo- 
dificazioni nell'ordinamento delle raccolte archeologiche, unendo in- 
sieme tutti gli oggetti di provenienza pavese, i quali prima erano 
troppo pochi perchè valesse la pena di riunirli a parte. 



* 



Nei lavori di sterro per la fondazione di una casa a levante della 
Casa Vandoni, di proprietà del Sg. rag. Aldo Vandoni, si trovarono 
tracce di una casa romana, né io ne farei cenno qui se gli oggetti 
ritrovati non fossero stati donati al Museo. In assenza del sovrin- 
tendente degli scavi ed essendo la cosa urgente si ricorre al perso- 
nale del Museo: mi recai sul posto e riconobbi le tracce di una casa 
romana. Senza dare descrizione dei ritrovamenti essendo ciò cosa che 



— 276 - 

compete al Sovrintendente degli scavi, dò notizia degli oggetti che 
per cortesia del proprietario potei, la sera stessa, trasportare al Museo: 

4 pezzi di marmo rosso. 

1 pigna marmorea alta circa cm. 25. 

1 fondo di coppa lavorata a mano, nerastra. 

1 labbro di grossa anfora. 

1 quadrello di marmo bianco, 

6 frammenti di parete dipinta a fresco, levati insieme al sotto- 
stante stucco: 4 sono rossi, 1 verde, 1 verde-bruno con striscia bianca. 



Livellandosi un'area interna del Pio Albergo Pertusati vennero 
in luce numerosissimi frammenti architettonici, derivanti dall'antico 
convento già esistente in quel luogo. Grazie alla cortesia della On. 
Congregazione di Carità che mi concesse di scegliere tra le cose 
trovate, e alla quale è doveroso render pubbliche grazie, furono tra- 
sportati al Museo un capitello di arte medievale primitiva e undici 
frammenti di finestre o porte, alcuni con epigrafe: agli altri nume- 
rosi pezzi trovati si rinunciò, perchè in sé stessi insignificanti. 

Dallo stesso sito pervenne al Museo parte di una lastra marmorea 
cori il seguente frammento di epigrafe: 



ANN. LV QVI OBIJT DLE (sic) 
VII XBEIS 

1686 



% * 



Il Municipio, a mezzo del cav. Gerolamo Dell'Acqua, donò al 
Museo alcune palle da assedio rinvenute nel Ticino, otto frammenti di 
terrecotte architettoniche (cornici), una brocca di età recente, e alcuni 
piatti pure di età recente, più un peso di metallo, e un frammento 
di lastra fittile esibente una madonna: mons. Rodolfo Malocchi donò 
molti vasetti caratteristici, risalenti forse al sec. XVII- XVIII, che 
forse servivano per decorare oggetti o edifici. Anche a questi cortesi 
donatori si esprime qui un pubblico ringraziamento. 

Vittorio Macchioro. 



NOTIZIE VARIE 



Col titolo L'Archivio di Stato in Milano al 31 dicembre 1908 l'illu- 
stre comm. L. Fumi, nuovo sovraintendente a quel grande deposito 
di documenti storici, la cui importanza sorpassa di gran lunga quella 
di un semplice archivio regionale, ha pubblicato ne\V Archivio storico 
lombardo (31 marzo 1909) una dotta relazione, in cui sono esposti i 
criteri coi quali verrà provveduto, sotto la sua direzione, al nuovo 
ordinamento dell'Istituto, per assicurare l'ingente patrimonio di me- 
morie che esso contiene, agevolarne la conoscenza e facilitarne il 
rinvenimento. 

Molti dei nostri lettori che per lunga esperienza conoscono l'Ar- 
chivio di Stato milanese ed hanno non poche volte avuto a deplorare, 
in quella selva selvaggia di materiali storici, la mancanza di un ordi- 
namento razionale che, con opportuni schedari ed inventari sistema- 
tici, faciliti le indagini degli studiosi e sia nel tempo stesso d'impe- 
dimento alle facili dispersioni, leggeranno assai volontieri questa 
relazione del comm. Fumi, la quale non solo esprime il fermo proposito 
di una graduale riforma di quel massimo Istituto lombardo di ricerche 
storiche, ma mostra anche come quella riforma sia già in via di ese- 
cuzione. 

L'alto valore del comm. Fumi e la valida cooperazione del per- 
sonale in gran parte rinnovato dell'Archivio di Stato milanese ci af- 
fidano che l'auspicato riordinamento diventerà, fra non molti anni, 
un fatto compiuto. Questo almeno è l'augurio di tutti gli studiosi. 



In occasione del passaggio del prof. Vittorio Cian dalla Cattedra 
di letteratura italiana nella r. Università di Pisa a questa di Pavia, 
gli alunni dell'Ateneo Pisano (1900-1908), per porgere al Maestro un 
saluto augurale, hanno pubblicato, in un bel volume di circa 300 
pagine, una raccolta di scritti letterari stampata a Pisa dalla Tip. 
editrice Cav. F. Mariotti 1909. Di questa bella pubblicazione, che fa 



— 278 - i 

onore al Maestro non meno che agli scolari ed è bello esempio di 
solidarietà scientifica nei nostri Atenei, diamo volentieri qui appresso 
l'indice ai nostri lettori: 

G. Chiarini, II caso obliquo senza preposizione nell'antico francese. 

— P. Guerrini, Silenzi epici {Aiace, Dido?ie, Paolo). — A. Mandolfi, 
77 tardo venir di Casella alla spiaggia del purgatorio. — G. Larzeri, 
// testamento di Agnolo Torini. — A. Pellizzari, Un sonetto di F. 
Petrarca e uno di L. Camoens. — L. Di Francia, La IV novella del 
Decameron e le sue fonti. — G. Dolci, Intorno alla «fede » di L. B. 
Alberti. — U. Scoti-Bkrtinelli, Il carnevale del 1495 a Firenze. — G. 
Fatici, Quattro poesie inedile di Ludovico Ariosto. — A. Nicolai, Un 
altro studioso di Dante fra gli storici del 500. — L. Campana, Istru- 
zione dì Mons. (rio. De la Casa al Cardinale Scipione Rebida etc. — 
F. Viglione, Una nota all'influsso di A. Pope sulla letteratura italiana. 

— M. Sterzi, Attorno ad uri operetta del March. Scipione Maffei messa 
all'indice. — G. Cenzatti, Un tardo fidenziano {Francesco Testa). — 
I. Baroni, Un economista poeta nel 700. — M. Chiocci, La « Galleria 
Dantesca » di Filippo Bigioli. — E. Clerici, Dalla » Vita di un uomo 
oscuro ìi. — P. Carli, Giuseppe Giusti romanziere? — L. Cambini, Le 
origini dell' Indicatore livornese. — V. Biagi, L'ode u La chiesa di Po- 
lenta n di Giosuè Carducci. — E. Tacchi-Mochi, L'imitazione petrarche- 
sca nelle liriche d'amore di Torquato Tasso. — G. F., Nota all' articolo 
u Quattro poesie inedite di Ludovico Ariosto ». 

Due notevoli avvenimenti artistici anno allietato nel mese di mag- 
gio la città nostra: il compiuto ripristinamento della Basilica "di 
S. Teodoro e l'inaugurazione della prima Esposizione d' arte pavese 
contemporanea. 

Il restauro della Basilica di S. Teodoro (la cui primitiva storia 
narrammo in questo Bollettino, 1907, p. 219, cominciò nel 1887 per 
merito del dott. C. Zuradelli, presidente della fabbriceria. Ma sol- 
tanto nel 1904 gravi lesioni manifestatesi nella parte meridionale del 
tempio determinarono il cominciamento dei lavori d'un restauro siste- 
matico, eseguito sotto la Direzione dell'Ufficio regionale per la con- 
servazione dei monumenti, testé felicemente compiuto. Ora la Basi- 
lica di S. Teodoro è, dopo S. Michele e S. Pietro in Ciel d'Oro, la 
più bella chiesa di stile lombardo che Pavia possegga; ma per la 



- 279 — 

bellezza, la varietà e la ricchezza de' suoi affreschi è senza confronto 
in questa città. 

Con un discorso del prof. Giulio Natali, presidente della Commis- 
sione ordinatrice, fu inaugurata il 23 maggio la prima Esposizione 
d'arie pavese contemporanea, promossa dalla giovine ma già rigogliosa 
Associazione pavese dei giornalisti. La Commissione ordinatrice inten- 
deva raccogliere anche in una mostra retrospettiva le più significative 
opere di artisti pavesi o formatisi a Pavia nel secolo XIX. Ma ri- 
strettezza di tempo e di spazio l'à costretta a raccogliere soltanto 
(cosa finora intentata e da molti anni desiderata) le opere di Pasquale 
Massacra. Ottenute dal Municipio le opere che si conservano nelle 
pinacoteche del Museo Civico e della Civica Scuola di pittura, dalla 
nobile signora Maria Marozzi il Ricci ardino Langosco e il Fra 1 Jacopo 
Bussolaro, dalla fabbriceria di S. Michele la Madonna di S. Siro, 
oltre opere da privati, à reso possibile lo studiare, quasi comple- 
tamente, le opere del geniale pittore e patriotta. Il che à tentato di 
fare G. Natali, ordinatore della Sala Massacra, in uno studio pub- 
blicato prima in un giornale cittadino, Il Risveglio, e poi in opuscolo 
(P. Massacra pittore e patriotta, Pavia, Bizzoni, 1909). 






Nel recente riordinamento della Pinacoteca Vaticana, che è dive- 
nuta, anche a giudizio di stranieri, la più bella quadreria del mondo, 
son tornati alla luce alcuni quadri ch'erano rimasti ignoti negli ap- 
partamenti privati vaticani. Tra questi è un ritratto di Francesco 
Sforza a cinque anni, datato 15 giugno 1496 e firmato da Bernardino 
de' Conti. Di questo artista pavese, prima foppesco, poi leonardesco, 
si conoscono opere fino al 1522. Deboli i quadri sacri, specialmente 
gli ultimi; ma i ritratti son disegnati con fermezza, diligentemente 
modellati, dipinti con cura. Delle opere a noi note del Conti, il ri- 
tratto della Vaticana ci sembra la migliore. 



Ne L'Arte del Venturi (a. XII, fase. II), G. Zappa à pubblicato 
il séguito e la fine delle sue Note sul Bergognone, buon complemento 
al noto studio del Beltrami. 



— 280 - 






Tra i monumenti distrutti dal terremoto di Messina e' è pure 
V Oratorio della Pace, nelle cui sale si conservavano quadri di Vin- 
cenzo da Pavia: sul quale si veda questo Bollettino, 1908, p. 152. 
Che sarà di questi quadri ? 






Facciamo eco alla Rassegna d'arte, che nell'ultimo suo numero 
(Milano, maggio 1909) si fa interprete delle lamentele di molti visi- 
tatori della Certosa di Pavia sul modo come s' impone la visita a 
quella vera reggia dell'arte, u Negli sfessi giorni feriali, a chi abbia 
pagata la tassa d'ingresso, è tolta libertà di osservare con comodo, 
di soifermarsi a studiare, di prendere appunti. Lo studioso deve im- 
brancarsi con le comitive di altri viaggiatori che non conosce, sem- 
pre frettolosi e spesso indifferenti, e ascoltare le spropositate spie- 
gazioni date dai custodi che non si preoccupano che di finir presto 
il solito giro. Ora ciò non può continuare n. Lo sconcio è stato più 
volte deplorato anche da noi. Chi sa che l'autorevole voce della Eas- 
segna d'arte non sia per essere ascoltata ? 



* 
* * 



Il 29 aprile 1909 si radunò il Consiglio direttivo della nostra 
Società. Il presidente prof. Romano diede ai consiglieri la notizia 
che il materiale del II volume del Codice diplomatico dell'Università 
di Pavia è quasi tutto pronto ; e propose la nomina di una commis- 
sione che sorvegli la stampa di questo volume. Sono eletti membri 
di questa commissione il prof. Romano, presidente, il prof. Gorra, 
il prof. Cian, il conte Cavagna, il prof. Natali, segretario. 



* 



Il 6 giugno fu solennemente commemorato il centenario dell'in- 
segnamento di Ugo Foscolo a Pavia. Lesse applauditissimo il discorso 
commemorativo, degno veramente del Foscolo, il prof. Vittorio Cian 
della nostra Università. Poi s'inaugurò una lapide su la facciata della 



- 281 - 

casa abitata dal Foscolo, con iscrizione dettata dal prof. E. Gorra, 
presidente del Comitato per le onoranze al poeta dei Sepolcri. 

Il discorso del Cian sarà pubblicato nel numero di settembre del 
nostro Bollettino, che sarà tutto dedicato al Foscolo. 

* 

Il giorno 11 giugno, nell'anfiteatro della Scuola d'applicazione per 
gl'ingegneri a Roma, fu solennemente commemorato Luigi Cremona. 
Fu inaugurato il busto marmoreo del Cremona, vivo e parlante, opera 
del Monteverde. Vi è incisa questa epigrafe: 

Luigi Cremona — sommo geometra — instauratore — e primo di- 
rettore — di questa scuola — degV iiigegìieri — 1830-1903. 

Luigi Cremona nacque a Pavia il 7 decembre 1830. Egli fu, oltre 
che un grande scenziato, un nobile patriotta: era stato compagno 
di scuola dei Cairoli, coi quali aveva comune l'amor della patria. 



Prof. GIACINTO ROMANO direttore responsabile. 
Pavia — Premiata Tipografia Successori Fratelli Fusi — Pavia 



ONORANZE 



AD 



UGO FOSCOLO 







: 

: 



! 




BUSTO DI UGO FOSCOLO 

ESISTENTE NELLA SALA MARTELLI DEL PALAZZO VECCHIO IN FIRENZE 



So I h 



Nel novembre dello scorso anno 1908, il prof. Vittorio 
Cian, preludendo al suo Corso di Letteratura italiana fu 
dal suo argomento (Dilettantismo e scienza negli studi let- 
te rarii ; cfr. Nuova Antologia, 1 maggio 1909) indotto a 
ricordare la tradizione gloriosa dal Foscolo, quale critico 
e quale maestro, inaugurata nell'Ateneo Pavese. Gli udi- 
tori furono naturalmente tratti a rammentare che cento 
anni per T appunto erano trascorsi dacché il Poeta aveva 
in Pavia pensate, scritte e lette quella Prolusione e quelle 
lezioni che rimasero celebri nella storia delle lettere no- 
stre. E perchè tale ricordo non si dileguasse senza alcuna 
traccia, la Facoltà di Lettere e Filosofia, in una seduta 
del gennaio del corrente anno, espresse il voto che il 
centenario dell'insegnamento del Foscolo fosse con so- 
lennità celebrato ; e in quel medesimo tempo alcuni gior- 
nali e alcuni cittadini, spontaneamente, ricordarono la 
data memorabile ; di guisa che venne in animo ad alcuni 
di farsi interpreti di questo sentimento e desiderio ormai 



— 2"8 - 

generali. Fu come fosse stata toccata una corda che vi- 
brava in tutti i cuori : tosto potè costituirsi un Comitato, 
e di questo furono chiamati a far parte le Autorità cit- 
tadine, i capi degli Istituti di Istruzione, i Presidenti di 
alcuni sodalizii, e una rappresentanza degli studenti. Il 
Comitato risultò così costituito : 

Presidenza onoraria : Il Rettore Magnifico dell'Univer- 
sità (prof. Senatore Camillo Golgi); il Deputato del Col- 
legio di Pavia (prof. Roberto Rampoldi) ; il Prefetto di 
Pavia (Comm. Sen. C. Ferrari); il Sindaco di Pavia (avv. 
Angelo Galbarini, pro-sindaco); il Presidente della Depu- 
tazione Provinciale (avv. Ferdinando Albertario). 

Comitato Esecutivo : Il Preside della Facoltà di Filo- 
sofia e Lettere (prof. Egidio Gorra) ; il Direttore della 
Biblioteca Universitaria (prof. F. Salveraglio) ; il Preside 
del R. Liceo-Ginnasio Ugo Foscolo (prof. G. D. Belletti) ; 
il Preside del R. Istituto Tecnico A. Bordoni (prof. F. 
Ciabò) ; il Rettore del Collegio Ghislieri ("prof. L. Friso) ; 
il Rettore del Collegio Borromeo (prof. Don Rodolfo 
Malocchi) ; il Direttore della Scuola Tecnica F. Casorati 
(prof. S. Tolio) ; la Direttrice delle Scuole Normali Fem- 
minili A. Cairoli (prof. A. Vannutelli); il Direttore delle 
Scuole Primarie (prof. L. Avigni) ; il Presidente della 
Società pavese di Storia patria (prof. G. Romano); il Pre- 
sidente della Sezione pavese della Società Dante Alighieri 
(prof. G. Vidari); la Presidente della Sezione femminile 
della D. A. (sig. a Lina Golgi); il Presidente della Sezione 
studentesca pavese della D. A. (sig. Giuseppe Berti) ; 
un rappresentante dei cultori locali degli studi storici 
(Conte A. Cavagna Sangiuliani) ; un Membro del Consiglio 
direttivo dell'Associazione pavese dei Giornalisti (Sig. C. 



289 



Ridella); un rappresentante degli studenti (signorina A. 
Lanzani). A segretario e cassiere fu nominato lo studente 
Mario Ghisio, il quale coadiuò il Presidente con singolare 
attività, solerzia e perspicacia. 

Il Comitato così costituito si mise tosto all'opera, e 
deliberò che il Centenario della dimora e delP insegna- 
mento del Foscolo in Pavia fosse celebrato principalmente 
in tre modi. Anzi tutto con un discorso commemorativo 
del professore di Letteratura italiana nell'Ateneo, da te- 
nersi nell'Aula Magna dell'Università. Volle il Comitato 
che la cerimonia avesse luogo il giorno della festa na- 
zionale (6 giugno 1909), anche perchè una fortunata coin- 
cidenza faceva sì che precisamente in quel giorno com- 
piesse un secolo dacché il Foscolo aveva tenuta la sua 
ultima e memorabile lezione. — In secondo luogo deli- 
berò il Comitato che fosse raccomandata alla memoria 
dei posteri la casa in cui in Pavia il Poeta abitò, meditò 
e scrisse, con l'apposizione di una lapide da inaugurarsi 
dopo il discorso commemorativo. — E in terzo luogo il 
Comitato, accogliendo la proposta del Presidente della 
Società pavese di storia patria, prof. Romano, deliberò 
di pubblicare nel Bollettino della Società stessa, oltre al 
discorso commemorativo e alcune varietà foscoliane, il 
Catalogo dei manoscritti e delle Carte foscoliane che si 
conservano, in più di cinquanta volumi, nella Biblioteca 
Labronica di Livorno. Il Catalogo, compilato con grande 
diligenza dal dott. Francesco Viglione, forma un volume 
di notevole mole e, insieme con gli altri scritti, vede ora 
la luce per opera della Società Pavese di Storia Patria 
e mercè il sussidio del Consorzio Universitario. 

Questi furono gli intenti e i propositi del Comitato 



— 291 — 

Esecutivo L'opera sua fu coronata dal più lusinghiero 
successo. II. giorno 6 giugno u. s. nell'Aula Magna del- 
l'Università le Autorità cittadine, le rappresentanze delle 
Scuole, i professori dell'Ateneo e degli altri Istituti di 
istruzione, un pubblico numeroso e sceltissimo accorsero 
ad ascoltare la parola dell'oratore designato per la ce- 
rimonia. Nel mezzo dell'emiciclo, fra le bandiere delle 
nostre Scuole e le bandiere greca e inglese campeggiava 
il ritratto del Foscolo. Era questo una riproduzione fo- 
tografica del busto che si conserva in Firenze in Palazzo 
Vecchio, nella Sala Martelli, busto che fu dal poeta stesso 
donato alla « Donna gentile »; la fotografia volle il sin- 
daco di Firenze con delicato pensiero donare all'Ateneo 
Pavese accompagnandola con la seguente dedica autografa: 
A1V Università gloriosa, donde uscirono, per la civiltà del 
mondo, il pensiero di Volta e la parola del Foscolo, questa 
effigie del grande italiano manda il Sindaco di Firenze » 
(Sangiorgi). 

Aperse la cerimonia il Presidente prof. Gorra, il quale 
brevemente discorse dell' opera e degli intendimenti del 
Comitato Esecutivo ; indi il Segretario Ghisio lesse le 
lettere e i telegrammi di adesione, fra cui ci piace di 
ricordare quelli inviati dal Ministro della Pubblica Istru- 
zione, onor. Rava ; dal Rettore Senator Golgi da Am- 
sterdam ; dai Sindaci di Londra, Venezia, Firenze, Bre- 
scia, Genova, Como, Livorno ; dai professori D'Ancona, 
Graf, Rossi, Mazzoni, ecc. Una lettera di affettuosa com- 
partecipazione del Sindaco di Zante, giunse due giorni 
dopo la cerimonia, ma riuscì al Comitato particolarmente 
gradita. Infine il prof. Cian lesse il discorso commemo- 
rativo, che qui si pubblica, intorno al « Foscolo insegnante ». 



— '291 - 

Il discorso, che era atteso con viva curiosità e che fu 
ascoltato con grande attenzione, riscosse applausi una- 
nimi e calorosi, e parve a tutti lavoro molto pregevole 
sia per la eleganza della forma, come per la novità e la 
profondità del contenuto. 

Terminata la cerimonia nell'Aula Magna, gli invitati 
mossero verso la casa abitata dal Foscolo in Borgo 
Oleario, Casa Bonfico (come risulta dall' Epistolario : ora 
Via Foscolo, n. 11). Qui fu scoperta la lapide che ricorda 
la dimora del Poeta in Pavia e che reca la seguente 
epigrafe dettata dal prof. Cian : 

UGO FOSCOLO 

DATO AGLI ITALIANI IL LIBERALE CARME FATIDICO 

QUI L'ANNO 1809 POSANDO 

DOPO I TUMULTI DELLA GIOVINEZZA 

ALLA PATRIA NUOVE FORME DI ELOQUENZA E DI CRITICA 

A SÉ NUOVA GLORIA E l' ESILIO APPRESTAVA 



CENTO ANNI DOPO L ATENEO E LA CITTADINANZA POSERO 

Il Presidente del Comitato fece con brevi parole la 
consegna di questa lapide al rappresentante del Municipio, 
che ringraziò a nome della cittadinanza ; dopo di che fu 
letto e firmato l'atto di consegna e di accettazione, il 
quale fu depositato in un unico esemplare nell'Archivio 
municipale. E così ebbero fine le cerimonie di quel giorno, 
le quali si svolsero con molta dignità e solennità, e la- 



— 292 — 

sciarono nell' animo dei cittadini un ricordo certamente 
gradito e, vogliamo sperare, non infecondo. 

La Società pavese di storia patria, accogliendo fra i 
suoi Atti le pubblicazioni destinate a rendere più dure- 
vole la memoria delle onoranze tributate al grande poeta, 
è lieta di portare il suo modesto contributo alla gloria 
dell'Ateneo, la cui storia secolare è intimamente connessa 
con quella (Iella città. 



AVVERTENZA 

L'incartamento relativo alle Onoranze foscoliane trovasi nella Biblioteca Univer- 
sitaria, dove fu depositato per cura del Comitato. 



UGO FOSCOLO 

ALL'UNIVERSITÀ DI PAVIA 
1809-1909 



DISCORSO COftftEnORATIVO 

TENUTO IL 6 QIUQNO 1909 

NELL'AULA I1AGNA DELL'UNIVERSITÀ DI PAVIA 



. . . Oggi noi sentiamo, o giovani, il Suo spirito, divenuto 
come il nostro buon Genio domestico — Genius loci — aleg- 
giarci d' intorno, in questo luogo fatto sacro, un dì, dalla Sua 
presenza. Esso si allieta di vedervi accorsi in quest' ora, quasi 
desiderosi di rispondere all' appello che ai vostri compagni ri- 
volgeva un altro giorno un altro poeta, suo erede legittimo nel 
culto della Patria e dell'Arte, allorché salutava le spoglie del 
cantore zacintio, reduci dal lungo esilio e accolte in S. Croce, 
il 24 giugno 1871 : 

gioventù d'Italia, in alto i cori ! 



Cent'anni or sono, come oggi per l'appunto, il 6 giugno 18C9, 
altri giovani, intenti, commossi, entusiasti, s'affollavano in que- 
st'Ateneo a udire l'ultima lezione di Lui. Di quel giorno ce ne 
ha serbato il ricordo Egli stesso, in una lettera ad un amico 
« Ieri (scriveva) ho pronunciato l'ultima lezione; e tutto che non 
« fosse rivolta che al nudo insegnamento, gli ascoltanti tutti 
« a mezza recita, cominciarono a mostrarsi commossi. La sala 
« le finestre erano affollate di volti che ascoltavano con mesta 
« attenzione; e gli occhi miei, rivolgendosi nel discorso, incon 
« tra vano molti occhi pieni di lacrime, forse perchè tutti sape 
« vano che mi udivano per l'ultima volta e che non mi avreb 



— 296 — 

« bero più veduto. La lezione passò l'ora di molto, ed io, oltre 
« alla stanchezza della vigilia durata per iscriverla e della de- 
« clamazione, mi sentiva anche vinto dalla commozione, comu- 
« nicatami dagli ascoltanti, e ho dovuto a gran forza raccogliere 
« tutti gli spiriti della voce e del cuore, per poter pronunziare 
« le ultime pagine » (1). In quel punto il Foscolo sentiva nel- 
l'anima una profonda intima soddisfazione come per un grande 
dovere compiuto in prò delle lettere e di quella gioventù gene- 
rosa che rappresentava l'avvenire augurato d'Italia; e la serena 
consapevolezza ond' egli esprimeva questo sentimento, accresce 
ai nostri occhi il valore dell' opera sua nobilissima. Il suo pen- 
siero correva ad un altro giorno indimenticabile, quello della 
Prolusione: «E se il dì della Prolusione fu più lieto (aggiun- 
« geva), questo mi è stato certamente più dolce. Ecco le mcmo- 
« rie che mi resteranno come tesoro della nobiltà e dell'amore 
« con cui ho coltivato gli studi e li ho in questi pochi mesi ri- 
« volti all'utile della gioventù e della patria... ». 

Il giorno lieto della Prolusione — altra data memorabile in 
questa breve ma gloriosa storia, che noi dobbiamo illustrare — 
fu il 22 gennaio 1809. 

Che avvenimento riuscì quello ! E come noi vorremmo, in 
quest'ora, ripresentarci viva ed intera l' immagine del Poeta-in- 
segnante, e udire la parola sua e rievocare le emozioni di quel 
giorno ! 

L'immagine sua era di quelle che, una volta vedute, non si 
dimenticano. Di statura non alta, ma agile e vigoroso il corpo, 
addestrato alle fatiche della vita militare; « largo » il petto, ma 
grò e malinconico il volto, quale egli stesso ce lo dipinge in una 
lettera, dove si rassomiglia, scherzando, al « Cavaliere della trista 
figura » (2). Folte, ondulate, ricciute, le rosse chiome, folta ed in- 
colta la barba, che gli incorniciava il pallido viso, non bello, ma 
pieno di fascino; ampia la fronte, « solcata » e spesso corrucciata; 
lampeggianti penetranti gli occhi grigi, volgenti al ceruleo; la 
voce — ci assicura il Monti — « tonante », la voce usa già da 
anni a dominar le tempeste delle assemblee democratiche e a 
lanciare i comandi sui campi di battaglia. Le fiere passioni 



- 297 - 

generose di quell'anima trasparivano nette dal volto, come attra- 
verso un cristallo luminoso. 

Una donna -- una delle molte, delle troppe — che lo co- 
nobbe e lo ammirò e lo amò, la greco-italica Teotochi-Albrizzi, 
attesta eh 1 egli era « talora parlatore felicissimo e facondo, e 
talora muto di voce e di persona », ch'egli aveva qualche cosa di 
rude, di selvaggio, di primitivo, e i profondi silenzi alternava 
agli scatti improvvisi d'ira generosa e di eloquenza. 

Un veneto che lo conobbe di persona, Giuseppe Bianchetti, 
ci svela ch'egli aveva un difetto, quasi un esoticismo di pronun- 
cia, « un vizio assai notevole nel pronunziare alcune congiunzioni 
« di lettere, che spesso occorrono nella nostra lingua ». Ma sog- 
giunge che questo vizio, « in altri intollerabile, in lui si lasciava 
« scorgere a pena. Ma bisognava essere com'egli era uno dei 
« più abili parlatori che fossero in Italia, o bisognava poter co- 
« prire il difetto, come lo copriva, con una quasi perpetua 
« seduzione di discorsi » (3). 

Un altro che gli fu quasi discepolo entusiasta e poscia amico, 
anche se non sempre giudice equo, Giovita Scalvini, compie 
efficacemente questa immagine del Poeta e l'impressione ch'essa 
destava e il carattere di quella possente individualità, in un ra- 
pido confronto con quella del Monti : « Chi legge le opere del 
« Monti non si aspetta quella flsonomia; chi legge V Ortis, si 
« aspetta un Foscolo. Quale differenza fra Foscolo e Monti! Fo- 
« scolo mi sembra abitato da uno di que' Dei che i Germani 
« sentivano passare nelle foreste... » (4). 

Singolare espressione cotesta, la cui strana efficacia doveva 
riuscire tanto maggiore in quella fervida primavera del Roman- 
ticismo italiano ! 

Tale apparve Ugo Foscolo il giorno 22 di gennaio del 1809 
su questa cattedra d'eloquenza, nella quale succedeva poco più 
che trentenne a Luigi Cerretti, spentosi vecchio cadente, dopo 
aver tenuto per tre anni il posto lasciato da Vincenzo Monti. 

Il Foscolo era venuto a Pavia da quasi due mesi : lunga- 
mente atteso e desiderato, che il decreto della sua nomina risa- 
liva al 18 marzo 1808. Era giunto qui, preceduto da una fama 



-■■ 298 - 

grandissima, che aveva acuito l'impazienza, accresciuto l'entu- 
siasmo, ricinta, agli occhi dei giovani, la nobile sua fronte d'una 
triplice aureola di cittadino, di poeta, di soldato della patria. Sa- 
lendo sulla cattedra, con la toga maestosa che lo aveva fatto 
sorridere e pensare all' « arcidottor Mercuriale », il nuovo pro- 
fessore serbava il titolo, il grado e, in parte, gli emolumenti 
militari: rimaneva « il capitano Ugo Foscolo » (5). L'aspettazione 
appariva eccitata anche da ragioni politiche; che era viva la cu- 
riosità di vedere come si sarebbe contenuto in riguardo a Na- 
poleone quel professore, così diverso dai soliti, sdegnoso, soli- 
tario, nemico d'ogni setta e d'ogni tirannide, non esclusa la na- 
poleonica. 

In quel giovine italo-greco rivedevano quasi, ammirando, l'ado- 
lescente che in Venezia aveva partecipato, fra i primissimi, alle 
prime divine ebbrezze della libertà democratica, che col Tieste 
aveva suscitato deliri d' applausi nei pubblici d' Italia, precoce 
erede dell'Alfieri ancor vivente; rivedevano con la fantasia il 
soldato della Repubblica Cispadana e della Cisalpina che aveva 
combattuto a Marengo, era stato ferito a Cento e all'assedio di 
Genova; il poeta, che, dopo avere, in un impeto di speranza, 
inneggiato a Bonaparte liberatore, aveva, ne\V Ortis, scagliato 
l'anatema contro il traditore e trafficatore della patria; ammira- 
vano l'autore dell'ardita Orazione pei Comizi di Lione ; ancora, 
il poeta che nelle classiche odi, stupendamente cesellate, fragranti 
di venustà nuova, aveva celebrato e, col cuore ardente irrequieto, 
adorato il flore delle beltà italiche; ch'era sorto vindice animoso 
delle migliori tradizioni nazionali contro l' offesa recata dalla 
nuova barbarie dei vincitori alla lingua latina e all' italiana; 
ancora, il poeta che nel carme « liberale » aveva dato un mira- 
bile esempio di altissima poesia civile, onde, rievocando dalle 
tombe il passato glorioso della patria, le aveva additate le vie 
dell'avvenire. 

Tutto questo ammiravano. Inoltre, il Foscolo iniziava qui il 
suo magistero in condizioni singolarissime; saliva, cioè, sopra 
una cattedra che era stata soppressa, insieme con altre così 
dette «elementari», per decreto del 15 novembre 18)8 (6), 



— 299 — 

Aveva si facoltà, volendo, di percepir lo stipendio senza far lezione, 
per tutto quell'anno. Ma egli preferì compiere il dover suo, non 
senza speranza che la soppressione venisse revocata, e nelle 
pratiche tentate a questo fine ebbe alleato zelante affettuoso 
l'amico Vincenzo Monti. Tutto fu invano; che egli si rifiutò di 
ricorrere all'unico mezzo efficace, sdegnando di patteggiare col 
governo e con la propria coscienza. 

Fece il dover suo e con tale una dignità e tale un'eloquenza 
severa che riuscì anche la sua vendetta: stupenda vendetta, il 
cui segreto sta nelle parole che in quei giorni scriveva ad un 
amico e sono una confessione sublime: «Il mio dovere e le 
« mie passioni hanno combattuto gran tempo dentro di me; il 
« mio dovere vince, perché divenuto passione » ! (7). 



Ma, forse che questo giovine poeta e capitano, nominato d'un 
tratto e, primo, senza alcun concorso, sollevato così agli onori 
d'un officio già tenuto da Vincenzo Monti, forse che questo fi- 
gliuolo prodigo della fortuna e della sventura, era un professore 
« improvvisato », un avventuriero delia cattedra, come troppe 
volte avveniva in quel periodo di sùbiti rivolgimenti e di ca- 
pricci e di arbitri politici ? 

Nessun giudizio sarebbe più falso e più ingiusto di questo; 
perchè non credo di esagerare affermando, anzi, che nessun altro 
in Italia, a quei giorni, non eccettuato neppure il Monti, era un 
professore meno «improvvisato » del Foscolo, nessuno poteva 
più degnamente di lui occupare questa cattedra, nessuno più di 
lui aveva, oltre l'ingegno, una severa e lunga preparazione sto- 
rica e letteraria, anche filologica, così nel campo classico, greco- 
latino, come nell'italiano. 

Che ampia coltura fosse la sua, che cervello egli avesse, avido 
di sempre nuove cognizioni, pronto ad accoglierle, tenace nel 
serbarle (la Teotochi scrisse che la sua « vasta memoria era 
cera nel ricevere, marmo nel ritenere »), che anelito più che 
giovenilmente vigoroso fosse in lui verso il grande ed il nuovo 



— 300 - 

nei più diversi territori della storia, delle lettere, dell' arte, del 
pensiero, di che ardimenti di modernità fosse capace, basta a 
dimostrarlo quel Piano di studi (studi e lavori, parte già com- 
piuti, parte solo iniziati o vagheggiati) che egli stendeva, diciot- 
tenne appena, nel 1796 e che non si può leggere senza un vivo 
sentimento d'ammirazione (8). 

Vale la pena di spigolarvi qualche notizia, anche per trarne 
un'idea degli influssi svariati che ebbe a risentire quella mente 
giovanile e additare così alcune fonti prime della sua coltura. 

Per la morale, il Foscolo aveva attinto alle più pure sorgive, 
ma senza esclusivismi, dal Vangelo e dal De Offlciis di Cicerone; 
per la politica, dal Montesquieu e dal Rousseau, ma non senza 
avvertire: « e quel ch'è più, anima indipendente e ponderatrice 
delle nazioni antiche e moderne », cioè della storia e della vita. 
Per la filosofia, nientemeno che a Bacone, le cui opere diceva 
essere la chiave universale di ogni filosofìa. E poi molta e molta 
storia, e per la critica segnava Longino, il Trattato del Sublime, 
e la Poetica del Marmontel, pronto però a osservare : « e Gusto 
innato di anima, senza cui tutti i libri di critica sono nulli ». 

Fra le prose originali, indicate in quel Piano come in via 
di preparazione, figura una Storia filosofica della poesia (ita- 
liana) dal sec. XII sino al XIX, « opera ideata, ma da com- 
piersi dopo qualche anno »; filosofica, cioè « critica », o, diremmo 
noi, scientifica, audace pensiero che lo assedierà durante tutta 
la vita, e che io credo ispirato dai tentativi del Cesarotti, il quale 
al suo Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'Arte 
poetica avrebbe voluto far seguire una « storia ragionata » (vale 
a dire, filosofica o critica) della poesia di tutte le nazioni » (9). 

E quasi ciò non bastasse, vediamo ricordate certe Annota- 
zioni alla Morale dello Zanotti, alla Perfetta poesia del Mura- 
ratori e al Petrarca. 

Altre cose sarebbero da rilevare in questo documento mirabile 
di precocità e di ardire e di esuberanza promettitrice; ma io mi 
terrei colpevole, o giovani, d'un'omissione imperdonabile, se ta- 
cessi che fra i versi originali composti dal Foscolo in quel pe- 
riodo tumultuario dell' adolescenza, figurano due carmi, uno, 



— 301 - 

L'adulazione, dedicato al Parini ancora vivente, e un altro 
All'Italia, non ancora risorta. 



Autodidatta, dunque, il giovine Foscolo, il futuro maestro 
dell'Ateneo pavese? In un certo senso, si. Sennonché a Venezia 
aveva frequentato quelle scuole ginnasiali, dove aveva avuto a 
condiscepolo il dotto bibliotecario Bettio e a Padova aveva assi- 
stito, di quando in quando, alle lezioni di Melchiorre Cesarotti; 
se non fosse che risentì tutti gP influssi della coltura di quel 
tempo, specialmente francese (10), fiorente sulle Lagune, e nelle 
letture ininterrotte assorbì e assimilò le nuove correnti d'idee 
e di scienza ; se non fosse che lunghe ore della sua povera gio- 
vinezza egli le aveva passate nella Biblioteca di S. Marco, sotto 
Paftettuosa protezione di quel grande erudito dalla fama europea 
ch'era Jacopo Morelli, rimastogli poi caro per tutta la vita, in 
quella Biblioteca magnifica nella quale egli, prima di veder pian- 
tato, sulla piazza sottostante, l'albero della Libertà e di ballarvi 
intorno la carmagnola, aveva ricevuto la primaverile semente 
della propria coltura, e nella quale la sua fronte giovanile, ba- 
ciata già dalla Musa, s'era chinata, precocemente severa, sugli 
in folio poderosi del Muratori e sui gravi volumi del Tiraboschi. 
I classici poi, e antichi e moderni, egli li aveva letti avidamente 
e studiati, come appare dai suoi lavori. In sèguito, a questo pri- 
mo periodo di preparazione febbrile, quetate anche le tempeste 
politiche, ne succedette un altro di studi più ordinati e più calmi, 
nei quali il suo ingegno e la coltura sua si vennero disciplinando 
e rinvigorendo. 

Rapidamente: che già nei quattro Discorsi che precedono e 
nelle quattordici Considerazioni che accompagnano la versione 
della Chioma di Berenice (che è del 1803) vediamo accumulati 
con ironica ostentazione, tali tesori di dottrina e di critica, anche 
bibliografica, minuta, e in argomenti antichi e in moderni, e tali 
finezze d'osservazioni estetiche, da destar meraviglia (IP. Che 
se il libro fu veramente scritto, come assicurò l'autore, con l'in- 

2* 



- 302 — 

tento di schernire e quasi parodiare in caricatura le pedanterie 
asfissianti e spiombanti dei falsi eruditi e filologi e dotti di 
quel tempo, esso resta pur sempre documento innegabilmente 
pregevole d'una preparazione filologica e letteraria quale non so 
chi, in Italia, non potesse e dovesse invidiargli (12). 

Bisogna convenire : per uno scherzo o una parodia, quel la- 
voro era molto serio; ma per una sfida poi, era già una vittoria. 
Ond'io credo davvero che cogliesse nel segno il Cesarotti, allor- 
quando, avuta una prima notizia di quella pubblicazione, ne scri- 
veva ad un'amica malignandone, come adombrato e ingelosito, 
e diceva — ingeneroso e ingiusto — che il Foscolo, dopo avere 
assaporato [con V Ortis] tutte le dolcezze del suicidio, era « ri- 
suscitato pedante »: e soggiungeva: « ma forse egli mira a qual- 
che cattedra » (13). 

Si, credo anch'io che, nel segreto del suo cuore, il giovine 
Foscolo si venisse preparando sin d'allora, tenacemente e seria- 
mente, al magistero, come sospettava il Cesarotti. Ma il profes- 
sore padovano doveva ignorare che fra le epistole in versi di 
quel giovine poeta e « stravagante'» erudito, una ve n'era, an- 
data poi perduta, purtroppo, un' epistola su La dignità delle 
lettere (14). Vero, che anche se l'avesse avuta sott' occhi, egli, 
l'autore della Pronea, non l' avrebbe saputa uè intendere, ne 
apprezzare. 

Del resto, che quel lavoro, sotto le apparenze dello scherzo 
e della satira, celasse un proposito serio, apparisce dalla dedi- 
catoria che il giovine autore ne faceva al giovanissimo e degno 
amico suo, Giambattista Niccolini. Al quale egli mandò il suo 
libretto, intendendo di offrirlo « senza lusinga di gloria, a tutti 
i giovinetti suoi pari, come tentativo del metodo di studiare i 
classici, sole fonti di scritti immortali ». 

Nell'insegnamento il Foscolo s'era illuso di poter trovare una 
relativa indipendenza e un rifugio dalle tempeste della vita, di 
vedere avverato un suo sogno di studioso, di cittadino e di buon 
figlio, che proponevasi di riuscir utile con l' ingegno e con la 
parola viva alle lettere, alla patria, alla sua disgraziata famiglia. 

È del marzo 1809, scritta da Milano, poco prima di ritornare 



- 303 - 

a Pavia per riprendervi le lezioni, una lettera diretta alla vec- 
chia madre, dalla quale invocava la consueta benedizione, ma 
più efficace del solito: «Mandala dalle viscere dell'anima tua, 
« ( diceva] perchè ella mi aiuti in questi momenti nei quali im- 
« piego tutto l'ingegno e tutta la mia volontà per procacciarmi 
« una vita stabile e certa, onde consolare ed aiutare la vo- 
« stra » (15). 



Con un così largo corredo di scienza, con tan'a austerità di 
coscienza, con tale ricchezza di affetti nobilissimi, Egli si accin- 
geva a compiere l'officio suo in questo Ateneo. 

Dopo un periodo di scoraggiamenti e di dubbi che rivelano 
sempre più la serietà dei suoi propositi, all' Orazione inaugurale 
— o più propriamente Prolusione — già prima pensata, aveva 
atteso con lavoro intendo, febbrile durante il mese di decembre 
e la prima metà di gennaio, qui in Pavia, in quella sua u starna 
grande n di Borgo Oleario, dove soleva studiare (16). 

Il 22 di gennaio è, dicevo, una data veramente incancellabile 
nella storia dell' Università nostra; uè io ridirò, tanto è cosa 
nota, quali accoglienze entusiastiche furono fatte al giovine mae- 
stro, che aveva veduto, commosso, « gli ascoltanti spesso con 
gli occhi pregni di lagrime ». L'aula, riboccante di professori, 
d'autorità, di studenti e di cittadini, non pochi accorsi da Milano 
e fra questi una « carovana » di amici, uno dei quali si chia- 
mava Vincenzo Monti. I più intimi egli convitò la sera nel suo 
comodo alloggio; dove bevve alla loro salute con un bicchiere 
da lui fatto espressamente fabbricare a Milano e recante la leg- 
genda augurale Felicitati. 

L'effetto di quell'Orazione era stato profondo. [ giovani, con- 
quistati da quell' eloquenza insolita, infiammati del suo fuoco 
medesimo, avevano accompagnato, acclamando, il nuovo maestro 
sino a casa (17). Del discorso fu fatta subito una bella edizione 
officiale con qualche nota, alla quale ne segui ben presto un'al- 
tra. Piovvero le lodi sui giornali, ma non mancarono le discus- 



- 304 - 

sioni e le censure, alcune giustificate, altre appassionate ed in- 
giuste. 

Facile, lo spiegare quegli entusiasmi, quei dibattiti e quei 
dissensi, chi consideri l'oratore, il soggetto trattato, le condizioni 
dei tempi e degli animi e delle lettere, la qualità e il tono di 
quella eloquenza, nuova per l'altezza e l'ardore dei sentimenti, 
la vigoria ardimentosa dei concetti, il fascino della forma, fra 
contrasti forti di luci e di ombre, alla' Rembrandt. 

Il Foscolo aveva dissertato nientemeno che intorno alV Ori- 
gine e all'uffizio della letteratura. Troppo vasto argomento, si 
direbbe, per una prolusione; ma conforme alle consuetudini e 
ai bisogni spirituali del tempo, nonché, per quell'occasione, op- 
portunissimo. 

La trattazione, come apparisce dal titolo stesso, è abbastanza 
nettamente divisa in due parti. La prima, più propriamente filo- 
sofica ed astratta, è una sintesi della storia della civiltà primi- 
tiva tratteggiata nelle sue fasi diverse, e in attinenza al sorgere 
e allo svolgersi della parola umana, secondo le dottrine di Giam- 
battista Vico e le figurazioni astronomico-cronologiche del vero- 
nese Bianchini, entrambi debitamente citati. Dense di erudizione 
e di pensiero, queste pagine passano a rassegna le varie forme 
della vita civile, i riti religiosi, le leggi « santificate >> esplicau- 
tesi nei tribunali, la scienza astronomica e cronologica, le fan- 
tasie mitologiche, le tradizioni della teologia politica, onde, sgo- 
menti della civiltà, la divinazione e l'allegoria, per, opera e vo- 
lontà e per l' interesse dei principi, dei sacerdoti e dei poeti, 
apparve la letteratura. 

L'officio di questa, quale scaturisce dalle stesse vicende dei 
suoi più antichi cultori, è essenzialmente civile e sociale. Inter 
prete del vero, passato attraverso alla nostra ragione, alle pas- 
sioni e alla fantasia nostra, l'eloquenza dev'essere ricondotta al 
suo fine altissimo, sottratta alle manomissioni dei retori e dei 
sofisti, adulteratori della verità, personificati in Gorgia, al quale 
l'oratore contrappone, rievocata in una luce quasi divina, la fi- 
gura di Socrate. Ma, al disopra d'ogni altra cosa, ai cultori di 
lettere, sovrattutto agli Italiani, deve splendere, ispiratrice d'elo- 



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quenza, ispiratrice e oggetto di storia, la patria. Da ciò l'obbligo 
d'avviare una letteratura nazionale, popolare, più veramente ita 
liana ed educativa, propagatrice sincera di nobili passioni; l'ob- 
bligo di attingere dalla storia e dalle bellezze d' Italia madre, 
dagli esempì gloriosi dei grondi, fede ed energie per rilevarla 
dallo scadimento presente e prepararle i nuovi destini. 

Delle cerimonie e dei complimenti d' uso al Governo o ai 
Superiori nessun indizio, nò in principio, né alla fine del discorso; 
non un accenno comecchessia al Bonaparte o al Viceré francese, 
non ostanti le sollecitazioni, le preghiere, le segrete pressioni 
fatte dagli amici dell' oratore. E fu ventura che, all' ultimo, il 
Monti riuscisse a fargli « cancellare" uno squarcio tutto libero » 
che avrebbe forse scatenato la tempesta a danno suo (18). 

Non meno eloquente eli quel silenzio, è, nelle ultime pagine, 
l'affermazione intorno alla inanità e viltà dei panegirici dei re- 
tori in confronto dell'opera giusta e severa degli storici, d'un 
Plinio, ad es., in confronto d'un Tacito, e sia pure quando si 
tratti di principi degni. Figurarsi poi, di quelli indegni! 

D'un tale silenzio il Foscolo non menò mai vanto, perchè 
anche in ciò gii pareva d'aver compiuto non più che il proprio 
dovere e di sentirsene paga e sicura la coscienza. Nella Lettera 
Apologetica, che è del '22, egli ci ha lasciato questo ricordo : 
« Non recitai la forinola usata di panegirico a Napoleone, Mece- 
« nate Augusto degli studi, né per consiglio o preghiera di 
« amici, o pericoli non pure miei, ma di altri, non volli per 
« niente, tuttoché il volumetto uscisse dalla Tipografia regia, 
« che altri inserisse quella forma nella stampa. Non però io mi 
« intesi mai che sia da negare al re quell'onore, né gli altri 
« propri del principato, ma 1' omaggio, giusto per sé, sarebbe 
« stato fatto iniquo e sinistro dai tempi » (19). 

Dopo una breve malattia, cagionata dallo sforzo fatto e dalle 
emozioni provate, il Foscolo iniziò, senz'altro, le sue lezioni, che 
avrebbero dovuto tenersi due volte la settimana, ogni giovedì e 
ogni domenica, alla scolaresca di tutte le facoltà. Ne tenne due 
sul principio di febbraio — il 2 ed il 5 — enunciando e poi 
svolgendo, con opportune applicazioni alla nostra storia letteraria, 



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quelli ch'egli diceva « i principi generali della letteratura », men- 
tre la seconda consacrò tutta alla lingua italiana, considerata 
storicamente. Trascorse le vacanze di carnevale, non riprese il 
suo corso che dopo più che due mesi d'interruzione, durante i 
quali egli fu a Milano, a compiervi la bella edizione del Monte- 
cuccoli, e a Como e a Brescia e altrove, tratto dalla sua natura 
irrequieta e fantastica e dagli stimoli del suo cuore irresistibil- 
mente inesauribilmente innamorato. 

Col maggio ritornò a Pavia; ma le condizioni della salute — 
aveva malati gli occhi ed i visceri — e dello spirito e una 
« certa oziosa tristezza » che lo invadeva (20), non gli permisero 
di risalire la cattedra, che dopo la metà di quel mese. Le tre 
lezioni del 18 maggio, del 5 e del 6 giugno formano un breve 
ma eloquente ciclo sulla « morale letteraria », dacché trattano 
rispettivamente della letteratura utilitaria, di quella, cioè, « rivolta 
unicamente al lucro », della letteratura rivolta solo alla gloria, 
infine, di quella intesa soltanto all'esercizio delle facoltà intellet- 
tuali e delle passioni. Cinque lezioni solamente — almeno di 
quelle rimasteci scritte — cinque e non cinquanta; ma quali 
lezioni! Il Foscolo medesimo c'informa che la prima di esse era 
stata ascoltata dallo stesso uditorio numeroso e con molto en- 
tusiasmo, e, sperava, con profitto maggiore che non la prolu- 
sione (21). 



Ma per apprezzare adeguatamente in tutta la loro novità, 
originalità ed efficacia la prolusione e le lezioni del Foscolo, 
delle quali ho offerto solo una sommaria notizia, bisognerebbe 
dare uno sguardo alla tradizione didattica esistente prima di 
lui in Lombardia, per l' insegnamento della eloquenza. Dovrei 
prendere in esame i testi più diffusi nelle nostre scuole, ad 
esempio, quello del p. Augusto Teodoro Villa e quello del Blair, 
tradotto e adattato all'uso nostro dal p. Soave; il primo sovrat- 
tutto. 

Le Lezioni del Villa, dettate prima in questa Università e 



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poi stampato qui in Pavia (1780), sobrie, lucide, ma ineleganti, 
non senza qualche velleità innovatrice (v2), ebbero le lodi del 
Parini, il quale se ne serviva talora anche nella sua scuola e 
all'autor loro si dimostrò più benevolo che, a dir vero, non me- 
ritasse, grazie all' amicizia che lo legava a lui, collega nell'Ac- 
cademia dei Trasformati. 

Dovrei parlare specialmente di lui, del Poeta-maestro, la cui 
gran voce nota e cara al Foscolo, sonò air Accademia di Brera; 
di Giuseppe Parini, del cui pensiero critico-letterario, dei cui 
metodi e della cui efficacia resta appena un'ombra nel trattato 
dei Principi delle belle lettere esposti in attinenza con quelli 
generali delle belle arti (23). Ma non tutto è in esso; anche 
qualche frammento del suo pensiero è in certi discorsi, in uno 
dei quali egli lamentava « l'estremo decadimento » in cui gia- 
cevano le cattedre d'eloquenza delle Università, mentre in un 
rapporto al Ministro Firmian egli, l'amico del p. Villa, osava 
affermare che una delle principali cagioni di quella decadenza 
era l'esser venute gran parte di quelle cattedre nelle mani dei 
frati, che v'avevano introdotto il loro « spirito corrotto, falso e 
fazionario » (24). 

Infatti la maggior novità del Parini maestro - degno, in ciò, 
del poeta — consiste in una schietta, risoluta continua afferma- 
zione del fine e della dignità morale dell'arte, della poesia, del- 
l'eloquenza; concetto ch'egli aveva attinto, più che alla fonte 
oraziana, all'anima e all'arte sua stessa (25). 

Dovrei parlare, non tanto di Luigi Lamberti, successore del 
Parini, e filologo e retore mediocre (26), quanto di Vincenzo 
Monti, che con la nomina a professore pavese colse il primo 
frutto del suo alato canto sulla battaglia di Marengo. Che se 
questo Proteo amabile e geniale, per assecondare gli umori del 
momento, troppo si piacque di far il tribuno dalla cattedra, pur 
largheggiando di lodi al Bonaparte; se la più famosa delle sue 
Orazioni, quella sull' Obbligo di onorare i primi scopritori 
del vero in fatto di scienze, ne per la .novità del pensiero, 
né per la forma letteraria, troppo frondosamente accademica, 
troppo ambiziosamente retorica, non ha un valore pari alla 



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fama; (27) so nelle lezioni, o piuttosto conferenze, (28) su Omero, 
su Dante e — si badi — su Socrate e i Sofisti, volle piuttosto 
dar prova della versatilità del suo ingegno che adempiere l'of- 
ficio suo di maestro, è innegabile ch'egli, con l'opera sua, spianò 
la via al Foscolo, anche perchè seppe destare scintille d'entu- 
siasmo nella « elettrica gioventù » pavese di quei giorni, come 
la disse il Pecchio. Tra il Monti ed il Foscolo il magistero di 
Luigi Cerretti fu poco più che una parentesi, per non dire una 
sosta o un regresso: che il modenese, fecondo e superficiale 
lirico, conseguita questa cattedra senza dignità, la tenne come 
potevano concedergli la senilità decadente e cadente e le abi- 
tudini inveterate (29). 

Più importerebbe qui il toccare di certe innovazioni ardite 
che, nella scelta degli autori, più moderni che antichi, anche 
stranieri, sovrattutto francesi, appariscono per l'insegnamento del- 
l'eloquenza nel Calendario di questa Università (30), l'anno V 
della Repubblica francese (1796-7\, firmato il Rettore Rasori, bel 
nome di scienziato, medico e letterato, patriotta e martire futuro 
e degno amico ad Ugo Foscolo. Ma erano tentativi prematuri 
d'innovazioni, alle quali mancavano gli uomini capaci di tradurle 
in atto; lodevoli, tuttavia, come segno dei tempi. 

Dinanzi a questi e ad altri indizi consimili, che per brevità 
ometto, noi siamo tratti ad esclamare che il « secol si rinnova ». 
Dobbiamo riconoscere che a quando a quando la scuola nostra si 
era spalancata e v'erano entrate, a fiotti, le correnti, sian pure 
torbide e agitate, della nuova coltura europea, che la tradizione 
scolastica cominciava a svecchiarsi, le consuetudini retoriche 
erano scosse nel tentativo di allargare e illuminare l'orizzonte del 
pensiero non solo letterario, ma anche filosofico e scientifico. 

Ma perchè questi sforzi riuscissero fecondi, occorreva un'ani- 
ma atta a risentirne in se stessa tutta la portata morale e civile, 
una mente che sapesse e potesse assommare e disciplinare que- 
ste diverse e scomposte energie, facendosi interprete eloquente 
dei nuovi bisogni prepotenti irresistibili della civiltà, della scuola, 
cioè dell'anima italiana. 

Quell'anima, quella mente fu Ugo Foscolo. Col titolo stesso 



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e con la sostanza della sua Prolusione e delle Lezioni e nella 
Risposta all'amico Giovio egli protestò che, chiamato ad una 
cattedra di eloquenza, intendeva d'insegnare letteratura cioè 
istituzioni di critica e di storia letteraria. E fece cosa veramente 
nuova. Che nella sua Orazione e, più ancora, nelle sue lezioni 
confluiscono e, per la virtù assimilatrice e dominatrice del suo 
pensiero e della sua calda parola, incominciano a fondersi gli 
elementi più svariati e migliori che gli venivano dalla sua vasta 
coltura personale, dalle tradizioni classiche antiche e da quelle 
recenti e recentissime, del sec. XVIII, da poco tramontato, e 
del XIX, sorgente appena in un'alba tempestosa. 

Non invano erano state le ardite reazioni critiche di Giuseppe 
Baretti (31) e ancora premevano quelle, essenzialmente negative, 
dei redattori e fautori del Caffé, alcuni dei quali superstiti tut- 
tavia. Non invano : che egli con l'opera sua, mentre si ricollega 
in certo modo alla tradizione onorata del famoso periodico mila- 
nese, venne preparando il terreno al futuro Conciliatore, dei cui 
fondatori e redattori fu amico, anche se, esule lontano, stanco, 
sfiduciato, disilluso, cruccioso, negò loro il contributo desiderato 
e chiesto della sua penna. 

Vivissima, in lui, che pure fu tutt' altro che un filosofo, si 
fece sentire la tendenza filosofica allora di moda negli studi 
letterari (32), e non soltanto quella derivataci di Francia. 

Infatti, in quegli anni appunto, la Lombardia, cioè Milano e 
Pavia nostra, erano divenute centri d'un culto, naturalmente più 
appassionato che profondo, pel Vico, il cui nome risonava per- 
sino sulla bocca del Monti e del Cerretti (33;; e questo fervore 
di studi era dovuto in gran parte agli emigrati napoletani, mira- 
colosamente scampati alle carceri e alle forche dopo la rivolu- 
zione del '99, a Vincenzo Cuoco sovrattutto e a Francesco Lomo- 
naco, entrambi noti al Foscolo e ardenti amatori dell' Italia, 
il secondo professore in questa scuola militare, e la cui fama è 
stata meritamente rinfrescata ai nostri giorni (34). 

^^ T on invano il Foscolo aveva assistito alle lezioni del Cesarotti, 
ammiratore anch'esso del Vico e filosofante ad ogni costo e util- 
mente in proposito di lingua e di lettere; del Cesarotti, Che in 



- 310 - 

un Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte poe- 
tica, contro i pregiudizi tradizionali dei precettisti, aveva affer- 
mato che il poeta vero trae ogni cosa, non dagli altri, non dal- 
l'imitazione, dall'esterno, ma dal profondo della sua anima. 

Che se nella prolusione del Foscolo le grandiose concezioni 
idealistiche del Vico urtano con altri concetti desunti dal sensi- 
smo e dall'empirismo lockiano e dal razionalismo francese, non 
dobbiamo stupircene, che di tali dissonanze, inevitabili in quei 
tempi di ciisi del pensiero, ne occorrono frequenti anche nei 
maggiori filosofi, come Mario Pagano (35). 

L'ammirazione pel Vico non impediva al Foscolo di apprez- 
zare e lodare altamente V Arte poetica del Gravina, che proprio 
in una lettera scritta da Pavia, nel maggio, alla Isabella Teotochi, 
proclamava « la più bella arte poetica » che avesse il mondo. 
E al Gravina la critica più recente ha reso giustizia (36). Carat- 
teristico e fecondo è, nel poeta dei Sepolcri, il tentativo di con- 
ciliare questa tendenza filosofica con quella storica, derivantegli 
dal secolo e dalle opere del Muratori e del Tiraboschi (37). Per 
la storia egli ebbe sempre, sin dall'adolescenza, e fino agli ulti- 
mi giorni una vera passione, al punto da lasciarci parecchie 
scritture d'indole schiettamente storica; e storiche volle intitolate 
come un ciclo ben distinto dalle altre, alcune delle sue lezioni (38) 
e il criterio storico applicò, anche nei suoi lavori più tardi, al- 
l'indagine sulla lingua nostra, sul testo e sull' arte di Dante e 
del Boccaccio e sul Machiavelli : onde egregiamente il Mazzini, 
grande ammiratore del Foscolo, potè scrivere che questi « con- 
dusse la critica sulle vie della storia ». 

Ma altri e più benefici germi vennero a lui dal sec. XV11I, 
polline sacro, caduto provvidenzialmente in quella sua anima 
vibrante, sempre aperta e disposta ad accoglierlo. 

« Yital nutrimento» riuscì a lui la tradizione pariniana; che 
il cantore del Giorno e professore di Brera fu pel Foscolo ve- 
ramente un maestro, nel più alto significato della parola, né egli 
tralasciò mai occasione per proclamarlo, con giusto orgoglio e 
con gratitudine. 

Chi non ricorda lo stupendo episodio dell' Ortis, dove la « cara 



- 31 J — 

e buona immagino paterna » del venerando poota ci apparisce, 
sotto i tigli di Porta Orientale, solenne, austera, fremente, tra- 
sfigurata in una luce quasi sovrumana, tra di Catone dantesco e di 
Socrate, ad un tempo? l'episodio in sul principio dei Sepolcri, 
dov'egìi ricompare, sacerdote di Talia, la Dea a lui sorridente 
già sotto il tiglio prediletto e invano pregante rugiade sulla 
tomba del suo poeta? 

Men noto è che il Foscolo rievocò la figura e la parola del 
Maestro dinanzi alla gioventù affollata in quest'aula, quasi vo- 
lendo additarle sensibilmente la continuità di quel suo magistero 
morale e civile (39); e che anche più tardi, nell'esilio, in quel 
suo capolavoro di prosa umoristica che è il Gazzettino del bel 
inondo — rimasto, purtroppo, frammentario — egli ci ha lasciato 
alcune pagine di schietta ispirazione pariniana, quasi un'appen- 
dice al Giorno, sul barbaro costume dei lacchè, nelle quali il 
sentimento fieramente democratico si sprigiona in un grido di 
pietà e di orrore e di protesta del sangue « plebeo » crudelmente 
e impunemente sparso dai cocchi patrizi... anche dopo il tragico 
carnevale della Rivoluzione (40). 

Non a caso, e nella Lezione V e nel Gazzettino, il Foscolo 
congiunse al ricordo del Parini quello di Vittorio Alfieri, i due 
Dioscuri della patria, vigilanti e rampognanti in quel suo primo 
risveglio civile. Non a caso: che di spiriti alfìeriani è tutta com- 
penetrata l'opera sua, dal Tieste, dedicato più tardi all'Alfieri 
ancor vivente, sino all'episodio memorabile dei Sepolcri, dove 
la figura dell'Astigiano giganteggia fra le tombe come un Fari- 
nata risorto della nuova Italia, che dai sepolcri risusciti i morti 
gloriosi pei vivi destinati anch'essi a risorgere. Più che nella 
tragedia, l'ispirazione alfieriana fu al poeta zacintio feconda nella 
vita politica e nell'officio di maestro. Si direbbe quasi che, sa- 
lendo sulla cattedra pavese, il Foscolo si fosse proposto di fare 
un esperimento arduo e pericoloso, tentando di dissipare, se 
fosse possibile, col proprio esempio, il dubbio amaro che l'Al- 
fieri aveva espresso nei suoi libri Del Principe e delle Lettere. 
In quest'opera nella quale si trovano i germi di molte pagine 
delle Lezioni foscoliane, l'Alfieri, trattando delle condizioni e prò- 



— 312 - 

fessioni concèsse ad « un vero scrittore », costretto a vivere in 
un principato tirannico, aveva scritto: « Si esamini se il sublime 
« scrittore nel principato potrà mai essere un ente vissuto tra i 
« chiostri, un segretario di Cardinale, Un membro accademico, 
« un signore di Corte, un abate aspirante a benefici... un legista, 
« un lettore di università... un estensore di fogli periodici ven- 
« dibili, un militare... » (lib. II, cap. 1). 

Orbene: il Foscolo si sforzò dapprima di conciliare la propria 
dignità e indipendenza con la professione di soldato, e quando 
s'accorse che non gli era possibile, provò a lasciar quella vita 
che gli era divenuta (son sue parole) « insopportabile catena » (41) 
e diventò « lettore d'Università ». Quando poi dovette lasciare 
la cattedra, fu confinato a Firenze, e allorché l'Austria tentò di 
adescarlo offrendogli la direzione d'un giornale letterario, pre- 
ferì, sdegnoso, (4-2) l'esilio. Anche questo esperimento lo doveva 
all'Astigiano. non gli aveva, infatti, l'Alfieri stesso additata la 
via dell'esilio, in quell'altra pagina, dove, profetando, aveva am- 
monito così: « Vorrei che tra questa piccolissima parte di no- 
« bili letterati, quei pochissimi che si sentono veramente mossi 
« da quel naturale impulso divino [alla liberta], si destinassero 
« ad essere come i Decj della nascitura repubblica; e che espa- 
« triandosi, per cercar libertà dove ella si trova, ogni lor pro- 
<< pria presente cosa sacrificassero alla futura loro patria»? 

Così appunto fece Ugo Foscolo. Onde, se, come disse Carlo 
Cattaneo, egli diede all'Italia un'istituzione, l'esilio, noi dobbiamo 
esserne grati anche al grande Astigiano, ispiratore e pur su 
questa cattedra maestro di eloquenza patriottica, come il Parini 
d'alti sensi morali e civili. 

Grazie all'Alfieri, il giovine zacintio s'infiammò di nuovi ar- 
dori per l'Italia che vedeva ancora minacciata d'un nuovo ser- 
vaggio. Dal secolo tramontato respinse una pericolosa eredità, 
quel cosmopolitismo, che, insieme con molti benefici, aveva arre- 
cato tanti danni al sentimento italiano che, diceva egli nella I 
Lezione, « rende tepidi cittadini, e quindi dannosi letterati ». 
Onde, allorquando le armi dell'Austria, nel 1813, attentavano 
nuovamente agli avanzi di quella troppo primaticcia libertà ita- 



— 313 - 

liana, il Foscolo scriveva, da Firenze, trepidando, a un suo de- 
gno amico lombardo, Sigismondo Trechi : « Queste cose d'Italia 
« mi ninno dolere il capo assai peggiormente. Per Dio ! Scrivimi 
« se ne sai; non voglio, né posso starmene qui. Intendi? Non 
« sono cosmopolita ». E in un'altra lettera, di poco posteriore 
(28 ottobre), soggiungeva con amaro umorismo: «Ma la mia 
« Dulcinea è l'Italia ; e questa donchisciottesca passione di patria 
« non mi lascia tanto buon senso che basti a ragionare placi- 
de damente. Ogni passo degli Austriaci verso il Regno mi cal- 
« pesta propriamente le ali del cuore... » (43). Così fruttificava 
in quel vasto e nobile cuore la parola di Vittorio Alfieri ! 



Grande fortuna pel giovine Foscolo l'aver avuto tali maestri 
e ispiratori; merito non meno grande il suo d'averne ascoltate 
le voci, fondendole in un unico accordo. 

Fu anche ventura non trascurabile per lui l'aver trascorsi i 
suoi anni migliori nella tumultuosa metropoli lombarda, Podio- 
samata Paneropoli, in quel fermento di vita nuova, là dove con- 
venivano tanti ingegni gagliardi, e i primi profughi animosi da 
più parti della penisola, dove, nell' urto delle passioni ardenti, 
uscivano bagliori annunzianti l'Italia futura (44). 

Grande fortuna, senza dubbio, che quella vita giovanile sia 
stata pel Foscolo non tutta dedita ai libri, sì una battaglia vera 
— vita militia. Ciò gli impedì di diventare un puro uomo di 
lettere, gli permise di essere uomo e poeta e letterato d'azione, 
che quella, direi, virtù attiva e fattiva seppe trasfondere nei suoi 
scritti, nelle sue parole, nel suo magistero. 



Da quanto ho esposto rapidamente possiamo ora comprendere 
come siasi formato, non in un giorno e non solitario, come siasi 
innalzato fra i contemporanei, insigne per novità ardita e ori- 
ginalità potente, il Foscolo maestro. Così s'è visto come gli eie- 



- 314- 

menti più disparati che gli erano venuti dalla migliore tradizione 
letteraria e storica, filosofica e didattica, morale e politica, ita- 
liana e straniera, fondendosi nel crogiolo della sua anima fer- 
vente, ne ricevessero il sigillo indelebile d'una nuova forma di 
pensiero, onde la parola, la letteratura si fece in lui e per lui 
ministra d'una triplice opera di redenzione letteraria, morale e 
politica della patria. 

E lasciamo pure che i pedanti e gli ipercritici vecchi e re- 
centi aguzzino le ciglia a scoprire difetti, sovrattutto nella pro- 
lusione. Anch'cgli, l'autore, ve ne riconosceva « due capitali », 
ma anche aggiungeva che essa era « non per tanto profonda- 
mente, nuovamente e caldamente pensata » e la giudicava « la 
« prosa da lui scritta il meglio che potesse allora e che forse 
« avrebbe potuto per l'avvenire (45) ». 

Infatti essa è mirabilmente originale ed efficace, non solo 
per ciò che di alto e di nuovo v'è detto, ma anche per la forma 
ond'è significato. 

Il Foscolo medesimo, in una lettera di quel tempo, parlando 
dell'Orto, aveva affermato un principio modernissimo d'estetica; 
« L'arte (aveva scritto,) non consiste nel rappresentare cose nuo- 
ve, ma nel rappresentarle con novità » (46). 

Ma — aggiungo io — l'artista sarà tanto più originale, quanto 
meglio riuscirà a rappresentare cose relativamente nuove, in 
forma nuova. Ed egli seppe fare appunto l'ima cosa e l'altra. 

Infatti, quando mai l'Italia aveva udito dalla cattedra una 
parola così alata e così alta nei suoi voli, anche se non tutti 
diritti e sicuri, così viva e potente, colorita insieme e nervosa, 
immaginosa senza lenocini, così fortemente individuata, pure in 
argomenti tanto vieti e abusati? 

Non tutta perfetta, naturalmente; ma il Foscolo stesso, am- 
mettendo parecchie imperfezioni, si doleva che, « molti giudicas- 
sero in quel discorso l'arte del letterato, pochissimi la carità del 
cittadino» (47). Lo so; anche ai giorni nostri, fu detto «ambi- 
zioso e apocalittico » discorso, e sconnesso, confuso, oscuro (48). 
Ingiustamente: che, pur ammettendo che il Foscolo, anche per 
corrispondere all' immensa aspettazione che se ne aveva, abbia 



- 315 — 

voluto strafare nella prima parte, condensando troppo la già 
ardua materia, elevando forse oltre misura il tono, occorre, chi 
voglia recarne un equo giudizio, tener conto della sua natura 
sinceramente appassionata e impetuosa, della condizione dell'ani- 
ma sua e dei tempi e degli uditori, onde anche ciò che di aspro 
e violento e incoerente e di costipato e di nebbioso si avverte 
in quelle pagine, diventa un documento, stupendo per sincerità 
e vigore ed efficacia, di quell'uomo e di quel periodo storico. 

Sta il fatto che, mai prima di allora gli Italiani avevano udito 
un'eloquenza così affascinante come quelle pagine della prolu- 
sione, nelle quali il Foscolo, rievocando e ripresentando ai suoi 
discepoli l'immagine morale di Socrate eli sulle attestazioni ge- 
nuine degli antichi, naturalmente colorata della sua propria per- 
sonalità, pose in bocca al martire antico un discorso che è non 
so se più commovente o più sublime, e che meritò d'esser giu- 
dicato ridicolo da un moderno poligrafìsta, tanto esso sonava 
inesorabile contro i sofisti di tutti i tempi. 

Degno e grande discepolo anche in ciò, il Foscolo, al Vico, 
maestro grandissimo, il quale parlando delle « sentenze eroiche » 
aveva dimostrato che allora esse conseguivano il sommo grado 
della sublimità, quando erano singolarizzate da chi sentivale. 

Il Foscolo appunto per questo riuscì a far sentire l'eroico 
morale in Socrate e nella sua rinnovata sapienza civile, perchè 
lo sentì fortemente in se stesso e vi trasfuse, più che il proprio 
sentimento, la sua propria passione, in forma vigorosamente 
« singolarizzata ». 

Ed io sono certo, o giovani, che ancor oggi farei passare un 
fremito di commozione, un'onda d'esaltazione spirituale nei vostri 
cuori, s'io vi rileggessi quelle pagine, nelle quali il Foscolo dal- 
l'esempio dei grandi passati desume quali sieno i soli mezzi atti 
a risollevare le lettere italiane dall'abiettezza in cui giacevano e 
avviarle sicure all'officio loro. Inutile, egli esclama, ogni arte, 
ogni istituto d'università e di accademia, ogni munificenza di 
principe, ove manchi l'esperienza delle passioni, l'inestinguibile 
desiderio del vero, lo studio dei sommi esemplari, l'amor della 
gloria, l'indipendenza dalla fortuna, la santa carità della patria : 
in una parola, la nuova coscienza nazionale. 



- 316 — 

La patria ! Questa, dicevamo, la nota alta, squillante, insi- 
stente in tutte le lezioni del Foscolo; nota come di diana battuta 
ad annunziare la pugna imminente. Per la patria egli risuscita 
ed esalta le sue glorie recenti con un'eco della voce del Monti ; 
per la patria egli richiama gl'Italiani al culto del loro passato, 
deplorando come vergognosa la mancanza d'una storia degna 
di essa (49). Per lei il Poeta dei Sepolcri, divenuto maestro, 
ancora invita i suoi giovani a prostrarsi sulle tombe dei Grandi, 
a interrogarle, per apprenderne il segreto della loro infelicità, 
ma anche della loro grandezza, cioè l'amore della patria, della 
gloria e del vero. 

Parimente, dalle Lezioni scaturisce la necessità d'una lette- 
ratura nazionale e militante, ma anche nuova, quale interprete 
delle migliori passioni (50); onde il buon letterato ha sovrattutto 
l'officio di suscitare dalle passioni più nobili i fantasmi che ser- 
vano a diffondere efficacemente la verità fra il popolo e a de- 
starne altre feconde in prò della patria (Lez. I). 

Il Foscolo esce in sentenze come la seguente: « Chi non ama 
« la patria, non può essere utile letterato » ; ma anche inculca 
lo studio dei grandi modelli, e insieme vuol riportare — e la 
riporta egli stesso — la letteratura alla vita. 

Circa mezzo secolo prima del Bonghi egli, che nella Prolu- 
sione aveva additato la necessità d'una letteratura popolare ed 
amena, nella I lezione proclama che la letteratura non dev'es- 
sere un sepolcreto, ma un semenzaio di cose vive. Propugna 
l'importanza della lingua, pur combattendo le pedanterie dei 
puristi e dei boccaccevoli ; dichiara la guerra all' imitazione e 
innova il concetto dello « stile », che i precettisti credevano 
ancora di formare a forza di regole. 

Peccato ch'egli non abbia avuto il tempo e l'agio di svolgere 
il disegno che s'era proposto per le sue lezioni, secondo il « me- 
todo » che accenna di voler seguire ! 

I suoi principi fondamentali « desunti dai fatti » (p. 55) do- 
vevano essere guide efficaci allo studio delle lettere, ma guide 
non tiranniche. Escluso qualsiasi dommatismo (p. 75), egli pro- 
clamava anche 1' abitudine sua costante di osservare la natura 



— 31? - 

dell'uomo e se stesso (indagine psicologica) e le storie, « edu- 
cato sempre liberamente, istruito dai fatti » (indagine storica) e 
voleva che sotto il suo magistero i giovani imparassero a risa- 
lire «analiticamente» a quei principi ch'egli aveva conquistato 
come frutto di sue lunghe esperienze. 

« Così noi studieremo (diceva nella I Lez.) sempre sui fatti 
« e vedremo i principi della letteratura emergere analiticamente 
« da ciascheduna lezione; e tutti ad un tempo ». 

Del metodo suo didattico ci offre un esempio là dove (Lez. I, 
p. 77 sg.) esprime il proposito di consacrare una lezione al 
poema epico, e di esaminare poi i maggiori poeti epici, com- 
prendendo in quell'esame la vita e il carattere dello scrittore, 
le condizioni della coltura e della civiltà contemporanea ad esso, 
la sua filosofìa, la lingua, lo stile. Alle lezioni « storiche », cioè 
espositive di storia letteraria, ne avrebbe alternate altre di « pra- 
tiche applicazioni », consistenti nella lettura e nell'analisi dei 
prodotti letterari. 

E non importa che talora dei fatti egli mostri di avere im- 
perfetta o inesatta notizia o che esca in apprezzamenti ingiusti. 
Pretendere di più, nelle condizioni degli studi a quel tempo, 
sarebbe stoltezza. 

In compenso, poi, quanta larghezza di criteri il Foscolo non 
rivela allorquando (Lez. I, p. 79) esprime ai propri scolari il desi- 
derio che essi gli espongano i dubbi, le difficoltà, le obiezioni 
che sorgessero nell'animo loro, pronto a rispondere e ad aiu- 
tarli, eventualmente anche per correggere se stesso ! 

In queste sue lezioni spira come un buon vento, fresco e forte, 
di fronda, non pur letteraria, ma anche morale e civile e poli- 
tica; un vento purificatore, che, si capisce, comincerà a spazzar 
via le nubi e le nebbie della menzogna, dell'errore, della frode 
morale, della retorica, nella letteratura e nella vita (51). 

Bisogna vedere, ad esempio, come il Foscolo, nella Lezione 
III, frusti i letterati venali, come biasimi Orazio adulatore e per 
contro, esalti Labeone. Sentite che cosa osava dire ai suoi di- 
scepoli: « Certamente, prima e somma sciagura si è quella di 
« non poter dire sempre quelle verità che ci parlano nel prò- 



— àia — 

« fondo deir anima, e crediamo utili air arte e alla patria, ma 
<< che affrontano lo sdegno dei potenti ». Non erano espressioni 
fatte apposta per cattivarsi il favore del Bonaparte, anzi pare- 
vano volte a provocare il Nume corrucciato. Al quale andavano 
anche le parole con cui, verso la fine della IV Lezione, an- 
nunciava, il 5 di giugno, che 1' indomani avrebbe chiuse « le 
« poche lezioni (diceva) che le imponenti circostanze e i decreti 
« della fortuna mi hanno conceduto di scrivere ». 

I « decreti della fortuna » ! Curioso e caratteristico eufemi- 
smo, per alludere al decreto vicereale del 15 novembre! 

L'ultima lezione è intesa tutta a temperare alla mente dei 
giovani le troppo dure verità esposte nelle lezioni precedenti 
sulla letteratura considerata come strumento di lucro e di gloria, 
e improntate d'un pessimismo che sembra preannunciare quello 
leopardiano, del Par ini ovvero della gloria. Più calda ancora 
e affettuosa delle altre, essa tratta delle lettere come fonte d'in- 
time soddisfazioni dell' animo ed è, in gran parte, un inno al 
Genio buono, che, si è già detto, egli vede incarnato nel Parini, 
il maestro venerando. 

Vero è che, in confronto alla tradizione pariniana, queste le- 
zioni segnano un avanzamento notevolissimo. Fortemente nutrite 
di pensiero e di fatti, ravvivate ad ogni pie sospinto di accenni 
a letterati viventi, varie, penetranti, mordenti, caustiche, schiette, 
senz'ombra d'intonazione retorica o accademica, che desiderio 
dovettero lasciare nel cuore, che lievito produrre nel cervello 
di quei di scepoli ! 

Ma essi ebbero il conforto di riudire ancora una volta, poco 
dopo il 6 di giugno, la voce del grande maestro (52). Infatti a 
lui toccò di pronunziare l'orazione solenne pel conferimento delle 
lauree in leggi. Il tema da lui scelto — ■ Dell' origine e dei li- 
miti della giustizia — era fatto principalmente pei giuristi, 
alla cui Facoltà era annessa la cattedra di eloquenza. A questa 
scelta egli fu mosso forse anche da altri motivi. 

Io sospetto che a preferire quel tema e a trattarlo a quel 
modo, cioè con ardimenti a volte paradossali, con un pessimismo 
amaro, con una latente e tagliente ironia, se non con novità 



- 319 — 

filosofiche, con frequenti citazioni del Vico e, viceversa, con 
aperta professione di fede sensistica e con qualche spunto hob- 
besiano (53). sospetto che a rilevare e commentare il terribile e 
forse fatalo conflitto che anch'egli vedeva, in fatto di giustizia, fra 
la teoria e la pratica, fra i sogni dei filosofi idealisti e gli espe- 
rimenti dolorosi della storia e della vita, a deplorare lo spetta- 
colo della « guerra perpetua » imperante nel mondo, fra l'egoi- 
smo individuale e quello collettivo, nonché della forza a cui la 
giustizia stessa soggiace, a tutto questo, dico, sospetto fosse spin- 
to dal desiderio di lanciare l'ultima sua protesta contro la forza 
ingiusta del falso liberatore, il Bonaparte, dal quale ormai non 
isperava più nulla per la patria, anzi molto temeva (54). E col 
nome della patria sulle labbra il Foscolo prendeva commiato 
dai suoi giovani, cosi chiudendo quelle ch'egli diceva le « ultime 
parole sue dalla cattedra » (55) : 

« Noi non possiamo ottenere nel mondo ne virtù, né pace, 
« né consolazione d'affetti domestici, né veruna equità, se non 
« dalla sapienza de' principi, dalla prosperità de' cittadini, dal 
« valore degli eserciti, dalla patria insomma) se non rivol- 
« giamo tutti i nostri studi, i nostri pensieri, i nostri sudori, i 
« nostri piaceri e la nostra gloria alla patria, per illuminarla 
« coraggiosamente ne' traviamenti e soccorrerla con generosità 
« ne' pericoli ». 

« Coraggiosamente » si noti : e l'opera di lui anche da questa 
cattedra fu coraggiosa e generosa, opera non di retore, e nep- 
pur di tribuno, forte, ma con dignità, opera non di letterato 
soltanto, ma e di cittadino nobilmente pensoso dell'avvenire d'I- 
talia, di tale che, scrivendo in quei giorni ad un giovine amico, 
affermava: « La penna è tra le mie mani uno strumento che 
« non apprezzo se non in quanto giova a destare negli altri 
« l'amore per l'Italia ch'io sento in me » (56). 



Ma sarebbe un errore il considerare quest'opera del Foscolo 
professore in Pavia come un episodio isolato della sua vita e 



— 320 - 

della produzione sua. A quella guisa che ne abbiamo indagato 
i precedenti, così potremmo seguirlo nei suoi effetti, nel suo 
svolgimento ulteriore. Assisteremmo ad un'ascensione continua, 
mirabile, di pensiero e di forme, nelle vie della critica letteraria 
e del magistero civile, onde uscì novatore e precursore insi- 
gne (57). Basti ricordare i commentari sul Machiavelli, che sono 
del 1811, e, più ancora, i Saggi citati dell'esilio, pubblicati in 
inglese, sull'Alighieri, sul Petrarca e sul Boccaccio, i sei Discorsi 
sulla lingua italiana ed altri scritti minori, che ci danno l'im- 
pressione d'una grande unità e insieme molteplicità progressiva 
di quello spirito critico e letterario e civile eh' erasi affermato 
nobilmente e durevolmente in questo Ateneo. 

Quanto nobilmente, s'è detto; quanto durevolmente dice chiaro 
la storia. 

Egli visse qui solo pochi mesi, è vero; ma fu ben altro 
che una meteora fugace. Sorse e splendette, astro radioso, nei 
cieli della patria; e risplende ancora, più che mai, e riscalda, 
astro che non conosce tramonto. 

L'Austria, è vero, tentò di cancellarne perfino il ricordo dai 
documenti officiali ; che, nel marzo del '23, la sua Polizia impo- 
neva al Rettore magnifico di questa Università di omettere il 
nome del Foscolo, l' energumeno, diceva essa, dall' elenco dei 
professori emeriti compreso nel Prospetto o Annuario degli 
studi del nostro Ateneo (53). 

L'ex-professore viveva allora profugo e solo, lungi dalla sua 
Italia, nell'ospitale Inghilterra; ma anche l'ombra di lui, anche 
il suo nome facevano paura all'Austria, che ne perseguitava ac- 
canitamente pur la memoria. Non importa! 

Lasciate alla Storia, la gran giustiziera infallibile, il compiere 
l'opera sua di giustizia vendicatrice. Il Rettore magnifico, che 
dovette piegarsi — Dio sa con che cuore ! — a quella stolta 
misura poliziesca, si chiamava — indovinate un po' ! — Carlo 
Cairoli, un gran nome fatidico. Attendete pochi lustri ancora, 
e il podestà di Pavia, insorta e liberata dall'Austriaco, nel '48, 
si chiamerà Carlo Cairoli, già collega ad Ugo Foscolo; lasciate 
a lui e alla sua Adelaide il fare la sublime vendetta, offrendo 



- 3*21 -- 

i figli, fiori stellanti di sacrificio eroico, sull'altare della patria. 
E già della prima vera congiura per l' indipendenza, la congiura 
militare dei 1314, era stato l'anima Giovanni Rasori di Parma (59), 
gloria purissima della scienza medica, al Foscolo amico diletto 
e collega in questo Ateneo e nella redazione degli Annali di 
scienze e lettere, nonché estensore del programma del Conci- 
liatore; e con lui, il lodigiano Ugo Brunetti, di Ugo nostro già 
commilitone e caro come un fratello. 

Oggi il nome del Foscolo, cancellato dagli Annuari officiali 
dell'Austria, rimane inciso a lettere d'oro negli annali della 
Università pavese, perchè l'opera sua fu quant'altra mai feconda. 

Dante Alighieri, nel Convivio (IV. 2), ebbe a definire la pa- 
rola «quasi seme di operazione». Orbene: questa definizione 
stupenda non m'è parsa mai tanto appropriata come allorquando 
io immaginavo il poeta zacintio dall'alto della cattedra pavese; 
che la sua parola, gettata in questo ferace suolo lombardo, fu 
veramente « seme » di operazione redentrice per gli Italiani. 
Quella fiaccola d'amor patrio che aveva ricevuto da Vittorio 
Alfieri, egli la strinse con mano vigorosa e l'agitò anche dalla 
cattedra e la trasmise alla generazione di giovani, che seppero 
le congiure, gli esili, le carceri, i patiboli Mei '21, del 31, del 
'48; simile — egli e l'Alfieri e i suoi amici e discepoli, poeti e 
scienziati, maestri ed oratori, soldati ed esuli — in quella gran 
gesta, eroicamente festosa, d'Italia, che s'iniziava fra il cozzare 
delle armi francesi e delle austriache, simile ai lampadofori delle 
antiche feste panatenee : 

Et, quasi cursores, vitai lampada tradunt. 

La presenza di voi, o giovani, in quest'ora, in questo luogo 
sacro alla memoria di Ugo Foscolo, in questo periodo di rinno- 
vate esultanze patriottiche, in questo dì solenne ed augusto (60) che 
Egli non vide ma preparò, mi assicura che quella fiaccola della 
vita d'Italia, alimentata dal vostro amore, non è destinata a spe- 
gnersi, mai, 

V, Cian. 



NOTE 



(1) Lett. al Co. G. B. Giovio, di Pjvia, 7 giugno 1809 in Epistol. I, lett. 206. 

(2) L^tt. da Bologna, 16 agosto 1812, al sig. Leopoldo e alla gfntile Anto- 
nietta, pnbbl. in Pavia, nel 1873 per le nozze di Benedetto Cairoli. Ma anche 
in un'altra lettera del 1801 [Epistol. I, lett. 17) il F. accenna alla sua « magra 
e malinconica persona ». Altri elementi iconografici trassi dalla Vita del Pec- 
chio, ed. Lugano, 1830, p. 121, dal noto sonetto auto-ritratto, dai Ritratti 
della Teotochi-Albrizzi, 4. ediz. Pisa, 1826, pp. 49-50. Che il Foscolo stesso sa- 
pesse di non essere bello di volto, si desume anche dai versi dell'adolescenza, Il 
ritratto, ripubbl. dal Chiarini nell'Appendice alle Opere, p. 535: 

A me gentile, amabile 
Volto non die natura. 

Ed è noto come i suoi nemici lo schernissero, anche con caricature dalle 
forme scimmiesche. Di fattezze « più simili a scimmia che ad uomo » parla anche 
il Pieri, il greco-italianizzato, che, se non fu proprio nemico al F., fu anima 
insanabilmente pettegola e piccola; onde non so perchè del suo ritratto fosco - 
scoliano si sia giovato esclusvamente il Malamani, Isabella Teotochi-Albrizzi, 
Torino, 1882, p. 55. 

(3) Dei lettori e dei parlatori, Firenze, Le Monnier, 1858, p. 132. E il Pieri 
accenna al suo « parlare scilinguato, ma pieno di fuoco ». Cfr. la nota 57, verso 
la fine. 

(4) Negli Scritti, ed. Tommaseo, Firenze, Le Monnier, 1860, p. 35. Vale la 
pena di rammentar qui anche la preziosa lettera giovanile dello Scalvini al- 
l'Ugoni (da Pavia, 15 dicembre 1810), preziosa perchè narra della prima visita 
da lui fatta al Foscolo, in Milano. Peccato ch'egli si sia accontentato d'accen- 
nare fuggevolmente ai soggetti del loro colloquio, invece di riferirlo con una 
larghezza adeguata alla curiosità nostra! «Si parlò molto dell'Ora, molto 
« del carme dei Sepolcri, molto della sua Orazione inaugurale per gli studi di 
« Pavia; moltissimo della sua traduzione di Omero...» Nient'altro ! La lettera 
fu pubblicata dapprima in Appendice al voi. IV della Letteratura ital. nella 
seconda metà del sec. XVI II di Camillo Ugoni, Milano, 1857, pp. 559-61 e, 
più tardi, riprodotta, come inedita, da C. Cantù. 

(5) Per queste ed altre consimili notizie, è superfluo ch'io rimandi alle fonti 
ben note, a cominciare dalla Vita del De Winckels, 



— 323 - 

(6) Lasciando i documenti che si conoscono su questo punto, giova richia- 
ra \re il seguente passo della lettera che il F. scriveva da Londra, il 4 ottobre 
1823, alla sorella Rubina: « Escìto appena dalla incerta e agitata vita militare, 
« io vidi rovescata nell' Università di Pavia, la mia Cattedra, prima ch'io vi 
« sedessi ». Lettere iried. dì U. F. ecc., Torino, Vaccarino, 1873, p. 181. 

(7) Loti, al Co. G. B. Giovio, di Milano, 31 gennaio 1809, scritta fra la Pro- 
lusione e la prima lezione (Epistol. I, lett. 168). 

(8; Si può vederlo riprodotto dal Mestica nel voi. II delle Poesie del F., 
Firenze, Barbèra, 1884, pp. 399 sg. e ultimamente anche da G. Chiarini nella 
sua « nuova edizione critica » delle Poesie di U. F., Livorno, Giusti, 1904, 
pp. 588-91. 

(9) Alemanni, Un filosofo delle lettere, P. I, Torino, 1894, p. 79. Dell'effi- 
cacia grande che il Cesarotti, professore illustre, esercitò sul Foscolo giovinetto 
e giovinotto, è documento più d'ogni altro eloquente il passo che si legge nella 
lettera scritta da Ugo, nel 1796, a Paolo Costa: «Bacia la mano al Cesarotti. 
« Egli viene talvolta a rompere le mie cupe meditazioni. La luce di quest'an- 
« gelo è tutelare e vivificante. La presenza di quest'uomo è consolatrice e 
« soave... ». In Appendice ai Saggi di critica, voi. II, p. 342. 

(10) Fra gli autori francesi ebbe prediletto un gigante, il Pascal; di che è 
documento curioso una pagina delle Ultime Lettere di J. Ortis, passata poi 
nell' Orazione inaugurale, come rilevò Ettore Brambilla in Foscoliana, Milano, 
1903, pp. 143 sgg. 

(11) L'arguto Commiato chiudeva con la citazione d'un passo óeWEmile 
del Rousseau contro i falsi dotti, rimbambiti e pedanti ; notevole, perchè dimo- 
stra d'onde anche il Foscolo prendesse la spinta alla esplicazione ed applicazione 
positiva di concetti quale era questo, ostile ad ogni forma di pedantismo, che 
prima di lui, ad es., nei redattori del Caffè, aveva assunto atteggiamenti vio- 
lentissimi, ma banali e puramente negativi. 

(12) Alle testimonianze ben note che il Foscolo stesso ci ha lasciato dei suoi 
propositi nel chiosare la versione della Chioma, s'aggiunge ora opportunamente 
quella di Luigi Pellico, che il 16 marzo 1809 scriveva all'amico Stanislao Marchisio, 
da Milano: « ...Quando giunti in Milano, Ugo mi fece leggere la sua traduzione 
della Chioma di Berenice; non ce ne restava copia, non ne trovai dai diversi 
librai a cui ne feci ricerca, e non l'ho perciò mai posseduta; né ho pensato che ti 
fosse ignota, o che potesse destare la tua curiosità, non essendo che una satira 
obliqua a' pedanti, affastellata di citazioni, dalle quali si libera poi qualche volta 
per parlare nel suo linguaggio, e quivi solo si riconosce il Foscolo... ». Vedasi 
Lettere ined. di Luigi Pellico a Stanislao Marchisio illustrate da Gius. Flechia, 
nella Rivista della Scuola pubbl. dalla Scuola libera popolare di Scienze e Let- 
tere in Schio, gennaio 1905, a. IV, p. 57. 

(13) Lettera del Cesarotti alla Giustina-Renier Michiel, del 20 dicembre 1803, 
pubblicata dal Malamanni, e ricordata dal De Winckels, Op. cit., II, p. 19 n- 

(14) Cfr. Tommaseo, Scritti di G. Scalvini cit., p. Vili, 






- 324 - 

(15) Lettere ined. di Ugo Foscolo tratte dagli autografi, Torino, Yaccarino, 
1873, p. 14. Alle sue anteriori aspirazioni cattedratiche credo si riferisca il se- 
guente passo della lettera (Milano, 24 nov. 1806) alla Teotochi : « ... Io sono 
dannato a navigare in questa galera, e volendo uscirne dovrei gettarmi nel 
mare. Così sto aspettando ora migliore* Lettere ined. del F. a Isabella Teo- 
tochi- Albris zi, pubbl. da G. Chiarini nella Riv. d'Italia, a. Ili, voi. II, 1900, 
p. 199. 

(16) Luigi Pellico in un'altra lettera al Marchisio, data da Milano, 17 gen- 
naio 1809, cosi scriveva : « Domenica ventura la prolusione in Pavia del mio 
« Foscolo. Egli mi scrive: «Non so dire se l'ambizione o l'amor dell'arte mi 
« tengono dì e uotte la mente, le mani, gli occhi ed il sangue su questa pro- 
« lusione, e tu sai quant'io sia scrittore tardo, difficile, copiatore e ricopiatore... » 
Nella cit. Rivista d. Scuola, dicembre 1904, A. IV, n. 2, pp. 37-8. E tralascio 
le note lettere di quei giorni che si leggono ue\Y Epistol. del F. 

Anche dopo che l'ebbe recitata, il F. continuò a limare la sua Prolusione, 
facendola rivedere perfino per la lingua da un toscano, il professore Urbano 
Lampredi. Vedasi V Ultimato di U. Foscolo nella guerra contro i Ciarlatani 
ecc. in Appendice alle Opere, ed, Chiarini, Firenze, Le Monnier, p. 79. 

(17) Qualche nuovo particolare offre la lettera che Luigi Pellico indirizzò da 
Milano, il 2 di febbraio 1809, al Marchisio : « La prolusione del nostro Foscolo 
« Dell'origine e degli uffici della letteratura ottenne i più grandi applausi. 
« Quattrocento e più giovani lo accompagnarono con acclamazioni di entusiasmo 
« per il lungo tratto di via che disgiunge l'Università dalla sua casa, mentre 
« lui commosso con Monti alla sua destra si ritirava... ». Nella cit. Rivista 
della Scuola, A. IV, die. 1904, p. 38. 

(18) Luigi Pellico, nella lettera testé citata, scriveva: «Monti mi diceva: 
« giunsi per fortuna in tempo e gli feci cancellare uno squarcio tutto libero 
« che avrebbe bastato per dar moto e vittoria a' suoi nemici ». 

(19) In Prose politiche, p. 506. Nella lettera al Co. Verri, Presidente della 
Reggenza (Milano, 21 maggio 1814) scrive: « Appunto nella mia Orazione inau- 
« gurale in Pavia, io avrei potuto sperare di placar la tempesta per la mia 
« cattedra, mutando opinione. E non per tanto mi rassegnai a perderla, negando 
« assolutamente d'inserire in quella Orazione le lodi smaccate solite a darsi a 
« Napoleone e deplorai invece e nell'aula e in istampa l'infelice costume di quei 
« panegirici e l'avvilimento della storia, alla quale soltanto spetta di rimeritare 
« gli ottimi principi ». In Prose politiche, p. 81. 

(20) Il 2 maggio il F. scriveva al Borsieri da Pavia: « ... Per ora non so 
« s'io potrò fare lezioni, perchè, a dirtela, né lo spirito, ne la carne sono pronti 
« al lavoro: sono sempre posseduto da certa oziosa tristezza, e più ancora 
« da un non so quale disagio nelle viscere, nelle membra e nella testa: l'aria 
« non mi è propizia, e peggio l'acqua, che è cattiva a tutti in Pavia; e catti- 
« vissima per me nemico del vino, e voluttuoso sacerdote delle ninfe fontanine. 
<< Anche il mio occhio peggiora, e mi valgo dell'assistenza di Scarpa... ». Fra 



- 325 - 

lo lettere pubblicate nel voi. XI delle Opere in appendice ai Saggi di critica, 
voi. II, p. 351 . 

Interessante, anche la seguente lettera allo stesso Borsieri (pp. 352-3), del 
5 maggio, nella quale prega l'amico di procurargli le opere di Kant, tradotte. 

(21) hpistol. lett. 170. Erano lezioni lunghe, dense, seriamente meditate e 
preparate. «Sono lunghe (scriveva) ; sì perchè bisogna ch'io scriva molto affine 
« di parlare senza ciarle accademiche per un'ora ; si perchè bisogna ch'io pensi 
« ancor p ù, per non dipartirmi da' miei principi, né cadere nelle regol uccie de' 
« precettori dopo di averli criticati... ». Qui cogliamo proprio il neo-professore 
i.i formazione. Ma poiché il F. aveva mente larga e viva e cuore capace e ar- 
dente, non dobbiamo stupirci che nella seconda metà di maggio egli, in Pavia, 
frequentasse le lezioni del Volta, interessandosi a quelle sue « esperienze elet- 
triche » (Epist., lett. 198); e che il 22 di quel mese ricevesse la visita della 
B -gnami, venuta apposta da Milano, di colei che l'anno prima Napoleone aveva 
proclamata « la plus belle panni tant de belles » (Epist., lett. 200. 

(22) Le Lezioni d'Eloquenza del Villa « regio professore d'eloquenza e di 
storia» consistono, oltre all' Introduzione o Parte proemiale, teorica, in una 
parte storica,, sulle vicende della eloquenza poetica, e in una precettiva, sul 
sublime, sulle fantasie, sulle passioni, e, conforme alle poetiche tradizionali, 
sulla verità, sulla chiarezza ecc., sullo stile. Benché sia quasi per intero una 
ripetizione delle solite regole ormai cristallizzate nelle vecchie retoriche (si veda 
ad es., il precetto a p. 154, « per adattare le locuzioni, le figure, lo stile, al 
carattere delle passioni») ha qua e là certe mosse innovatrici, ispirate dalla 
letteratura di Francia; onde non ci stupiremo di veder citato, accanto a Lon- 
gino, il Rousseau, come « filosofo eloquentissimo » (si ricordi il Piano del gio- 
vane Foscolo), ed espresse certe verità, per quel tempo, notevoli, e che forse 
il futuro successore del Cerretti aveva lette in queste pagine. Cosi, là dove si 
parla delle passioni, quali fonti di ogni eloquenza. Peccato però che, a far ap- 
posta, manchi in questo libro ogni fervore di passione, e la prosa, sgraziata per 
amor di leggiadria, lasci nei lettori un senso di vuoto e di freddo. Basti il passo 
sg.: « Un cieco andatore è la Natura, coi franchi piedi di cui cammina l'Arte, 
« zoppa ma occhiuta »! (p. 25). 

(23) Il Torti, il fido discepolo, soleva dire che quelle lezioni non erano « che le 
gocc3 d'un'acqua che sulle labbra sue trasmutavano in un gran fiume », come 
attesta il Cereseto, nelle notizie della vita e degli scritti di G. Torti, innanzi 
alle Poesie, Genova, 1855, p. VI. 

(24) Opere, ed. Reina, Milano, 1803, voi. V, p. 157. 

(25) Per giudicare compiutamente questo aspetto dell* ingegno e dell'opera 
del Parini non bisogna dunque restringersi all'esame dei Principi, sia pure in 
attinenza con l'arte sua, come fece in breve ma non senza garbo ed acume, il 
Natali, La niente e V anima di G. Parini, Modena, 1900, cap. IV. Occorre 
considerare, ad es., nel voi. V delle Opere, quelle scritture che il Reina inti- 
tolò Pareri e giudizi letterari ; il capitolo delle cagioni del presente decadimento 



— 326 - 

delle Belle lettere e delle Belle arti in Italia e di certi mezzi onde instaurarle, 
dove (p. 151) spunta anche un vivo sentimento nazionale, dove (pp. 153-4) è 
un'insolita franchezza nel g.udicaré l'opera d'un'Accademia di belle arti ecc. 
Il Parini vi si rivela come critico, in assai miglior luce che nelle Lezioni, anche 
in alcuno degli Elogi e Discorsi, p. es., in quello del Tanzi [Opere, voi. IV, 
pp. 6-7), dove dice che l'amico poeta sapeva che « la vera poesia deve pene- 
« trarsi nel cuore, deve risvegliare i sentimenti, muovere gli affetti. Sapeva che 
« ogni popolo ha passioni, che questi le esprime nel suo linguaggio, che qual- 
« sivoglia linguaggio acquista una particola!* forza ed energia in bocca dell'ap- 
re passionato, ohe la poesia raccoglie questi segni energici della passione ecc. ». 
Nel Discorso recitato « nell'aprimento della nuova cattedra di belle lettere » 
(IV, 31) immag.na di far parlare Pericle al popolo Ateniese, espone (pp. 44-7) 
il proprio programma dei corsi biennali (quasi ripetuto nel voi. V, pp. 139 sgg.), 
importante, perché si vede che il P. abbondava nella parte storica, erudita, 
esemplificativa e comparativa. Il Discorso II Sopra la poesia è notevole, per 
l'accenno iniziale allo « spirito filosofico, quasi genio felice sorto a dominare la 
letteratura di questo secolo ». E lasciamo pure che egli ripeta (p. 53) la vecchia 
definizione della poesia, come « l'arte d'imitare o dipingere in versi, perchè ne 
nasca diletto ». 

(26) Nel Discorso stille belle lettere, tenuto alla Scuola di Brera nel giugno 
del 1801, riesce freddo, accademico, convenzionale. Pur tuttavia v'è qualche 
idea che si direbbe abbia suggerito certi spunti alla Prolusione e alle Lezioni 
del Foscolo, che lo conobbe; p. es., l'accenno ai letterati che le lettere colti- 
vano « o per bisogno o per avidità di guadagno »; l'accenno all'utilità della 
storia ecc. Al Foscolo non diede, certo, l'esempio, bruciando troppo incenso 
all'idolo del giorno, il Bonaparte. Vedi Poesie e prose di L. Lamberti, Milano. 
Silvestri, 1821, pp. 173 sg. 

(27) Mi sarebbe facile dimostrare con una disamina minuta la verità di questo 
giudizio severo. Basti dire che la tesi stessa, fondamentale, dell'Orazione, cioè 
la rivendicazione del genio italiano contro le usurpazioni degli stranieri, era un 
luogo comune sin dalle polemiche del sec. XVIII, dilagate contro i Francesi 
sovrattutto e contro gli Spaguuoli. E così pure erano luoghi comuni, patrimonio 
della moda allora corrente, tutti gli sfoghi giacobini, anticlericali, contro i pu- 
risti pedanti, contro la Crusca ecc. Il Monti fa la voce grossa, e se esalta le 
glorie italiane, non escluso Giordano Bruno, « vittima sventurata del fanatismo », 
troppo s'inchina ai Frances', « quel popolo generoso, che di nostro conquistatore 
si è fatto nostro liberatore e conservatore ed amico », e al « massimo degli 
Eroi», al «più grand'uomo vivente»; troppo tradisce nell'ampollosità della 
frase, l'intonazione retorica, accademica, spesso di cattivo gusto. Si legga, in 
principio, tutto quel passo che incomincia: «Io entro adunque in lusinga, che 
in ciò tutti consentiremo », e continua a declamare della « gloria del Creatore » 
della quale ci parla perfino « la polvere che scuotiamo dai vestimenti », e degli 
« arcani della natura » che ne circondano, con quell'imagine finale, secentesca- 



— 327 - 

minte Lisciva e sconveniente, della « verità «lei filosofo », assomigliata ad « una 
bella ritrosa, che non si dà tutta nuda che in braccio del più importuno ». 

Similmente, egli toccherà delle scoperte « da noi gettate alla strada, e accor- 
« tamente raccolte o fortuitamente venute nelle mani dello straniero : il quale 
« con pazienza educandole e purgandole d'ogni macchia, le ha fatte suo acquisto 
« legittimo » — e di altre che, « mutato l'abito semplice con che salutarono 
« questo cielo, levano adesso di sé gran grido fuori di patria in abito splendido 
« e meretricio ». Più innanzi, dirà « gran vergogna » essere per noi Italiani 
« ch^ siasi adoperato tanto il setaccio per le parole, né giammai per le idee » 
e chiederà : « E dopo il setaccio già conquassato, già logoro della Crusca non 
« agiteremo dunque noi mai il setaccio della ragione? ». Certo, non il versatile 
poeta era in grado di dare il buon esempio, cacciatore, com'era, di frasi chias- 
sose, ad effetto, e ad ogni costo, anche a danno della verità; capace di dire, 
ad es., che « se Cartesio » è ammirabile per la sua sublime geometria, non lo 
è manco pe' suoi sublimi deliri ed aggiungere: «Sono le vertigini del cervello 
« di Giove gravido di Minerva, e bisogna farne gran caso ». 

(28) Conferenze, brillanti, piacevoli, ma superficiali, e che tradiscono non di 
raro una singolare mancanza di preparazione: Ad es., alla fine della Lezione 
IV, come campione della viziata eloquenza sacra del Cinquecento (sic, per due 
volte) è citato il « famoso, famosissimo tra Roberto Caracioli » E poi si vede, 
dalla stessa lezione, che è sui Sofisti, come pel Monti i classici dovevano ser- 
vire a porgere esempì « di pensieri e di imagini » da imitare. 

Invece non è da escludere che qualche pagina della Lezione V su Socrate 
suggerisse al Foscolo quelle sue mirabili della Prolusione. 

Sulle vicende dell'insegnamento pavese del Monti non ho bisogno di ricor- 
dare agli studiosi il succoso articolo di E. Bellorini, Monti professore, nel Gior- 
nale stor. d. Leti, it., 52, 1908, 119 sgg. 

(29) Basti rimandare all'edificante notizia che Z. Volta diede Di un dramma 
ined. del Ceretti, nei Rendiconti dell'Istituto Lomb., S. 11, voi. XVf, 1883. Il 
dramma, repugnante documento di bassa adulazione, è il Giudizio di Numa 
(non di Paride, come fu stampato nelle Mem. e dpcum. per la storia dell' Uni. 
versità di Pavia, III, 85j, nel quale non manca il Coro (non il Caro, come fu 
scritto nelle cit. Mem. e docum !). 

Il Cerretti meritò il severo giudiz o che di lui espresse un ben altro professore 
pavese, Francesco Ambrosoli in Biografia degli Italiani illustri, del De Tipaldo, 
IX, 1844, pp. 32 sg. A mostrare che povero retore egli fosse dalla cattedra, è più 
che sufficiente la sua Orazione inaugurale sulle vicende del buon gusto in Italia, 
recitata a Pavia il 3 maggio 1805; degna che di lui un panegirista, il prof. Sante 
Fattori, proprio nella stessa aula il 4 giugno, 1808, credendo di lodare il de- 
funto, dicesse che egli nelle sue lezioni, additando ai giovani i modelli da imitare 
nella classicità antica, « voleva pur reprimere il folle orgoglio di ambire al 
« privilegio dell'originalità »! Nella Raccolta di Elogi ed Orazioni ecc., voi. II, 
Modena, 1821, p. 135. 



— 328 - 

(30) Già nel Piano scientifico per l'anno 1772, esistente nell'Arch. univ., vedo 
accennati certi principi, che dovevano servire di guida all'insegnante, il quale, 
nel trattare « della storia d' Italia e specialmente di Lombardia e dell'eloquenza 
greca e romana », aveva a tessere per ognuno dei vari periodi, « un vero saggio 
di storia filosofica e del cuore umano», applicando «il vero spirito d'analisi», 
curando la vigoria dello stile, « non dimenticando che la vera eloquenza non 
dev'essere puerile o servile imitatrice di modelli, non solamente parola armo- 
niosa e vuota ». Nel Calendario del 1796-97 il progresso è maggiore, e l'influsso 
francese ancor p.ù evidente. Vediamo indicati per le varie lezioni molti autori 
assolutamente nuovi, che dovevano essere letti e spiegati nella scuola d'italiano; 
accanto al Machiavelli, al Galilei, al Gravina, al Giannone, Leonardo (anche il 
Panni lo leggeva e commentava). Insieme coi maggiori poeti, Dante, il Petrarca, 
l'Ariosto e il Tasso, anche il Goldoni, nonché gli storici e gli eruditi, glorie recenti 
d'Italia, il Muratori e il Tiraboschi. Che se per corteggiare i novissimi domi- 
natori, si accogl evano pure parecchi scrittori francesi, dal Molière, dal Montaigne 
al Voltaire, al Mirabeau e al Montesquieu, si facevano gli onori di casa anche 
allo Shakespeare, e nientemeno che al Sarpi, al Cardano, al Campanella, al 
Beccaria, e perfino al Vico. Si ha l'impressione che si ponesse troppa carne al 
fuoco e mancasse il tempo e il fuoco per cuocerla, nonché per digerirla ! 

(31) Fra le pagine migliori che ancora abbiamo sul Baretti uomo, scrittore e 
critico, rimangono quelle che il Foscolo gli consacrò nel suo saggio inglese 
Sulla letteratura periodica, in Saggi di critica, I, 465 sgg. 

(32) Abbiamo veduto perfino il Parini inneggiare a questo « spirito filosofico » 
come al « genio felice sorto a dominare la letteratura » del suo secolo (Cfr. nel 
voi. di E. Bertana, In Arcadia, Napoli, Perella, 1909, riprodotti i due bei 
Saggi sullo « Spinto » e sul « genio » filosofico del 700); abbiamo additato 
nel Cesarotti uno dei più insigni rappresentanti di questa tendenza nelle 
lettere nostre di quel periodo. Ma gli abusi e i danni che ne derivarono, per 
colpa dei facili scimmiotta tori, provocarono un' efficace reazione ed una non 
ingiustificata diffidenza. Interprete di questa corrente si fece un anonimo critico 
del Giornale Enciclopedico di Firenze (t. I, 1809, pp. 242-7), il quale, par- 
lando della Prolusione del Foscolo, con grande ammirazione per l'autore, si 
sbrigava alla lesta della prima parte di essa, con certe parole che riferisco, 
perché mi sembrano caratteristiche : « Tutta filosofica, tutta speculativa e 
astratta » esso dichiara questa parte, confessando ingenuamente — o ironica- 
mente?— di non saper seguire l'oratore nei suoi voli. Lascia ad altri il giudi- 
carla e il dire se non abbiano ragione quei letterati che, conforme all'opinione 
del Borsa, del Sibiliato e di altri, stimano avere il « moderno filosofismo » 
recato danni gravissimi alla letteratura italiana ed essere « il genio filosofico 
incompatibile con quello del poeta e dell'oratore ». Lascia ancora giudicare ad 
altri se « possa l'orazione soggiacere anch'essa, per questo riguardo, alla loro 
CBnsura »; ma si capisce che non 1' approva in tutto, e vi rileva « l'amore della 



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novità e la brama di comparire originale », pur riconoscendo, anche nella prima 
parte « i pregi di acume e profondità di ingegno, di fecondità di fantasia e di 
copiosa molteplice erudizione ». Notevole documento di queste tendenze della 
cattedra pavese è il Piano scientifico testé citato, del 1772. Ne traggo qualche passo 
riguardante l'insegnamento della Filosofia, della Storia d'Italia e specialmente 
di Lombardia e della Eloquenza greca e romana, insieme raggruppate. Sino 
dalle prime righe s'inculca il dovere che « l'esame dei principi che fanno agire 
l'uomo », perchè dia frutti adeguati, non sia ristretto « ai soli individui e a sole 
limitate combinazioni », ma abbracci « la intera nazione », analizzandone lo stato 
e le vicende nei diversi tempi. Di qui l'importanza dello studio della storia, 
anche per « l'applicazione dell'uomo filosofo ». L' insegnante dovrà illustrare i 
vari periodi storici ricercando le cause degli avvenimenti e procurando di de- 
durne gli effetti, in modo da « tessere così un vero Saggio di storia filosofica e 
del cuore umano, cioè, diremmo noi, psicologica. Ma per iscrivere degnamente 
la stor.a, -oltre « il vero spirito d'analisi e quella maturità di riflessione che il 
« paragone dei fatti consente, si esige ancora un certo vigore di stile, col quale 
« colorati sieno più o meno i racconti secondo che la natura dei fatti lo porta. 
« In questo consiste la vera eloquenza non puerile e servilmente attaccata ad 
« una dicitura puramente armoniosa e vuota di senso, ma anche elevata, ricca 
« di idee e « arbitra delle passioni ». Il professore, dopo esposta la storia, « deve 
« formare la gioventù alla robusta e maschia eloquenza. Pochi precetti, ma adat- 
« tati », ed esempì tratti dall'eloquenza antica greca e romana, paragonati tra 
« loro, in modo da educare il « gusto » e da permettergli di « distinguere le vere 
« dalle false bellezze ». 

(33) B. Croce, il quale nella ricca Bibliografia vichiana, p. 51, bene rilevò 
come « il primo ragguardevole movimento di studi vichiani si ebbe in Lom- 
bardia nei primi anni del sec. XIX », riproduce in Appendice (p. 115) una parte 
dell'articolo che V. Cuoco consacrò nel Giornale italiano del 25 marzo 1806 
alla dissertazione che il Cerretti lesse all'Università di Pavia Della grandezza 
e decadenza d'ogni maniera di poesia, lodando questa prolusione come un 
frutto delle idee seminate dal Vico. Ecco : io non sono riuscito a ripescare 
questa Prolusione del 1806; ma conoscendo quella del maggio 1805 {Orazione 
inaugurale sulle vicende del buon gusto in Italia), povero pasticcio di notizie 
prese dal Creseimbeni, dal Quadrio e dal Tiraboschi, condito con salsa del così 
detto buon gusto settecentesco, sovrattutto del Tagliazucchi, che l'autore dice 
e illustre mio consanguineo e primo istitutore », mi viene il dubbio che il Vico 
potesse entrare, d' improvviso e proprio in extremis, nel cervello del vecchio 
Cerretti e v'entrasse con poco più che col nome, a meno che il Cuoco, suo 
amico, non facesse egli il miracolo di farvelo entrare come un tardo ospite. 
Ben altro conto occorre fare del vichianismo del Cesarotti, il quale scriveva al 
« cittadino » Cuoco, da Padova, il 20 giugno 1807, lodandone il Platone e le 
altre sue cose e soggiungendo: «Si vede in loro (sic) un degno cittadino e 



— 330 - 

alunno del nostro Vico, ch'io venero come un Genio originale e professore di 
alta sapienza ». In Ruggieri N., V. Cuoco, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1903, 
docum. XII, p. 210-1 ; cfr. anche a p. 189. 

(34) Pel Cuoco, come banditore di vichianismo, rimando alle indicazioni rac- 
colte del Croce, Op. cit. passim. Del vivo sentimento d' italianità che era in 
lui, è un'attestazione continua il Platone in Italia, pur sotto il velame dell'al- 
legoria politica (p. es. il c'ap. 38 del lib. I, che è un chiaro incitamento agli 
Italiani perchè s'armino d'armi proprie); al quale proposito credo che abbia 
ragione A. Butti La fondazione del « Giornale italiano » e i suoi primi re- 
dattori (1804-1806), Milano, 1905, pp. 51 sg. (estr. dall'Arca, stor. lomb. a. 
XXXU, fase. VII) di notare che più forte dell'efficacia del Vico fu sul pensiero 
del Cuoco quella del Machiavelli. Notevole documento dei sentimenti patriottici 
unitari dell'esule napoletano é, fra gli altri, la bella lettera ch'egli scrisse al 
cittadino Roberti: «Voi Piemontesi siete meno infelici di noi. Ma tale è il de- 
« st no dell'Italia, che delle due [sarti della medesima più degne della libertà 
« e più capaci per naturale energia dei suoi abitanti di sostenerla e promuo- 
« verla, una l'ha perduta e forse per sempre, l'altra l'ha acquistata cessando 
« d'esser Italiana. Godete della vostra nuova sorte, ma mentre l'uomo [Napo- 
« leone] vi unisce per governo ad un'altra nazione, non obliate quella a cui la 
« natura vi aveva congiunti per suolo, per clima, per lingua, per costumi e per 
nome comune » (Pubblicata da G. Roberti nel Giornale stor., 23, 1894, 
pp. 426-7). Vero è tuttavia che il Cuoco, a Milano, si mostrò troppo zelante 
bonapartista, e che appunto per questo credo che il Foscolo non avesse troppo 
buon sangue con lui. Cfr. Cogo, Vino. Cuoco. Note e documenti, Napoli, Jo- 
vene, 1909, pp. 30 sg. 

Pel Lomonaco si vedano le buone pagine di Giulio Natali, Fr. Lomonaco 
nel Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, giugno, 1907 e, con ag- 
giunte, nella rivista 11 Risorgimento italiano. Per un riscontro col Foscolo, 
noto che in uno dei suoi Discorsi letterari e filosofici, Milano, 1809, e propria- 
mente in quello Dell'eloquenza, il L., come esempio « della vera eloquenza », 
rifer.sce il discorso da Socrate tenuto dinanzi all'Areopago, traendolo dall'Apo- 
logia di Platone (pp. 337-9). Nella schiera dei meridionali, esuli a Milano e 
fattisi quivi propagatori delle dottrine vichiane, va annoverato anche il Salti. 
Alle notizie raccolte a questo proposito dal Croce, aggiungo quella della Le- 
zione da lui recitata nel Liceo di Brera, 10 dicembre 1806, Bello | Uso Bel- 
l'Istoria | massime nelle cose politiche, Milano, 1807. In questa lezione, tenuta 
per iniziare « il corso scolastico intorno alla Ragion della Istoria », e pubbli- 
cata per gli eccitamenti del Romagnosi, che v'è detto « uno dei più profondi 
pensatori di cui l'Italia abbia a gloriarsi », abbondano le citazioni e lodi del 
Machiavelli, del Montesquieu, del Filangieri, e, sovrattutto, del Vico, proclamato 
« il profondo pensatore, che ha più che altri afferrato il vero spirito della giu- 
risprudenza », mentre l'Hobbes v"è confutato (pp. 11-15). 



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(35) Cfr., per tutti, G. Gentile, Dal Genovesi al Galluppi, Napoli, La Cri- 
tica, 1903, p. 16. Un accenno al sensismo, che direi sporadico, del F. ha il 
(tentile stesso nel suo Rosmini e Gioberti, p. 10. Numerose tracce se ne tro- 
vano anche ne\V Epistolario foscoliano, specialmente per quegli anni. Ad es., 
in una lettera (n. 259) al Monti, del 1810, si citano con lode il Locke e il 
D'Alembert, insieme... con Socrate: in un'altra (lett. 265) si riferisce una sen- 
tenza del Locke, del quale il F. più tardi (lett. 283) è citata una pagina. 

(36) Vedasi, fra i tanti e per tutti, B. Croce. Di alcuni giudizi sul Gra- 
vina considerato come estetico, nella Raccolta di studi critici dedicata ad A. 
D'Ancona, Firenze, Barbèra, 1901, pp. 458-64. L'interessante lettera del 
Foscolo alla Teotochi è pubbl. nelle cit. Meni, e docum. p. la storia d. Univ. 
di Pavia, P. Ili, p. 129 sg. 

(37) Nella Risposta al Giovio, benevolo, ma franco censore dell' Orazione inau- 
gurale, il F. non solo temperò il giudizio da lui espresso sul Tiraboschi, ma con- 
fessò di vagheggiare « l'ideale d'una storia filosofica, cioè ragionata o critica, 
largamente caldamente commentata dalla nostra letteratura », ma sempre « sulla 
base dei fatti », (p. 51), proprio come aveva asserito verso la fine dell'Orazione. 

Allorquando gli Editori fiorentini delle Opere foscoliane pubblicarono (voi. XI, 
pp. 394-8) come tratto dalle reliquie foscoliane della Labronica » e come ine- 
dito, il noto brano del Manzoni sul Muratori e sul Vico, se commisero una 
distrazione che al Croce, Bibliografia vichiana, p. 54, parve incredibile, rive- 
larono un fatto che lo spiega e che assume agli occhi nostri un significato non 
trascurabile. Gli è che in quella pagina che s'era trascritta dal Discorso man- 
zoniano sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, composto nel 1822, 
il Foscolo esule aveva notato e ammirato, in un'espressione felice, quel pensiero 
che egli stesso da più anni veniva maturando e vagheggiando nella sua mente 
e nella sili opera, e che poi svolse specialmente nelle ultime pagine di quel 
suo importante saggio Antiquari e critici di materiali storici in Italia, che è 
del 1826 (Prose letterarie, IV, 286 sg.). 

(38) Lez. I, in Prose letter., II, 78. 

(39) Vedasi la Lez. V, pp. 163-4, dove il F. si dichiara apertamente disce- 
polo del Parini, in fatto di « morale letteraria », giacché, dopo esposti i suoi 
severi principi, per la bocca stessa del vecchio venerando, soggiunge: «Così 
« forse il seme che quel grand'uomo sparse nel mio cuore, fruttò le sentenze 
« di cui ho intessuto questi discorsi ». 

(40) Nelle Prose letter., IV, 38-42. Questo episodio del lacchè si potrebbe 
confrontare utilmente con un gustoso e ironico articolo che col titolo Les la- 
quais e, al solito, anonimo, fu riprodotto nella Revue britannique dell'ottobre 
1830, ma tolto dal New Monthly Magazine. Giova rammentare ancora che 
nel Saggio sullo stato della letteratura italiana nel primo ventennio del sec. 
XIX, che apparve dapprima nel 1818 in lingua inglese col nome dell'Hobhouse, 
ma nel quale il Foscolo ebbe tanta parte, son dedicate al Parini molte pagine 
(pp. 206-234 della versione nei Saggi di critica, voi. II, pp. 366 sgg. dell'origi- 



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naie inglese), che sono fra le migliori di tutto il Saggio. Del grande poeta si 
esalta anche il modo come riusciva ad adempiere l'officio di maestro dalla cat- 
tedra di belle lettere « con un metodo diverso, ma più efficace di quello che 
fino allora adottavasi in tutte le scuole italiane », e si celebra la sua eloquenza 
e si deplora che nel Trattato a stampa quasi nulla rimanga di quel suo augusto 
magistero : « He was indeed by nature qualified more than any oue, perhaps, 
« of his contemporaries, to give leysons on the belles lettres, and to perform 
« that task in a way totally different from that usually employed in the Ita- 
« lian schools. There was a gravity, and at the same time an ease, in his elo- 
« quence, which euabled him to cite the examples af t'ormer great writers with 
« a powerful effect, and to illustrate them with new and brdliant observations. 
« He applied the various theories of the sublime and beautiful not only to the 
« productions of the peti, but to ali the creations of nature; and many of his 
« contemporaries, already in possession of literary renown [anche il nostro Fo- 
« scolo?], were not ashamed to put themselves to the school of Parini. Those 
« pers >ns, and readers in general, were perhaps surprised to find, when they 
« carne to peruse his dissertations in print, that the ideas, although just, 
« were seldom very profouud : that a clear method, a chaste style, and a inge- 
« nioas view of the subject, were their chief merit; but that the flow of words, 
« the soul, the tire of expression and sentiment, had vanished with the delivery, 
« and that the genius, and even the polished correctness of the poet, Were not 
« to be recognised in the discourses of the rhetorician ». 

Così suona questa pagina, nel yero testo originale, dell' Essay on the present 
Literature of Italy, di John Hobhouse, London, John Murray, 1818, pel quale 
rimando al Documento IV. Merita tuttavia d'essere notato un fatto, il quale 
c'impedirebbe di credere che il F. abbia, nonché composto in ogni sua parte, 
riveduto per intero il Saggio dell'amico Hobhouse; alludo alle inesattezze non 
lievi contenute nelle pagine, dove si parla di lui professore a Pavia (pp. 298 
sg. della vers. i tal., pp. 465-8). Nella versione é stato omesso questo passo 
che é la più grave fra le parecchie inesattezze: « Foscolo retained his chair only 
two mouths »; e in generale essa è infedele e arbitraria. 

(41) In una lettera alla Marzia Martmengo, pubbl. da Arnaldo Beltrami 
nel Giorn. stor. d. lett. it., 5, 225. 

(42) Valga per tutte le altre testimonianze, quella del generale Bellegarde, 
il quale dovette riconoscere che il F. non era uomo da lasciarsi conquistare 
in alcun modo, « mit ganz gemeinen Mitteln nicht zu gewinnen ». (Vedi A. 
Luzio, Il processo Pellico-Maroncelli, Milano, Cogliati, 1903, pp. 566-67, dove 
si trae partito dei documenti pubb. nel voi. VII delle Quellen u. Forsch. sur 
Gesch. Litteratur u. Sprache Oesterreich, Innsbruck, 1901, del barone V. Helfert). 

(43) Lettere di U. F. a Sigism. Trechi [edite da D. Bianchini], Parigi, 
Libreria Lacroix, 1875, pp. 55, 57. 

(44) Un quadro abbastanza compiuto di quell'ambiente letterario, politico e 



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morale della metropoli lombarda offre il saggio cit. di A. Butti, La fondazione 
del Giornale italiano, Milano, 1905. 

(45) Frammento, in Prose letter., II, 201. 

(46) Epistola Lett. 120. 

(47) Lettera allo Schultesius, in Epistol. lett. 245. 

(48) Il primo giudizio è del Borgese, Storia della critica romantica in Ita- 
lia, Napoli, 1905, p. 196; gli altri, del Tommaseo, nel così detto Dizionario 
estetico, dove travasò tutto il suo fiele (Cfr. Prunas, La critica, l'arte e Videa 
sociale di N. Tommaseo, Firenze, 1901, pp. 123-130) e del Bonghi, che nelle 
Lettere critiche sfogò tutta l'acredine del suo spirito sofistico. 

Più equo e sereno, al solito, il De Sanctis, Nuovi Saggi critici, 3 ed., 1888, 
pp. 163 sg., dove, parlando della Prolusione, dice: «Il suo valore, anzi che 
« nelle sue idee, é nel suo spirito, perchè non é infine che una calda requisi- 
« toria contro quella letteratura arcadica e accademica, combattuta da tutte 
« le parti e res stente ancora...». E più oltre: «Era la prima volta che si 
« udiva dalla cattedra un concetto così elevato della letteratura, e da uomo 
« che predicava con l'esempio ». « Dalla cattedra », che qualche anno prima, 
nelle dissertazioni sulla Chioma di Berenice il Foscolo aveva denunziato » le 
« superstizioni grammaticali e rettoriche » che tendevano « a immiserire le 
passioni, l'immaginazione e le lettere». 

Nell'Antologia del Vieusseux (t. XXXV, n. 104, agosto 1829, p. 70) l'autore 
d'una larga e notevole recensione delle Operette varie di Ugo Foscolo, Lugano, 
Rug^ia, 1828-29, firmata M., {Montani,}) riferisce ed accoglie il giudizio che 
dell'Orazione aveva dato l'autore dei Ragguagli proemiali all'edizione luganese, 
giudizio che, secondo lui, esprimeva « in breve formula il giudizio comune ». 
E appunto per questo vale la pena di riprodurlo: «Delle due parti che la 
<c compongono, la prima è un abisso di metafìsica, ove nessun lettore è allet- 
« tato a ingolfarsi, ma l'altra è sì splendente di immagini e di idee, sì calda 
« di nobili affetti, che tutta l'eloquenza delle cattedre vien meno al paragone ». 

(49) Il famoso appello agli Italiani perchè si consacrino al culto delle storie 
loro, quest'affermazione di una fede vigorosa nell'efficacia educatrice della storia 
si ricollegano a un dibattito che si svolse con varie vicende nel secolo X Vili e 
nella prima metà del seguente. L'anonimo articolista del cit. Giornale Enci- 
clopedico di Firenze, in quell'anno 1809, parlando di questo punto della Pro- 
lusione, scriveva: « Troppo curiosa bizzarria del caso che ci presenta un sin- 
« golare e ben deciso contrasto di opinioni tra uomini egualmente dotti e inge- 
« gnosi. In una stessa città d'Italia, in un periodo stesso di tempo, ecco da una 
« parte un letterato di chiaro nome, anche per opere storiche, insegnar pubblica- 
« mente, e con applausi di altri uomini di mente e di erudizione forniti, che la 
« Storia é assolutamente perniciosa alla società, nonché inutile, fallace e incerta 
« per essenza... Ecco dall'altra parte un pubblico rinomato professore, pieno di 
« amore e di zelo per la gloria e il vantaggio della patria sua, che crede di non 
€ poter fare miglior uso della robusta sua eloquenza che quello di incoraggiare 



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« i suoi compatriota a coltivare la storia al disopra di ogni altro ramo di bella 
« e utile letteratura » (t. I, p. 247). Chi propriamente sia quel professore ostile 
alla storia, al quale allude il giornalista fiorentino, come vivente nella stessa 
città del Foscolo (Pavia? Milano?) non saprei dire con sicurezza; non il Lomo- 
uaco, non il Lamberti, né il Salti, che sostennero, in fondo, le stesse idee del 
Foscolo. Doveva essere un seguace del Rousseau (che nel lib. IV dell' Emile 
aveva rilevato tutti i pericoli e gl'inconvenienti dello studio della storia), e del 
Fontenelle, contro la tesi difesa dal Locke e dal D'Alembert. ^Vedi G. Gentile, 
Dal Genovesi al Galluppi, Napoli, 1903, pp. 49-51). 11 concetto avverso alla 
storia aveva trovato un caldo interprete in iMelchiorre Delfico, autore dei Pen- 
sieri sulla istoria e sulla incertezza ed inutilità della medesima, Forlì, 1806. 

(50) Questo concetto, dominante nel F., del valore delle passioni nelle loro 
attinenze con la ragione e con la moralità e con la letteratura, è quel mede- 
simo che, attraverso a Spinoza, a Bacone, ad Hobbes, a Cartesio (nel Traité 
des passions) ecc. era riapparso nel Vico. (Cfr. B. Croce, Intorno all'etica di 
G. B. Vico, nella Critica, VI, 1908, 76), e aveva trovato poi un interprete ge- 
nialissimo nel Rousseau. Dal quale, fra molti altri, il F. trasse, io credo, anche 
l'altro concetto fondamentale, avverso alla morale abietta dell'utilitarismo, so- 
vrattutto nelle lettere. E, si noti, proprio in quegli anni (1806), l'Istituto di Fran- 
cia aveva assegnato solennemente un grande premio di morale al Catéchisme 
universel de Saint-Lambert, la cui etica era fondata appunto sull'interesse 
(Cfr. Fr. Bouillier, Hist. de la Philos. cartésienne, t. II, Paris, 1854, p. 637). 

(51) Ad es., nella Lez. II, sulla lingua, considerata essenzialmente dall'aspetto 
storico, il F. prodiga una serie di giudizi caustici, in una forma così incon- 
sueta da una cattedra, da parere irriverenti in quel tempo, contro i boccacce- 
voli, gli Accademici, i linguaioli, e « quei teologi letterati, i quali non avevano 
di venerando che la barba e i periodi lunghi » (p. 97), contro l'Algarotti « in- 
franciosato », i letterati gesuiti, contro la schiavitù dei Cruscanti non meno che 
contro quella dei gallicizzanti, non escluso il Cesarotti, che riceve la sua parte 
di biasimo, contro i toscanelli « che scrivono tutti male », mentre esalta l'Al- 
fieri, che « col suo genio libero, non ammaestrato dalle scuole dei Gesuiti, scrive 
in vera lingua italiana... » (p. 102). Qui e altrove c'è della Frusta letteraria 
e del Caffè e del trattato Del Principe e delle Lettere, ma c'è, sovra ttutto, del 
Foscolo ! 

(52) Non son riuscito a fissare la data precisa di questa Orazione, anche 
per le condizioni nelle quali si trova l'Archivio dell'Università pavese ; ma l'ac- 
cenno finale parmi giustificare la cronologia approssimativa ch'io le assegno, 
se pure il F. per recitarla non si recò a Pavia, qualche giorno dopo, da Milano, 
dove si trovava g,à il 10 di giugno (Epistol., lett. 208). Curioso, l'accenno che 
nella Lett. 163, al Brunetti, in data del 16 gennaio 1809, si legge ad una dis- 
sertazione cui attendeva il F. fin d'allora, su la civilis aequitas. Il che farebbe 
credere che già dall'inverno fosse stato affidato al nuovo professore l'incarico 
di tenere l'orazioue per le lauree in leggi. 



- 335 — 

(53) Ma v'è anche dell'Alfieri; anzi si direbbe che l'Astigiano desse al F. 

10 spunto iniziale e la nota fondamentale alla sua Orazione con l'esordio del 
lib. 1 Del Principe e delle Lettere : « La forza governa il mondo, purtroppo, 
e non il sapere ! ». Tuttavia anche qui ci troviamo dinanzi a un concetto che, 
apparso sotto forme alquanto diverse in Hobbes e in Spinoza, aveva messo 
capo nel Vico e da quesio in Mario Pagano ed in altri, fra i quali appunto 
s'era affermata la dottrina caratteristica del diritto della forza, posta a fonda- 
mento delle prime società degli imperi domestici (Cfr. Ottone, M. Pagano e 
la tradizione vichiana in Italia nel secolo scorso, Saggio, Milano, Trevisini, 
1897, p. 18). Nel Discorso 1 Della servitù d'Italia, (Prose polit., p. 189) il F. 
stesso, toccando della « giustizia », ricorda che Cicerone, « l'eloquente illustra- 
tore delle dottrine platoniche », nel De Officiis, III, aveva confessato che noi 
non abbiamo se non « l'ombra della giustizia ». 

Giova anche rammentare ciò che sul concetto della Giustizia aveva scritto 
Aless. Verri nel Coffe, II, 29-30, Di Cameade e di Grozio. Cfr. L. Ferrari, 

11 Caffè, pp. 115-6 n. Ma insisto nel ritenere che il tono dominante in questa 
Orazione sia d'ironica protesta d'un poeta e sognatore votato all' ideale della 
pura giustizia e ferito in cuor suo dallo spettacolo d'una realtà che sembra 
smentirlo e contro la quale egli tenta invano ribellarsi. mi inganno, o nel- 
l'anima del F. riecheggiava la professione di fede del Vicaire Savoyard, del 
Rousseau. Ricordate?: «Il est au fond des àmes un principe inné de justice 
et de vertu... ». 

(54) Che fieri risentimenti covasse in quegli anni il F. nelF animo contro 
il rionaparte, dimostra, fra l'altro, il magnifico Sermone I, che è del 1S07, 
sovrattutto in quella parlata di Prometeo al Sole, e nella promessa finale del 
poeta, bellissima: « Quando il mio sangue innaffierà con onde | Rare e stagnanti 
il cor, ne piò la Speme | M'adescherà la vita a nuove, cure, | Squarcierò quel 
regni paludamento | Che tanta piaga cela, e la mia voce | Volerà ovunque l'i- 
dioma suona | Aureo d'Italia, allor ch'io sarò in parte | Ove folgore d'aquila 
non giunge',... (Poesie di U. F., nuova ediz. crit. per cura di G. Chiarini, 
Livorno, Giusti, 1904, p. 334). Anche va ricordato il passo del Sermone IV, che 
sembra annunciare l' Ajace : 



Odiano i regi il vero, e chi alle tarde 
Età li manda senza il Forte e il Pio ecc. 



(Poesie, ed. cit., p. 354). 

Non ho bisogno poi di citare la pagina rovente De' giuramenti, in Prose 
polit., p. 95. 

(55) Veramente, nel testo, il F. soggiungeva: « e io dico le ultime, forse », 
quasi avesse ancora un filo di speranza di risalire su quella cattedra. 

(56) Lettera al Grassi, in Epistol. lett. 186. 



— 336 - 

(57) « Novatore e precursore », dico, e quindi soggetto a tutte quelle in- 
certezze e deficenze e contraddizioni che sono inevitabili nei novatori e nei 
precursori tutti, anche nei maggiori. Per aver trascurato questa verità, è 
riuscita tutt'altro che compiuta ed equa l'indagine e la valutazione del Borgese, 
il quale nella citata Storia della critica romantica, pur riconoscendo che il 
F. fu « il Mirabeau della rivoluzione letteraria » (p. 73-4), sembra più curante 
di additare i punti deboli e negativi che i tratti positivi e caratteristici del- 
l'opera sua di novatore rivoluzionario. Per apprezzare adeguatamente que- 
st'opera converrebbe considerare tutte le molteplici manifestazioni del pensiero 
critico del F., così nelle Lezioni, come nelle Orazioni, nei saggi letterari come 
negli articoli bibliografici e polemici e nell'epistolario. E sarebbe ormai tempo 
che qualcuno colmasse questa lacuna poco onorevole, come non dispero abbia 
a fare ancora l'amico Michele Barbi, il quale nel frontespizio d'un volume di 
Studi sul Rinnovamento letterario in Italia (Firenze, R. Mazzoni, 1898), rima- 
sto, purtroppo, arenato ai primi fogli, annunciava un saggio su U. Foscolo 
critico. Non per colmarla neppure in piccola parte, ma per confortare meglio 
i giudizi espressi sul valore del F. insegnante e sull' efficacia del suo magi- 
stero, soggiungo a quelle fatte ora nel testo e nelle note alcune osservazioni, 
che potranno accompagnarsi con quanto ebbi a scrivere di U. Foscolo erudito 
(nel Giornale stor. voi. XL1X), dimostrando come colpisse nel segno il De 
Sanctis, allorché, col suo intuito insuperabile, proclamò il F. « eruditissimo », 
mentre lo riconosceva instauratola della critica psicologica . (iV. Saggi erti., 
p. 164). 

Si rilegga, anzitutto, la nota lettera al sig. Bartholdy {Epistol. lett. 129) 
che è del settembre 1808: preziosa autocritica e bel saggio di critica autopsi- 
cologica, nel quale il F. ci offre curiosi, acuti e profondi ragguagli e giudizi 
sulla genesi del suo Ortis. Si capisce ch'egli sentiva il bisogno di farla finita 
con la critica corrente, retorica e vana, come, con le Ultime Lettere, aveva 
tentato di dare esempio d'una prosa nuova, viva, veramente moderna. Bella, 
questa consapevolezza dello scrittore, nel quale il critico si allea così effica- 
cemente all'artista. « Ho tentato (egli scrive) di dare alla prosa italiana la vita 
« e la schiettezza rapitale dal freddo delle discipline retoriche, e dal contagio 
« delle lingue straniere ». Ecco una novità pensata, tentata e in parte con- 
seguita; onde lasciamo pure ch'egli soggiunga con la consueta efficacia: « Ab- 
« borro dalle questioni retoriche come dalle porte dell'inferno. Quanto più 
« l'intelletto s'aguzza a notomizzare le cause dell'arte, tanto meno ampiamente 
« e largamente guarda la natura e si lascia meno incantare dagli affetti. Ed 
« io trovo in me più occhi e senso, che compasso e critica. Questa critica 
« sillogizza e ciarla molto, ma non sente, né opera». 

La sua, invece, voleva essere e fu tutt'altro ; non ciarlò vanamente, seppe 
ragionare, ma anche sentire, e far sentire, fu sentimento insieme ed azione. 

Come, nelle questioni più ardue, egli precorra la critica moderna e con 
quanta fortuna nelle analisi estetiche in lui l'artista dia la mano al critico, 



- T37 - 

si può vedere nel Parallelo fra Dante e il Petrarca {Saggi di critica, I, pp. 
107 sg.), specialmente dove tocca dell'essenza della poesia e della vera origi- 
nalità del poeta, che consiste nel concreto e nell'individuale della rappresen- 
tazione, fatta per via d'immagini (pp. Ili, )13, 117). 

11 F. sviscerò (nel Discorso III Sulla lingua italiana) con una penetrazione 
che diremo precoce, le dottrine del De valgavi eloquentia di Dante e seppe acco- 
starle acutamente al poema dantesco. Basti, per tutte, l'osservazione seguente : 
« Ma è vero altresì che la materia della lingua nazionale si trova più nel dia- 
« letto fiorentino che in qualunque altro d'Italia, e che, quantunque tutti gli 
« scrittori fiorentini, e Dante più ch'altri, abbiano più o meno alterato il loro 
« idioma materno ne' libri, pur nondimeno la maggior quantità delle parole 
« anche in Dante sono pur fiorentine » (p. 191). 

Molti anni prima del Bonghi additò uno dei vizi più gravi e quasi organici 
della letteratura, della prosa italiana, il dissidio fra i letterati-scrittori ed il 
popolo, V impopolarità quindi di esse, e ne suggerì il rimedio. 11 « peggiore 
dei danni » toccati agli Italiani, in fatto di lingua, fu questo « che la lingua 
« rimanendosi esclusivamente letteraria, la nazione in generale non ne ricavò 
« molto profitto, né ha mai potuto decidere sul merito degli scrittori o sulle 
« loro dispute grammaticali. Gli autovi sono pev lo più i soli lettori in simili 
€ argomenti, e certamente i soli giudici... » (Disc. Ili Sulla lingua italiana, 
in Prose leder., IV, 188). 

Che larghezza d'idee avesse il F. in un'altra grave questione, quella della 
moralità nell'opera d'arte, com'egli sapesse tener distinto il fatto etico dal- 
l'estetico, basterebbe a provarlo la squisita pagina del Gazzettino del Bel 
Mondo, dov'è narrato l'aneddoto delle due giovinette inglesi lettrici del Furioso. 
Qui egli si rivela divulgatore di critica, che, per essere amabile e graziosa, 
non cessa d'essere profonda. 

Ancora: ai critici moderni si fa il merito d'avere quasi scoperto Carlo Porta, 
d'avere compresa l'originalità e la grandezza di quella sua poesia, rimasta in- 
compresa per tanto tempo. Orbene: proprio il F., in tono di scherzo, pre- 
veniva e riassumeva queste scoperte, allorché, scrivendo al « fratello » Carlo 
Porta, lo salutava argutamente, così : « Addio, Omero dell'Achille Bongé » 
(Appendice alle Opere, p. 172). 

Riconobbe altamente, anche a rischio d'esser tenuto per paradossale e per 
ambizioso di novità, i meriti del Boccaccio come umanista, quando affermò 
che a lui spettava « non solo una porzione, ma la metà, a dir poco », della 
lode che si soleva attribuire intera al Petrarca, di « primo ristoratore della 
classica letteratura». (Disc. IV Sulla lingua italiana, pp. 209 e 211). Anche, 
rievocando, con un noto aneddoto, la figura del Boccaccio visitatore di Monte 
Cassino e a. "costandolo, per la potenza e l'audacia della satira, ad Aristofane, 
il F. sembra aver suggerito al Carducci lo spunto di certe pagine classiche 
(pp. 210-11 e 213). 

Non basta: non so chi mai al suo tempo, in Italia, avrebbe saputo definire con 



- 338 — 

tratti così sicuri le facoltà caratteristiche del genio nell'arte: «Queste quattro 
facoltà « (egli scrive) di sentire fortemente, di osservare rapidamente, d'imma- 
« ginare nuovamente e di applicare esattamente, quando sono riunite, equilibrate, 
« vigorosissime in uno stesso individuo e operanti simultaneamente, non già 
« per industria o per forza di regole, bensì con la spontaneità con che opera 
« la stessa natura, par che costituiscano il genio » (Introduzione ai Discorsi 
sulla lingua italiana, p. 121). E lascio i Saggi su Dante, sul Boccaccio e sul 
Petrarca, perchè più noti e sfruttati, sebbene tutt'altro che degnamente studiati... 

Preludendo ali" Esperimento sopra un metodo a" Istituzioni letterarie desunto 
dai principii della Letteratura — opera che si collega strettamente con le 
Lezioni dell' Università pavese e che rimase, purtroppo, frammentaria — 
il F. dichiarava il desiderio e il proposito suo di dir cose nuove. Quanto più 
si studiano i suoi scritti e più ci si persuade che la sua non fu vana iattanza 
e più si trovano ingiusti e inesplicabili i silenzi onde il Gioberti, mente al- 
tissima e cuore italiano, perseguitò nelle sue opere il Foscolo. 

All'autore del Primato non posso, infatti, perdonare d'aver annoverato fra i 
grandi scrittori dell'Italia moderna, « novatori e nazionali », il Parini, l'Alfieri, 
il Monti, l'Arici e il Leopardi, e d'aver soppresso il nome del cantore dei Se- 
polcri (Del Buono e del Bello, Firenze, 1850, p. 439); d'aver soppresso dalla 
schiera degli « scrittori del Rinnovamento » quello che fra i primissimi tante 
cose rinnovò nell'arte, nella coltura, nella critica, nell'anima e nella coscienza 
degli Italiani. Vedasi, di questo spirito italianamente innovatore, in atto, un 
esempio nel III dei Documenti, che seguono a queste note. 

Quanto più giusti gli stranieri che, fino dal 1830, lo additavano all'ammi- 
razione dell'Europa, come una delle « puissances intellectuelles de notre àge »! 
Vedasi la Revus britannique, Nouv. Sèrie, t. I, n. 2, agosto 1830, pp. 309-324. 
Si noti che l'artic. della Revue era tradotto dal Foreign Quarterly Review e 
che il primo scrittore accolto nella rubrica Puissances intellectuelles de notre 
age, fu il Goethe. Da quelle pagine, difficilmente leggibili in Italia, traggo 
qualche passo più rilevante. Dei Sepolcri, vi si dice (p. 322) che « l'Europe con- 
naìt cet ouvrage, l'un des cliefs-d'oeuvre de la littératurc moderne », ma si 
aggiunge anche che sono « une iraitation de l'anglais ». Non mancano nell'ar- 
ticolo i segni d'una conoscènza incerta della nostra letteratura. Chi lo scriveva, 
doveva aver conosciuto di persona il F., onde poteva scrivere (p. 324): « Sa 
conversation avait de l'éclat, mais une fougue souvent fatigante en affaiblissait 
l'éclat ; le bon ton manquait à ses discours, qui une passion véhémente dic- 
tait ». Si conclude col riconoscere che il F. « de tous les esprits de ce siècle, 
c'est peut-étre le plus Constant, le plus fidèle à ses principes ». Per altre notizie 
sulla « fortuna » del F. rimando al succoso volumetto di G. Surra, Della varia 
fama di U. Foscolo, Novara, tip. Parzini, 1907, 

(58) Vedi i documenti pubbl. da C. Cantù, Paralipomeni, in Arch. stor. 
lomb., a. Ili, 1876, pp. 74-5. Per uno scrupolo bibliografico cito qui l'opuscolo 
giovanile di Fr,. Guardione, U, Foscolo air Università di Pavia 1 Ferrara, Tip. 



339 



Sociale Editr. Ambrosini, 1877, del quale è più che sufficiente dare il titolo. 
L'A. annunziava un'opera che voleva « condurre a termine » intitolata Studi 
sulla vita, sulle apere e sui tempi del Foscolo. Per fortuna, sembra che essa 
sia rimasta inedita. 

(59) Vedasi il bell'articolo, con ritratto, di G. P. Clerici, nella Rivista 
storica 11 Risorgimento italiano, a. I, fase. I, 1908, pp. 99-103. 

(60) Il giorno dello Statuto. 



DOCUMENTI 



I. 

Per il testo e per la bibliografia delle Orazioni e delle Lezio ìli. 

I non pochi passi delle Lezioni foscoliane nei quali il testo come 
si legge nella stampa Le Monnier, lascia a desiderare, avevano fatto 
sorgere in me la speranza che una diligente collezione con gli abbozzi 
in gran parte autografi che si conservano fra i mss. già Martelli, ora 
esistenti nella Biblioteca Nazionale di Firenze e descritti, sino dal 
1885, a cura del compianto G. Chiarini, frutterebbe una messe pre- 
ziosa di correzioni e di aggiunte. Questa speranza era rinfocolata 
dagli eccitamenti di quell'entusiasta e liberale cultore di studi fo- 
scoliani che è il cotnm. Domenico Bianchini. Ma posso assicurare che 
il confronto eseguito con una cura pari alla cortesia dal dott. 
Luigi Fassò, non ha fornito che un numero esiguo di varianti di poco 
o niun momento, dimostrando che questa volta l'opera degli Editori 
fiorentini fu, per quanto era possibile, abbastanza coscienziosa. 

Ad ogni modo offro qui alcune spigolature da quelle varianti. 

Lezione II, ed. fiorentina, p. 81, 1. 23-4: « utile intendimento mi 
pare di esporre ecc. » ; ras. ad. 

Ibid., p. 82, 1. 15 : « e delle lingue che le furon madri »; e il ms. 
e dalle. 

Ibid., p. 86, 1. 19 : u scrivono per dire attraverso, trought e pronun- 
ziano sdro 51 ; e il ms. : Throught e pronunciano stoni ;?) 

Ibid., p. 93. Le parole u Dante scrisse un romanzo intitolato Vita 
Nuova n, mancano nel ms. 

Ibid., pp. 94-102. Il ms. di tutte queste pagine non ha altro che 
i periodi degli autori citati, e si arresta al Roberti. 

Lez. Ili, p. 114, 1. 2. Prima del capoverso u Abbiam già veduto 
com'egli cantasse ecc. »; il F. pone fra parentesi quadre questo breve 



- 341 — 

periodo : « Pindaro quindi non sdegnava la ricchezza finché non 
ostacolava la virtù, né seguiva sì eroicamente la virtù in modo che 
egli perdesse così la ricchezza ». 

Lez. IV, p. 145, 1. 4 dopo le parole « chi parlerà più delle opere 
d'Algarotti n il ms. rimanda con un asterisco alla pagina sg. dov'è 
il capoverso u Questi vizi in cui la passione ecc. » ; ma rimangono 
così campate in aria le linee seguenti che 1' Orlandini, non sapendo 
dove collocarle, finì con 1' omettere : « Or che né questi che cercano 
u applauso con imposture, né gli altri che lo cercano con cecità sieno 
u felici si può veramente [dirutamente] reputare. Perocché nel con- 
ci fronto di sé stessi con gli uomini veramente degni di gloria non pos- 
te sono dissimulare alla loro coscienza che questo applauso non sia pas- 
ti seggiero e che sarà seppellito col loro silenzio (?) e nel tempo stesso 
» essi per esperienza giornaliera conoscono che con tutti gli sforzi, 
« le adulazioni e la ipocrisia ottengono bensì certa lode e certa fama, 
u ma non sarà la pubblica estimazione, non sarà l'utilità dei concit- 
u tadini, non mai la soddisfazione dei loro desideri. Devono quindi 
u e rinnegare il pudore ed escire anche in poco guadagno il (o che?) 
u fanno'?) assoggettarsi all'opinioni ignobili del volgo, ed alla inquie- 
te tudine che provan ». Qui il periodo rimane sospeso. Dopo uno 
spazio bianco segue il brano u Questi vizi in cui la passione ecc. ». 

Lez. V, p. 154, 1. 20. La lezione scrupoloso adottata dall' Orlandini 
è addirittura inammissibile ; e neanche è possibile leggere nel gero- 
glifico foscoliano auruspologo, come bizzarramente egli propose in 
nota. 

p. 171, 1. 16 « Arricchire la vera letteratura ». Il ms. « arricchire 
la vera ed utile letteratura ». 

Dell' Orazione su 1' origine e i limiti della giustizia non è 
possibile collazionare il testo dell' Orlandini (pp. 181-200) sul ms., 
perchè questo è una serie di frammenti, privi di qualsiasi ordine, 
nei quali manca gran parte delle pagine messe insieme dall'Editore 
fiorentino attingendo ad altra fonte, e spesso appaiono solo in ab- 
bozzo le idee svolte invece diffusamente nella stampa lemonnieriana. 

Questi abbozzi autografi non ci forniscono alcun elemento per de- 
terminare la data dell'Orazione, che dovette esser recitata nel giugno 
1809, come dissi nella nota 52, e probabilmente pochi giorni dopo 
l'ultima lezione. Questa data riceve conferma dal seguente passo di 
una lettera che Luigi Pellico scriveva da Milano a Stan. Marchisio 
a Torino, il 30 giugno : « tempo fa sono stato vari giorni in Pavia da 



— 342 — 

u Foscolo; ed ho assistito ad una sua promozione legale per cui fece 
u nell'Aula un discorso : Dei limiti del giusto, col quale venne a 
u distruggere l'opinione di ogni diritto delle genti dalla giustizia 
a universale, e ripone per base di ogni società, di ogni diritto, di 
u ogni ragione la forza... ». 

A proposito di questa Orazione, riuscirà gradita agli studiosi una 
notizia bibliografica, della quale sono debitore alla cortesia e alla 
dottrina del coinm. Bianchini. La detta Orazione vide la prima volta 
la luce in un opuscolo, stampato l'anno 1825 in Piacenza col titolo 
seguente: Alcuni scritti e Dettati inedili di Ugo Foscolo, Piacenza, dai 
Torchi del Majuo, 1825. ì^e\V Avvertimento che li precede è detto: 
u Uno scolaro di Pavia ne' tempi che Foscolo vi leggeva Eloquenza, 
« raccolse questi Scritti e Dettati, quali compilati nel momento della 
u lezione, quali avuti da copiare dall'amicizia dell'autore ». Lo scolaro 
potrebbe essere il noto poligrafista Defendente Sacchi. 

L'opuscolo contiene: I Sull'origine e i limiti della giustizia. Ora- 
zione per laurea in legge; in una lezione che andrebbe collazionata 
con quella dell'edizione fiorentina. 

II Lezione di eloquenza. Lezione l a . 

Ili Transunto della Lezione l a . 

IV Lezione 2 a . E un riassunto anche questo. 

Questi sunti della Lez. l a e 2 a furono ristampati a Venezia nel 
1830, in un volumettino, impresso dalla Tipografia del Commercio, 
un libretto che ebbe l'immeritato onore d'una recensione, forse dovuta 
ad Emilio Tipaldo, nella Biblioteca italiana di Milano, del 1830. In 
questi due libretti apparvero dunque la prima volta alcune delle Le- 
zioni d'eloquenza che poi furono indegnamente riprodotte di sull'au- 
tografo nell'edizione del Gondoliere, l'anno 1842, a cura o... per la 
sinecura del Carrer. 

II 

Spigolature dalle Lettere di Giulio Mont 'evecchio al Foscolo. 

Fra le 34 lettere che del Montevecchio, il noto amico e contuber- 
nale del F., in Pavia, esistono autografe fra le Carte già Martelli, 
comunichiamo le brevi spigolature forniteci dal prof. L. Fassò, anche 
se non contengano particolari di grande rilievo. 

Lett. 2 a , certamente scritta da Pavia, venerdì, 19 giugno [1809]. 



— 343 — 

« ... Previddi un maligno ghigno della Facoltà legale per la tua 
promozione, ma non mi sarei aspettata una guerra n e di calunnie; tu 
puoi nulla ostante sorgerne con maggior gloria, mostrando al mondo 
quanto si debba temere da persone che non vedono o vogliono non 
vedere la verità. Ti mando la Risposta- Lomonaco ecc. con l'ordinario 
d'oggi, io credo che non vi sia mai stato libercolo che parli tanto 
dell'altrui impudenza quanto questo impudentissimo. T'avverto che 
non trovandosi vendibile, l'ebbi in dono dal capitano , Conino (?) e 
però dovetti dirgli ch'era per te... Scarpa ti saluta, facendomi di te 
un elogio non comune e con aria di persuasione, ma... ». 

L'accenno alla promozione del F., cioè alla sua Orazione sull'origine e i 
limiti della giustizia, recitata per la « promozione » o laurea in leggi, confer- 
ma la cronologia da me qui addietro proposta. Quanto al Lomonaco, rimando 
all'articolo citato dal prof. G. Natali. Di quest'esule napoletano, il F., che lo 
designa nelle sue lettere col nome di il professore, pare non avesse grande stima. 

Lett. 8 a . Da Pavia, 18 mercoledì s. a., scritta da Pavia, indiriz- 
zata a Milano. E l'8 a , nell'ordine assegnatole fra i mss. già Martelli, 
ma andrebbe collocata forse al primo posto, dacché dev'essere stata 
scritta nell'inverno 1808-9, durante una breve assenza del F. da Pa- 
via, se non nel novembre, pochi giorni prima dell'arrivo di lui. 

« ...Subito che avrò scavate (scovate?) fuori lire settecento di Milano 
che mi dovevan essere pagate in settembre, provvederò la legna... Il 
prezzo è di 31 lira al carro per la grossa e 24 per la dolce, io pensavo 
di prenderne tre della prima e due della seconda, credendo che vi sia 
risparmio nel consumare la legna più. dura. Dimmi tu cosa ne pensi, 
uè risolverò senza la tua decisione e sulla qualità e sulla quantità ». 

Lett. ll a . Venerdì, 9 marzo [1809] da Pavia. 

... a Ora poi ti avverto che per suggerimento dello stesso econo- 
nomo Cattaneo potresti rinunziare al Padrone la casa sino dal ven- 
turo semestre, andando seco inteso per le convenienze dell'epoca... 
Quanto a me, presto abbandonerò Pavia e tutt'al più che possa trat- 
tenermi sarà fino ad Aprile inoltrato. Ad ogni modo o io parta subito 
o io rimanga ancora alcuni mesi in Pavia, ciò non deve pregiudicare 
ai tuoi interessi, e anderai inteso con Bonfico (?) per le due stanze 
che occupo, o troverai altrove un alloggio. L'aver pagato per un 
intero semestre un appartamento che rimase voto, la prepotenza degli 
uomini che ti hauno distolto da un posto ove ti avevan collocato 



— 344 — 

sembrano giustificare questa rinunzia, ma tu vedrai meglio d'ogni 
altro ciò che ti convenga ». 

F'er l'illustrazione di questa lettera non occorre rimandare a quelle corri- 
spondenti del F. contenute nel I voi. del suo Epistolario. 

III. 

Una nota critico-letteraria di Didimo Chierico. 

A confermare che prosatore e che critico-artista moderno, vivo, 
affascinante fosse il F., e quale coscienza squisita e insieme quale 
gusto sicuro egli avesse dello « stile nuovo », penso di far rileggere 
ai miei lettori quella nota che Didimo Chierico appose alla versione 
del Viaggio sentimentale (Prose letter., II, 601). E la nota che l'Ho- 
bhouse riprodusse nel suo Saggio (p. 456), come esempio caratteristico 
di quella prosa dell'amico italiano e probabilmente per suggerimento 
dell'amico medesimo. Occorre rammentare che la nota commenta con 
classica arguzia la versione che il F., usando l'italiano arcaico, aveva 
dato del frammento trovato nel foglio di cartaccio del salumaio, in 
cui era ravvolto il burro comprato da Yorick, frammento che lo 
Sterne finse scritto u in istile francese, di quello vecchio, del tempo 
di Rabelais ». Nella sua versione in istile trecentesco Didimo si piac- 
que di adottare perfino la grafia dei vecchi codici italiani, scrivendo, 
ad es., hy storia. 

Ma ecco la nota: 

« ... Io, Didimo, volendo pur dedicare a' maestri miei alcun mio te- 
nue lavoro, che, come frutto delle loro lezioni, riuscisse di lor gradi- 
mento, colsi quest'occasione ed imitai le orazioni e le storie ch'essi 
all'età nostra stanno gemmando de' più riposti gioielli di Fra Giuda 
e del Semintendi. Ma perchè, da questo Frammento in fuori, il libric- 
ciuolo è dedicato alle donne gentili, le quali al parroco Yorick e a 
me suo chierico insegnarono a sentire e quindi a parlare men rozza- 
mente, io per gratitudine aggiungerò questo avviso per esse. 

— La lingua italiana è un bel metallo che bisogna ripulire della 
raggine dell' antichità, e depurare dalla falsa lega della moda) e poscia 
batterlo genuino in guisa che ognuno possa riceverlo e spenderlo con 
fiducia; e da'rg'i tal conio che paia nuovo e nondimeno tutti sappiano 
ravvisarlo. Ma i poverelli, detti Letterati, non avendo conio proprio. 



— 345 — 

lo accattano da fra Giuda, e mordono per invidia chi l'ha del suo; 
e i damerini, detti scienziati, piangono ipocritamente, dicendovi che 
la povertà della lingua li stringe a provvederlo di fuori. I primi non 
hanno mente, gli altri non hanno cuore; e non avranno mai stile ». 

IV. 

Intorno al u Saggio sulla Letteratura italiana n di Iohn Ilobhouse. 

Gli studiosi del F. sanno quale importanza abbia questo Saggio, 
non soltanto in riguardo al poeta zacintio; sanno pure come sia mal- 
fida la traduzione — arbitraria sino dal titolo — che ne fu inserita 
fra le Opere foscoliane dagli Editori fiorentini, onde il Carducci, per 
citare un caso, avendo a riferirne dei passi nei suoi studi pariniani 
(Opere, XIII, XIV), si giovò della revisione e della nuova versione 
fattagliene dall'amico Chiarini, avvertendo che l'originale u non si 
trova agevolmente n. E infatti non so quale altro esemplare ne pos- 
seggano le biblioteche italiane, oltre quello, veramente prezioso, che 
esiste nella Marucelliana di Firenze: prezioso anche perchè è quello che 
l'Esule poeta inviava da Londra, con una semplice dedica autografa, 
alla Donna gentile. L'esame ch'io ne potei fare, m' ha convinto del 
dovere che spetta al futuro editore delle Opere foscoliane di ripro- 
durre il testo originale, accompagnandolo con una versione letterale 
e con un adeguato corredo di note illustrative. 

Intanto ne offro il titolo esatto con le relative indicazioni biblio- 
grafiche. Il Saggio fa parte del volume col quale l' Hobhouse volle 
illustrare, mediante una serie di dotte dissertazioni, il Canto IV del 
Childe Harold. Il volume s'intitola così: Historical Illustrations \ of\ 
The fourth Canto \ of \ Childe Harold \ Conlaining \ Dissertations on 
the ruins of Rome: \ and j An Essay on Italian Literature By | John 
Hobhouse, Esq. \ Of Trinity Collega, Cambridge, M. A. and F. R. S., 
London, Iohn Murray, Albermale Street, 1818. h'Essay on the present 
Literature of Ita J y va da p. 345 a p. 484, e in esso la parte consa- 
crata al F. occupa le pp. 450-83. 

Ma, in attesa della futura ristampa, questo Saggio meriterebbe d'es- 
sere studiato nelle principali questioui che ad esso si ricollegano, e 
sopra tutte quella della parte avuta dal Foscolo nella composizione 
di esso. Oramai, è vero, i più dei foscoliani inclinano a considerarlo 
come una scrittura dovuta quasi per intero alla penna dell'Esule ita- 



— 346 — 

liano; ma questa tendenza mi sembra pericolosa e dannosa, qualora 
non sia accompagnata da opportune riserve e distinzioni. Ad una di 
esse ho già accennato nella nota 40; qui aggiungo solo un rilievo 
riguardante le relazioni del Foscolo col Confalonieri, pel quale ri- 
rimando all'osservazione di D. Chiattonb, Nuovi documenti su Fede- 
rico Confalonieri neìYArch. stor. lomb., S. IV, fase. IX, 1906, p. 62. 
Mentre esprimo l'augurio che un tale studio ci venga dalla sig. prof. 
Eugenia Levi, già benemerita per le sue pubblicazioni foscoliane, in 
una delle quali raccolse le principali notizie biografiche sull'Hobhouse, 
divenuto barone Broughton, (in Alcune lettere ined. di U. Foscolo pubbl. 
nella N. Antologia del 16 febbr. 1902, p. 668 nota), godo di poter offrire 
ai lettori, grazie alla sua squisita liberalità, una lettera inedita assai 
importante, che il F. indirizzò all'Hobhouse, nell'aprile del 1818. La 
sig. Levi la trascrisse dall'originale esistente nel Museo Britannico, 
fra le carte di Lord Broughton, riproducendo scrupolosamente il cat- 
tivo francese del F. 

Lundi matiu 1 heure (aprii 1818 *). 
Mon cher Monsieur, 

Moi je n'ai pas ni l'art, ni l'euvie de faire vite; cependant j'ai fait 
le plus vite qu' il m'a été possible ; mais par respect pour la véritè, 
pour la Musa, pour moi, et pour vous je ne voudrais faire volontai- 
reinent mal, qnand mème l'on me donnerait cent livres par page. 
Les articles de Monti, et le mien seront prèts pour jeudi à trois heu- 
res. Mais ils seront de vingt de mes pages chacun, à peu près, aussi 
je vous en previens, afìn que vous puissiez prendre vos mesures, et 
pour la gro^seur du volume et pour le temps de la publication. Quant 
à moi je dois et je veux (par une fatalité de tète dont je ne suis 
pas le maitre] que les choses que je fais, bien ou mal, soient propor- 
tionnées entr'elles; — aussi les deux articles qui restent à faire doi- 
vent ètre cornine les autres. Je vois, non cher Monsieur, que ce que 
j'ai fait ne se convient pas avec ce qui convient à votre ouvrage ; et 
le meilleur parti sera de renoncer au projet d'imprimer les articles. 
le suivrai jusqu' a jeudi mon travail, puisque j'en suis pres de la 
fin; et mon copiste est déja engagé: et je crois que le meilleur parti 
serait de annoncer dans ces notes que vous avez déjà sous la 

* Questa data fu aggiunta di mano delTHobhouse. Avverto che di questa 
lettera esiste copia fra le carte d^lla Labronica, donde la trascrisse anche il 
prof. Francesco Viglione, il quale del Saggio in questione discorre nel Capit. I 
del suo volume in corso di stampa, su U. Foscolo in Inghilterra. 



- 34? — 

presse un petit ouvrage sur l'Etat présent de la Letterature 
en Italie, et sur le caractère des Poètes de ce siècle depuis 
Cesarotti jusque à nos jours. Avec ce parti, nous pourrons enri- 
chir Touvrage de faits sur les autres branches de la littérature: et 
donner des extraits de poesie plus variées et mème les éclaircir avec 
une bonne traduction en prose aux pieds des pages. Nous soignerons 
mieux, moi, ines idées, et vous votre traduction; et les corrections 
des passages italiens dans l'impression. Ce livre pourra sortir à la 
moitió de mai et avec plus de profit pour tous les deux; carje dois 
avouer que maineenant raon àme repete en goinissant la plainte de 
Lord Bacon: Je devais vivre pour étudier ! — et je dois étudier pour 
vivrei — Et mes circonstances sont bien tristes: d'autant plus que 
je ne puis pas me passer d'un copiste. Dunque: si vous pouvez ajouter 
encore 40 pages à votre livre, vous aurais (sic) detnain au soir Tar- 
ticle de Monti, et jeudi à trois heures le rnien: — Différemment 
nous tirerons quelque autre parti du manuscrit. — Pour les revolu- 
tions d'Italie vous ne serez pas disappointed; et j'y mettrai tout mon 
zèle pour l'honneur de la Verité de la Liberté de la reputation des 
lettres et de la votre. Adieu. H. F. 

Motto : Fortitudinis accingar zona. 

Come si vede dalla semplice lettura di questa pagina, rimane pro- 
vato e documentato, in modo inoppugnabile, per attestazione esplicita 
e sicura dello stesso F. e dell'Hobhouse al quale essa è indirizzata, 
che l'Esule italiano stese dapprima e inviò a mano all'amico inglese, 
dietro compenso, almeno i principali articoli letterari destinati al 
Saggio, fra i quali indubbiamente, quello sul Monti e quello sul F. 
stesso. Le inesattezze di fatto, che è agevole rilevare in quest'ultimo 
articolo, mostrano pertanto o che il F., scrivendo di se medesimo, 
in fretta e a distanza di alcuni anni, fu tradito talora dalla memoria, 
oppure che l' Hobhouse, nel tradurlo e nel pubblicarlo poi sotto il 
proprio nome, si credette lecito di metterci del suo. Dalla lettera 
qui data in luce si ritrae inoltre che il Saggio, secondo il consiglio 
del F., avrebbe dovuto allargarsi sino ad accogliere esempì poetici 
dei vari scrittori, diventando un volume autonomo. Comunque, rin- 
cresce di vedere il Poeta italiano costretto dal bisogno a farsi scrit- 
tore al soldo d'un privato, sia pure un nobile e colto inglese, rinun- 
ziando, conforme ad un costume frequente anche allora nell'Inghil- 
terra, a segnare i suoi scritti col proprio nome. . 



VARIETÀ 
E CIMELI FOSCOLIANI 



1/ Antologia inglese dei poeti italiani 
compilata da Giulio Bossi e da Ugo Foscolo. 



Tempo fa 1' ing. Lauro Pozzi, pavese, ma residente a Milano, 
patriotta e gentiluomo egregio, appena informato delle solenni 
onoranze che la sua città preparava a commemorare il primo 
centenario del Foscolo professore, con un atto tanto più nobile 
e lodevole quanto meno frequente, s' affrettò a mettere a dispo- 
sizione del Comitato ordinatore di questo volume commemorativo 
un manoscritto a lui carissimo, perchè se ne desse una prima 
notizia agli studiosi. 

Il manoscritto contiene, tutto sparso di copiose correzioni 
autografe del Foscolo, 1' originale della prima parte della Anto- 
logia che Giulio Bossi aveva raccolto e fatto tradurre, giovan- 
dosi dei consigli e dell' opera dell' Esule suo amico. 

Questo volume, che all' ing. Pozzi pervenne anni sono per 
eredità del padrigno suo, il dott. Luigi Beretta, di Pavia, che lo 
aveva avuto in dono da una nipote del Bossi, ha una storia 
curiosa, la quale solo in parte è nota anche ai più consumati 
tra i molti foscoliani. Questa storia appunto sarà bene narrare 
prima di esporre la contenenza dell' Antologia. 



352 — 



: * 



Anzitutto, due parole intorno all' iniziatore e compilatore di 
essa. Il nobile Giulio Bossi — morto nel febbraio del 1880 — 
che per V altezza dei suoi sentimenti d' italiano bene meritò 
V amicizia del Foscolo, alle cui ultime vicende dolorose di esule 
legò il proprio nome, era un lombardo, di Varese. Fu anch' egli 
della schiera di quei primi giovani generosi che per isf uggire 
agli ergastoli austriaci, batterono la via dell'esilio. La sua mèta 
fu anche 1' Inghilterra, dove rivide il Foscolo sino dal 1819 
in a floride condizioni » e dove lo ritrovò, più tardi, nel '26, 
oppresso dalla miseria e dal male che doveva condurlo preco- 
cemente alla tomba. 

Tre lettere ch'egli, in tarda età, nel 1875, indirizzò al comm. 
D. Bianchini, il quale s'era rivolto a lui per avere qualche rag- 
guaglio più sicuro snW Antologia e sul Foscolo, gettano nuova 
luce intorno alle relazioni sue col Poeta zacintio. Approfittando 
della liberale concesione del destinatario, le riproduco qui nelle 
loro parti essenziali. 

La prima è del 20 aprile '75, scritta da Milano, come le 
altre due. 

u Stimatissimo Signore. Mi tengo molto onorato della di lei 
lettera, alla quale sono dispiacentissimo di non poter rispondere 
nel modo che Ella desidererebbe. Delle molte lettere che io ebbi 
da Foscolo fino al settembre 1827, in cui l'Italia e la repub- 
blica delle lettere piansero la perdita di quell'ingegno gigante, 
non ne conservo più alcuna, avendole qua e là disseminate fra 
ammiratori ed amici, alle cui richieste mi mancò il coraggio 
di un rifiuto. Il primo pensiero di un'Antologia critica di poesia 
italiana fu mio, e vi posi mano incoraggiato da Foscolo che 
mi aiutò poi in modo che quel lavoro si può dire più suo che 
mio. Al primo volume che solo fu compiuto, io aveva preposta 
una breve prefazione che Foscolo prima approvò, poi soppresse 
per sostituirvi una lunga dissertazione sul modo di insegnare 
le lingue, confutando il sistema di Hamilton intorno al quale 






- 353 - 

erasi di quei giorni pubblicato un opuscolo. Fu sua di getto 
quantunque figurasse sotto il mio nome ; non ho però sgrazia- 
tamente che la traduzione inglese, essendo andati smarriti i 
foglietti volanti che egli mandava di mano in mano a M. Austin 
che li volgeva in inglese ; abitudine che egli aveva contratta 
per molti dei suoi lavori letterari. Alcuni anni or sono feci 
tenere quella Dissertazione al Monnier, che me la rese, né so 
che sia stata inserita nella sua edizione delle Opere di Foscolo 
Il solo 1° volume dell'Antologia fu, come dissi, compiuto, e 
Foscolo nel manoscritto prepose di suo carattere ad ogni estratto 
interessantissimi cenni storico-biografici su ciascun Autore e 
note ; la morte di Foscolo troncò le trattative di stampa, ed 
io pochi giorni dopo il 10 settembre 1827 in cui alle ore 8 72 
di sera si spense quella splendida intelligenza, partii per l'A- 
merica, dove passai dieci anni della mia emigrazione politica, 
confidando ad un amico in Londra le mie carte, delle quali 
al mio ritorno trovai non poche smarrite, e fra queste anche 
alcune lettere di Foscolo. Nel 1848, quando io mi trovava rifu- 
giato in Lugano, il carissimo amico mio che or non è più, 
Filippo De Boni, volle ristampare le Lettere di Jacopo Ortis, 
e me ne parlò domandandomi quale, a mio pai-ere, ne fosse 
1' edizione migliore. Io gli offersi quella che Foscolo stesso mi 
aveva regalata in Londra nel 1819, sulla quale il De Boni ri- 
produsse quelle lettere coi tipi della Tipografìa Elvetica di 
Capolago, facendola precedere da una lunga accuratissima bio- 
grafia. Quel volumetto, se Ella crede che le possa esser utile 
per il lavoro al quale si sta dedicando, è a tutta sua disposi- 
zione ; ma probabilmente Le sarà già conosciuto... ii. 

Sette giorni dopo, il Bossi, così rispondeva ad una nuova 
lettera del Bianchini : 

u ... Ben volentieri coglierò la prima occasione per man- 
darle la Dissertazione di Foscolo della quale Le ho fatto parola 
nella mia precedente. Ella però converrà con me che, avendola 
io comunicata al Le Monnier, che non so se 1' abbia inserita 
negli scritti di Foscolo, il darle pubblicità sarebbe indelicato. 

Il 1° volume dell'Antologia, alla quale doveva essere pre- 



— 354 — 

posto il titolo indicato nella lettera del Foscolo agli Editori 
Saunders e Otley del giugno 1827, non fu dato alle stampe, 
come già Le scrissi, ne è conosciuto in Londra. Io lo conservo 
manoscritto, non poco maltrattato da chi l'ebbe in consegna 
alla mia partenza per l'America, come tutto il resto delle mie 
carte, fra le quali andarono perduti con molte lettere anche i 
materiali che in gran parte erano preparati per i successivi due 
volumi. 

Di particolari della vita intima di Foscolo, oltre quelli che 
si rivelano nelle sue lettere, non Le posso dir nulla, perchè io 
non mi sono mai permesso di provocare confidenze che non mi 
venissero spontanee, e Foscolo nei suoi colloqui anche cogli 
amici più famigliari non era facile ad aprire l'animo suo su 
quello che non fosse letteratura e politica. 

Nel 1819 lasciai Foscolo a Londra in floride circostanze ; 
lo ritrovai nel 1826 dissestato assai di finanze, e ritirato sotto 
lo pseudonimo di IL F. Emerytt, nome che io suppongo fosse 
quelìo della madre di Miss Floriana, di questa giovane bella, 
cara, interessantissima per mente e cuore — ne io ne so di più. 
Quando nel 1826 arrivai a Londra, Foscolo era già travagliato 
da lenta cronica malattia al tubo intestinale, e da ostruzioni ai 
visceri specialmente al fegato; da ultimo poi 1' ascite che due 
volte a breve intervallo lo obbligò a subire 1' operazione della 
paracentesi, seguita la seconda da forte infiammazione, accelerò 
la sua morte preceduta da tre giorni di penosissima agonia. 
Ne le cure prodigategli dall' arte medica e dalla più sollecita 
amicizia, valsero a scongiurarne la perdita fatale. 

Ella mi fa domanda che si riferisce alla religione di Foscolo; 
io non ho mai indagato a questo proposito i di lui sentimenti, 
ne 1' ho mai sentito parlarne. Aveva la religione dell' uomo per- 
fettamente onesto, che è anche la mia, e nella mia lunga con- 
vivenza con lui non 1' ho mai veduto, né sano ne ammalato, av- 
vicinato da tonache importune. Del duello con un Graham non 
ne so nulla affatto... n. 

Infine, il 4 maggio, il Bossi riscriveva, fra l'altro: « ...Ben 
volentieri accondiscendo al desiderio esternatomi nella sua ca- 



— 355 — 

rissima e sempre gentile lettera, inviandole al mezzo della fer- 
rovia il primo volume della nota Antologia con la Dissertazione 
che gli è prefissa. Lo vedrà maltrattato, come già Le scrissi, 
e per giunta mancante di qualche foglietto staccato, di tutto 
carattere di Foscolo, probabilmente con poca delicatezza sot- 
tratto per amore di autografi da chi lo aveva in custodia. 

Perchè Ella poi veda che io non era ignaro delle voci che 
correvano, anche per le stampe, su pretese ritrattazioni di Fo- 
scolo, racchiudo copia che ho conservato di una mia lettera 
agli Editori Papsch e C. Tipografi di Trieste, che essi si rifiu- 
tarono di pubblicare (1): ne tentai l'inserzione della Gazzetta 
Privilegiata di Milano, ma incontrò il veto della Polizia!... n. 

(1) Sarà non inutile riferir qui questa lettera del Bossi agli Editori Papsch e 
C, che il comm. Bianchini trascrisse, quando ebbe in prestito dal Bossi me- 
desimo il volume dell 1 Antologia, nel quale essa si trovava allora inserita : 

Milano, 7 maggio 1845. 
Signori Papsch e C. 

Tipografi del Lloyd Austriaco — Trieste 

A pag. 34 de 1 « Cenni sulla vita di Paride Zaiotti » che uscivano da' vostri 
torchi in fronte al suo « Discorso sulla letteratura giovanile », lessi non senza 
meraviglia queste parole : 

« E chi assisteva quel travagliassimo ingegno [Ugo Foscolo] ne' suoi ulti- 
« mi momenti, raccontò com'ei fosse solito dire: Quel mio Ortis è un delitto 
« morale; non so che darei a non averlo scritto ecc. ecc. ecc. ». Una nota a 
pie di pagina soggiunge che chi assistè e raccontò fu il Conte Giulio Bossi. 
Quel nome, benché precorso da titolo che non mi appartiene, è il mio. Ed è 
vero ch'io fui testimone agli ultimi momenti di queir illustre ; e da lungo tempo 
avevo la sorte di essergli amico. Epperò è mio debito e al morto, e a' vivi, e 
a me stesso, e alla verità, d 1 invitare l'innominato che dettò que' Cenni, a di- 
sdirsi di ciò che egli in mio nome, affermò senza averne da me facoltà veruna. 

Dichiaro pertanto che mai Foscolo non si palesò meco pentito di quelle 
Lettere, sia qua e là nel corso di parecchi anni, sia nel consorzio quasi assiduo 
che ebbi seco nell'ultimo anno di sua vita, sia fra que' luttuosi momenti, in 
cui quello splendido intelletto si spense. Io m'inchino alle opinioni de' vi- 
venti; ma giustizia vuole che non si facciano uscire da' sepolcri di un' altra 
generazione; la quale purtroppo intese gli uomini e le cose in altra forma. 

Voglia Dio serbare l'età nostra al giudizio di meno acerbi posteri, e non 
visitare (sic) in noi la contentezza del Fariseo ». 



- 356 — 

Altri documenti, già noti agli studiosi del Foscolo, ci con- 
fermano come il Bossi, insieme con l'esule guastallese dott. Gae- 
tano Negri e col canonico Riego, fosse tra i più fidi e pietosi 
amici nell' assistere delle loro cure e del loro affetto il povero 
Poeta nei suoi ultimi giorni. Non è molto, Emilio Casa, nel 
suo interessante volume su I Carbonari Parmigiani e Guastai- 
lesi cospiratori nel 1821 e la Duchessa Maria Luigia imperiale 
(Parma, Tip. Rossi-Ubaldi, 1904) diede in luce (pp. 308-12), 
traendole dagli originali, tre lettere del Foscolo al dott. Negri, 
suo amico e medico curante nell'ultima malattia. La prima di 
esse è di mano del Bossi, ma scritta sotto dettatura dell'infer- 
mo, con la data del 13 giugno 1827; la seconda, de] 6 luglio, è 
scritta pure dall'esule varesino, ma reca la firma del Foscolo, il 
quale vi descrisse i sìntomi del male che lo tormentava. Due 
lettere, che non si possono leggere senza commozione. 

~U Antologia era stata intrapresa qualche mese innanzi, e 
propriamente nel principio di quell'anno 1827, per iniziativa, 
s'è visto, dal Bossi, il quale, appena giunto a Londra, era stato 
impiegato dal Foscolo come copista per i manoscritti danteschi 
destinati alla nota edizione del Pickering. Ne troviamo fatta 
menzione già in una lettera inglese che al Foscolo scriveva, 
in data del tre marzo, T. Roscoe, il traduttore di essa, che 
per primo mise innanzi l'idea d'aprir trattative per l'edi- 
zione con la Casa Saunders and Otley (1). Se ne fa cenno anche 

(1) È autografa nella Labronica (voi. XLVII) e di essa, come degli altri 
documenti della stessa provenienza che si riferiscono AV Antologia, mi fu co- 
municata liberalmente copia dal prof. Viglione, che qui ringrazio. Scriveva il 
Roscoe : « I am concerned to think that indisposition should have prevented 
me from paying that attention to the subjectof Mr. Bossi's hai. Anthology which 
I had hoped to be able, and indeed promised you to do. I believe 1 mentioned 
to you the house of Mess. Saunders and Otley. A few days ago on calling upon 
Mr. S. he informed me that he should feel much obliged by being allowed to 
see any portion of the work that may now be completed, and that in perfect 
confidence after my represetitations of the nature and merits of the work, he 
would be enabled to return a very speedy answer. Should you and Mr. Bossi 
feel inclined to try the fortune of the work in that quarter I shall be glad to 
receive an intimation to that effect, and will cheerfully do anything in my 
power to promote the object in view ». 



- 357 — 

in una lettera, pure inglese, che Ugo scriveva il 28 d'aprile 
al Taylor, suo avvocato ed amico, nella quale, verso la fine, 
gli annunciava l'invio d'una porzione del libro, affinchè ne 
esaminasse parte dell'introduzione (1). 

Tre lettere (2) dello stesso Foscolo al Bossi, una delle quali 
del 14 maggio, l'altra con la sola data di u venerdì n, ma certo 
di parecchi giorni posteriore, anzi della fine d'agosto (3), 
recano qualche nuovo particolare per questa storia. Nella prima 

(1) « In the meanwhile I send you part of the first volume of the Antho- 
« logy that you may, if you have leisure, peruse a portion at least of the pre- 
« fa tory Essay; and I will carry also with me this evening the remainder of 
« the volume alorig | along (sic) with some poetry for your siater...» Lett. pubbl. 
da R. Tobler, Lettres inéd. de U. Foscolo ecc. nel Giornale stor. d. Lett. it., 
voi. 39, 1902, p. 102. 

(2) Pubblicate nel voi. XI delle Opere del F., II dei Saggi di critica, 
pp. 380-3. 

(3) Infatti, la terza lettera del F. al Bossi, che si raggruppa con le due 
precedenti, e che si ricollega evidentemente con la seconda, reca la data del 
21 agosto '27. Del 30 maggio è quest' altra lettera, importante, del Roscoe, 
tratta dal fondo Labronico : «... On calling the other day at Mess." Saunders 
and Otley, they made some inquiries from me respecting the Italian Anthology, 
which they seem extremely desirous to see. Would you wish me to communi- 
cate to them any thing further relating to the work or at what period they 
might confidently look forward to swing it? And now, my Dear Sir, may I hope 
that you will consider my present situation and painful occupation, as suffi- 
cient apology for mentioning what 3 T ou yourself were so good as to say remained 
over for future settlement. I mean my translation of the Artide on Venice 
as well as my endeavour to promote the progress and success of the Italian 
work and which when I first engaged in it, I think you mentioned would well 
deserve the remuneration of L. 10. As however, I went little beyond the pre- 
face and cau know nothing as to its further progress, or final success; 1 will 
simply state, out of respect bolli to yourself and Mr. Bossi, that I am willing 
to lay myclaim for remuneration as low as póssible, both as regards the 
« Italian Antology (sic) » ad the Artide on « Venice », and I truly wish that 
I could have devoted my time and labour to them gratuitously. But this beiug 
quite impossible, 1 do hope, as some time has now elapsed, that you will 
think me sufficiently reasonable when 1 mention the sum of L. 5 in considera- 
toti of my labour both in the Italian work and on the Art. on Venice ». 

Si vede così che la somma richiesta dal Roscoe riguardava anche la ver- 
sione dell'articolo su Venezia. 



- 358 — 

l'esule poeta scriveva all'amico: « Concluderemo una volta il 
primo volume dell'Antologia, tanto che si possa intavolare un 
contratto qualunque n. Ma l'impresa non era poi tanto agevole; 
né tardarono a sorgere difficoltà non lievi. 

a Roscoe mi scrisse (comunicava il F. nella seconda lettera ) 
richiedendomi di alcuna rimunerazione per quel tanto che aveva 
tradotto in fretta e in furia per la Prefazione dell'Antologia 
e nominò lire cinque (1). Troppo a dir vero! Ma anch' egli suda 
per sé e per la sua famiglia ed è incalzato dalla implacabile 
necessità. Gli mandai dunque tre lire, né io poteva un soldo 
di più... Importa dunque che quanto più prestamente io m' ac- 
certi quando, come e quanto V Antologia può giovarmi. Il primo 
volume potrebbe esser dato al libraio per saggio degli altri. 
Ma innanzi tutto importa che il testo sia corretto, e che si 
scriva una lettera categorica per chi volesse comperare il diritto 
di pubblicare l'opera intera n. Il Foscolo attendeva l'amico per 
accordarsi bene con lui. 

Si capisce che erano fallite le trattative con gli Editori 
Saunders e Otley, per le quali il Foscolo il 26 di giugno aveva 
abbozzato uno schema di contratto. Già il Mayer, neW Episto- 
lario foscoliano, inserì, sotto il n. 673, l'importante lettera di 
detti Editori che documenta questo tentativo del Poeta; ma il 
benemerito livornese la diede tradotta in italiano, non sempre 
con la dovuta fedeltà. Essendo in grado di offrire il testo in- 
glese, quale mi fu trascritto dalle Carte della Labronica, per 
T opera diligente e cortese del prof. Francesco Carlo Pellegrini, 
penso di far cosa utile agli studiosi riproducendolo nella sua 
integrità e con le varianti. Premetto che di questa lettera, nel 
voi. XL dei mss. Labronici (secondo il recente riordinamento 
fattone dal prof. Fr. Viglione, il cui Catalogo è compreso in 
questa Miscellanea commemorativa), esiste una minuta tutta 
autografa, ma cancellata, e un'apografa con correzioni autografe, 
parte a penna e parte a matita ; e parimenti a matita si legge 
scritto nella prima pagina della minuta, Mss. Otley and Saun- 

(1) Lire sterline, s' intende. 



- 359 - 

ders, il nome, cioè, degli Editori ai quali la lettera era desti- 
nata. 

Qui si trascrive, com'è naturale, la minuta apografa, sulla 
quale è condotta la traduzione del Mayer, e si danno in corsivo 
le correzioni fatte a lapis sovrattutto con l' intento, a quanto 
sembra, di mutare in terza persona invece che in seconda quel 
che riguarda la Casa Editrice, nelle condizioni del contratto ; 
mentre si aggiunge in nota la redazione primitiva. 

June 26-1827. 
Gentlernen 

Before returning into the country I avail myself of the 
feto moment s I can spare in town to perform at last a pro- 
mise io which from ivhat I under stood from M. r Th. Roscoe. 
I am long since pledged loith you. 

The very bad state of my health together with the absence 
of an English literary gentleman who assisted M. r Bossi in 
his under taking obliged us to delay sending you the first vo- 
lume of the Criticai Anthology of Italian poetry. 

Stili, though late, noto the Mss will reach you loithout 
having been seen by any other publisher, and thus you will 
have the preference to which you are most decidedly entitled 
on account both of our promise, and your early application. 

With respect to the probable success of the ivork, your 
own judgement and experìence ought of course to direct your 
opinion. Therefore I shall not venture to foretell what may 
be the result of the speculation in the way of business ; but 
in a literary point of view I can assert that the work is 
planned with novelty, executed with persevering attention, 
is (*) calculated to be the most useful of the kind ih any 
language. By perusing the prefatori/ Essay you will ftnd, 1 
trust, the grounds of my assertion ; and the whole volume 
will give you a sufficient idea of the execution of the work. 

(•) Prima c'era and, che stava meglio. Ma il F. lo cancellò e vi so- 
stituì is. 



- 360 - 

The defects that are lihely lo lessen the outtoard merit 
of the loork arise, so far I can judge, from the translators 
employed to render the different parts of the Italian originai 
into English. 

These however are blemishes wkich may he easily made 
aivay by means of verbal alterations ; and before the Mss. 
is delivered to the printer, M. v Bossi will be ready to attend 
to such improvements as may be suggested by you and ap- 
proved by the friends who assisted him in his Anthology. I 
ought at the sanie Urne to warn you that in case you under- 
take to publish it, no reliance is to be placed on the pro- 
fessions of any Italian corrector of the proof sheets. Of such 
professore and corrector s I lately made a very sad expe- 
rience indeed, and I take the liberty to suggest you that the 
corrections and revisals should be made by M. r Bossi himself 
without any expence on your part, and he will have the un- 
common satisfaction of presenting the English Public with 
a correct edition of the noblest specimens of Italian poems 
from the thirteenth century down to the present age. 

As to the terrns for the copy-right, the best pian would 
be that it should be settled by hoo respective friends. — The 
author toould rather prefer a stipulated sum for each new 
edition, but at the sanie Urne it ought to be tahen into con- 
sideration that besides his time ) labour, and expences for 
books, a great deal of ready money in the way of remune- 
ration to several translations of poetry has been and must 
continue to be disimboursed by him ; and on this score he 
cannot but expect that the first edition should fetch a higher 
price than the subsequent ones. It is on account of the un- 
certainty of the terms, that the two following volumes remain 
stili incompleted, the Author not being able to bear the 
expences required for the translations stili wanted. 

However should the publisher (1) prefer to purchase the 
copy-right out and out, no objection will be made on the part 
of the author, and with regard to the price the Publisher 

(1) Prima you. 



— 361 — 

and the aufchor will refer to the decisions of two respective 
friends. (1) Whatever terms the Publisher (2) may be disposed 
io propose, two conditions in his (3) favour vili be slrictly 
adhered to ) namely that no money in any shape whatsoever 
will he paid to 'M r Bossi or his agent (4), uniti the ivhole 
Mss. of the three volumes he delivered to the Publisher (5) 
ready far the press ; — and that in case of MS Bossi's ill- 
ness, or absences he (6) will engagé lo procure far the Publi- 
sher a proper Italian correction free of expence, having ali- 
ready (sic) the promise of M. p Foscolo's assistance (7) [and in case 
of such absence, the money lo be stipulated ivill be payed 
(sic) on account of M. r Bossi inlo the hand of M. r Foscolo, to 
tohom M. r Bossi will give the necessary power of altorney\. 

MS Bossi at the samc lime expecls that the publisher (8) 
should agree to two conditions in his favour — first, lo fìx a 
period of Urne within which. the three volumes should be 
prinled', and nexl to allow him iweniy four copies tohich he 
inlends to seni (sic) io Ilaly, and tohich he will engagé neither 
to seti, nor exchange for other books in this country. (*) M. r 
Bossi dioells at n. 15 Russel (sic) Place Filzroy Square, ivhere 
you will be pleased to direct any answer you may havc occa- 
sioni to make on the subjecl. 

I remain, genilemen, your obedient ltumble servant. 

[H. Foscolo]. 

(1) Prima. « I advised M. r Bossi not to start any objection and in this case 
likcwise to treat witli you, or with other publishers on his behalf » 

(2) Prima: you, 

(3) Prima: your. 

(4) E un'aggiunta. 

(5) Prima : you. 

(6) Prima I. Ma nella prima redazione, poi corretta parte a penna, parte a 
lapis, diceva, dopo : « M. r Bossi's illness », così : « or in case of necessity 
look myself over the proofs without any additional expence, with the promise 
in case of M. Bossi's absence M. r Foscolo will attend to the edition ». 

(7) Le parole qui racchiuse fra [ ] sono in un foglietto separato, al quale 
imanda un richiamo che è nella minuta. Nello stesso foglietto sono anche le 

seguenti, le quali, in caso, avrebbero dovuto trovarsi in fondo alla lettera; 
« Any answer directed will speedy rich {sic) M. r Bossi. 

(8) Prima : you. 

(*) Questo periodo è cancellato con un frego dall' alto al basso. 



— 362 — 

Da questa lettera si vede che il Foscolo parlava e trattava 
non soltanto come collaboratore ed amico del Bossi, ma come 
cointeressato nell'edizione dell' Antologìa, dalla quale s'illudeva 
di poter trarre qualche sollievo alle sue penose strettezze. Se 
ne desume inoltre che 1' Antologia, secondo le intenzioni anche 
di lui, doveva constare di tre volumi, sì da diventare una vera 
Antologìa critica della 'poesìa italiana, ad uso degli Inglesi, 
dalle Origini sino ai tempi moderni. In tal modo risorgeva 
nella mente dell'Esule poeta e critico, in quegli ultimi mesi 
della sua vita travagliata, l'idea che l'aveva consolato nelle 
prime amarezze dell' esilio, nella Svizzera, e aveva fruttato la 
Storia del sonetto italiano, e la nuova raccolta avrebbe messo 
capo ad un Saggio, come quello pubblicato col nome dell' Hob- 
house, che il Foscolo vagheggiava di poter arricchire d'una scelta 
di esempì poetici. 

Purtroppo, la morte di lui, avvenuta il 10 settembre di quel- 
1' anno 1827 e la quasi immediata partenza del Bossi alla volta 
del Messico, mandarono all' aria ogni disegno. Le lettere del 
Bossi al Bianchini ci hanno informato su questo punto : ma 
altri particolari ci offre lo stesso compilatore dell' Antologia in 
una lunga e notevole lettera, scritta al Panizzi il 14 settembre, 
cioè, pochi giorni prima di lasciare l' Inghilterra. 

«Non so se sappiate (scriveva egli al futuro bibliotecario 
del Museo Britannico) che il verno passato io ideai e cominciai 
la compilazione d'una Antologia poetica italiana, la quale ve- 
duta da Foscolo ed esaminata nella parte piccolissima ch'io gli 
portai, compresa una piuttosto lunga Prefazione, trovò che po- 
teva essere ampliata e condotta a termine in modo da destare 
interessamento ed essere di utilità ai molti studiosi di nostra 
lingua. Mi diede quindi infiniti consigli, materiali e direzioni, 
in modo che d'un volume che doveva essere dapprima, divenne 
di tanta mole, che se ne avrebbero potuti fare tre, il primo di 
circa 500 pagine è terminato, corretto e pronto per la stampa. 
Il resto dei materiali per un secondo volume (che potrebbe 
V Antologia restringersi a due soli) è quasi interamente unito; 
ma vi mancano le traduzioni inglesi e i cenni critici e biogra- 



— 363 - 

fici, che ha il primo, pure in lingua inglese, e cavati per la 
maggior parte da autori inglesi. Vivente Foscolo, al quale io 
aveva promessa una parte del prezzo che ne avrei potuto rica- 
vare, la depositai nelle mani dell'avvocato Taylor, intimo amico 
di Foscolo stesso, il quale erasi incaricato di procurarne la ven- 
dita con l' obligo a Foscolo di terminarla, conversione che la 
morte ha ora disciolto. 

u L'altro giorno avendone Eoscoe, che voi bene conoscete, 
parlato a Murray, questi desiderò vederne il primo volume com- 
pleto, nell' intenzione di farne l'acquisto, quando lo trovi di un 
genere tale da potervi basare una discreta speculazione. Aven- 
domi Roscoe comunicato che voi state compilandone una di 
prosa italiana, io gli dissi che nel caso che Murray avesse vo- 
luto farne l'acquisto, avrebbe potuto dirigersi a voi per condurla 
a termine sulla traccia del primo volume. 

u Partendo senza che Murray siasi deciso, io lascerò le istru- 
zioni necessarie a Mr. F. Roscoe, il quale ve le comunicherà 
a tempo opportuno, e per me vi assicuro che desidero viva- 
mente che voi vi poniate mano per terminarla, persuaso che 
le molte correzioni e i molti consigli che ebbi da Foscolo e 
la di lui approvazione riguardo al primo volume, non la ren- 
dano immeritevole della pubblica approvazione. 

a Essa comincia da alcuni predecessori di Dante, e dovrebbe 
terminare coi poeti viventi, avendo avuto in animo di dare con 
la disposizione degli estratti anche una storia della nostra 
poesia... t) (1). 

Questa, la storia esterna dell'Antologia, storia che ho cer- 
cato di esporre dando il più possibile la parola a quelli che 
ne furono gli attori principali. Vediamo ora il contenuto del 
primo volume superstite, che il destino aveva condannato al- 
l'inedito. 



(1) Pubblicata fra le Lettere ad Antonio Panìzzì dì uomini illustri ecc. 
a cura di Luigi Fagan, 2, ediz., Firenze, Barbèra, 1882, pp. 70-1. 



364 - 






Il volumetto, che misura 12 cent, di larghezza e 19 d'al- 
tezza, ha veramente 1' aspetto d'un superstite. Come notò il Bossi 
nelle sue lettere al Bianchini, è sgualcito e malconcio; non ha 
frontespizio, né titolo alcuno. Consta di 484 pagine scritte e 
numerate, alle quali ne vanno aggiunte altre 8, che formano 
un fascicoletto inserito posteriormente alla prima cucitura del 
libro, fra la 117 e la 118. Vi si riconoscono più mani, certo 
d'un copista e forse dello stesso Bossi, ma reca inoltre frequenti 
correzioni ed aggiunte autografe del Foscolo, non soddisfatto 
talora della trascrizione dell'amanuense o, più spesso, del modo 
come il traduttore inglese aveva interpretato il suo testo ita- 
liano e nella Introduzione e nelle Notizie storiche biografiche 
e letterarie, e nelle annotazioni. 

All'Antologia propriamente detta, la quale, come s'è veduto, 
il Foscolo avrebbe intitolata Antologia critica della poesia 
italiana, va innanzi un'Introduzione dovuta tutta al Foscolo: 
An Essay \ On the various melhods j Of teachings Langnages: 

Explaining the Editors pian with — directions for the use 
of the following Anihology, che va da p. 1 alla 117. Nella sua 
revisione il Foscolo non s'accontentò di correggere, con note- 
voli aggiunte, il ras.; in un caso, a p. 59, egli trascrisse di nuovo, 
rifacendola, un'intera pagina da lui presa a correggere, appic- 
cicando su di essa un foglietto. 

Seguono le 4 carte, tutte, tranne l'ultima pagina, scritte, e 
non numerate, che contengono la Tavola dell'Antologia: Contents 

Volume the first. Questa Tavola, che anche per le indicazioni 
che offre circa le fonti delle varie parti, è come un utile som- 
mario del volume, merita d'essere qui riprodotta, almeno nei 
suoi tratti più sostanziali; e perchè offrendo un'idea compiuta di 
esso, nonché un cenno del contenuto dei futuri tomi 2° e 3°, mi 
dispensa dal darne più minuti ragguagli. 



- 365 - 

— An Essay ecc pp. 1-117 

— Origin of the Italian literary language and earlier (sic, 
per earliest) specimens of its poetry from the year 1200 
to 1300. Historical and criticai reinarks from the Edin- 
burgh and the European Review .... pp. 118-122 

È un riassunto del noto scritto del Foscolo stesso. Così si dica per la mag- 
gior parte degli altri articoli citati in seguito. 



Lombard early poets. Sordello... Biographical and criti- 
cai account from the European Revieto, and the History 
of M. Ginguené, illustrating one of his poems, (cioè il 
noto serventese) ....... pp. 124-134 

Sicilian early poets. Pietro delle Vigne... Historical and 
criticai account from the Nexo Montlhy Magazine, with 

specimens of his poetry pp. 136-143 

Tuscan early poets. Guido Cavalcanti... Historical and 
criticai notices from the New Montlhy Magazine, and 

specimens of his poetry pp. 144-150 

Guitton e d'Arezzo » 150 bis 

Dante Alighieri-... Biographical and criticai illustration by 
Lord Byron, Ugo Foscolo, the Edinburgh Revìew, and the 
Rev. Mr. Cary (altrove, scorrettamente, Carry), whose 
translations accompany the following extracts from Dan- 
te 's poem pp. 151-161 

Inferno. Remarks on the structure and dimensiona of the 
Hell of Dante for the intelligence of the following ex- 



tracts 




. 


. 


. 


. 


Extract 


1 


C 


into 


Ili 


. 


11 


2 




ii 


X 


. 


» 


3 




11 


XIII . 


. 


11 


4 




ii 


XIX . 


. - 


n 


5 




ii 


XXVII 




li 


6 




ii 


XXXII 


. 


n 


7 




ii 


XXXII-XXXIII 


» 


8 




ii 


XXXIII 


. 


ii 


9 




ii 


XXXIV 


m 



pp. 


163-165 


11 


167-176 


11 


177-186 


11 


187-194 


r. 


195-209 


11 


211-222 


11 


223-230 


11 


231-240 


11 


241-244 


11 


245-250 







— 366 — 










Purgatorio. 






Extract 1 


Canto 


II . . . . 


pp. 


251-256 


Historical 


explanations of the following passage 


on the 




death of Manfredi ..... 


p. 


257 


Extract 2 


Canto III 


pp. 


259-264 


3 


» 


V 


n 


265-269 


» 4 


71 


VI 


• " 


271-277 


5 


77 


XX 


i 3> 


279-284 


6 


51 


XXVIII .... 

Paradiso. 


. » 


285-291 


Extract 1 


Canto 


I-II 


PP. 


293-296 


2 


?i 


XV-VI-VII .... 


. » 


297-309 


3 


n 


XIX 


71 


311-314 


4 


?i 


XI-XXIX .... 


71 


315-319 


» 5 


» 


XXIII 


. » 


321-328 


6 


71 


XXVII .... 


Ì1 


329-337 


Dante *s juvenilt 


) poetry .... 


77 


399-355 






Petrarch. 







Speciinens from Petrarch illustrated with criticism on his 
poetry and observations on his life and character extracted 
from the Essays on P. by U. Foscolo (1). The poetical tran- 
slations are mostly owed to the Right Hon. Lady Dacre pp. 
On the poetical improvement made by Petrarch in the 

Platonic theory of Love pp. 

Comparative descriptions of female beauty according to 
the platonic notions by the e 
Petrarch's Canzoni . 

» Sonetti 
On Laura's character 
Trionfo della Morte 
On the last days of Petrarch 
Petrarch's politicai poetry 
On the dìfFerent moral tendency of Dante 's and Pe- 
trarch's poetry . pp. 

(1) Ma compresa anche VAppendix, per la quale rinvio a Eug. Levi, 
Petr. » di U. F., Firenze, 1909, estr. dalla Bibliofilia, XI, XI, 



357 



359-366 



arly Italian poets . 


pp. 


367-376 


. 


77 


377-400 


. . . 


77 


401-422 


. . . . . 


71 


423-436 


. . . 


77 


437-443 


• i 


71 


444-446 


..... 


71 


447-472 



473-484 

1 « Saggi 
3-4. 



- 367 — 

Seguoìio, d'altra mano, ma con la firma le cui iniziali T. R., rivelano lo 
scrivente, T. Roscoe, le indicazioni seguenti che si riferiscono al secondo e al 
terzo vohtme cos'Antologia. 

— The second volume contains Extracts accompanied by criticai and 
biographical Remarks relatiug to the Italian Poets wo flourished 
betwen the 14 th and the 16 tn Centuries. 

— In the third and last volume are contained specimens, with trans- 
lations and illustrations of Italian Poets, who flourished between 
the 16* and 19* Centuries. T. R. 

Avuta così un'idea sommaria della materia ond'è composto 
il primo volume dell' Antologia, cerchiamo di conoscerne un po' 
da vicino i tratti più caratteristici e interessanti. 

La diffusa dissertazione proemiale che il Foscolo scrisse sui 
vari metodi d' insegnamento delle lingue, e in particolar modo 
dell'italiana, se può sembrare alquanto sproporzionata all'indole 
e alla mole dell' Antologia, è un nuovo e notevole documento 
della versatilità grande e dell'indomita operosità dell' Esule, il 
quale anche in queste sue pagine fa pensare al Baretti, dico 
al Barelti critico e maestro e trattatista di lingue. Egli vi espo- 
ne lucidamente gì' intenti ed i criteri dell' opera sua, intesa a 
diffondere la cognizione esatta e proficua della lingua italiana 
fra gli Inglesi e nel tempo stesso a elevarne la coltura e ad 
educarne il buon gusto, per via di bene scelti esempì poetici. 
Infatti, osserva 1' autore, u a correct taste... cannot be more 
easily acquired, than by a well regulated and diligent study 
of the most beautiful specimens extracted from the works of 
classical writers n. 

Giustamente rileva il Foscolo la novità e la superiorità di 
quest' Antologia in confronto delle altre italiane compilate ad 
uso del pubblico inglese. 

Ma perchè i saggi scelti a comporre quest' Antologia, sono 
esclusivamente poetici ? Vale la pena di riferire le parole con le 
quali il Foscolo risponde pel Bossi a questa domanda, che poteva 
diventare un' obiezione critica mossa al suo libro. « The extracts 
u given are entirely poetical because the purity, the varied 



- 368 - 

u richnesa, and hanno ny of ali languages, bufc more partìcularly 
u of Italian, seem to consisb intrinsically in poetry. The poe- 
ti fcical may be exlusively denominateci, the national language 
« of Italy ». E aggiunge : a It has at lenght been shown, beyond 
a dispute, that even Italian prose writing, forms part of a ton- 
te gue, inherently literary, written indeed by ali, bufe spoken 
a by none in as much as Italians almost without exceptions 
tt converse in their own provincial dialect n (1). 

Qui il Foscolo si diffonde ad esporre le sue note idee sulla 
lingua italiana e adduce altri argomenti a giustificare il carat- 
tere dato alla propria compilazione e il metodo da lui seguito, 
anche per ciò che riguarda la preferenza data alle versioni poe- 
tiche in confronto di quelle letterali prosastiche. Nel combat- 
tere poi il metodo hamiltoniano delle versioni interlineari, egli 
dimostra, fra altro, che esso è una deviazione, non un'applica- 
zione feconda dei principi che più che un secolo prima aveva 
esposti il Locke, tt whose deep investigations into the working 
tt of the human understanding led him to conclude that every 
11 thing connected with it depended on associations and com- 
tt binations of ideas, through the medium of words... n. 

Si capisce che, se si diffondeva oltre misura in questa ma- 
teria, citando e discutendo gli scritti più recenti, e col suo 
corredo solito d'erudizione, il Foscolo lo faceva, perchè la que- 
stione era allora viva e appassionava il pubblico inglese. 

Anzi dobbiamo riconoscere che alcune delle questioni di 
metodo didattico eh' egli viene toccando con mano sicura, sono 
proprio quelle medesime intorno alle quali fervono ancor oggi 
i dibattiti degli studiosi e di fronte alle quali il critico e filo- 
logo dotto ed acuto, ma anche poeta geniale, assume quell'at- 
teggiamento che l'indole sua e le sue abitudini dovevano sug- 
gerirgli. Volete vedere, ad es. com'egli stimatizzi il vezzo anche 
allora prevalente nelle scuole inglesi di inaridire e mortificare 
la mente dei giovani con la filologia analitica, grammaticale, 



(1) Le parole che si danno in corsivo, sono aggiunte o correzioni autografe 
del Foscolo. 



— 369 - 

pedantesca? a An acquaintance with dead languages (by whieh 
u I mean the Latin and the Greek) is far more general in En- 
ti gland than any where else ; the Greek words are thus ìiofc 
a only expounded in their simple signification, but their origin 
u is traced ; the rule of prosody resulting, given, the associa- 
ti tion of ideas. carefally examined ; and their combinations 
s and position marked ; but they are stili more verbal than 
u polite scholars; for the beauties of the classics, escape and 
u are lost in the analysis and criticism of. words. Howerer 
a trae, this cause cannot be attributed to any naturai defect 
u or blemish in the imagination or sentiment of a nation where 
u great poets, distinguished orators, and fine writers bave ever 
u flourished amidst numberless readers: but the more the fa et 
u is considered, the stronger becomes the reason to place the 
u cause in the oversharpening and consequenlly weakening 
u the faculties of the mina 1 Ihrongh the melhod employed in 
u the public schools and universities in teaching and explain- 
a ing the classics. By devoting the studies of the young men 
u unremittingìy for years to the grammar and philology of 
u the Greek and Roman writers, the ideas, passions and images 
a of style are neglected and lost. By analysing the signification 
u and etymology of words in this manner the heart and i ma- 
il gination are deadened. Their students become only erudite 
ti and subtile, and serve to increase the number of scholars in 
u verbal criticism, chiefly aiming at mailing a display morse 
u than useless of ingenuily in altìring the texts and the mea- 
ti ning of the ancìents ». 

Più innanzi v'è una pagina, dove il Foscolo, in figura del- 
l' ami-io Bossi, adduce l'esperienza fatta da questo come inse- 
gnante di lettere dalla cattedra del Liceo del suo paese natale. 

« While engaged in teaching « belles lettres » at a lyceum 
u (of Varese) in Italy, the Editor becamo sensible thafc if the 
u pupils were not previously erabued with a genuine relish 
a for the passages of great authors, they were with diffìculty 
u induced to unravel the real meaning of words, stili less to 
a inquire iuta the characteristics beauties of their style and 



- 370 - 

ti the various peculiarities of the language. But the reoitation 
u in verse of a few extracts from Annibal Caro's version of 
et the Eneid never faile to animate the youthful audience, 
« whilst the master' s remarks on the translator' s numerous 
u instances of infìdelity (which notwithstanding his felicity and 
« genius, so greatly diminish the meritof his originai) seemed 
u to redouble the curiosity of most of the pupils, to read at- 
ti tentively the same passages in the Latin text, and to translate 
« them in a manner less ably indeed, but with a persevering 
ci application to master each word and phrase, so as to render 
u them more faithfully at least than Caro ». 

Assai perspicue e sensate, le pagine nelle quali l'autore rias- 
sume ]e principali avvertenze che devono avere gli studiosi in- 
glesi della lingua italiana ; tali da dimostrare ancora una volta 
che larghezza d' idee egli avesse pur nel campo della gramma- 
tica. Dopo aver esposte le ragioni che lo avevano indotto a ri- 
nunziare al proposito, dapprima formato, di dare le illustrazioni 
storiche e biografiche in lingua italiana, l'Autore enuncia il 
criterio essenzialmente cronologico col quale aveva ordinati i 
diversi poeti, e gli altri criteri che lo avevano guidato nella 
scelta e nella disposizione degli esempì poetici. Alcune osser- 
vazioni comprese in queste pagine si riferiscono al secondo e 
al terzo volume dell'Antologia, rimasti, come sappiamo, appena 
abbozzati in parte, e in parte solo nella mente dei compilatori. 
Perciò riusciranno doppiamente graditi, io penso, i passi che 
qui trascrivo, tratti dalle ultime pagine della Introduzione. 

u It has been attempted that the extracts from the epic poems 
u should contain in themselves the beginning the progress and 
u the conclusion of a certain portion of each poem forming in 
ce itself a whole story. This howerer could not always be at- 
te tained unless by omitting several stanzas and now and then 
et interrupting the extract in the midst of one canto to look 
ce for the continuation of the story in another. The Orlando 
ce Innamorato of Boiardo has supplied the Editor with an ex- 
it tract where there is no occasion for interruptions as it de- 
ci scribes the whole of an episode namely the loss and the re- 






— 371 - 

u covery of a besieged fortress. This, by no means could be 
u obtained in the Orlando furioso, because Ariosto makes a 
u rule to interweave ali his numerous talea, and gite vp ncw 
a and lìien the Ihread of each. Hence in order to embody a 
u few of them in a complete extracts, their continuation and 
u conclusion have been gathered from severa! distant parts 
u of the poem. 

u Of tragedies the final scenes are most frequently given 
a as the most interesting no less on account of the passions 
a of the personages than of gratifying the young students eager 
u to learn at once rather the catastrophe than the progress of 
a the theatrical pièces. In the illustration of these, too, care 
a has been taken to convey a general outline of the subject n. 

Dopo accennato alle liriche, specialmente del Petrarca, tra- 
scelte con riguardo particolare alle signore lettrici, il Foscolo 
tocca del melodramma, del quale avrebbe dato qualche saggio 
nell'ultimo volume. 

a From Metastasio's operas there is given only a few scat- 
u tered specimens to the shortness of which, by way of com- 
u pensation, is added the whole of the sacred oratorio on the 
u, Sacrifico of Isaac, regarded as one of his master pieces. Nor 
u has the Editor omitted any occasion of availing himself of 
a such poems as tend to exalt the noblest propensities of 
a the human mind and inspire it with religious principles r>. 

Mentre afferma altamente il concetto morale che ha presie- 
duto all'opera sua, il Foscolo combatte non meno altamente 
l'ipocrisia dei testi castigati e storpiati, con osservazioni che 
ci ricordano un aneddoto arguto del suo Gazzettino del Bel 
Mondo. Anche per questo esse meritano d'essere riferite. 

u In order to preserve the youth from the risk of meeting 
u with passages either really or apparently equivocai, many 
u masters have resorted to the expedient of giving instead of 
u extracts certain castigaled editions which become stili more 
u prejudicial than the entire works of the poets, in as much 
u as ali traces of the omissions cannot be so well obliterated, 
u as not to ieave room for conjectures which once excited cannot 



._ 372 — 

ce but secretly and therefore more deeply worh wilhin the recess 
ce of the mind. Besides those who presume to mutilate the 
u works of superior writers, betray their complete incompe- 
u tence to appreciate them. The mangled editions therefore 
ce which they bring forth according to their own fancy, are 
u equally injurious in point of morals and of literature. At 
u the same time, perhaps, the expense incurred by families is 
ce no trifling consideration to supply such sets of Dante's, 
u Petrarch's, Ariosto's and Tasso's poems to the account of a 
ce score of volumes which owing to their adulterated text be- 
u come subsequently unworthy of preservation in any library. 
ce Doubtless, an Anthology so composed as to convey sufficien- 
cc tly correct idea of the style the genius and Works of each 
u poet may answer in directing the pupils at a more advanced 
ce age, how to provide and avail themselves of the entire works 
ce with more success in their study, and less liability to risk 
ce in point of morality ». 

In servigio dei maestri e dei discepoli che desiderano trarre 
il maggior profitto del libro, il Compilatore finisce con l'anno- 
verare una serie di regole pratiche alle quali dovrebbero atte- 
nersi. 

ce First, to peruse the translations so as to acquire a gene- 
ce ral idea of the merit of the originai. 

ce Secondly, to peruse with the same object the whole ex- 
ce tract in the originai, marhing the difference of feelings 
ce arising front the dìversity of the language. 

ce Thirdly, to reperuse the same originai stanza by stanza, 
ce sentence by sentence, so as to become masters of the thoitght 
ce and imagery conveyed in each line. 

ce Fourthly, to peruse it for the third time observing also 
ce the construction of the phrases, the grammatical accidents, 
ce the ideas both principal and accessory arising from each 
ce word. 

u Fifthly, to translate into prose the whole extract without 
resorting in the least to the poetical translation, but care- 
ce fully consulting the criticism and explanations connected 
a with the same extract. 



- 373 — 

u Sixthly, to compare the version of the pupil with thafc 
u appended to the text, and examine where the words and 
u ideas, may be best undersfcood and best expressed. 

u Finally, through the whole of this process of reading the 
a same extract, the pupil ought always to pronounce it aloud, 
u this being by far the most efficacious if not the only means 
u of accustoming the organs of the ear and voice to the sounds 
u of the language. Nor could it be too often observed that 
u poetry, as already stated, supplies far better than prose, the 
a advantage of invariably indioating through the measure of 
a rhyraes, the proper place of the accents of each word, and 
u consequently an unerring pronounciation of the Italian n. 

Con qualche altro consiglio di minor portata si chiude que- 
sta lunga Introduzione, la quale giova, se non altro, a illustrare 
un aspetto notevole della figura e dell' opera del Foscolo, quello 
del maestro. 

Ed ora spigoliamo qualche particolare dM 1 Antologia pro- 

»priamente detta. 
Di Sordello è riferito il noto serventese Pianger vuoil 
(sic), del quale è dato il testo provenzale e di fronte ad esso 
la versione letterale italiana, con qualche brevissima nota 
illustrativa di mano del Foscolo. Segue, in fine, la traduzione 
inglese. Di Pier delle Vigne è dato il son. Però che Amore 
non si può vedere, seguito da una versione inglese metrica, 
che com. Love is bui spirit ecc., ma che è cancellata con una 
linea trasversale e seguita e sostituita alla sua volta da una 
Translation by Johnston, che com. Since Love was ne 1 er lo 
sight. La precede un' avvertenza, poi cancellata, di mano del 
Foscolo: N. B. The Publisher ivill be supplied with a better 
translation of this poem. 

In fine alle tre pagine (p. 165) sulla struttura dell'inferno 
dantesco si cita, come fonte, il Dialogo del Manetti, nell' edizione 
Giunta, 1506. I vari saggi della Commedia sono preceduti da 
una notizia sommaria che li illustra e seguiti da chiose espli- 

tcative; notizie e chiose che ai conoscitori dei lavori danteschi 



- 374 -rr 

cita le fonti, le sue fonti medesime. Appunto perciò tralascio 
di riprodurne degli esempì, e solo faccio eccezione per le Expla- 
nalions che si leggono a p. 248, tutte di mano di lui, al verso 
Vidi tre facce alla sua lesta, dove Dante descrive Lucifero, 
u According to the English translator (Mr. Cary) it can 
« scareerly be doubted, but Milton derived from this passage 
u his description of Satan Par. Lost, B. IV. 

Each passion dimmed his face 
Three changed with pale ire, envy and despair. 

u in fact some ancient expounders of Dante assert that anger 
u is signified by the red face of Lucifer — envy or avarice 
u by the between pale ad yellow — and by the black of the 
u third face is meant a melancholy humour that causes a ma- 
li tis (?) thought to be dark and evil and everse from ali joy 
a and tranquillity. — However Lombardi the most acute and 
u happiest of modem interpreters reflecting on the position of 
u the three faces, understands them to signify the three parts 
u of the world then known in ali of which Lucifer had ìts 
a subjects ; the red face in the middle denoting the Europeans 
u — the yellow on the right, the Asiatics — the black on the 
u left, the Africans. This interpretation perhaps deserves to 
« be preferred ti. 

Col Purgatorio le correzioni del Foscolo, sempre più trava- 
gliato dal male, si vengono diradando, al punto da scomparire 
quasi del tutto. Pochi segni qua e là, di sua mano, si veggono 
nelle poesie del Petrarca, ad aggiungere, per esempio, il nome 
di Lady Dacre appiè di qualche poesia da lei tradotta. 

Ancora, a p. 443, dopo il testo italiano del Trionfo della 
morte, Cap. II, egli annota : u Here to be inserted Boyd's tran- 
ci slation from his published poetical version of the Triumphs 
u of Petrarch », 

Non autografo, ma, anche nella trascrizione del copista, così 
fortemente foscoliano è il passo, nel quale (p. 448-9) si parla 
della Canzone all' Italia: « Hence the rather enigmatical allusion 
u to u Bavaria's perfidy t> and the exortation — 






- 375 — 

Yet give one hour to thought, 

And ye shall own, how little he can hold 

Another's glory dear, who aets his own at nought. 
Oh! Latin blood of old ! 

Arise, and wrest from obloquy thy fame, 

Nor bow before a nanne 

Of hollow sound — 

a To make such allusion apparent was not the least of 
u those many difficulties which have been mastered by the 
u noble Lady, to whom Petrarch is indebted for the most beau- 
u tiful translati on of the most beautiful of his politicai effu- 
sions n. 

E infatti la versione della famosa canzone petrarchesca è 
trascritta più innanzi (pp. 456-61) e appiè di essa il Foscolo 
scrisse, ancora una volta, 1' ultima volta in questo volume, il 
nome caro della gentile donna inglese : Lady Dacre (ì). 

II 

Ledere inedile di Ugo Foscolo. 

Dalla cortesia del prof. Ferruccio Zani boni del r. Liceo di 
Brescia, il quale rinnovò, invano, per mia preghiera, il tenta- 
tivo di strappare alla troppo gelosa custodia dei possessori 
qualche foglio del carteggio foscoliano con la Marzia Martinengo 
Cesaresco, ho ottenuto copia di tre lettere, da lui trascritte di 
sugli autografi, esistenti nelle carte Tigoni. 

La prima di esse, inedita, è indirizzata dal Foscolo a Camillo 
Ugoni, il bresciano che gli fu degno amico e biografo e storico 
benemerito delle lettere nostre. Ne do il testo, senz' altro. 

u Io vi ringrazio quanto mai delle vostre cure gentili per 
me ; la casa m' è necessaria, tanto più che io fo conto di la- 
sciar Milano prima del mese di Giugno ; la situazione è bel- 

(l) Cfr. E. Levi, op. git. pp. 18-19. 



— 376 - 

lissima. Scrivo alla Contessa (*) pregandola di esaminarla. 
Ella può sapere più eh' altri ciò che fa al mio caso. Piacemi 
che il nostro Pitozzi non abbia inserito V articolo; ma mi 
piacerebbe assai più che il Bettoni non ci s 9 intricassse ; a Mi- 
lano ho espile ss amente et totis viribus vietato che i miei li- 
briccioli fossero lodati. — Li vedrete nel Giornale Italiano 
annunciati col semplice titolo e nulla più. Così vorrei che 
facesse anche il vostro gazzettiere. Questo per altro non fa 
che io non vi sia sommamente grato. La lode di persone come 
voi mi riuscirà sempre dolcissima ; ma sparsa nei giornali 
è come la quintessenza in piazza dove molta se ne ' esala e 
pochissima se ne sente. 

Addio intanto, valoroso giovane. Felice voi che potete tran- 
quillamente e liberamente attendere alle sacre Muse. 
Milano, 2 maggio 1807. 

Il vostro Foscolo. 

L' Epistolario a stampa del Foscolo, per quel tempo, basta 
a illustrare questa lettera, che precedette di poco il felice sog- 
giorno di lui in Brescia. 

Le altre due letterine, o, piuttosto, i due biglietti sono 
indirizzati dal Foscolo ad un altro giovine amico italiano, Gio- 
vita Scalvini Non recano indicazione d' anno, ma appartengono 
indubbiamente al periodo dell' esilio in Inghilterra, anzi all'an- 
no 1824. 

Ecco il primo, inedito : 

Venerdi, 
Caro Scalvini, 

Faccio dire alla "porta che io son fuori per iscansarmi da 
lunghe visite inglesi; ma voi siete sempre il benvenuto e stas- 
sera avrete qui il vostro caffè alla bresciana. Il Marchesi vi 
è venuto dianzi e benché et non fosse nel numero di quelli 
che non dovevano entrare, gli fu detto la bugia, però scrissi 
a lui nn bigliettino simile a questo. — Addio 

L' amico vostro 
Ugo Foscolo 

(•) La Contessa Marzia Martinengo. 



/ 











*~5%* " I %^ 




RITRATTO DI UGO FOSCOLO 
posseduto dall' Ing. Lauro Pozzi 






- 37t — 

Il secondo biglietto, un po' più lungo, datato da Londra, 
14 marzo, è quello dato alle stampe dal Perosino, fra le Lettere 
del Foscolo (Torino, Vaccarino, 1873, p. 315). L ! 'Andrea, che vi 
è menzionato, è indubbiamente Andrea Scorno, uno dei più 
operosi copisti del Foscolo, e della cui opera tante tracce si 
hanno nelle Carte della Labronica. 

Giova infine rammentare che in quel tempo l'Ugoni e lo 
Scalvini avevano preso a pigione il Green Cottage del Poeta. 



III. 



Un busto e un ritratto di Ugo Foscolo. 

Il bel busto di Ugo Foscolo, che viene per la prima volta 
alla luce, in fronte a questo volume, è, senza alcun dubbio, uno 
dei più preziosi documenti iconografici foscoliani che si cono- 
scano, per la sua autenticità e per la sua efficacia plastica. Esso 
giaceva presso che ignorato in una sala di Palazzo Vecchio, in 
mezzo ad altri cimeli del Poeta zacintio, provenienti dal lascito 
Martelli, e quindi dall'eredità di quella soavissima fra le ami- 
che del Foscolo, che fu la Donna gentile. La liberalità dell'On. 
Sindaco di Firenze ci permise di farne ammirare una prima 
riproduzione fotografica, in grande formato, nella solenne com- 
memorazione celebrata il 6 giugno nell'Aula Magna dell'Ateneo 
pavese; e ci permette ora di farlo conoscere ai lettori. 

L'autore di questo busto che è in scagliola, ci è ignoto; 
non ignoto invece l'anno in cui esso fu eseguito. Infatti in una 
lettera (EpistoL. I. 469, n. 327) che è senza data, ma non può 
essere che del principio del 1813, Ugo scriveva da Firenze al 
Cicognara: u Un cattivo scultore ha voluto per forza farmi un 
u busto; somigliantissimo, benché ignobilmente fosse fatto. Ma 
u vi supplì l'estro mestamente vivo che ci ha messo in volto, 
u Lo feci gittare in iscagliola. Vorrei mandarlo a mia madre. 
u Lo dirigerei bene incassato a voi n. 

Invece il busto passò nelle mani della Quirina Magiotti, a 



— 378 — 

meno ohe questo superstite (insieme con un altro passato al- 
l'Ugoni ed ora irreperibile) non sia una riproduzione (1). 

Comunque, è un contributo notevole a quella iconografia 
del Foscolo, che fu appena abbozzata, non è molto, da A. M. 
[icliieli] nell' Emporium (2). All'utile saggio di questo studioso 
si può aggiungere la notizia d'un altro busto eccellente del 
Poeta che adorna la Biblioteca Labronica di Livorno: opera 
egregia di Enrico Pazzi, il noto scultore ravennate. 

V. ClAN. 

(1) A questo busto sembrano riferirsi due passi di lettere da Firenze, della 
Contessa d'Albany e del Fabre al Foscolo (Lett. ined. di Luigia Stolberg Con- 
tessa d' Albani/ a U. Foscolo ecc. pubbl. da C. Anton a Traversi e da D. Bian- 
chini, Roma, 1887, pp. 32, 53). Nel primo, del 19 nov. 1813, si legge; « Votre 
sculpteur a fait un sonnet pour lui », cioè pel Fabre che aveva finito il ritratto 
del Foscolo; nel secondo, il Fabre, in data del 10 genn. 1814, scrive: « l'ou- 
bliais de vous dire que M. Leopoldo Mydler ha partorito un gran sonetto en 
présence de votre potrait ». Ammettendo l'identità del sonettiere, se ne do- 
vrebbe concludere che l'autore del busto fu, non un Ciampi, ma il Mydler. 

(2) Del febbraio 1908, voi. XXVII, pp. 101 sgg. Un ritratto del Foscolo 
inciso da H. Robinson, eseguito nel 1827 da P. Rolandi, e pubblicato in Lon- 
dra, riprodusse, di sull'originale posseduto dal Sig, Murray, Alfredo Comandini 
ne L'Italia nei Cento Anni del sec. XIX, Milano, li, p. 59. Nel beWAlbo Pa- 
riniano, edito a Bergamo, 1899, p. 90, fig. 113, il Fumagalli inserì anche un 
ritratto giovanile, del F., riprodotto da uno dell'Appiani, esistente nella Pina- 
coteca di Brera. 



— 3?9 - 

IV 

Un ritratto inedito di Ugo Foscolo. 

L'iconografia foscoliana è stata oggetto di un recente articolo 
riccamente illustrato dell' Empo rium, (1). In questo scritto è dato 
come ultimo ritratto del Foscolo, quello eseguito in Londra 
nel 1820 dal noto pittore Tito Perlotto, il cui originale ad 
olio trovasi oggidì nel Museo Civico di Vicenza, e fu dalla 
Piotti Pirola riprodotto più tardi in incisione e dal Locatelli 
pubblicato nella sua Iconografìa Italiana (2). Ora noi siamo in 
grado di far conoscere ai lettori un altro ritratto, il cui ori- 
ginale trovasi presso il Sig. Ing. Lauro Pozzi, il quale l'ereditò 
dal padrigno Luigi Beretta di Pavia, e questi a sua volta l'ebbe 
in dono dalla famiglia del Conte Giulio Bossi di Varese, di cui 
sono note le strette relazioni col Foscolo e con la figlia Flo- 
riana, negli ultimi tempi della vita del Poeta. 

Il ritratto originale fu eseguito con disegno artistico a car- 
boncino, su di un foglietto rettangolare di carta da lettere, con 
rigatura minuta in impressione, ingiallita e macchiata dal tempo, 
sebbene difesa da vetro, e delle dimensioni di 178 millimetri 
in altezza per 110 di larghezza, E parzialmente ricoperto nel 
margine da un altro foglio, bianco, intagliato ad ovale e cir- 
condato da una striscia dorata. I due fogli sono racchiusi in 
una cornice di legno nero, ora tarlato, lavorato a diverse 
sagomature minute, larghe complessivamente 22 millimetri, 
dell'altezza esterna di 193 mill. per 123 di larghezza. Il vetro 
e i due foglietti sono tenuti a posto, nella parte posteriore, da 
un cartoncino nero. 

Su di una lista di carta color caffè, incollata in due punti 



(1) Voi, XXVll, N. 158. pag. 101 e seg. II nome dell'Autore è segnato colle 
iniziali A. M. 

(2) Iconografia italiana degli uomini e delle donne illustri dalV epoca, del 
Risorgimento delle Scienze e delle Arti ai giorni nostri) Milano, Mulina, 1837. 



— 380 — 

nel margine inferiore, si leggono, scritte orizzontalmente, in 
carattere inglese e inchiostro nero, le parole: 

Por irati of the late Hugo Foscolo 

after Per/olii 

Krederer 

Questo ricordo vi fu dunque apposto dopo il decesso del 
Poeta ; ma non sappiamo né quando, né da chi. Si potrebbe 
anche dubitare dell' esattezza del suo contenuto, avuto riguardo 
al fatto che l'iscrizione non è apposta sul foglio originale, 
ma solo sopra una lista di carta aggiunta dopo, e il dubbio 
verrebbe confermato dall' osservare che il nostro ritratto è essen- 
zialmente diverso da quello del Perlotto che è, si disse, nel Museo 
di Vicenza, e fu riprodotto in incisione nell' Emporium (fig. 14). 
Mentre in questo il Foscolo apparisce ancor giovine e nella pie- 
nezza della sua vigorìa fisica, essendo stato eseguito nel 1820, 
nel ritratto che noi pubblichiamo, il Foscolo apparisce invec- 
chiato e colle sembianze già profondamente alterate dal malore 
che lo consunse e lo condusse alla tomba. 

Se si volesse cercare una rassomiglianza con qualche altro 
dei noti ritratti del Foscolo, la troveremmo piuttosto con quello 
rappresentato dall'incisione della Piotti Pirola, pubblicata, come 
s'è detto, dal Locatelli e riprodotta anch'essa nell' Emporium (fig. 
13). Però se confrontiamo anche questi due ritratti, non saremo 
inclinati a ritenere l'uno derivato dall'altro, presentando il nostro 
tali caratteri di originalità e di presumibile rassomiglianza, che 
lo farebbero credere piuttosto preso dal vero, senza escludere che 
il pittore possa essersi inspirato a qualche altro ritratto, special- 
mente nei riguardi della posa e dell'abbigliamento. È noto che, 
per attestato della stessa figliuola del Perlotto (1), questo pittore 
avrebbe eseguito « più ritratti su la persona del Foscolo n ; è 
lecita, quindi, anche la congettura che il nostro cimelio, piut- 

(1) B. Morsolin, Tito Perlotto e Ugo Foscolo in L'Ateneo Veneto, Ser. XI, " 
voi. II (Venezia, 1887), 235. 



- 381 - 

tosto che col ritratto di Vicenza o con la sua riproduzione edita 
dal Locatelli, possa collegarsi con qualche altro ritratto dise- 
gnato dal Perlotto, ora scomparso. 

Del resto non è nostra intenzione addentrarci in una ricerca 
più minuta, e lasciamo volentieri agli specialisti della icono- 
grafia foscoliana il compito di studiare meglio questo argomento 
e di determinare altresì chi sia o possa essere quel Krederer 
che si trova scritto sulla lista di carta appiccicata al quadro 
ora posseduto dall'ing. Pozzi e da lui custodito come una pre- 
ziosa reliquia di famiglia. 

A noi basti aver fatto conoscere questo nuovo ritratto del 
Foscolo, che per le sue caratteristiche e per il tempo in cui 
fu eseguito, certamente posteriore a quello del ritratto del Museo 
vicentino, rappresenta, se non c'inganniamo, un contributo non 
trascurabile all'iconografia del poeta zacintio. 

L. P. 






CATALOGO ILLUSTRATO 



MANOSCRITTI FOSCOLIANI 



DELLA 






BIBLIOTECA LABRONICA 






PREFAZIONE 



« Vi è una specie di òpere voluminose, usualmente chiamate 
libri da indice, non lette neppure da chi le possiede, e non esa- 
minate se non da que' pochissimi a benelìcio de' quali sono 
state composte, e i quali soli ne fanno buon capitale per la loro 
propria gloria e per la pubblica utilità. Gli scrittori di siffatti 
volumi, quando sono considerati come autori, sono giudicati, a 
dir molto, giudiziosi ma pesanti compilatori ; e quando sono os- 
servati come umani caratteri, niuno suppone che in essi possa 
essere mai una scintilla di originalità e di vigore di mente. Il 
maggiore merito che si attribuisce ad essi è la facoltà di perse- 
verare senza noiarsi a impinguare volumi utili ai pochi che sanno 
servirsene, ma che niuno può leggere senza noia » (1). 

Il presente catalogo è appunto di quelle opere aride, pesanti 
e noiose, che il gran pubblico de' lettori non cura di leggere, 
anzi guarda con aria sprezzante, compiangendo chi le ha com- 
pilate, lamentando il tempo perduto, e credendole opere di menti 
piccine. Ma c'è una classe di lettori formata di critici, di storici, 
di eruditi, di bibliofili, che vanno in traccia di libri da indice 
con passione d'innamorati, e quando in essi hanno trovato qual- 
cosa che avvìi, illumini, integri una ricerca, si sentono soddisfatti 
e felici. Godo d'aver dalla mia anche un' altra autorità davanti 
alla quale io m'inchino riverente: «Che se si vuole alludere a 

(I) U. Foscolo, Opere, ed. Le Monnier, voi. IV, p. 267. 



-.386 - 

quello ricerche storiche che sembra non presentino nessun inte- 
resse di nessuna sorte e non adempiano a scopo alcuno, è da os- 
servare ancora che il ricercatore storico deve spesso adattarsi al- 
l'ufficio, poco glorioso ma utilissimo, di catalogatore di fatti, i 
quali restano per allora informi, incoerenti ed insignificanti, ma 
sono riserva e miniera e per lo storico futuro e per chi ne abbia in 
qualsiasi modo bisogno. In una biblioteca si collocano sul pal- 
chetto, e si notano sulle schede anche libri che nessuno richiede 
in lettura, ma che una volta o l'altra potranno essere richie- 
sti » (1). Richiesti da quella classe di studiosi, dianzi accennata, 
la quale è certamente poco numerosa; ma poiché reclama i suoi 
diritti, e vuole i suoi libri, ad essa, non altro che ad essa, offro 
questo catalogo di manoscritti foscoliani. Il quale se meriterà 
d'essere accolto con l'augurio che or son due anni, fu fatto 
sulle colonne del Giom. stor. d. lett. it., il mio modesto desi- 
derio sarà soddisfatto (2). 

Nonostante le obiezioni teoriche che mi si potranno rivol- 
gere, ho pensato di dividere e suddividere le carte foscoliane 
della Labronica secondo il genere, e diciamo anche, secondo 
la specie attorno alla quale esse venivano raggruppate. Nel rior- 
dinamento ho seguito il metodo essenzialmente cronologico, che 
a volte sono stato costretto, mio malgrado, ad abbandonare. 

Un manoscritto trovava agevolmente il suo posto quando era 
contenuto in un inserto a parte, e accompagnato da una data, o 
era tale da permettere di rintracciarla e fissarla facilmente. Si con- 
trassegnava l'intera serie dei lavori composti in un anno con 
lettera maiuscola, e si apponeva il numero romano all'originale 
di ciascun lavoro, e i numeri arabici alle varie redazioni, o copie, 
o bozze di stampa, premettendo a quello e queste delle foderine 
di varia dimensione, che recavano in mezzo il titolo del lavoro, 
in alto le suddette sigle. Ma spesso, molto spesso, l'inserto do- 
veva mettersi insieme con numerosi frammenti disseminati qua 
e là, che bisognava leggere e studiare attentamente per riordi- 

(1) Croce B., Estetica, (2. edizione) p. 129. 

(2) Cian V., Ugo Foscolo erudito, in Giom. stor, d. lett. it., voi. XLIX, 
p. 21, l.0t:l 2. a 






- 387 - 

narli in un tutto organico. Nondimeno qualche volta m'accadeva 
di non saper trovar posto a un gruppo di fogliolini, ed io allora 
li collocavo col nome di frammenti sparsi in fondo alle molte- 
plici versioni di un dato lavoro. Quando invece l'inserto o il vo- 
lume apparivano già cuciti o rilegati dall'autore o da studiosi, 
miei predecessori, e contenevano scritti di vario argomento e di 
date diverse, in tal caso sembrandomi un sacrilegio guastar que- 
st'opera già compiuta, ho preso il partito di dar la segnatura de' 
vari scritti sotto l'anno cui appartenevano, rimandando poi con 
una citazione all'inserto o al volume dove realmente quelli si 
trovassero. 

Tali criteri ho seguito anche per riordinare l'immensa mole 
della corrispondenza epistolare, divisa in due grandi parti, se- 
condo che si trattava di lettere spedite o ricevute dal Foscolo. 
Quando esse avevano la loro data, non presentavano difficoltà 
per essere classificate; ma bisognava armarsi di una pazienza 
benedettina quando esse — e son parecchie centinaia — non 
avevano data alcuna, o l'avevano incompiuta. Allora mi toccava 
torturarmi il cervello sul testo, finché mi riuscisse di fissarne 
la cronologia. Le date trovate da me sono chiuse tra parentesi 
quadre, seguite in molti casi da un punto interrogativo che at- 
testa i miei dubbi. Anzi quelle di data molto ipotetica sono state 
relegate in fondo al mese o all'anno cui probabilmente si rife- 
rivano. Tuttavia di una quarantina di lettere d'altri al Foscolo 
non m'è riuscito d'escogitare data eli sorta, e però le ho riunite 
in una sezione a parte col nome di lettere sparse. Anche nelle 
lettere ho contrassegnato l'anno con lettera maiuscola, ma con 
numero romano il mese, e con doppia numerazione arabica pro- 
gressiva le lettere delle due diverse parti. Per amor di sempli- 
cità e di uniformità ho dato tradotto in italiano il mese, il giorno, 
e a volte, anche il luogo di provenienza di lettere scritte in 
francese o in inglese, riserbanclomi di notare in margine la lingua 
in cui esse erano scritte. Un'eccezione mi è sembrata doverosa 
per i titoli dei Documenti biografici (Parte quinta, II), che ho 
lasciati nella loro lingua, poiché essa mi sembrava assumere 
speciale importanza per la esatta e chiara conoscenza di quelli. 



— 388 -- 

Le lettere sparse, testé ricordate, non hanno offerto Punico 
caso in cui ho dovuto abbandonare V ordine cronologico per 
ricorrere ad aggruppamenti che parranno artificiali, arbitrari, ma 
che sono pienamente giustificati dalle condizioni di fatto. Per 
esempio, io non potevo per ragioni di tempo e di delicatezza 
mandare all'aria V ordinamento dato dal compianto Chiarini dei 
manoscritti delle Grazie, che ho lasciati intatti così come li 
ho trovati. Ancora: il Gazzettino del Bel Mondo (1817) e i Di- 
scorsi sulla servitù d'Italia (1814-16) presentavano una mole 
tale di frammenti che era impresa disperata voler assegnare a 
ciascun d'essi una data sicura e precisa. E mi son dovuto ras- 
segnare a riordinarli secondo la redazione cui più o meno pro- 
babilmente essi si ricollegavano. 

Peggio è avvenuto per la versione dcWIliade. Anzitutto è 
bene osservare che essendo la versione compresa in volumetti 
rilegati, tranne uno solo, dall'autore stesso, ho creduto opportuno 
dar di essi una descrizione sommaria. Ho fatto quindi rilevare, 
secondo l'ordine progressivo delle pagine, la materia dei diversi 
libri del poema omerico. Alla fine ho aggiunta una tabella rias- 
suntiva delle varie redazioni di ciascun libro. Qui l'ordinamento 
cronologico sarebbe stato cosa impossibile e avrebbe ingenerato 
confusione e oscurità. Nondimeno ho qua e là riferite le postille 
cronologiche apposte dall' autore stesso alle varie redazioni, e 
ho rilevato gli apografi diversi dei copisti che si succedettero dal 
Calbo al Golia. 

Sui criteri seguiti nella descrizione dei manoscritti ho da 
far poche premesse. Trattandosi di carte moderne, mi è sembrato 
inutile indugiarmi a misurar lunghezza e larghezza di volumi e 
quaderni, di fogli e foglietti, di frammenti e frammentini innu- 
merevoli. Mi sono dunque limitato a notare se il manoscritto sia 
autografo, o apografo, e quando é stato possibile, di qual mano. 
A volte, come per la traduzione de\V Iliade, ho fatto risaltare 
anche il formato e l'enumerazione delle carte o pagine di un 
volume o di un inserto. Delle Grazie ho lasciato intatto non 
soltanto l'ordinamento, come ho detto testé, ma anche la descri- 
zione fattane così bene dal Chiarini. Per una compiuta e ragio- 



- 389 - 

nata descrizione una cosa mi e sembrata essenziale — e a que- 
sta ho rivolte tutte le mie cure — notare cioè, subito dopo l'in- 
dicazione del manoscritto, il volume, l'opuscolo, la rivista, in cui 
esso fosse stato pubblicato, o ripubblicato. 

Indubbiamente, il succo dei manoscritti foscoliani della La- 
bronica è stato spremuto e raccolto da me in due volumetti in 
corso di stampa (1). Ma anche dalle carte studiate c'è sempre 
da trarre buon partito, senza dire poi che ve n'ha tante altre che 
attendono l'opera intelligente dello studioso (2). Sicché il presente 
catalogo riuscirà utile a tutti, utilissimo poi a chi in un giorno, 
speriamo non lontano, intraprenderà quella nuova edizione delle 
Opere di U. Foscolo, che da anni è un voto degli studiosi. 

Chi voglia farsi un'idea della conoscenza che prima d'ora 
si aveva delle carte Labroniche, non ha che a dare un'occhiata 
a quel inagrissimo inventario, non più lungo d'una pagina, pub- 
blicato dal G-ori, or son ventitré anni (3). Mancava un vero e 
proprio catalogo che non indegnamente s'accompagnasse a quello 
dei manoscritti foscoliani eli Casa Martelli, compilato dal Chia- 
rini fin dal 1885. E quando si pensi che le carte dell' Esule, 
venute da Londra dopo la sua morte, giacevano nell'Accademia 
Labronica in un disordine indecoroso, accresciuto dal tempo e 
dall'opera dei molti ricercatori, il riordinarli in modo razionale 
e definitivo era oramai un dovere. Un maggiore indugio avrebbe 
potuto rinnovare il caso di veder questo lavoro compiuto da uno 
straniero, come avvenne per i mss. di Leonardo da Vinci. 

(1) Il primo ha questo titolo: Ugo Foscolo in Inghilterra, (Saggi) Pisa, 
Nistri. Estratto dagli Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa: e 
il secondo quest'altro: Scritti vari inediti di Ugo Foscolo, Livorno, R. Giusti. 

(2) Sono lieto di poter annunziare, per esempio, che ad un saggio storico- 
estetico sulla versione foscoliana dell' Iliade attende il mio carissimo Prof. Be- 
nedetto Soldati, il quale per questo si è giovato non poco dei mss. labronici. 
Mi vien detto che altri per una storia delle relazioni di Venezia con le Isole 
Ionie vada consultando i documenti che il Foscolo raccolse per la Storia di 
Parga, rimasta incompiuta. 

(3) Ugo Foscolo, Opere poetiche ecc., Firenze, Solani, 1886, a p. C1V. La 
storia di queste carte Labroniche del Foscolo, abbozzata dapprima da E. Mayer 
nel voi. II dei Saggi di critica del F. da lui edite nella Collezione Lemonnie- 
riana, fu poi narrata con ogni diligenza e con ricchezza di particolari dal Lina- 
ker nella bella monografia su La vita e i tempi di Enrico Mayer, Firenze, 
Barbèra, 1898, voi. II, capp. I, II, III. 



. — 390 — 

A quale pesante lavoro io abbia dovuto assoggettarmi potrebbe 
intendere, se fosse ancora in vita, quell'insigne maestro di studi 
foscoliani che fu Giuseppe Chiarini; onde mi è caro riferire e 
applicare al caso mio le parole ch'egli scriveva dopo aver rior- 
dinato i manoscritti foscoliani depositati nella R. Biblioteca Na- 
zionale di Firenze: « 1 manoscritti erano così disordinatamente 
e confusamente ammassati nei dieci volumi e nelle tre cartelle 
che spesso il seguito di uno scritto di un volume bisognava an- 
darlo a cercare per tutti gli altri, ed erano specialmente gli 
autografi del Foscolo così frammentari, e la maggior parte di 
così difficile lettura, che spesso bisognava tornarci su cinque o 
sei volte per raccapezzare qualcosa. Se aggiungasi a ciò, che la 
maggior parte delle minute eli lettere del Foscolo ad altri man- 
cano di indirizzo e di data, e che mancavano di data e di firma 
parecchie delle lettere d'altri al Foscolo s' intenderà facilmente 
come non fosse davvero molto agevole mettere un po' di luce 
e un po' d' ordine in queir oscuro e disordinato ammasso di 
carte (1) ». 

Tutto giusto e ben detto: ma si pensi che i manoscritti della 
Biblioteca civica di Livorno, sono, a differenza di quelli della 
Biblioteca Nazionale di Firenze, per lo più in lingua inglese e 
francese, e di cento mani diverse: si rifletta che i manoscritti 
fiorentini formano non più di dodici volumi e quelli labronici 
raggiungono ora la bellezza di cinquantuno e si potrà compren- 
dere come la fatica dovesse essere, mi si perdoni l'espressione 
sincera, di tanto maggiore. Ma d'averla sostenuta non mi dolgo, 
anzi ne godrò, se a questo che n'è il frutto modesto, gli studiosi 
faranno buon viso, vedendo che, pur non mancando difetti, ine- 
vitabili in lavori di questo genere, si è in tal modo « riparato 
ad una colpa degli italiani (2). » Fr. V. 

(1) Chiarini G., Catalogo \ dei \ Manoscritti Foscoliani \ Già proprietà Mar- 
telli | della | R. Biblioteca Nazionale di Firenze j Roma, 1885. Cfr. pp. VII- Vili. 
— Il catalogo porta il n. 2 degli Ìndici e Cataloghi a cura del Ministero della 
Pubblica Istruzione. 

(2) Cian V., Articolo in Giornale d'Italia, 3 luglio 1907, riprodotto in 
Fanfulla della Domenica, 14 luglio dello stesso anno. 



Parte Prima : Poesie. 






Poesie originali, 

Vol. I. — Le Grazie. Classe prima e terza. 

Vol. II. — Le Grazie. Classe seconda. Ms. di Valenciennes. 

— (Per una descrizione minuta dei mss. delle Grazie cfr. la 
nuova edizione critica delle Poesie di Ugo Foscolo per cura 
di Q. Chiarini, Livorno, Giusti, 1904, pp. 565-79) (1). ■ 

Vol. Ili, sez. A. — I). Inserto apografo contenente: 

1). La Croce | Capitolo di Niccolò Foscolo. 

2). Il mio tempo | Ode di N. N. — (Dal Mercurio d'Italia 
| Storico Letterario | Per l'anno 1796 | Semestre Secondo j in 
Venezia | Dalla Tipografìa Pepoliaua). 

3). La Verità | Ode | Di Niccolò Ugone Foscolo. 

4). Le Rimembranze | Elegia | Di Niccolò Ugo Foscolo. 

— (Dall'anno Poetico \ ossia \ Raccolta annuale di Poesie ine- 
dite | di Autori viventi | Venezia | Dalla Tipografia Pepoliana, 
presso Antonio Curti | 1796. Tomo V. Dei due ultimi compo- 
nimenti c'è altra copia di mano diversa nella sez. B). 

Vol. III, sez. B. — I). A Napoleone Bonaparte | Lettera e 
Oda di Ugo Foscolo di Zante, Bologna, 1897. Apografo. 
II). Quinternetto apografo contenente: 

1). La Verità | Di Niccolò Ugone Foscolo. 

2). Le Rimembranze | Elegia 1 Di Niccolò Ugo Foscolo. 

3). Al Sole. 

4). Sonetto | In morte del padre. 

5). A Bonaparte Liberatore | Oda del Liber'Uomo Nic- 
colò Ugo Foscolo. 

6). Sonetto \ a Venezia | Di | Niccolò Ugo Foscolo. — 
(Dalle Poesie Giovanili \ di Ugo Foscolo, altre da quelle stam- 

(1) Nella stessa edizione si troveranno tutte le poesie liriche e versioni, 
tranne V Iliade, che noi veniamo enumerando. 



— 394 — 

paté a Lugano nel 1831 e che diconsi tolte da un manoscritto 
offerto dall'Autore nel 1794 a Costantino Naranzi). 

Vol. Ili, sez. C. — Strambotto scritto quando nacque la 
primogenita del Viceré in Italia, nel 1806 ecc. Te Beimi Ga- 
melle Dee ecc. Ap. Orlandi ni. L'aut. si trova nel verso della 
risguardia del voi. Vili, dove allo strambotto segue l'epigramma: 
Per pranzi e cene un apollineo serto ecc. 

Vol. III, sez. D. — Frammenti di Sermoni. Ap. Bellavita. 
— (Sono quelli editi nelle Opere, voi. IX, pp. 281 e segg.). 
Vol. Ili, sez. E. — I). Inserto contenente: 

1). Capitolo sul Giornalista | A Leopoldo Cicognara | Bel- 
losguardo 15 Giugno 1813 | Ap. della Donna Gentile. 

2). Cantala, | Imitazione da Giovanni Meli | Ap. idem. 
II). Inserto contenente: 

1). Sonetto: Vigile il cor sul mio sdegnoso aspello ecc. 
Ap. con questa nota: u L'originale è posseduto dalla Signora 
Quirina Magiotti di Firenze e la copia venne comunicata dal 
Prof. De Tipaldo al tipografo Resnati di Milano w. 

2). Altra copia dello stesso sonetto ricavata dal frontespizio 
d'un esemplare del Montecuccoli donato al Fabre. 

3). Sonetto: Solcala ho fronte, occhi incavali intenti. — 
(L'originale di questo sonetto trovasi attaccato dietro al ritratto 
di Ugo Foscolo dipinto da F. Pistrucci e posseduto dal Sig. 
Hudson Gurney di Liverpool (1). 

Vol. Ili, sez. F. — Edippo, Tragedia. Autografo. — (L'ab- 
bozzo fu pubblicato da C. Antona-Traversi, L' Edipo di Ugo 
Foscolo, schema d'una tragedia inedita. Città di Castello, Lapi, 
1889, pp. 1-38, in 8°). 



(1) Questo sonetto di cui s'ignora la cronologia fu probabilmente scritto 
negli ultimi mesi del 1822, se una lettera del Foscolo al suo traduttore Red- 
ding dice: « The bearer will wait for an answer. Forgive the dictalion of 
my letter, because I am sitting for my portrait bofore M. Pistrucci, poet and 
pai il ter. If you wish to hear bis improvisations you must come this evening 
to tea at eight o'clock ». Cfr. Redding C, Fifty years recollections literary 
and personal, with observations on men and things, London, Charles J. Street, 
1858, in 3 voli. Cfr. voi. Il, p. 187. 



— 395 - 

Vol. Ili, sez. M. — Ajace — Tragedia. Ap. di mano di A. 
Calbo con pochissime correzioni autografe. — (Per una parti- 
colareggiata descrizione cfr. F. Viglione, Sul teatro di Ugo 
Foscolo, (Studio), Pisa, Nisfcri, 1904, p. 73. 

Vol. Ili, sez. G. — Novella \ Sopra un caso avvenuto in 
Milano ad una festa di ballo. Ap. Bellavita. 

Vol. Ili, sez. li, — Epistola j Al Signor Naldi. Aut. con un 
biglietto dove si parla della malattia, credo, di A. Calbo. 

Vol. Ili, sez. I. — Frammento \ Chi scriva poesie sia Whig 
o Tori. Ap. Orlandini: l'aut. è in voi. XVI, sez. F. 

Vol. III, sez. K. — Epigramma \ Un lo dicea Nabobo, altri 
Chirurgo. Aut. nel cui verso segue un frammento della Let- 
tera Apologetica. 



II 

Versioni. 

Vol. Ili, sez. % L. — I). Dal Pontano: Sei tutta veneri se ridi, 
o Clori. Ap. Bellavita. 

II). Da Anacreonté: Sopra i mirti e fra le rose. Ap. 
Orlandini. 

III). Da Saffo: Quei parmi in cielo fra gli Dei, se ac- 
canto. Ap. Orlandini. 

IV). Da Lucrezio, libro II, v. 352-367. Ap. Orlandini. — 

Da Omero: l'Iliade (1). 

Vol. Ili, sez. N,l). — 1. Frammenti vari autografi del libro 
primo. 

2). 2. Quattordici fogli di bozze di stampa di data incerta, 

(1) Tranne il voi. Ili, gli altri posteriori che contengono la versione del- 
l' Iliade sono tutti rilegati dall'autore; e però di essi ho dato precedentemente 
una descrizione sommaria. 



— 396 — 

ma sicuramente posteriori al 1821, che di quest'anno è la fili- 
grana della carta. Essi comprendono i primi 11 brevi fram- 
menti del libro primo; il 12 e il 13 brevi frammenti del libro 
quinto; il 14 un brano brevissimo del libro nono. 

Vol. Ili, sez. 0,3). — 1. Breve prosa frammentaria, che è 
una specie di prefazione alla traduzione del libro secondo. 

4). 2. Autografo del secondo libro, diviso in due parti, di 
carte 32 l'una, di 15 l'altra. Precede una tavola numeraria delle 
navi della Rassegna omerica. 

5). 3. Apografo Golia, con correzioni e postille autografe 
del libro secondo; e con parecchie brevi lacune. 

6). 4. Copia dello stesso libro secondo di mano di E. Ma- 
yer, non uguale all'ap. precedente, ma identico al testo dato 
dall'Orlandini in Opere, voi. IX. 

7). 5. Copia di mano dell'O riandini d'un breve frammento 
del libro secondo, il cui autografo esattamente corrispondente 
si trova in voi. XIII, alle prime pagine. 

Vol. Ili, sez. P, 8). 1. Apografo Golia del terzo libro con 
numerose correzioni e postille autografe: continua il fascicolo 
da noi detto n. 5. « 

9). 2. Estratto dal fascicolo X (ottobre 1821) àzlY Antologia, 
contenente, com'è noto, il libro terzo. Su carte bianche inter- 
fogliate si leggono molti emendamenti autografi marginali che 
dovevano certamente servire ad una futura nuova redazione. 

10). 3. Due brevissimi frammenti autografi forse apparte- 
nenti al suddetto Estrallo. Nel verso del primo c'è un brano, 
forse dei Saggi sul Petrarca; nel verso del secondo un bigliet- 
tino del Foscolo. 

Vol. Ili, sez. Q, 11). — 1. Apografo Golia del quarto libro, 
con numerose correzioni e postille autografe, e varie lacune: 
continua il n. 8. 

12). 2. Copia incompiuta del libro quarto, di mano del- 
l'Orlandini, la quale in qualche parte somiglia alla precedente, 
in altre parti invece segue il testo dell'edizione Lemonnieriana, 
voi. IX. 

Vol. III, sez. R, 13). — 1. Fascicolo di carte 18, con filigrana 



- 397 - 

del 1819, delle quali le prime dodici contengono il libro quinto 
di mano di A. Scorno, con numerose correzioni autografe. Le 
altre otto comprendono alcuni abbozzi inglesi dell'articolo sul 
Digamma Eolio. Esso dunque sarà probabilmente del 1821-22. 
14). 2. Apografo Golia del libro quinto, mutilo e lacunoso, 
con correzioni autografe. Ha la filigrana del 1824; ed è il testo 
seguito dagli Editori fiorentini che v'introdussero more solilo 
innumerevoli modificazioni. E continuazione del n. 11. 

15). 3. Tre frammentili del libro quinto, de' quali il pri- 
mo è apogr. con una nota aut.: il secondo e il terzo autografi 
con la filigrana del 1822. 

Vol. Ili, sez. S, 16). — 1. Frammenti aut. del libro sesto, 
tre dei quali di mano di A. Scorno con correzioni aut. e con 
filigrana del 1821. 

17). 2. Apografo Golia, lacunoso e acefalo, del sesto libro, 
con emendamenti e postille aut.; è il testo riprodotto in Opere, 
voi. IX, salvo le molte aggiunte e correzioni introdotte dal 
Mayer, che le prese d'altronde. 

Vol. Ili, sez. T, 18). — 1. Apografo Golia del libro settimo 
con filigrana del 1821. E il testo riprodotto in Opere, voi. IX 
con le solite modificazioni degli Editori. 

19). 2. Brevi frammenti aut. del libro settimo, uno dei 
quali contiene nel verso un brano dell'articolo su Pio VI. 

Vol. Ili, sez. V, 20). — Una carta sola, formato protocollo, 
logora, scritta nel verso e nel redo, contenente frammenti del 
libro ottavo. 

21). Frammenti (26) aut., eccetto pochi (4) ap. di mano 
ignota con correzioni aut., contenenti in parte il libro nono 
con filigrana del. 1819. V'è un sol frammento del libro quinto. 

Vol. Ili, sez. Z. — 22). Carta protocollo contenente in prin- 
cipio, un frammento aut., importante, del libro decimo, un altro 
pure aut., dello stesso libro a metà; e un terzo aut. anch'esso 
del libro ottavo. 

Vol. Ili, sez.Z hie . — 23). Frammentino aut. del libro ven- 
tesimo. 



— 398 — 

Volumi: quarto, quinto e sesto. 

Sono essi tre grandi fascicoli, legati in pelle di Russia, e 
contenenti i primi dieci libri dell 1 Iliade nel testo greco della 
seguente edizione: Homeri \ Ilias \ Graece | Editio altera | Oxo- 
nii | E th.eatro Sheldoniano, 1743. Vi sono interfogliati grandi 
fogli di carta con la filigrana del 1821. La mano della versione 
è ora del Foscolo, ora del copista Andrea Scorno. Per la data 
ad quem si vedano alcune postille che qui sotto riproduco. Ec- 
cone l'esame analitico: 

Vol. IV. — 24). Comincia col libro primo, da capo; e la 
traduzione autografa si stende per cinque pagine giungendo 
sino al v. 145 del testo greco. 

25). Il libro secondo vi è compreso da p. 12 a p. 124. La 
traduzione, frammentaria, contiene forse una metà del testo; è 
autografa con qualche postilla. 

26). Il libro terzo va da p. 25 a p. 31, e contiene tradotti, 
autografi, su per giù, i primi dieci versi. 

27). Il libro quarto v'è quasi compiuto, autografo da p. 31 
a p. 39 : manca la versione dei vv. 50-188 del testo greco. Ac- 
canto a un frammento, rifatto tre volte, a p. 39 si leggono tre 
postille che sono un utile segno cronologico: « Sic. 31 decembr. 
1822 », « Sic. 10 ott. 1823 », a ult, African » (cottage). 

Vol. V. — 28). Il libro quinto v'è tradotto quasi tutto da 
p. 40 a p. 52. Le pp. 40-44 sono di mano di A. Scorno con 
correzioni e aggiunte aut.; le pp. 45-48 interamente aut.; le 
pp. 49-50 ap. Scorno, e le 51-52 autografe. 

29). Del libro sesto sono tradotti soltanto brevi frammenti 
aut., con alcune postille, compresi nelle carte 55-56. 

30). Del libro settimo sono tradotte, autografe, soltanto 
le carte 64, 66, 67, e contengono su per giù quanto ne fu edito 
dalTO riandini col testo del quale il presente non va sempre 
d'accordo. 

31). Nell'ultima pagina di questo volume si trovano dei 
frammenti del libro quinto; manca invece, nei fogli destinati 
ad accoglierla, tutta la traduzione del libro ottavo. 



— 099 — 

Vol. VI. — 32). Sono tradotte, autografe, le carte 84, 85, 
87, le quali comprendono un centinaio di versi dal v. 300 al 
405 all'incirca, del libro nono. A p. 9 segue una postilla aut., 
di carattere filologico. I frammenti furono editi dal Chiarini 
nel noto opuscolo nuziale per A. D'Ancona, (Livorno, Vigo, 
1871). 

Volumi: settimo, ottavo, nono, decimo e undecimo. 

Questi cinque volumi legati in pelle di Russia, contengono 
i primi dodici libri de\V Iliade nella seguente edizione: Homeri 
Itias | Graece et Latine \ ex recensione et cum notis Samuelis 
Clarke, S. T. P. I editio decima sexta, | tomo I | Landini. hn- 
pensis I. Cuthellete, M.D.C.C.C.X.V. 

Vol. VII. — 33). Contiene fino a carta H a , autografi, fram- 
menti del primo libro, riferentisi tutti insieme a qualche po- 
stilla alla Protasi del poema di cui ho contato un dodici ri- 
facimenti, datati così: u Novembr. 15, 1822 », « Nov. 1G », ce 17 
Novembr. 1822 », « 17 Noveinb. 1S22. Domenica sera », u sic. » 
u 18 9bre [1822] lunedì sera ». 

Vol. Vili. — 34). Contiene da e. 13 a e. 28 la versione del 
ibro secondo, esclusa la Rassegna, autografa, con molti emen- 
Lamenti e varie postille filologiche. 

34 bis ). Il libro terzo non è tradotto; ma vi sono due note- 
•elle relative ad esso, una delle quali a p. 29 si riferisce al 
v. 146. 

35). Il libro quarto v'è quasi interamente tradotto da carta 
13 a e. 50, tutte autografe, eccetto la 39 di mano di A. Scorno, 
la 4) di mano di A. Calbo. Nell'ultima carta vi sono nume- 
•ose postille d'indole storico-filologica, e qua e là sparse altre 
arecchie importanti per la cronologia. Ad es., a p. 35, accanto 
a vv. 103-101 è incollato un rettangoletto di carta stampata, 
ioti l'indicazione: u Times, 29 Nov. 1826 ». Accanto al v. 223 
el testo greco c'è la traduzione e una nota: a 8 June, Afri- 
\an »; a p. 41; u Sic ulfc. Afric. », e a p. 42 u African, Giu- 
lio, 6 ». 



— 400 — 

Vol. IX. — 36). La traduzione del libro quinto, a par- 
tire dal v. 275 del testo greco, è compresa tra le carte 51-68; 
è frammentaria e autografa, meno una nota di mano di A. Scorno 
che si riferisce al v. 779. Eccola: « Cf. Monthly Repository, Iny, 
1821, New Series, voi. I, p. 56. 

37). Del libro sesto tra le carte 69-74 due brevi frammenti 
autografi e una. noterella filologica. 

38). Il libro settimo v'è tradotto in parte soltanto, cioè 
dal duello di Ettore e di Ajace fino al seppellimento dei morti, 
e va da carta 74 a e. 81. Contiene anche delle note filologiche, 
e una postilla che ricorda il solito u African n. 

Vol. X. — 39). A carta 83 abbiamo un breve frammento 
autografo del principio del libro ottavo segnato con la postilla: 
u ult. African n. 

40). Del libro nono, tra le carte 84-86; è tradotto, auto- 
grafo, il solo racconto di Fenice, dal v. 525 al 590. 

Vol. XI. — 41). A carta 87 si legge un frammentino, au- 
tografo, del libro decimo, ch'è la traduzione di 3 versi in tutto 
partendo dal v. 231. 

Volarne dodicesimo. 

Legato in cartone nero, di piccolo formato, è questo il più 
importante dei volumi di questa serie. È rappresentato dal 1° tomo, 
cioè dai primi 12 libri della seguente edizione: Corpus \ Poe- 
tarum Graecorum \ ad /idem \ oplimorum librorum \ edidit \ 
Godfredus Henricus Schaefer [ Lipsiae \ sumtibus et iypis Ca- 
roli Tauchnitzii \ Homeri \ Ilias \ Graece | tomus I | 1810. E 
tutto interfogliato, con due foglietti bianchi ad ogni foglio stam- 
pato. Di esso scriveva, come si legge, forse di mano del Calbo, 
nel verso del cartone nero, il Foscolo alla Donna Gentile, il 
14 febbraio 1816: u Traduco Omero alle volte, ora sei versi, 
ora dieci, ora uno, e li ricopio in un Omeruccio ì dove ho messo 
un foglio bianco ad ogni foglio stampato: così non aguzzo l'in- 
gegno, ma impedisco che pigli ruggine: e posso lavorare senza 
penna. Friggo, rifriggo, smacero, tormento in mille modi ogni 






- 401 — 

verso fra me; poi li copio. Vedi di impetrarmi da Dorneneddio 
una vita di cento vent'anni, che tanto, a dir poco, mi ci vor- 
rebbero a terminare la mia traduzione, benché n'abbia tradotti 
nove canti, e ri tradottine due », Epist., II, p. 167. E stato 
descritto già dal Chiarini nella introduzione ai brani editi nel 
cit. opuscolo per nozze D'Ancona. La scrittura è di tre mani 
principali, del Foscolo stesso, dei copisti Andrea Calbo (1813-17) 
e Andrea Scorno (1823-24), come meglio apparirà dall' esposi- 
zione analitica. 

42). Del primo libro son tradotti, autografi, su per giù 
i primi dugento versi, e son compresi tra le carte 1-9. Pure 
autografe, ma evidentemente più recenti sono molte correzioni, 
una delle quali nel verso della carta 1 è datata: « Londra, 23 
settemb. 1821 ». 

43). Il libro secondo, autografo, è tradotto tutto, salvo una 
breve lacuna nella Rassegna : è compreso tra le carte 25-57, 
delle quali alcune bianche e numerate. Vi si leggono numerosi 
emendamenti, e fin dal principio postille grammaticali al testo. 

44). Il libro terzo è completo, e va da e. 58 a e. 75; ma 
in una scrittura autografa frettolosa, e ricco di emendamenti, e 
di note filologiche, di cui ho contato sedici soltanto a e. 58 nel 
verso. 

45). Del libro quarto si trova un breve frammento auto- 
grafo a e. 80, e corrisponde al v. 141 del testo greco. La tra- 
duzione ricomincia al v. 439, ora autografa, ora apografa di 
mano di A. Calbo, e va sino in fondo al libro, con numerose 
correzioni autografe. 

46). Il libro quinto, tradotto quasi tutto, è compreso tra 
le carte 95-127; e comincia di mano di A. Calbo, continua di 
mano di A. Scorno, e finisce con la scrittura autografa; e auto- 
grafe sono anche le numerose correzioni a tutto il libro. A 
carta 111 nel recto si legge a sinistra: u sic Feb. 16, 1825 ». 

47). Il libro sesto, eia e. 128 a e. 147, si riduce alFincontro 
di Ettore con Andromaca. E autografo, tranne un piccolo brano, 
cioè la descrizione di Paride armato, ch'è di mano del Calbo. 

48). Il libro settimo, tra le carte 148, 158-67, è frammen- 



— 492 - 

tario, tatto autografo, meno una sola carta ap. Calbo. Nella 
carta 165 si legge in alto questa preziosa postilla: u Hendon 
Feb. 22, 1825 ». 

49). Del libro ottavo tre brevi frammenti autografi nelle 
carte 169-71, 174-75. 

50). Il libro nono comincia dal v. 131 del testo greco, e 
contiene tutto l'episodio edito dal Chiarini, naturalmente ricco 
di giunte e correzioni assai più che dall'edizione non appaia. 
È tutto autografo e si distende per le carte 193-203, 207-214. 

51). Del libro decimo, compreso tra le carte 121-27, in 
principio nel solito autografo corrente, in seguito di mano del 
Foscolo, ma a matita, e in fine di mano del Calbo. 

52). Manca assolutamente la traduzione dei libri undecimo 
e duodecimo; ma in fine del volume, in alcuni fogli che sopra- 
vauzano al testo, si trovano dei frammenti del libro secondo e 
delle note filologiche. Notevole una lunga postilla sulla Numi- 
machia, cioè su un episodio del libro ventunesimo. 

Volume decimoterzo. 

E un volume in 8°, senza testo greco, tutto autografo, legato 
in pelle, scritto su carta che ha la filigrana del 1815. Da alcune 
indicazioni aut. si ricava che appartiene agli ultimi anni del 
poeta. Contiene molti frammenti, alcuni ripetuti molte volte, 
disposti senza ordine alcuno. Lo si direbbe un quaderno di 
mala copia. Ecco l'elenco dei brani, come sono distribuiti nel ms.\ 

53). Del libro secondo, similitudine delle gru, principio 
della Rassegna, e altri braui, compresi tutti tra le carte 1-32. 

54). Del libro terzo pochi brani, fino a e. 43. 

55). Del libro secondo, principio della Rassegna, fino a 
e. 49. 

56). Del libro nono, discorso di Achille e risposta di Fe- 
nice, fino a e. 50. 

57). Del libro settimo, breve frammento a e. 50. 

58). Del libro secondo, frammenti a e. 52. Nel verso di 
essa carta si legge: Hendon, dove il Foscolo dimorò sulla fine 
del 1824 e nella prima metà del 1825. 



— 403 - 

59). Del libro primo, frammento a e. 55. 

60). Del libro quarto, principio a e. 56. 

61). Del libro secondo, frammenti alle carte 56-59. Con- 
tengono similitudini. 

62). Del libro primo, la Protasi, a e. 61-67. 

63). Del libro secondo, frammenti alle carte 68-74. Con- 
tengono il Discorso d'Agamennone e il principio feW Orazione 
di Ulisse. Sei di questi frammenti, cioè sei redazioni diverse 
dello stesso frammento, hanno le seguenti postille: u African, 
sic », u Postrem », u Abssl. », u Perfect ». 

64). Del libro quarto, breve frammento a e. 74. Parla Ido- 
meneo. 

65). Del libro sesto, frammento a e. 75, relativo alla pre- 
ghiera delle donne troiane alla dea Minerva, nel tempio. 

66). Del libro secondo, frammenti a e. 78. Accanto a un 
brano dell'episodio di Tersite, la postilla: u Sic. ult. African 
cottage ». 

67). Del libro quarto, frammenti tra le carte 84-97. In 
quest'ultima si leggono alcune male copie di lettere in inglese, 
al Taylor forse. 

68). Del libro sesto, frammenti tra le carte 98-104. 

69). Del libro quinto, frammento tra le carte 105-117. Con- 
tiene la rampogna di Giove a Marte. 

70). Del libro sesto, frammenti tra le e. 118-133. 

71). Del libro secondo, tra le carte 131-43, l'invocazione 
alle Muse con la postilla: u Perfect. African Jan. 21, 1827 », a 
e. 141. 

Volume decimoquarto. 

E un volumetto in 8° grande, tutto manoscritto, autografo, 
legato in pelle verde scura. È di e. 143, numerate da una sola 
faccia; ma non contiene la sola traduzione omerica. La seconda 
parte, da e. 98 in fondo, comprende uno schema, o raccolta di 
materiali da servire al Gazzettino del Bel Mondo. Vi si parla 
di storia, letteratura, religione, lingua, usi e costumi inglesi, di 



- 404 - 

guisa che il volumetto appartiene ai primi anni dell'esilio del 
poeta a Londra. — L'ordine dei frammenti omerici, compresi 
nella prima parte, è questo: 

72). Il libro primo, tra le carte 1-22, va dalla Protasi a 
mezzo della rottura d'Achille con Agamennone. A e. 1J si. legge: 
u centesimo rifacimento; forse così ». Il testo mostra d'essere 
di poco posteriore alla redazione dell' Omeruccio (voi. XII). 

73). Del libro terzo, frammenti tra le carte 37-38, 45. Duello 
di Paride e Menelao. 

74). Del libro secondo, brevi frammenti tra le carte 48-51, 59. 

75). Del libro quinto, l'episodio di Enea salvato da Apollo 
nelle carte 60-63. 

76). Del libro terzo, la e. 67 contiene frammenti relativi ai 
vecchioni e ad Elena. 

77). Del libro secondo, frammenti a e. 68. 

78). Del libro quarto, frammento a e. 69. 

79). Del libro terzo, principio a e. 70. 

80). Del libro decimo, due frammenti alle carte 75-76. Con- 
tiene la parlata di Diomede. 

81), Del libro terzo, frammenti da e. 76 a e, 88. 

Tabella riassuntiva 
de' frammenti dell' Iliade, per ordine di libri. 

Libro I. — 1. 24. 33. 42. 59. 69. 72. 

Libro II. — 3. 4. 5. 6, 7. 25. 34. 43. 52. 53. 55. 58. 61. 63. 
66. 71. 74. 77. 

Libro III. - 8. 9. 10. 26. 34 bi8 . 44. 54. 73. 76. 79. 81. 

Libro IV. - 11. 12. 27. 35. 45. 60. 64. 67. 78. 

Libro V. — 2. 13. 14. 15. 21. 28. 31. 36. 46. 69. 75. 

Libro VI. — 16. 17. 29. 37. 47. 65. 68. 70. 

Libro VII. - 18. 19. 30. 38. 48. 57. 

Libro Vili. — 20. 22. 39. 49. 

Libro IX. — 2. 21. 32. 40. 50. 56. 

Libro X. — 22. 41. 51. 80. 

Libro XX. — 23. 

Libro XXI. — 52. 






Parte Seconda : Prose, 



I. 

Scrìlli Letterari. 

Vol. XV, sez. A. — Lezioni di Eloquenza. Lezione Prima: 
Dei prinoipj generali della letteratura. Inserto apografo. — 
(Cfr. Opere, voi. IT, pp. 63-80). 

Vol. XV, sez. B. — I). Lucrezio {Bella Poesia dei tempi e 
della religione di). Frammento, ap. Caleffi (1). Seguono della 
stessa mano : 

II). Pensieri e Giudizj, estratti dall'articolo di Ugo Fo- 
scolo sulla traduzione de' due primi libri dell' Odissea fatta da 
di I. Pindemonte. — (Cfr. Opere, voi. II, pp. 201-241). 

III). Nota all'articolo: Dello scopo di Gregorio VII. — 
(Cfr. Opere, voi. II, p. 311). 

IV). Nota alla Dissertazione intorno ai Druidi e ai 
Bardi Britanni. (Cfr. Opere, voi. II, p. 345). 

V). Nota allo scritto: Degli effetti della fame e della 
disperazione su Vuomo. — (Cfr. Opere, voi. II, p. 380). 

VI). Nota alle Osservazioni critiche alla traduzione ita- 
liana di un 1 ode di T. Gray. — (Cfr. Opo'e, voi. I, p. 517). 

Vol. XV, sez. C. — Messer Gino da Pistoia [Postille alle 
Rime di). Ventini foglietti ap. Orlandini, tranne due o tre di 

(1) Questa copia estratta dagli autografi, posseduti dalla Donna gentile, il 
dì 26 maggio 1835, è diversa dalle stampe sia degli Editori fiorentini, (voi. XI 
pp. 385-89), sia del Chiarini {Appendice ecc. pp. 113-26). Difetti il nostro ap. 
ha questo brano in più alla fine: « e molto più nella religione sono greggi, 
ma la non si tòlga. E quand'anche si dovesse d<4 tutto svellere ogni religione, 
la qual cosa panni provata assurda, non dovrebbero essi usare delle ricchezze, 
ma della tolleranza più efficace sempre, ed efficacissima nell'abbattere le opi- 
nioni, le quali non potendo essere abbattute che da altre opinioni lentamente 
quindi, e senza che gli uomini pure si avvedano di dovere infirmarle nelle 
teste della moltitudine.. 



- 408 — 

mano di G. Mazzini. — (Queste postille furon tratte dallo stesso 
volume dal quale G. Lesca estrasse e pubblicò le Postille fo- 
scoliane inedile a Gino da Pistoia | con quattro fac-simili di 
scritture foscoliane | in Bibliofilia, nelle dispense dell'aprile — 
maggio-giugno, luglio-agosto, 1906, a. III). 

Vol. XV, sez. D. — Cavalcanti Guido {Postille alle Rime di). 
Tredici foglietti volanti di due mani, di cui una è dell'Orlan- 
dini. — (Cfr. Opere, voi. X, pp. 320-32). 

Vol. XV, sez. E. ~ Affare della Negri e Cast [elli] (1). 
I). Abbozzo autografo. 

II). Inserto ap. Calbo? di 24 pagine, di cui soltanto 19 
scritte. — (Su questo affare cfr. Chiarini G., Gli Amori di 
Ugo Foscolo ecc., voi. I, pp. 428-39). 

Vol. XV, sez. F. — Commenti di Ugo Foscolo al libro del 
S. r di Chateaubriand intitolalo : Le Roi et la Charte. — (Fram- 
menti aut. in sei pagine protocollo). 

Vol. XV, sez. G. — 77 Gazzettino del Bel Mondo. 

I). Sette fogli aut. contenenti indici di lettere del Gaz- 
zettino. Altri due indici sono in questo stesso voi. XV, sez. I, 
VI, p. 11, e sez. M. I, pp. 12-13. 

II). Al lettore. Prefazione. Sette differenti redazioni, 
tutte, eccetto la prima, ap. con correzioni aut. La settima è 
interamente ap. inglese, forse facente parte dell'esperimento di 

(1) Tolgo il seguente brano perchè mi sembra interessante per la fortuna 
di alcuni manoscritti foscoliani : 

« Veleva (cioè il Castelli) stando alle sue lettere movere in grazia mia terra 
e cielo; beneficarmi; farmi restituire le pensioni sequestratemi al tesoro pubblico, 
e sì fatte millanterie. Ma dalle mie lettere ambigue sempre e sdegnose, se le 
si troveranno apparirà ch'io temporeggiavo quanto alla Negri, ch'io non volevo 
servigi da lui, e che mi bastava ch'egli mi mandasse i miei manoscritti, ch'egli 
aveva avuto, e diceva ch'erano nelle sue mani come un sacrario, non però si 
spicciava a mandarli. Contesso ch'io venni in sospetto ch'esso voleva tenere 
que' manoscritti, quasi ostaggi della Negri; erano la mia traduzione d'Omero, 
e un poema sulle Grazie, la cosa forse più cara ch'io abbia sopra la terra. 
Confesso anche ch'io non volevo levar la visiera con esso, finché non gli avessi 
levato di mano que' manoscritti i quali non venivano mai, e dopo più lettere 
gli ebbi in una casa a 21 gennaro » (1816). 



. — 409 - 

traduzione fatto fare dal Murray. L'Ori andini stampò la sesta 
nelle Opere, voi. IV, pp. 13-20. 

Vol. XV, sez. K. — Serie prima. Lettera prima. Esilio. Quat- 
tro frammenti aut. con un breve passo ap. nel verso del terzo, 
passo di materia diversa dal Gazzettino. 

Vol. XV, sez. I. — Serie prima. 4 a ) Moda. Al Conlino C. 
a Milano. N. I. Sette redazioni diverse di cui le due prime, 
abbozzi aut., e le altre ap. con correzioni aut. Nel cit. voi. IV 
delle Opere fu riprodotta la prima redazione a pp. 21-22, la 
quarta a pp. 26-34, la quinta a pp. 22-25, 32-33, la sesta a 
pp. 21-25. 

Vol. XV, sez. L. — Al Conlino. N. II. Quattro redazioni di 
cui la prima aut., le altre ap. con correzioni autografe. L'Orlandini 
seguì la quarta nelle pp. 35-37, la seconda nelle pp. 38-39, la 
terza nelle pp. 42-43 del cit. voi. IV delle Opere. 

Vol. XV, sez. M. — Al Conlino** N. I, II. Due copie, una 
ap., l'altra ap. con correzioni aut., contenenti la fusione dei 
primi due numeri delle lettere al Contino. 

Vol. XV, sez. N. — Al Conlino** N. III. Quattro redazioni 
ap. con correzioni aut. Quella seguita dall'Orlandini è la se- 
conda nelle pp. 44-47 del cit. voi. IV delle Opere. 

Vol. XV, sez. 0. — Al Contino** N. IV. Due redazioni di 
questo numero si trovano unite al precedente n. Ili, e nella 
presente sezione sono cinque inserti che trattano dello stesso 
argomento, ossia dell'adulazione. Sono parte aut., parte ap., con 
correzioni aut. Il primo è riprodotto in voi. IV, p. 105, n. 10, 
il secondo a p. 53; i rimanenti contengono postille inedite al 
libro dello Chateaubriand: De la Monarchie selon la citarle. 

Vol. XV, sez. P. — Al Conlino. N. V. Copia aut. con infi- 
nite correzioni, stampata male nel cit. voi. IV, pp. 56-60, e delle 
pp. 51-56 l'Orlandini seguì un frammento ap. con correzioni 
aut. che si trova in questo voi. XV, sez. L, IV, pp. 9-13. 

Vol. XV, sez. Q. — Al Contino. N. VI. Cinque redazioni, 
l'ultima delle quali, la sola compiuta, fu seguita dall'Orlandini, 
ma il principio della stampa fu tolto da questo voi. XV, sez. N, 
I, p. 21. Dei frammenti delle altre redazioni, il primo corri- 



— 410 — 

sponderebbe al voi. IV, p. 62, il secondo e il terzo alle pp. 63-64, 
il quarto a p. 65. 

Vol. XV, sez. R. — Al Contino**. N. VII. Frammento ap. 
che corrisponde alla stampa, nelle pp. 70-71, Opere, voi. IV. Altri 
frammenti si trovano in questo stesso voi. XV, uno alla sez. 
N, I (pp. 16-22), e corrisponde nella stampa alle pp. 68-70, l'altro 
in sez. Q, V, (pp. 14-15), e corrisponde alla stampa nelle 
pp. 67-63. 

Vol. XVI, sez. A. — Al Conlino**. N. Vili. Abbozzo auto- 
grafo. Nel voi. XV, sez. Q, V, (pp. 23-27) c'è l'ap. con corre- 
zioni aut. corrispondente alle pp. 75-78 della stampa. 

Vol. XVI, sez. B. — Secondo disegno del Gazzettino {Moda). 
Nove redazioni, aut, ap., e ap. con correz. aut. Nella settima 
è la storiella dei pappagalli. Cfr. Opere voi. IV, pp. 99-101. Nel- 
l'ottava è l'aneddoto stampato col ti. 3 alle pp. 99-101, e l'origine 
della Moda alle pp. 101-02, in voi. IV. L'ottavo contiene le 
pagine 90-97 del voi. IV. 

Vol. XVI, sez. C. — Serie Prima. Pettegoli, Alla Contessa 
Marzia Marlinengo a Brescia. Tre frammenti aut., e un altro 
si trova in voi. XV, sez. G, I, p. 10. 

Vol. XVI, sez. D. — Serie Prima, Thè. A S. Fùssli. Due 
frammenti autografi. 

Vol. XVI, sez. E. — Le Grazie. A Lord John Russell. Due 
frammenti aut. in francese. — (Il titolo e il nome del destina- 
tario sono eli pugno del Mayer, il quale evidentemente errò ri- 
connettendo i frammenti al Gazzettino. Io invece sospetto che 
facciano parte dell'articolo: Poemi narrativi e romanzeschi ita- 
liani, poiché il corrispondente testo italiano, sfuggito al Mayer, 
si trova nel voi. XVII, che contiene una quantità di abbozzi 
del detto articolo). Il titolo esatto sarebbe: Uso di recitare de 9 
Greci e de' Romani. 

Vol. XVI, sez. F. — All'avvocalo G. Collini. {Citazioni ed 
Epigrafi). Inserto aut. ed ap. intitolato: Eunomachia, che do- 
vrebbe essere la lettera diretta a Hieronimo (serie seconda n. 13). 
— (Cfr. voi. IV delle Opere, pp. 86-89). 

Vol. XVI, sez. G. — All'Avvocalo G. Collini. {Citazioni ed 
Epigrafi). Con questa lettera venne fusa quella intitolata : Eu 



- 411 — 

nomochia, e della presente esistono, per lo meno, sei redazioni 
frammentarie. — (Cfr. Opere, voi. IV, pp. 84-85, p. 103 n. 3, 
p. 104, n. 7). 

Vol. XVI, sez. H. — Serie seconda, n. 17. — Dello stadio 
della lingua italiana in Inghilterra. Cinque carte aut. in francese. 

Vol. XVI, sez. K. — Serie seconda, n. 19. Storici della let- 
teratura italiana. Ad Hallam. Aut. inglese. 

Vol. XVI, sez. I. — Serie terza. C istituzione inglese: Whigs 
e Tories. Sette carte aut. in francese, indecifrabili. 

Vol. XVI, sez. L. — Sui Poemi narrativi e romanzeschi 
italiani. 

I). Numerosi abbozzi aut. in francese. 
II) Frammento apografo corrispondente nella stampa, 
Opere, voi. X, a pp. 156-7. 

III). Bozze di stampa in inglese, incompiute. 
IV). Bozze di stampa in francese, più compiute. 
V). Nel voi. XVII pp. 45-72, 75-112, 187-326 c'è una 
quantità di abbozzi aut. in francese. 

Vol. XVI, sez. M. — Poeti Italiani. Michelangiolo. Tradu- 
zione e ap. di Cesare Agostini (1). 

Vol. XVI, sez. N. — Federigo II e Pier delle Vigne. Tra- 
duzione e ap. idem. 

Vol. XVI, sez. 0. — Guido Cavalcanti. Traduzione e ap. idem. 

Vol. XVI, sez. P. — Poesie liriche di T. Tasso. Traduzione 
e ap. idem. 

Vol. XVI, sez. Q. — Vincenzo Filicaja. Due ap. di mano 
diversa. 

Vol. XVII. — Volume legato dall'autore contenente nelle 
pp. 1-45, 73-75, 327-33, abbozzi aut. in francese dei due arti- 
coli su Dante apparsi neW Edinburgh Review, il 1818. 

Vol. XXIV. — Volume legato dall'autore anch'esso conte- 
nente abbozzi aut. in francese dei suddetti articoli. 

Vol. XXVI, sez. A. — Apografo con correzioni aut., in fran- 
cese, del primo dei due articoli danteschi. 

Vol. XVIII, sez. A. — Digamma Eolio. Cinque inserti di 

(I) Per questi poeti italiani cfr. Opere, voi. X. 



*- 412 — 

frammenti aufc. numerati dall'autore, ma con molte lacune, al- 
cuni scritti con inchiostro rosso, cosa notevole per chi volesse 
tentare una cronologia dei frammenti di versione daM' Iliade. 

Vol. XVIII, sez. B. — Idem. Nove inserti incompiuti, nu- 
merati dall'autore, e scritti in francese e in inglese. Sono aut., 
e ap. di mano del Williams. 

Vol. XVIII, sez. C. — Idem. Frammenti sparsi, in gran parte 
aut., con alcuni ap. Williams, e uno Reading, scritti un po' in 
francese e un po' in inglese. 

Vol. XVIII, sez. D. — Idem. Inserto aut. francese e inglese, 
contenente una serie di frammenti sul Iato. 

Vol. XVIII, sez. E. — Idem.. Sei inserti inglesi, dei quali il 
primo è ap. di mano ignota, e spedito al Murray, come dice la 
soprascritta, il secondo ap. Reading, il terzo ap. Williams, il 
quarto contiene bozze di stampa, il quinto uno schema dell'arti- 
colo, il sesto (ultimo rifacimento e compiuto) parte ap. Wil- 
liams, parte ap. Reading, parte bozze di stampa. 

Vol. XVIII, sez. F. — Varie carte contenenti versi greci con 
la traduzione latina a fronte. 

Vol. XIX, sez. A. — Storia del testo di Omero. 

I). Brano ap. estratto dall'opera: Anliquities of the Art- 
glo-Saxon Church. Second edition. By the Ruv. d John Lingard. 
Printed by the Edw. d Walker, Newcastle, 1816. 

II e IV). Pronuncia della lingua greca. Frammenti aut. 
in francese e inglese. 

III). Pronuncia della lingua italiana. Frammenti aut. 
francesi. 

Vol. XIX, sez. B. — Idem. 

I). Ap. inglese in 4 pp. protocollo intitolato: « Classical 
lilerature — Humer — Virgil — Demoslhene — Cicero — 
Modem English Poets v. Del Foscolo (?). 

II). Excerpta ex Heyne. Ap. Williams. 
III). Specimens of Iranslaiion from the Iliad. Ap. di 
mano ignota. La traduzione non è del Foscolo. 

IV), Inserto voluminoso aut. e ap., contenente illustra- 
zioni alle edizioni di Omero. 



- 413 - 

Vol. XIX, sez. C. - Idem. 

I). Ap. inglese con correz. anfc., contenente la storia del 
testo omerico nell'antichità. 

II-V). Ap. Williams in francese con correz. aut.. conte- 
nente la stessa materia, ma frammentaria. 

VI). Autografo francese che tratta degli Studi Omerici 
al tempo di Dante. 

VII). Frammento aut. intitolato: Dopo Stefano. 

Vili). Frammento aut. sul Clarke. 

IX). Brano aut. francese intitolato: Alfabeto et semel 
critici antichi e aneddoto del Milton Bentlejano. 

X). Frammento aut. francese su Clarke, Villoison, e 
Wolf. 

XII-XIII). Inserto aut. e ap. Williams in francese in- 
torno alle Idee morali su l'arte de' critici e de' filologi. 

XT, XIV, XV, XVI, XVII). Inserti aut. e ap. Williams, 
in francese e inglese, contenenti una quantità di frammenti sulle 
teorie di Paijne Knight. 

XVIII-XIX). Inserto aut. francese sulle teorie di Gran- 
ville Perni. 

Vol. XIX, sez. D. — Idem. Frammenti sparsi aut. in fran- 
cese e inglese. 

Vol. XIX, sez. E. — Studio dei grandi scrittori. Ap. B,ea- 
ding inglese. (Anche questo ap. forse è da riconnettersi con la 
storia del testo di Omero). 

Vol. XX, sez. A. — Lezioni sulla Letteratura Italiana lette 
nel 1823. 

I). Prospetto inglese delle Lezioni di mano del Reinaud. 

II). Nota dei soscrittori (130). Ap. 
Vol. XXI, sez. C. — II). Discorso primo. Origine e scopo 
della Poesia. Aut. 

Vol. XXI, sez. E. — Bozze di stampa dello stesso Discorso 
primo. — (Cfr. Opere, voi. IV, pp. 113-29). 

Vol. XX, sez. A. — III). Discorso secondo. Origini, proce- 
di meni o, vicissitudini, e stalo attuale della Lingua italiana. 
Ap. di mano di A. Scorno. — (Cfr. Opere, voi. IV, pp. 130-46). 



_ 414 — 

Vol. XX, sez. B. — Discorso terzo. Letteratura italiana dai 
tempi dell* imperatore Federigo II sino alla morte di Guido 
Cavalcanti. Dall'anno 1200 al 1300. A. Scorno. Vi son delle 
bozze di stampa in inglese che trattano di Sordello. 

Vol. XX, sez. C. — Discorso quarto. Vita, Poema e Secolo 
di Dante. Dal 1300 al 1330. Aut. e ap. Scorno. 

Yol. XX, sez. D. — Discorso quinto. Sulle opere del Petrarca 
del Boccaccio e de' loro contemporanei. Dal 1330 al 1390. Aut. 
e ap. Scorno. 

Vol. XX, sez. E. — Discorso sesto. Storia letteraria d'Italia 
dalla morte del Petrarca e del Boccaccio sino a quella di Lo- 
renzo de 1 Medici. Dal 1390 al 1490. Aut. e ap. Scorno. 

Vol. XX, sez. F. — Discorso settimo. Contiene bozze di 
stampa in inglese dell'articolo: Poemi narrativi e romanzeschi 
italiani. 

Vol. XX, sez. G. — Discorso nono (manca l'ottavo). Con- 
tiene bozze di stampa in continuazione a quelle dell'articolo 
precedente, poi un frammento ap. Scorno sul Marini, e infine 
bozze di stampe dell'articolo: Cristina e il Monaldeschi. 

Vol. XX, sez. H. — Discorso undeeimo (prima scritto de- 
cimo). Il contenuto corrisponde alla lezione decima del Prospello. 

Vol. XX, sez. K. — Discorso duodecimo (prima scritto un- 
decimo). Il contenuto corrisponde alla lezione duodecima del 
Prospetto. Vi si parla delle condizioni generali della letteratura 
nel settecento, del Cesarotti, del Parini, ma il frammento sul 
poeta del Giorno è uguale a quello del Gazzettino, voi. IV, 
pp. 39-41. 

Vol. XX, sez. I. — Discorso tredicesimo. Bozze di stampa 
sul Casti, e un frammento sull'Algarotti. Ap. Scorno. 

Vol. XX, sez. L. — Discorso quattordicesimo. Dopo una fug- 
gevole occhiata alla letteratura dell'Ottocento, il Foscolo fa una 
punta nella storia politica contemporanea a lui, e riproduce 
frammenti del Discorso proemiale e del Discorso terzo sulla 
servitù d'Italia. 

Vol. XXI, sez. A. — Due frammenti aut. in francese e in- 
glese sull'amor Platonico. — (Forse fan parte dei Saggi sid 
Petrarca, in Opere, voi. X). 



- 415 - 

Vol. XXI, sez. B. - Sommari del Romanzo, — (Cfr. Chia- 
rii G., Gli amori di U. F. cit., voi. I, (pp. 626-32). 

Vol. XXI, sez. C. — Dell'impresa d'un teatro per musica, 
I). Ap. Petracchi rispondente alla stampa, voi. IV, 
pp. 391-96. 

II). Ap. Scorno, contenente la prima parte dell'articolo, 
in voi. IV, pp. 378-91. 

III). Ap. Scorno contenente la seconda parte dell'arti- 
colo, in voi. IV, pp. 391-412. 

IV). Ap. Scorno. Continua la parte seconda. 
Vol. XXI, sez. D. — Dìscoì'sì sulla Lingua Italiana. Prefa- 
zione. Due copie, una aut., l'altra ap. con correzioni aut. — 
(Off. Opere, voi. IV, pp. 109-112. 

Vol. XXI, sez. E. — Idem. Introduzione. Quattro diverse 
bozz3 di stampa, di cui soltanto la quarta, compiuta, con l'ag- 
giunta di alcune carte ap. Scorno. — (Cfr. Opere, IV, pp. 113-29). 
Vol. XX, sez. A. — IV). Idem. Discorso primo. Epoca prima. 
Ap. Scorno. - (Cfr. Opere. IV, pp. 130-46). 

Vol. XXII, sez. A. — Idem. Epoca seconda. Dall'anno 1230 
al 1280. 

I). Inserto parte aut., parte ap. seguito nella stampa alle 
pp. 147-64, voi. IV. 

II). Traduzione di C. Agostini dal testo inglese, uscito 
neìVEuropean Revieto. — (Gli editori fiorentini nel rimanente 
della stampa seguirono il voi XX, sez. C, p. 14 e segg.). 

Vol. XXII, sez. B. — Idem. Epoca terza. Dall'anno 1280 
al 1350. 

I). Ap. con correzioni aut. Nei verso vi sono frammenti del 
Discorso sul Testo della Divina Commedia, e di quello sul 
Testo del Decamerone. 

III). Ap. con pochissime correzioni aut., che è la copia 
seguita dagli Editori fiorentini, in Opere, voi. IV, pp. 171-93. 
Voi. XXII, sez. C. — Idem. Epoca quarta. Dall'anno 1350 
al U00. 

I). Ap. e in parte aut. Nei verso vi sono frammenti del 
Dìscoì'so sul Testo della Divina Commedia. 



- 416 - 

II). Ap. con poche correzioni aut., ed è la copia stam- 
pata in Opere, voi. IV, pp. 194-215. 

Vol. XXII, sez. D. — Idem. Epoca quinta. Dall'anno 1400 
al 1500. 

I). Ap. e in parte aut. Nei verso si leggono frammenti 
dei due Discorsi sa Dante e sul Boccaccio. 

II). Ap. con poche correzioni aut., ed è la copia stampata 
nell'edizione Lemonnieriana, Opere, voi. IV, pp. 217-36. 

Vol. XXIII, sez. A. — Idem. Epoca sesta. Dall'anno 1500 
al 1600. 

I). Frammenti ap. e aut. di diverse redazioni. 
II). Ap. con. correzioni aut., stampato in Opere, voi. IV, 
pp. 237-60. 

Vol. XXIII, sez. B. — Letteratura italiana periodica. 

I). Ap. di mano ignota con correzioni di Angelica Palli- 
Bartolomei. 

II). Ap. e traduzione di C. Agostini. — (Gli editori fio- 
rentini seguirono il primo ap. nelle pp. 459-63 e il secondo 
nelle pp. 463-86 del voi. X; ignoro donde riprodussero le 
pp. 447-59). 

Vol. XXIIT, sez. C. — Poeti minori italiani: Sor dell o. Ap. 
con qualche correzione di E. Mayer, ed è una traduzione dalla 
rivista inglese in cui uscì la prima volta. — (Cfr. Opere, voi. X, 
pp. 287-95). 

Vol. XX, sez. D. — Idem. Bozze di stampa inglesi, forse 
quelle destinate per il New Monthly Magazine del 1822. 
Vol. XXIII, sez. D. — Viaggi classici. 

I). Frammento inglese ap. con correzioni aut. 
II). Ap. con correz. aut., spedito al Murray, e poi sdop- 
piato in due articoli per VEuropean Review. 
Vol. XXIII, sez. E. — Viaggi classici. 
I). Frammento ap. inglese. 

II). Ap. e traduzione di C. Agostini, riprodotto in Opere, 
voi. X, pp. 75-90. 

Vol. XXIII, sez. F. — (Documenti sulla progettata edizione 
dei Poemi maggiori italiani, finita con quella della sola Divina 






— 417 - 

Commedia). Prospetto dell' edizione pei tipi del Nichols. Due 
ap. con correzioni aut., e una copia del secondo di mano della 
Donna gentile. 

Vol. XXIII, sez. G. - Prospetto dell' edizione pei tipi del 
Murray. Copia a stampa, in inglese. 

Vol. XXIII, sez. H. — I). Prospetto dell' edizione pei tipi 
del Pickering. Copia a stampa in inglese. 

II). Avviso da inserirsi nel Times contro il Pickering. 
Ap. in francese con correz. aut. 

III). Idem, traduzione inglese di Sinclair Cullen. 

Vol. XXIII, sez. K. — Memorie della Divina Commedia. 
.Appunti su codici, manoscritti, stampe ecc. 

Vol. XXIII, sez. I. — Prospetto dell'edizione di Dante in 
cinque tomi. — (Corrisponde, fatte poche eccezioni, a quello 
edito dal Pickering). 

Vol. XXIII, sez. L. — Dedica a Hudson Gurney e Prefa- 
zione al Lettore, della quale ultima esistono varie redazioni 
ap. con correz. aut. — (Cfr. Opere, voi. Ili, pp. 93-97). 

Vol. XXIII, sez. M. — Prospetto del Discorso sul Testo 
della Divina Commedia. Ap. Berrà. — (Cfr. Opere, voi. Ili, 
pp. 99-114). 

Vol. XXIII, sez. N. — Discorso sul Testo della Divina Com- 
media. Vari frammenti aut., ap., o ap. con correzioni aut. 

Vol. XXIV, sez. A. — Discorso sul Testo ecc. Altro inserto 
contenente anch'esso frammenti aut., ap., o ap. con correzioni 
aut. — (Il primo frammento corrisponderebbe nella stampa, 
voi. Ili, pp. 456-79). 

Vol. XXVI, sez. B. — Inserto contenente osservazioni sulle 
edizioni del Poema e delle rime di Dante, parte aut., parte ap. 

Vol. XXV, sez. C. — Cronologia della vita di Dante. Copie 
frammentarie, di cui una in francese. — (Cfr. Opere, voi. Ili, 
pp. 487-519). 

Vol. XXV, sez. D. — I). Memoriale dei manoscritti spediti 
al librajo (Pickering). 

II). Ritratto di Dante, dipinto da Giotto. 

ITI). Pianta dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, 



— 418 - 

IV). Bozzo di stampa del Discorso sul Testo della Di- 
vina Commedia. 

Vol. XXV, sez. E. — Frammenti sparsi aut. e ap. 
Vol. XXVI, sez. B. — Varianti dell'Inferno. Sono incom- 
piute, e quelle del canto 32° mancano del tutto. Furono edite 
nell'edizione di Bruxelles, con la falsa data di Londra, ma que- 
ste derivano dai mss. Eolandi. 

Vol. XX VII. — La Commedia | di Dante Alighieri \ illu- 
strata | da Ugo Foscolo \ Tomo Primo | Londra, Guglielmo Pi- 
ckering. M.D.OCCXXV. — (È un esemplare, pieno zeppo di 
postille, tanto che si può considerare come un altro manoscritto. 
Le postille furono stampate in gran parte dagli editori fiorentini, 
nelle note al Discorso t in voi. Ili delle Opere. 

Vol. XXVIII, sez. A. — Discorso sul Testo del Decamerone. 
I). Frammento ap. Berrà, corrispondente nella stampa 
alle pp. 56-60, del cit. voi. III. 

II). Bozze di stampa contenenti le sezioni a stampa 
XCVII-CVIII. Cfr. il cit. voi. III. 

III). Bozze di stampa con poche correzioni aut., quasi 
compiute. 

Vol. XXVIII, sez. B. — llluslralions on the Novels of Boc- 
caccio. 

I). Ap. Berrà in lingua italiana, con correz. aut. 
II). Ap. e traduzione di Angelica Palli-Bartolomei. 
Vol. XXVIII, sez. C. — Della Gerusalemme Liberata tradotta 
in versi inglesi da J. H. Wiffen. 

I). Inserto aut., incompiuto. 
II). Inserto aut., compiuto. 

III). Copia fatta sull'autografo con correzioni del Mayer. 
IV). Frammento di versione dall'inglese per cura di G. 
Mazzini. 

Vol. XXVIII, sez. D. — Della Nuova Scuola Drammatica. 
Primi abbozzi autografi. 

Vol. XXIX, sez. A. — Idem. Seconda redazione, parte aut. 
e parte ap. Golia, corrispondente nel voi. IV delle Opere, alle 
pp. 293-305 e seg. 



— 419 — 

Vol. XXIX, sez. B. — Idem. Ap. Orlandini, che mise insieme 
una copia racimolando da questo o quel frammento, come*l'ar- 
bitrio dettava. 

Yol. XXIX, sez. C. — Frammento ap. Golia su Bertrando 
da Borm 

Vol. XXIX, sez. D. — Frammenti aut. in inglese, che trat- 
tano dello siile naturale ed artificiale. 

Vol. XXIX, sez. E. — I). Frammento sull'Eloquenza: Tom- 
maso Gallino (Veneto). 

II). Appunti sul vuoto e sulle varie opinioni filosofiche. 
III). Frammento ap, sull'autore del libro: De tribiis 
imposloribus. 

II 

Scritti Politici. 

Vol. XXXI, sez. A. — I). Bonaparte in Italia, poema di 
F. Gianni. Due ap. di mano diversa, uno mandato al Le Mon- 
nier dal Carrèr, l'altro forse di C. Bellavita. — (Cfr. Opere, 
voi. XI, pp. 130-38). 

II). Annotazione sull'articolo di Braganze. Ap. — (Cfr. 
Opere, voi. XI, pp. 128-29). 

Vol. XXXI, sez. B. — Supplemento al Monitore Bolognese. 
Ap. Bellavita. (Cfr. Opere, voi. XI, pp. 139-40). 

Vol. XXXI, sez. C. — Articolo ricavato dal Giornale Ita- 
liano. Ap. Bellavita. (Cfr. Opere, voi. XI, pp. 159-60). 

Vol. XXXI, sez. D. — Commentari della battaglia di Ma- 
rengo. Ap. (Cfr. Opere, voi. XI, pp. 141-58) (1). 

(1) Nella stessa sezione sono alcuni fogliettini uno dei quali contiene il 
frammento del — Proemio ai Discorsi sopra gli uomini illustri dì Plutarco 
— edito in Appendice alle Opere, ecc. pp. 136-37. Importante é la nota che 
si legge su di un altro fogliettino dal titolo: Bei Dialoghi delle Cortigiane di 
Luciano, tradotti dal Lechi, Brescia, Bettoni, 1810. La nota dice che l'articolo 
uscì negli Annali di Scienze e Lettere, voi. Ili, p. 309 e segg., mentre finora 
sapevamo dall'Orlandini che venne « tolto non sappiamo da qual periodico ita- 
liano » Cfr. Opere, voi. XI, p. IV. 



— 420 - 

Vol. XXXI, sez. E. — Rapporto dei Deputali dei Regno 
d'Italia ecc. 

I). Due ap. italiani, uno di mano di R. Wilbraham, l'al- 
tro forse di mano del Williams. 

II). Addilion al precedente Rapporto, in francese, aut. 
— (Il Rapporto fu edito in Opere, voi. V, p.p. 255-59). 

Vol. XXXI, sez. F. — Dell'indipendenza del Regno d'Ita- 
lia. Discorsi di Ugo Foscolo. — Discorso primo. — Ap. Silvio 
Pellico, con correzioni aut. (1). 

Vol. XXX. — Della rovina del Regno d'Italia. Discorsi 
di Ugo Foscolo, anche per propria apologia. Londra M.DCCCXV 
(falsa data di). È un volumetto legato dall'autore e conosciuto 
sotto il nome di libretto verde, dal colore della copertina. Conta 
pp. 1-174. 

Vol. XXXI, sez. G. — Professione politica di Ugo Foscolo. 
Discoidi tre. AgVIlaliani di tutte le Selle. — Discorso primo. 
Ragioni della Professione politica di Ugo Foscolo. Sette reda- 
zioni frammentarie, aut. 

Vol. XXXI, sez. G bis — Discorsi di Ugo Foscolo agli Ita- 
liani di ogni Setta. 

I). Schema dei Discorsi in cinque libri, stampato in voi. V, 
pp. 173-74. 

II). Discorso primo, o proemiale. Cinque copie frammen- 
tarie, tutte ap. Calbo, meno la prima che è aut., e tutte corri- 
sponderebbero nel voi. V alle pp. 186-205 del Discorso primo. 

Vol. XXXI, sez. H. — Dìscoì'so di Ugo Foscolo a* Senatori 
del Regno d'Italia. Frammenti aut. alle pp. 1-10, 26-35 del così 
detto: Scartafaccio di Coirà. 

Vol. XXXI, sez. H his — Idem. Una copia aut., e due ap. con 
giunte e correzioni aut. 

Vol. XXXI, sez. K. — Della rovina del Regno d'Italia. Di- 
scorso di Ugo Foscolo. A' Senatori di esso Regno. Sono due 
frammenti aut., e tre ap. di cui uno di A. Scorno, e un'altro 
di R. Wilbraham. 

(1) Chi in avvenire prenderà a studiare particolarmente i Discorsi sulla ser- 
vitù d'Italia potrà far dei relativi manoscritti una descrizione più minuta ed 
esatta. Io, tra tanta e sì varia materia, mi son dovuto contentare di cenni generici. 



— 421 — 

Vol. XXXI, sez. I. — Della servitù d'Italia. Discorso di 
Ugo Foscolo. Libri tre. 

I). 1). Discorso proemiale. Ap. edito già nell'edizione di 
Lugano, e poi in quella del Le Mounier, voi. V, pp. 175-85. 

2). Idem, tradotto in lingua tedesca, con la prefazione aut. 
del traduttore, edita in voi. V, p. 172. 
II). Discorso secondo. 
1). Due quinternetti aut., uno intitolato: Po.rle Prima, 
l'altro Parte seconda. Cfr. voi. V, pp. 206-13. 
2). Trasunto del libello dei Senatori. Aut. 
3). Frammenti aut., ricopiati e corretti in altri fogli dal- 
l'autore e precisamente nel voi. XXX. 

III). Discorso terzo, (ma è scritto secondo). Se V indi- 
pendenza d'Italia giovi alle altre nazioni. 

1). Opinione dei Filosofi. Cfr. voi. V, pp. 234-39. 
2). Idem. Foglietti volanti aut. e ap. 

IV). 1). Schema della materia dei Discorsi. 
2). Frammento aut. della congiura contro il Viceré. — 
(Cfr. voi. V, pp. 280-81). 

3). Chiusa del Discorso terzo, u Or pregovi, soffermatevi 
tanto » ecc. 

Vol. XXXI, sez. L. — Frammenti di Storia del Regno Ita- 
lico. (Delle cose operate da Napoleone Bonaparte in Italia dal- 
l'anno 1796 ali 3 anno 1814. Considerazioni storiche di Ugo Fo- 
scolo). Frammenti sparsi aut., riuniti dal Mayer, di cui si con- 
serva la copia. — (Cfr. voi. V, pp. 273-84). 
Vol. XXXI, sez. M. — Hyper calipsis. 

I). Varianti ap. della Chiave con alcune epigrafi. 
II). Ap. Calbo contenente la Chiave. 

III-IV). Bozze di stampa frammentarie, senza correzioni. 
V). Epigrafi. 

VI). Dedica alla Biblioteca di Zurigo. 

Vol. XXXI, sez. N. — Slato politico delle Isole Ionie. Scritto 

in Londra nel 1817. Da Ugo Foscolo. Ap. Calbo. — (Cfr. Opere, 

voi. XI, pp. 91-128. Si confronti la memoria scritta a Lord 

Guilford sullo stesso argomento, in Epist., voi. II, pp. 302-308). 



- 422 - 

Vol. XXXII, sez. A. — Som?nario della vita di Pio VI. 

I). Due frammenti, uno ap. inglese, un'altro aut. italiano. 

II). Bozze di stampa in francese con correzioni aut., in- 
compiute (pp. 19-24). 

III). Traduzione dall'inglese a cura di Angelica Palli- 
Bartolomei. — (Cfr. Opere, voi. XI, pp. 1-34). 

* 
* * 

Vol. XXXII, sez. B (1801-1814). - Protocollo di carte sopra 
le Isole Ionie. 

I). Traduzione della Letteria di Lord Grenville Ministro 
degli Esteri all'ambasciadore Britannico presso la Corte della 
Sublime Porta. — Inglese. — Londra, 13 Gennaio 1801. 

II). Piano Provvisorio del Governo di Zante, 22 ottobre 
1809. 

III). Copia della Nola scritta al Visconte di Castelreagh, 
Primo Segretario di Stato di Sua Maestà Britannica per gli 
Affari Esteri, con la data 9 Aprile 1812 e la firma: Foscardi. 

IV). Il Senato delle Sette Isole all'Imperatore Alessan- 
dro I, prima del Congresso di Vienna. Dichiarazione inviata 
per mezzo del Conte di Capodistria. Corfù 9 / 2V Maggio 1814. 

V). Il Conte Sardina (Vice-Presidente del Senato) al 
Conte di Capodistria. 9 / 2l Maggio 1814. Lettera che accom- 
pagna la suddetta Dichiarazione. 

VI). Il Senato alla Sacra Imperiai Maestà di Alessan- 
dro I, Imperatore e" Autocrate di tutte le Russie. Supplica che 
accompagna la suddetta Dichiarazione. 

VII). Copia della Nota scritta dal Signor Giacomo Camp- 
bell Tenente Generale, Comandante e Commissario di S. M. 
Britannica e delle Alte Potenze Alleate, al Senato delle Sette 
Isole Ionie. Dal Quartier Geuerale — Corfù 14 Agosto 1814. 

VIII). Copia della Nota scritta dal Senato delle Sette 
Isole Unite al Signor Campbell ecc. Corfù 16 Agosto 1814. 

IX). Copia della Nota scritta dal Signor Tenente Gene- 
rale ecc. al Senato delle Isole Ionie. Corfù 18 Agosto 1814. 



— 423 — 

X). Copia del Manifesto pubblicato dal Generale Oswald il 
1 Ottobre 1809 nelle Isole Ionie, assicurando in nome del Go- 
verno della Gran Bretagna il ristabilimento della Costituzione 
e dell'Indipendenza. 

XI). Il Senatore Conte Flamburiani a S. E. il Signor 
Conte di Capodistria. Copia di una Lettera con la data di Corfù 
12 Settembre 1814. 

XII). Il Conte di Capodistria a S. M. L' Imperatore 
[Alessandro I], Ap. in francese [1814?]. Relazione della Com- 
missione incaricata di presentare un progetto sulle Isole Ionie 
al Congresso di Vienna. 

XIII). Rapporto del Conte di Capodistria a S. M. L'Im- 
peratore, in data di Vienna 5 ottobre 1814. — [Francese]. 

XIV). I membri del magistrato all'Annona a S. E. Il 
Tenente Generale G. Campbell ecc. Corfù, 27 Ottobre 1814. 

XV). Proclamazione dell' occupazione di Corfù secondo 
il trattato di Parigi firmato da W. Cambe. 17 Giugno 1814. 
Vol. XXXII, sez. C. - (1815). 

I). Il Conte di Capodistria a Mylord Clancarty. Ap. fran- 
cese in data di Vienna, 28 marzo-19 aprile 1815. 

II). Osservazioni del Conte di Capodistria intorno al 
progetto di una relazione riguardante le Isole Ionie. — Ap. 
francese. 

III). Progetto preliminare riguardante il destino futuro 
delle Isole Ionie. Ap. francese in data di Vienna 18 / 30 maggio 
1815. 

IV). Articolo proposto dal Plenipotenziario Inglese per- 
chè le Isole e i Paesi della costa fossero posseduti dall'Austria. 
— Ap. francese. 

V). Il Conte di Capodistria a Mylord Clancarty. Lettera 
francese accompagnante gli articoli riguardanti le Isole Ionie. 
Vienna 18 / 3o , maggio 1815. 

VI). Protocollo delle Conferenze tenute al Congresso di 
Vienna il mattino e la sera del 4 Giugno 1815. — Ap. francese. 

VII). Il Conte di Capodistria al Conte Clancarty. Let- 
tera francese in data di Parigi 2 / U) Agosto 1815. 



- 424 — 

Vili). Il Conte Clancarty al Conte di Capodistria. Ri- 
sposta in francese, in data di Parigi 11 Agosto 1815. 

IX). Il Conte di Capodistria al Duca di Wellington. 
Lettera francese (duplicato) per accompagnare il contro-progetto 
relativo alle Isole Ionie. Parigi 8 Settembre 1815. 

X). Missione del Conte di Capodistria presso S. E. il Vi- 
sconte Castelreagh. Ap. francese (doppio) in data di Parigi n / 23 
Settembre 1815. 

XI). Progetto intorno alle Isole Ionie presentato dal 
Plenipotenziario Britannico al Congresso di Parigi. Ap. francese 
in data di Parigi.... 1815. 

XII). Progetto presentato dal Plenipotenziario Austriaco 
allo stesso Congresso. Ap. francese. 

XIII). Convenzione tra le Corti di Vienna, Pietroburgo 
Londra e Berlino per stabilire la sorte delle Isole Ionie. Ap. 
francese. Parigi 5 Nov. 1815. 

XIV). Copia inglese di un articolo riguardante il trat- 
tato tra la Russia e l'Inghilterra intorno alle Isole. Estratto 
dal Bsll's Weekly Menanger. Londra, Domenica, 3 Die. 1815. 
Vol. XXXII, sei. D. — (1816). 

I). Documenti relativi alla Proclamazione di Sir Thomas 
Maitland intorno all'occupazione delle Isole Ionie. — (Estratti 
mss. dalla Gazzetta Ionica, marzo- giugno 1816. 

II). Species facti presentato a S. E. il Signor Generale 
Maitland dai Senatori delle Isole di Zante, Cefalonia, e Santa 
Maura. — Corfù, 5 aprile 1816. 

III). Lettera di Fior. Smith a ** intorno alla Costitu- 
zione delle Isole Ionie. — Corfù, 18 Settembre 1816. 
Vol. XXXII, sez. E. — (1817). 

I). Alcuni articoli della Costituzione Ionia estratti dal- 
l'edizione officiale italiana. Corfù 1817. — (Cfr. Opere ) voi. V, 
pp. 479-84). 

II). Traduzione del Rapporto indirizzato al Collegio degli 
Affari Esteri dal Consigliere di Corte Papaudopoulo, Vice-Con- 
sole a Corfù, 12 Gennaio 1817. Ap. francese. 

III). Memoria sulla situazione attuale degli Stati Uniti 



— 425 - 

Ionii indirizzata a S. E. Il Conte Bathursfc dal Conte di Capo- 
distria. — Dal Trattato del 5 Novembre 1815 e dalla Carta 
costituzionale del 2 Maggio 1817. — Ap. francese. 

IV). 1). Lettera di Sir Tho. Maitland a W. Meyer Se- 
gretario intorno alle elezioni dei rappresentanti le Isole Ionie. 
2). Indirizzo che il Meyer doveva leggere al Sinelito nel 
nome del Lord Alto Commissario, in data di 8 aprile 1817. 

3). Documenti di ringraziamento del Meyer al Sinelito per 
la parte presa nelle elezioni. 

V). Decreto del Senato intorno ad alcune irregolarità 
nell'amministrazione. Ap. francese in data del 21 Aprile 1817. 

VI). Lettera di Sir Tho. Maitland a S. Calichiopolo. 
Ap. italiano in data di Malta, 6 Giugno 1817. — (Nello stesso 
foglio c'è un dispaccio del Conte di Bathurst a Sir Tho. Mai- 
tland, in data del 21 aprile 1817. 

VII). Protesta indirizzata a S. M. Britannica per la 
Costituzione largita alle Isole Ionie da Sir Tho. Maitland. 
Vol. XXXII, sez. F. — (18:8). 

I). Notificazione del Segretario privato, Fred. Haukley 
intorno a domanda di passaporti. — Estratta dalla Gazzella 
di Corfù, 10 aprile 1818. 

II). Abbozzo di pensieri di un Settinsulare emigrato in 
esteri stati volontariamente, intorno le cose che hanno avuto 
luogo a Corfù dietro l'arrivo a quella parte di S. E. Sir. Tho. 
Maitland ecc. nei mesi di marzo-dicembre 1818. 
Vol. XXXII, sez. G. - (1819). 

I). Species facti dello stato costituzionale ed ammini- 
strativo degli Stati Uniti Ioni, e particolarmente dell' isola di 
Corfù dal 25 Giugno 1814 al 12 Maggio 1819. 

II). Lettera in francese sull'insurrezione di Santa Maura, 
una delle Isole Ionie. 15 Ottobre [1819]. Ap. Maini. — (Estratta 
dal foglio Parigino: La Renommée — 24 Novembre 1819). 

III). Lettera del Conte di Capodistria ai Conti Sicuro 
e Flamburiani di Zante, in data di Pietroburgo, 2 Novembre 
1819. — Ap. francese. 

IV). Dispaccio inviato al Conte Lieven in data di Pie- 
burgo, 22 Novembre 1819. — Ap. francese. 



— 426 - 

V). Notizie ricevute a Pietroburgo [sui moti avvenuti 
nelle Isole Ionie, 1819]. — Copia in francese. 

VI). 1). Lettera (a stampa) di S. E. Il Lord Alto Com- 
missario al Prestantissimo Senato degli Stati Uniti, 6 dicembre 
1819. 

2). Risposta del Senato, 9 dicembre 1819. 

VII) Lettera di Lord Bathurst al Conte di Capodistria. 
Dowaring Street, 11 Dicembre 1819. — Ap. francese. 

Vili). Risoluzione del Senato con cui vien data facoltà 
al Lord Alto Commissario di proclamare la legge marziale dove 
e quando la crederà necessaria. — Corfù, 18 dicembre 1819. — 
Copia a stampa col testo italiano e greco. 
Vol. XXXII, sez. H. — (1820). 

I). Risposta (del Capodistria?) al Conte di Bathurst. 
Pietroburgo, 4 Febbraio 1820. — Ap. francese. 

II). Dispaccio al Conte di Lieven. — Pietroburgo, 4 
Febbraio 1820. Ap. francese. 

III). Lettera particolare del Conte di Capodistria al Conte 
di Lieven. — Pietroburgo, 5 / l7 Febbraio 1820. — Ap. francese. 

IV). Discorso di S. E. Lord Bathurst ecc. E un numero 
della Gazzetta straordinaria degli Siali Uniti delle Isole Ionie 
Corfù, martedì 24 Febbraio [7 marzo s. n.] 1820. 

V). Processo verbale della Nobilissima Assemblea Le- 
gislativa degli Stati Uniti delle Isole Ionie nella sua terza Ses- 
sione del primo Parlamento del dì 7 marzo 1820. — E un nu- 
mero della Gazzetta cit. in data l3 / 2ò marzo 1820. 

VI). 1). Abbozzo di una Memoria intorno agli affari 
Ionii. Due copie in francese. 

2). Aggiunta alla detta Memoria. Tre copie in francese. 

VII). Epilogo di giustificazioni e osservazioni. Copia 
francese. 

Vili). Alcuni particolari intorno alla formazione della 
Cosi 'Unzione delle Isole Ionie. Copia inglese. 

IX). Osservazioni sulla Costituzione delle Isole Ionie. 
Ap. italiauo sparso di note marginali e di correzioni interlineari 
di pugno del Foscolo. E scrittura sua. 



— 427 — 

X). Memoria sulV Educazione pubblica nelle Isole Ionie. 
Ap. francese con correz. di mano del Foscolo. — (Cfr. la tra- 
duzione italiana in EpisL, voi. II, pp. 302-303. 

XI). Quadro degli stipendi della famiglia del Barone 
Teotoki. Copia francese. 

XII). 1). Stalo degli incassi e dispendi sotto i differenti 
Governi nelle Isole Ionie. Copia italiana. 
2). Idem in francese e più compiuta. 

XIII). 1). Informazione militare intorno a Sir Tho. 
Maitland. 

2). Informazione diplomatica ecc. 

3). Notizie su Tho. Maitland e Ali Pacha. — (Lettera 7 
Giugno 1820). 

XIV). Specchio sul consumo di frumento nell' isola di 
Corfù, e acquisto fatto dal Governo. 

Vol. XXXII, sez. K. — Documenti sull'arresto di Antonio 
Marlinengo. 

I). Schema dell'affare Martinengo. Aut. del Foscolo. 
II). Lettere di Fred. Haukley Segretario del Lord Alto 
Commissario ad A. Martinengo. 

1). Corfù 29 Settembre 1820. 
2). r> 23 Ottobre » 

3). ti 17 Novembre n 
4). n 27 Novembre » 
5). n 20 Dicembre n 

III). 1). Lettera di G. Maitland ad A. Martinengo. Corfù 
27 Novembre 1820. — (L'avv. Generale ha fatto un rapporto 
al Senato col quale dichiara il Martinengo, reo di delitto di 
Stato). 

2). Atto di accusa dell'Avv. Generale degli Stati Uniti 
Ionii contro A. Martinengo. Ap. francese in data 27 Dicembre 
1820. 

IV). 1). Memoria del prigioniero A. Martinengo al Pre- 
sidente del Senato ed ai prestantissimi Senatori in sua difesa. 
Ap. ital. in data 1 Gennaio 1821. 

2). Reclamo di A. Martinengo a Mylorcl... intorno all'accusa 
e all'arresto. Corfù 31 Maggio 1820. 



- 428 - 

V). Documenti riguardanti beni, ecclesiastici. 
1). Decreti (30 maggio-9-24-26 giugno) emanati dal Parla- 
mento degli Stati Uniti Ionii intorno ai beni ecclesiastici. 

2). Lettera di "W. Robinson ad Anastasio Quartane Corfù 
1 Agosto 1820. 

3). Lettera di "W. Robinson ai Nobili Signori Antonio Ma- 
ria Capo d'Istria q m Spiridione e Giovanni Cassimati. Corfù 15 
Agosto 1820. 

4). Lettera di W. Robinson ad Anton Maria Capo d'Istria 
q m Angelo. Corfù 24 aprile 1820. 

VI). Lettera di Fred. Haukley ad A. Martinengo. 
1). Corfù 5 Gennaio 1821. 
2). Corfù 10 Dicembre 1821. 

VII). 1). Lettera inglese di Phil. Barker Webb a Tho. 
Sherlock Gooch. Milano 23 Febbraio 1821. 

2). Lettera inglese di Phil Barker Webb a G. Holme Sum- 
mer. — (Riguardano Costantino Volterra Martinengo che an- 
dava in Inghilterra a protestare contro atti arbitrari commessi 
nell'isola di Zante). 

Vol. XXXIII, sez. A, (1401-1640). - Protocollo di carie 
sopra Parga. 

I). Due Indici diversi dei documenti, molto arruffati. 
II). Decreto della dedicazione di Parga verso la Repub- 
blica di Venezia, in data 21 marzo 1401. Ratificato con ducale 
di quel Senato, a' dì 9 agosto 1447. — (Cfr. Opere, voi. V, 
pp. 447-50. Documeuto I). 

III). CDpia tratta da' libri de' privilegi della Comunità 
di Parga. — (Cfr. Opere, voi. V, pp. 450-52. Documento II). 

IV). Ducale del Senato Veneto in confermazione della 
memoria degli Nunzi e Inviati della Parga, in data li 5 feb- 
braio, 1571. — (Cfr. Opere, voi. V, pp. 452-55. Documento III). 
V). Copia tratta dal libro de' Decreti e Terminazioni 
della Comunità di Parga. Dati a Corfù, a 19 agosto 1640. 
— (Cfr. Opere, voi. V, pp. 455-56. Documento IV). 
Vol. XXXIII, sez. B. — (1816-1817). 

I). Quattro mezzi fogli contenenti quattro Memoriali dei 






— 429 - 

Pargiotfci in data 20 maggio e 25 dicembre 1816, 28 marzo e 
30 giugno 1817. C'è qualche nota e data di pugno del Foscolo. 
II). Quinterno di 34 pp. contenente documenti su 
Parga. 

1). Lettera del Colonnello De Bossefc a**. 

2). Estratto dal Moniteur Universe! , 3 agosto 1817. 

3). Lettera di Attanasio Pezzali Primate di Parga al Co- 
lonnello De Bossefc, in data 30 Giugno 1817. 

4). Compendio della storia cronologica di Parga di Atta- 
nasio Pezzali. Comprende, tra le altre cose, il documento XV 
edito in voi. V, pp. 466. 

5). Copia del Documento II, edito in voi. V, pp. 450-52. 

— (Cfr. A. III). 

6). Copia del Documento IV, edito in voi. V, pp. 455-56. 

— (Cfr. A. V). 

7). Copia tratta dal Libro delle determinazioni ed ordini 
dell'Ili. 1110 ed Ecc. mo Sig. Antonio Priceli fu Prov. re Gen. e di 
Mare. Corfù, 30 Luglio 1672. 

8). Copia del paragrafo contenuto nel 17° Capitolo della 
Pace di Carlovic, tra la Ser. ma Repubblica di Venezia ed il 
Gran Sig. r * de' Turchi ratificata in Costantinopoli l'anno 1701. 

9). Copia da simile autentica dalle Commissioni del Go- 
verno e Cap. e di Parga. Corfù, 20 Maggio 1795. 

10). Copia del Documento I, in Opere, voi. V, pp. 447-56. 

— (Cfr. A. II). 

11). Copia del Documento III, in Opere ì voi. V, pp. 452-55. 

— (Cfr. A. IV). 

12). Convenzione di Jannina in data 17 Maggio 1817. Co- 
pia francese di pugno del Foscolo. 

III). Proclamazione da parte dell' Onorevole Patrick 
Stuart ecc. Parga, 28 Maggio 1817. 

IV). Sapplica de' Pargiotti al Generale Maitland. 17 
Maggio 1817. 

V). Ringraziamento de' Pargiotti per il grano del colon- 
nello Stuart. 28 Maggio-13 Giugno 1817. — (È un'appendice al 
Documento VII del voi. V, pp. 457-58). 

io 



— 430 — 

VI). Due Proclamazioni dei Commissari Inglese e Turco 
in data 18 / 30 Giugno 1817. 

VII). Memoriale dei Primati di Parga a Sir Tho. Mai- 
tland. 1 Luglio 1817. Due copie, una di mano del Foscolo, l'altra 
di mano del Merivale. 

Vol. XXXIII, sez. C. - (1814-1818). 

I). Inserto di pp. 48 contenente i seguenti documenti : 
1). Due Proclamazioyii dei Commissari Inglese e Turco. 
Sono le stesse di B. VI. 

2). Istruzioni per il Luogotenente Brutton. Copia inglese 
in data di Corfù, 11 Maggio 1815. 

3). Cessione di Parga alla Turchia. 17 Maggio 1817. 
4). Protesta dei Primati di Parga per la cessione alla Tur- 
chia, diretta al Colonnello Carlo Filippo De Bosset. 

5). Costituti fatti alla Polizia in Parga dal 10 marzo al 
21 agosto 1817. 

6). Memoria presentata dai Primati di Parga a Sua Eccel- 
lenza il luogotenente-generale Campbell, il dì 29 marzo 1814. 

— (Cfr. Opere, voi. V, pp. 468). 

Vol. XXXIII, sez. B. - (1814-1818). 

7). Proclamazione di Sir Thomas Maitland. Due copie di 
cui una di mano del Foscolo in data di Corfù, 20 marzo 1818. 

— (Documento segnato n. XIII). 

8). Proclamazione del Ten. Col. James Maitland in data 
6 aprile 1818. 

9). Proclamazione dello stesso in data 20 Maggio 1818. 
Documento segnato n. XIV. 

10). Notificazione sulla sospensione della Stima de' Beni 
firmata: Spiridione Vlandi Capo di Polizia. 21 Maggio 1818. 
Documento segnato n. XV. 

11). Lettera di un Primate Pargiotto (G-. Maurojanni) ad 
IL Foscolo. Parga li 24 Giugno 1818. 

12). Risposta di Ugo Foscolo al suddetto Primate. Copia 
in greco e in francese. Londra, East Moulsey, 23 Ottobre 1818, 
Epist. voi. II, n. 539. 



- 431 - 

Vol. XXXIII, sez. C. — (1819) 

I). Notificazione del Capo del Governo di Parga. Parga, 
li 6 marzo 1819. Due copie it. e inglese: questa di mano del 
Meri vale. 

II). 1). Proclamazione di Sir Thomas Maitland. 4 marzo 
1819. Copia francese. 

2). Proclamazione dello stesso, 9 aprile 1819. Copia in 
francese. 

III). Lettera (a stampa) di un viaggiatore greco intorno 
alla cessione di Parga. 31 Marzo 1819. 

IV). Seconda Sessione del Primo Parlamento Ionio. 22 
Maggio 1819. Due copie, una a stampa in lingua italiana, l'altra 
manoscritta in inglese, di mano del Merivale. 

V). Documenti (a stampa) intorno all'occupazione mili- 
tare di Parga. 1 e 7 Giugno 1819. 

VI). Supplica de' Pargiotti al Principe regnante. 4 Giu- 
gno 1819. Copia col testo greco e francese. 

VII). Proclamazione di Sir Tho. Maitland. 7 Giugno 
1819. Copia a stampa col testo greco e italiano, e manoscritta 
in inglese di mano del Merivale. 

Vili). Istruzioni di Maitland alla Commissione istituita 
nel definire e distribuire la somma dei 633,000 Talleri ricevuti 
per pagamento dei beni de' Pargiotti. Corfù, 9 Giugno 1819. 

IX). Notificazione del Maitland. 11 Giugno 1819. Copia 
a stampa in italiano, e manoscritta in inglese di mano del Me- 
rivale. 

X). Notificazione da parte della Commissione istituita 
per regolare e sistemare la finale distribuzione delle indennità 
spettanti alli Pargi Emigrati. 30 Giugno 1819. Copia a stampa 
col testo italiano e greco. 

XI). 1). Proclamazione da parte di S. E. il maggior ge- 
nerale Fred. Adam. 8 Luglio 1819. Copia a stampa col testo 
italiano e greco, e traduzione inglese del Merivale. 

2). Indirizzo dei Primati di Parga al Generale Adam in 
risposta del Popolo di Parga alla Proclamazione di Corfù. Aut. 
del Foscolo. 



— 432 - 

XII). 1). Notificazione da parte della Commissione isti- 
tuita per regolare -e sistemare la finale distribuzione delle in- 
dennità spettanti alli Pargi Emigrati. 10 Luglio 1819. Copia a 
stampa col testo italiano e greco. 

2). Notificazione da parte della Commissione ecc. 17 Luglio 
1819. Copia idem. 

3). Notificazione da parte della Commissione ecc. 24 Luglio 
1819. Copia idem. 

4). Notificazione da parte della Commissione ecc. 4 Agosto 
1819. Copia idem. 

XIII). Proposta in inglese di sottoscrizione del Devon 
Comty Club per i Pargiotti. 5 agosto 1819. 

XIV). 1). Lettera (in greco) a G. Maurojanni. 16 agosto 
1819. 

2). Lettera (in greco) a G. Maurojanni. 18 agosto 1819. 
XV). Lettera (in greco) di Antonio Pezzali al suo cugino 
a Venezia. Corfù 2 settembre 1819. 

XVI). 1). Discorso della Commissione ai Primati di Parga 
ecc. Corfù 23 novembre 1819. 

2). Petizione dei Pargiotti alla Commissione. Corfù, 25 
Novembre 1819. Copia italiana e traduzione inglese del Merivale. 
3). Petizione dell'Emigrato Popolo di Parga alla Commis- 
sione. Corfù, 26 dicembre 1819. 

XVII). 1). Lettera di G. Maurojanni a G-. Foresti, 21 
dicembre 1819. 

2). Risposta di G. Foresti a G. Maurojanni con la stessa 
data. 

3). Lettera di G. Maurojanni a Mylord Bathurst. Data 
idem. E una copia in francese con tali correzioni del Foscolo 
che la ritengo dettata da lui. 

4). Risposta di Mylord Bathurst in inglese. 
XVIII). Lettera (un brano) di ** riguardante i Pargiotti. 
Venezia, 29 dicembre 1819. 

Vol. XXXIII, sez. D. — (1820). 

I). Lettera (estratto di) scritta da Corfù a Londra in 
data 14 febbraio 1820. 



— 433 - 

II). Indirizzo di S. E. il Lord Alto Commissario all'As- 
semblea Legislativa degli Sfcati Uniti Ionii, in data 7 marzo 
1820. — (Opuscolo inglese uscito a Londra, C. H. Keynell, 1820, 
in 8°, pp. 1-39). 

III). 1). Lettera di Lord Bathurst a G. Maurojanni. 
[Londra] 16 marzo 1820. Due copie inglesi. 

2). Risposta di G. Maurojanni a Lord Bathurst. [Londra] 
17 marzo 1820. 

3). Lettera dei Primati di Parga a G. Maurojanni. Corfù, 
28 marzo 1820. 

4). Lettera di A. Pezzali a G. Maurojanni. Corfù, 1 aprile 
1820. 

5). Lettera dei Primati di Parga a G. Maurojanni. Corfù, 
25 aprile 1820. 

IV). Mozione di Lord John Russell alla Camera dei Co- 
muni il 29 Giugno 1820. — (Estratto ms. dal Times e Morning 
Cronicle del 1 Luglio 1820). 

Vol. XXXIII, sez. E. — (1821). 

I). Pratiche della Deputazione dei Pargiotti a Costanti- 
nopoli per tornare in patria. 

II). Ricordi per que' di Parga. Ap. con correzioni del 
Foscolo. 

III). Catastrofe di Parga. Ap. in francese con un brano 
in fondo, di mano del Foscolo. 

IV). Panegirico del viaggiatore Williams di Sir Thomas 
Maitland, e statistica delle Isole Ionie. (Dai Williams's Travels 
in Itali/, Greece and the Jonian Islands. Edinburgh, 1820, 
voi. II, pp. 154-56j. 

V). Stima dei beni abbandonati dai Pargiotti. — (Dalla 
Quavterly Review, N. XLV [1821]. 

VI). Lettera del Deputato di Parga [Maurojanni?] a 
Lord Bathurst, gennaio 1820. Aut. del Foscolo. 

VII). Lettera di Cha. Manck su Parga al Foscolo [1821?] 
Vol. XXXIII, sez. F. — Frammenti della Narrazione delle 
fortune e della cessione di Parga. 

I). Abbozzi aut. in tre mezzi fogli e un quarto di foglio. 



— 434 — 

II). Frammento ap. con correzioni aut. Due copie di 
mano diversa, di cui la prima più compiuta. Il principio corri- 
sponde alla stampa Opere, voi. V, lib. II, sez. XLIII, p. 415. 

III). Frammento in un foglio ap. Merivale con corre- 
zioni del Foscolo. - (Cfr. Opere, voi. V, lib. II, sez. XXII-XXIII). 

IV). Un foglio contenente di mano del Merivale il titolo 
dell'opera su Parga : Narrative | of Events \ illustrating the 
Vicissitudes and the Cession \ of Parga \ Supported by authen- 
tic Documents-Translated from the Manuscript of Ugo Foscolo, 
London, John Murray, Albemarle Street. MDCCCXX 

V). Indice Generale al libro su Parga. Ap. inglese con 
correz. aut. — (Giunge fino al lib. II, sez. XXI). 

VI). Bozze di stampa in francese e in inglese dell'arti- 
colo su Parga. Sono pp. 42, e da 34 in poi esse furon tradotte 
e ristampate nelle Opere, voi. V, pp. 433-43. 

VII). 1). Su Nelson. Frammenti in francese e inglese, 
alcuni di mano del Williams, altri del Merivale, con correzioni 
e appunti del Foscolo. 

2). Su Napoleone. Frammenti aut. e ap. Williams in fran- 
cese e inglese. — (Tanto i frammenti su Nelson quanto quelli 
su Napoleone sono inediti e costituiscono forse la fine del libro 
su Parga, lasciato incompiuto). 

Vol. XXXIII, sez. G. — Cristina e il Monaldeschi. Bozze 
di stampa in italiano. Altri frammenti di bozze si trovano nel 
voi. XX, sez. I. — (Cfr. Opere, voi. XI, pp. 63-73). 
Vol. XXXIV, sez. A. — Lettera Apologetica. 

I). Frammenti sparsi ap. e aut. 

II). Apografo con correzioni aut. Corrisponde nella stam- 
pa, voi. V, p. 510 sino alla fine. 

III). Bozze di stampa con correzioni aut. Mancano le 
pp. xvi-xiix. 

Vol. XXXIV, sez. B. — Degli effetti politici che risultano 
dalV agricoltura in Italia. Frammenti inglesi ap., aut. e ap. con 
correzioni aut. 

Vol. XXXIV, sez. C. — Le Donne italiane. Traduzione 
italiana di Angelica Palli-Bartolomei. — (Cfr. Opere, voi. XI, 
pp. 35-62). 



— 435 - 

Vol. XXXIV, sez. D. — Della Costituzione Aristocratica 
della Repubblica di Venezia. Frammenti ap. — (Cfr. Opere, 
voi. XI, pp. 165-70). 

Vol. XXXV, sez. A. — Della Costituzione Democratica 
della Repubblica di Venezia. 

I). Originale italiano autografo. 

II). Frammenti di traduzione inglese di Miss Austin. — 
(Cfr. Opere, voi. IV, pp. 339-77). 

Vol. XXXV, sez. B. — Antiquari e Critici ecc. 

I). Originale italiano ap. Golia con correzioni aut. 
II). Traduzione dall'inglese di G. Mazzini. — (Cfr. Opere, 
voi. IV, pp. 267-91). 

Vol. XXXV, sez. C. — Che il re può punire e premiare 
i sudditi applicando e interpetrando a suo modo la medesima 
legge. Sec. XVII. Ap. correz. aut. Forse doveva far parte della 
Lettera Apologetica. 

Vol. XXXV, sez. D. — Osservazioni su scrittori militari. 
Ap. della Donna gentile. 

Vol. XXXV, sez. E. — Appunti su David Hume. Fogliettino 
aut. in francese scritto forse quando l'Hume pubblicò la Storia 
d 1 Inghilterra, Parigi, Campenon, 1819. 



Parte Terza: Lettere del Foscolo ad altri. 



Vol. XXXVI, sez. A. - (1797). 

Aprile. I). 1). A Vittorio Alfieri, Venezia, li 22 aprile 1797. 
Ap. P. Blane. Cfr. Epist,, voi. I, n. 5. L'aut. è tra i mss. 
della Nazionale di Firenze. 

2). A Diodala Saluzzo, Venezia, li 22 aprile [1797]. Ap. 
di mano diversa tratto dal libro: u Poesie postume di 
Diodata Saluzzo Contessa Roen di Revello, aggiunte al- 
cune lettere d'illustri scrittori a lei dirette. Torino, 1843, 
in 8°, p. 409. 
Vol. XXXVI, sez. B. — (1798). 

Gennaio. I). 3). Al Cittadino Ostinelli, stampatore a Como, 
Milano, 21 nevoso, an. VI. — 10 gennaio 1798. — Ap. 
Orlandini. Cfr. EpisL, voi. Ili, n. 684. 
Vol. XXXVI, sez. C. — (1801). — 4). Ad Antonietta Fagnani- 
Arese. [Milano, 1801?] — Ap. E. Ceroni. Cfr. Chiarini Gr., 
Gli Amori di U. F. ecc., voi. II, n. IX. 

5). A Leopoldo Cicognara. [Milano, 1801?] — Ap. R. Ce- 
roni. 
Vol. XXXVI, sez. D. — (1802). 

Gennaio. I). 6). Al Comitato di Governo. Milano, 18 nevoso, 
anno X. — 7 gennaio 1802. — Ap. F. Cateni. Cfr. Epist., 
voi. Ili, n. 685. 

7). Ad Antonietta Fagnani- Arese. [Milano, gennaio 1802]. 

— Cfr. Chiarini G., Op. cit., voi. II, n. XXXIII. 
Febbraio. II). 8). Al Cittadino Trivulzi il giovane. Milano, 

Lunedì 8 febbraio [1802]. — Ap. Cfr. Epist., voi. I, n. 19. 

Marzo. III). 9). Al Vice-Presidente della Repubblica Italiana. 

Milano, 19 marzo 1802. — Ap. Cfr. Epist., voi. I, n. 20. 

— (Questa lettera si trova nello stesso volume, sez. G, IV). 
Agosto. IV). 10). AlV Abate Saverio Bettinelli. Milano, 24 

agosto 1802. — Ap. doppio, uno di mano dell'Orlandino 
Cfr. Epist., voi. I, n. 21. 



— 440 - 

Settembre. V). 11). Al Consiglio Legislativo della Repub- 
blica Italiana. Milano, 1 settembre 1802. — Ap. Cfr. 
Epist., voi. I, n. 23. — (Questa lettera si trova nello 
stesso voi., sez. G, IV. 

12). A Gian Giacomo Trivulzi. [Milano], martedì 21 set- 
tembre [1802]. — Ap. Cfr. Epist., voi. I, n. 27. 

Incerte. VI). 13). Al Primo Italiano. [1802]. — Ap. Caleffi. 
Cfr. Epist., voi. I, n. 24. 

14). A Ferdinando Arrivabene. Mercoledì [1802]. — Ap. 
doppio, uno di F. Arrivabene figlio, l'altro dell'Orlandini. 
Cfr. Épist., voi. Ili, n. 28. 

15). Allo stesso. Mercoledì [1802]. — Ap. idem. Cfr. Epist., 
voi. I, n. 32. 
Vol. XXXVI, sez. E. - (1803). 

Gennaio. I). 16). Allo stesso. 12 gennaio [1803]. — Ap. 
idem. Cfr. Epist., voi. I, n. 34. 

17). Allo stesso. Giovedì [1803]. — Ap. idem. Cfr. Epist., 
voi. I, n. 35. 
Vol. XXXVI, sez. F. - (1804). 

Maggio. I). 18). A Giustina Renier Michiel. Maggio, 1804. 
— Ap. Fr. Scipione Fapanni. Cfr. Epist.. voi. Ili, n. 686. 

Dicembre. II). 19*). Al Commissario della Guerra incari- 
cato della piazza di Valenciennes. Valenciennes, il 3 
nevoso an. 13 [23 dicembre 1804]. Cfr. Mss., voi. II, n. 1. 

20). Al Generale Comandante la Divisione. Valenciennes, 
23 dicembre 1804, 3 nevoso an. 13. — Cfr. Afss., voi. II, 
n. 2. 

21). Al Commissario della Guerra ecc. Lettera in francese. 
Valenciennes, 6 nevoso an. 13, 27 dicembre 1804. — 
Cfr. Mss., voi. II, n. 3. 

22). [Al cittadino Visconti]. Valenciennes, li 27 Dicembre 
1804. — Cfr. Mss., voi. II, n. 4. 

(*) Delle lettere che vanno da questo numero 19 a 68 esistono gli apografi nel 
voi. XXXVI, sez. F, e gli autografi nel voi. II. (Mss. di Valenciennes). Gli 
apografi sono di mano della Donna Gentile, ma contenenti tante inversioni e 
inesattezze che ho creduto opportuno rimandare agli autografi. 



- 441 — 

23). Al Commissario di Polizia [dicembre 1804]. — Cfr. 

Mss., voi. II, n. 5. 
Vol. XXXVI, sez. G. — (1805). 

Gennaio. I). 24). Al Sergente Maggiore Flosio. Valenciennes, 

li 2 gennaio 1805. — Cfr. Mss., voi. II, n. 6. 
25). Al Capo dello Sialo Maggiore. Valenciennes, li 13 ne- 
voso [anno XIII] 3 gennaio 1805. Cfr. Mss., voi. II, n. 7. 

EpisL, voi. Ili, n. 43. 
2G). Al Generale di Divisione a Calais. Valenciennes, li 20 

nevoso an. 13, 10 gennaio 1805 an. 4. — Cfr. Mss., 

voi. II, n. 8. Epist., voi. I, n. 44. 
27). Al Commissario della Guerra. Lettera in francese. 

[Valenciennes] li 22 nevoso an. 13, [12 gennaio 1805]. 

— Gfr. Mss. } voi. II, n. 9. 

28). Al Capo dello Stato Maggiore. 12 gennaio 1805 an. 4, 
22 nevoso an. 13. — Cfr. Mss., voi. II, n. 10. Epist., 
voi. I, n. 45. 

29). Al Sergente Maggiore Flosio. Valenciennes, li 22 ne- 
voso an. 13, 12 gennaio 1805 an. 4. — Cfr. Mss., voi. II, 
n. 11. EpisL, voi. I, n. 46. 

30). Al Colonnello Ferrent. 23 nevoso [13 gennaio 1805]. 

— Cfr. Mss., voi. II, n. 12. 

31). Al Generale Comandante la Divisione [13 o 14 gen- 
naio 1805]. — Cfr. Mss., voi. II, n. 13. Epist., voi. I, 
n. 47. 

32). Allo slesso. 24 nevoso, 14 gennaio 1805 an. 4. — Cfr. 
Mss., voi. II, n. 14. Epist., voi. I, n. 48. 

33). Al Sotto-ispettore Touziers, 18 gennaio 1805 an. 4, 28 
nevoso an. 13. — Cfr. Mss., voi. II, n. 15. 

34), Al Comandante d'armi, 30 nevoso, 20 gennaio [1805]. 
— Cfr. Mss., voi. II, n. 16. 

35). Al Generale di Divisione, 30 nevoso an. 13, 20 gen- 
naio 1805. — Cfr. Mss., voi. II, n. 17. 

36). Al Foriere De Santis, 30 nevoso an. 13, 20 gennaio 
1805 an. 4. — Cfr. Mss., voi. II, n. 18. Lettera francese. 

37). Al Commissario di Guerra. [20 gennaio 1805] — Cfr. 
Mss., voi. II, n. 19. Biglietto in francese. 



— 442 — 

38). [Al Generale di Divisione']. Valenciennes, li 5 piovoso 
an. 13, 25 gennaio 1805 [an.] 4. — Cfr. Mss., voi. II, 
n. 20. 

39). Al Capo dello Sialo Maggiore. 6 piovoso, 26 gennaio 
1805, an. 13. — Cfr. Mss., voi. II, n. 21. 

40). Al Generale Comandante d'Armi. 9 piovoso an. 13, 
29 gennaio an. 4, 1805. — Cfr. Mss., voi. II, n. 22, 
Episl., voi. I, n. 49. Lettera in francese. 

41). Al Commissario di Polizia, ecc. Valenciennes, li 10 
piovoso an. 13, 3 gennaio an. 4, 1805. — Cfr. Mss., 
voi. II, n. 23. Lettera in francese. 

42). Al Capo dello Stalo Maggiore. 11 piovoso [an. 13, 31 
gennaio 1805] an. 4. — Cfr. Mss., voi. II, n. 24. 

43). Al Generale Comandante la Divisione. — Valenciennes, 
li 11 piovoso an. 13, 31 gennaio 1805 an. 4. — Cfr. 
Mss., voi. II, n. 25. 

Febbraio. II). 44). [Allo stesso ?] 13 piovoso, [2 febbraio 
1805]. - Cfr. Mss., voi. II, n. 26. 

45). Al Signor Parent pagatore a Valenciennes. [2 febbraio 
1805]. — Cfr. Mss., voi. II, n. 27. Lettera in francese. 

46). [Al Principe Eugenio?]. [2 febbraio 1805]. — Cfr. 
Mss., voi. II, n. 28. Lettera italo-francese. 

47). All'Ispettore Touziers. 2 febbraio 1805 an. 4, 13 pio- 
voso an. 13. — Cfr. Mss., voi. II, n. 29. 

48). Al Generale Comandante la Divisione. 13 piovoso [2 
febbraio 1805] an. 13. — Cfr. Mss., voi. II, n. 30: Episl., 
voi. I, n. 50. 

49). Al Signor Barinetti pagatore. Valenciennes, 13 piovoso, 
an. 13, 2 febbraio 1805. = Cfr. Mss., voi. II, n. 31. 

50). Al Generale Comandante la Divisione. Valenciennes 
li [13-18] piovoso an. 13, [2-7 febbraio 1805] an. 13. — 
Cfr. Mss., voi. II, n. 32. 

51). Al Pagatore della Guerra residente a Donai. 18 pio- 
voso [7 febbraio 1805]. — Cfr. Mss., voi. II, n. 33. Let- 
tera in francese. 

52). Al Generale di Divisione. Valenciennes, li 20 piovoso, 



— 443 — 

an. 13, [9 febbraio 1805]. — Cfr. Mss., voi. II, n. 34. 
Epist., voi. I, n. 51. 

53). Al Maggiore Comandante i Cacciatori a cavallo sta- 
zionati a Valenciennes. [9-21 febbraio 1805]. Cfr. Mss., 
voi. II, n. 35. Lettera in francese. 

51). Al Consiglio d' Amministrazione del 2° Reggimento di 
Fanteria Leggiera. Valenciennes il 1 ventoso an. 13, 
[21 febbraio 1805]. — Cfr. Mss., voi. II, n. 36. 

55). Al Sergente Maggiore Flosio. [21 febbraio 1805]. — 
Cfr. Mss., voi. II, n. 37. 

56). Al Capo dello Stato Maggiore della Divisione. Valen- 
ciennes, il 1 ventoso an. 13, [21 febbraio 1805]. — Cfr. 
Mss., voi. II, n. 38. 

57). Ai Consigli Amministrativi del primo Reggimento 
d'Infanteria Leggiera e primo Reggimento d'Infanteria 
di TAnea. (Lettera-Circolare) [21-24 febbraio 1805]. — 
Cfr. Mss., voi. II, n. 39. 

58). Al Consiglio & Amministrazione della 2 3 Linea di 
Fanteria Leggiera. Valenciennes, 4 ventoso an. 13, [24 
febbraio 1805]. Cfr. Mss., voi. II, n. 40. 

59). Al Generale di Divisione Teulié. Valenciennes, il 4 
ventoso an. 13, [24 febbraio 1805]. -— Cfr. Mss,, voi. II, 
n. 41. 

60). Al Consiglio d' Amministrazione della 2* LÀnea di Fan- 
teria Leggiera. Valenciennes, 6 ventoso an. 13, [26 feb- 
braio 1805]. — Cfr. Mss., voi. II, n. 42. 

61). Al Quartiermastro del 2° Reggimento di Fanteria Leg- 
giera, a Calais. — Valenciennes, 6 ventoso an. 13, [26 
febbraio 1805]. — Cfr. Mss., voi. II, n. 43. 

62). Al Colonnello Comandante il 2° Reggimento di Fanteria 
Leggiera a Calais. [27-28 febbraio 1805]. — Cfr. Mss., 
voi. II, n. 44. 

63). Al Capitano Barban..(?) attaccato allo Stalo Maggiore, 
a Calais. [27-28 febbraio 1805]. — Cfr. Mss., voi. II, n. 45. 

64). Al Generale Comandante. Valenciennes, 7 ventoso an. 
13, [28 febbraio 1805]. - Cfr. Mss., voi. II, n. 46, ed 
Epist., voi. I, n. 52. 



- 444 — 

65). Al Consiglio d' Amministrazione del 2" Reggimento 
Leggiero. 7 ventoso an. 13, [28 febbraio 1805]. — Cfr. 
Mss., voi. Il, n. 47. 

Marzo. III). 66). Allo Stalo Maggiore Comandante i Depo- 
siti della Divisione Italiana. Lille, 11 ventoso an. 13, 2 
marzo 1805 an. 4, 13 l / 2 heures. — Cfr. Mss., voi. II, 
n. 48. Lettera in francese. 

67). Al Generale Comandante d'Armi, a Aix Bailleul, 12 
ventoso an. 13, 3 marzo 1805 an. 4. — Cfr. Mss., voi. II, 
n. 49. Lettera in francese. 

68). Al Generale di Divisione Leclaire, uno dei Coman- 
danti della Legion d'Onore. Bailleul, 13 ventoso an. 13, 
4 marzo 1805 an. 4. — Cfr. Mss., voi. II, n. 50. Lettera 
in francese. 

Incerte. IV). 69). A Madama*** [1805]. — Ap. francese. 
Epist., 1, n. 54. 

70). Alla slessa** [1805]. - Ap. francese. Epist., I, n. 57. 
Vol. XXXVI, sez. H. — (1806). 

Gennaio. I). 71). [A Giuseppe Barbieri]. Milano, 3 gennaio 
1806. — Ap. Epist., voi. Ili, n. 687. 

72). [Allo stesso]. Milano, 18 dicembre 1806. — Ap. Epist., 
voi. Ili, n. 688. 
Luglio. II). 73). [A Ippolito Plndemonte], Milano, 13 luglio 

1806. — Ap. Epist., voi. I, n. 62. 
Vol. XXXVI, sez. K. - (1807). 

Gennaio. I). 74). A Ferdinando Arrivabene. Sabato sera, 
[24 gennaio 1807]. — Ap. doppio, uno di mano di F. 
Arrivabene figlio, l'altro dell'Orlandino — Epist. , I, n. 68. 

Aprile. II). 75). [A Ippolito Pindemonte]. Brescia, 23 aprile 

1807. — Epist., n. 71. 

76). A Luigi Mabil. Brescia, 23 aprile 1807. Ap. S. Fapanni. 

— Epist., voi. Ili, n. 689. 
77). [Allo stesso]. Milano, 25 aprile 1807. — Ap. dell'avv. 

Vivaldi. — Epist., voi. Ili, n. 690. 
78). A Saverio Bettinelli, [aprile 1807]. Ap. Epist., voi. I, 

n. 70. 



— 445 - 

Maggio. III). 79). [Alla Conlessa Marzia Martinengo Cesa- 
reseci]. Milano, venerdì 1 maggio [1808]. — EpisL, III, 
n. 691. — (Questa lettera fa parte dell'inserto prov. Bella- 
vita che si trova in questo voi. e sez. K, Vili). (È bene 
avvertire che parecchie lettere scritte alla Marzia si cre- 
dettero dirette all'Ugoni, il quale le mandò agli Editori 
fiorentini, ma errate o mutile e perfino di due facendo 
una sola). 

80). A Saverio Beltinelli. Milano, 27 maggio 1807. — Ap. 
EpisL, voi. I, n. 73. 

Giugno. IV). 81). [Allo stesso]. Brescia, domenica 21 giugno 
1807. — Ap. EpisL, voi. I, n. 76. 

82). A Ferdinando Arrivatene. Brescia, 14 giugno 1807. 

— Ap. come il n. 74. EpisL, voi. I, n. 74. 

Luglio. V). 83). [Allo stesso]. Brescia, 15 luglio 1807. — 

Ap. idem. EpisL, voi. I, n. 80. 
84). A Giustina Renier-Michiel. 4 luglio 1807. — Ap. S. 

Fapanni. EpisL, voi. Ili, n. 692. 
85). A Saverio Bettinelli. Brescia, 15 luglio 1807. — Ap. 

EpisL, voi. I, n. 82. 
Novembre. VI). 86). A Giov. Battista Niccolini. Milano, 11 

novembre 1807. — Ap. Niccolini. EpisL, voi. I, n. 90. 
87). AlV Abate Antonio Bianchi. Milano, 25 novembre 1807. 

— Ap. Bollavi ta. EpisL, voi. Ili, n. 693. 

88). Alla Contessa Marzia. [Milano], lunedì, 30 novembre 
1807. — Questa lettera si trova nell'inserto prov. Bella- 
vita in sez. K, Vili. EpisL, III, 694. 

Dicembre. VII). 89). AlV Abate A. Bianchi. Milano, 9 dicem- 
bre 1807. — Ap. Bellavita. EpisL, voi. Ili, n. 695. 

Incerte. Vili), 90). A Ippolito Pindemonte. Brescia, dome- 
nica [1807]. — Ap. EpisL, I, 69. 

91). A Ferdinando Arrivabene. [1807?]. — Ap. doppio come 
il n. 74. EpisL, voi., I, n. 63. 

92). A Livia della Somalia? [1806-1807?]. — Frammento ap. 
Cfr. Chiarini G., Gli Amori di U. F. cit., voi. I, p. 298-99. 

93). Alla May-zia. [1807]. 

94). Alla stessa. Milano, 23 sabato sera [1807]. 



— 446 - 

95). Alla stessa. [Sabato 1807]. — Epist., Ili, n. 697. [Mi- 
lano, 22 novembre 18071. 

96). Alla stessa. Lunedì mattina [1807]. 

97). Alla stessa. Venerdì 1807. Epist., n. 696. [Milano, 
20 novembre 1807]. — (Tutte queste lettere dirette alla 
Marzia, 93-97, si trovano nel cit. inserto prov. Bellavita). 
Vol. XXXVI, sez. I. — (1808). 

Gennaio. I). 98). Alla Marzia. [Milano], lunedì sera [gen- 
naio 1808]. — Ap. Epist., voi. Ili, n. 698. 

Febbraio. II). 99). Alla stessa. [MilanoJ, sabato 28 [febbraio 
1808]. — Ap. Epist., Ili, n. 700. — È del novembre 1807. 

Aprile. III). 100). Alla stessa. Milano, 25 aprile 1808. — 
Ap. Epist. , III, n. 702. Anche queste tre nel suddetto 
inserto Bellavita. 

Maggio. IV). 101). A Giovanni Carmignani. Milano, 2 mag- 
gio 1808. — Ap. Epist., I, n. 103. 
. Giugno. V). 102). A Giulio Montevecchio. Lunedì, 26 giugno 
[1808]. — Ap. Inserto n. 3. Epist., I, n. 106. 

Agosto. VI). 103). Allo stesso. Venerdì, 27 agosto 1808. — 
Ap. Inserto n. 2. Epist., I, n. 115. 

Settembre. VII). 104). A Giambattista Giovio. 7 settembre 
1808. — Ap. Caleffi. Epist., I, n. 116. 

105). Allo stesso. Milano, 23 settembre 1808. — Ap. idem. 
Epist., I, n. 123. 

106). A Ferdinando Arrivabene. Milano, 12 settembre 1808. 
- Ap. doppio come il n. 74. Epist., I, n. 119. 

107). Allo stesso. Milano, 23 settembre 1808. — Ap. idem. 
Epist., I, n. 124. 

108). Al Signor Bartholdy. Milano, 29 settembre 1808. — 
Ap. Niccolini. Epist,, I, n. 129. 

Ottobre. Vili). 109). A Giambattista Giovio. Milano, 3 otto- 
bre 1808. - Ap. Caleffi. Ins. VII. Epist., I, n. 130. 

110). A Ferdinando Arrivabene. Milano, 13 ottobre 1808. 
— Ap. doppio come al solito in Ins. VII. Epist., I, n. 133. 

111). A Gian Giacomo Trivulzj. 19 ottobre 1808. — Ap. 
in Ins., sez. D, V. Epist., I, n. 134. 



- 447 — 

11*2). A Ferdinando Arrivabene. Milano, 21 ottobre 1808. 
Ap. come al solito. Epist., I, n. 135. 

Novembre. IX). 113). A Giulio Mont ève echio. Domenica, 20 
novembre 1808. — Ap. A. Montevecchio nipote in Ins. V. 
Epist., I, n. 138. 

114). A Gian Giacomo Trivulzj. Milano [domenica 27 no- 
vembre 1808]. — Ap. in sez. D, III. Epist., I, n. 141. 

Incerte. X). 115). A Luigi Leciti. Mercoledì [Pavia 1808]. 

— Ap. Epist., Ili, n. 704. 

116). Allo stesso. [Milano, 1808]. — Ap. idem. Epist., Ili, 

n. 705. 
117). All'Abate Antonio Bianchi. [1808]. — Ap. prov. Bel- 

lavita. Epist., Ili, n. 699. 
118). A Giulio Montevecchio. [1808]. — Ap. del nipote in 

Ins. V. Epist., I, n. 138. 
Vol. XXXVI, sez. L. — (1809). 

Gennaio. I). 119). Al Conte G. B. Giovio. Pavia, 6 gennaio 

1809. Ap. Caleffi. Epist., I, n. 158. 
120). Allo stesso. Milano, 31 gennaio 1809. — Ap. idem. 

Epist., I, n. 168. 
Febbraio. II). 121). A Giulio Montevecchio. Milano, martedì 

7 febbraio 1809. — Ap. Epist., I, n. 173. — (Questa e 

altre lettere sono tratte da due inserti, uno prov. Viani 

e diretto a G-iov. Resnati, l'altro prov. A. Montevecchio 

e diretto a F. Le Mounier). 
122). Allo stesso. 11 febbràio 1809. — Ap. idem. Epist., I, 

n. 174. 
Marzo. III). 123). Allo stesso. Milano, a dì 1 marzo 1809. 

— Ap. idem. Epist. I, n. 176. 

124). A Camillo Tigoni. Pavia, 8 marzo 1809. — Ap. prov, 

Bellavita in ins. IV di questa sezione. Epist,, III, n. 706. 
125). A Giulio Montevecchio. Venerdì, 10 marzo 1809. — 

Ap. come ins. IL Epist., I, n. 178. 
125 bis ). Alla Famiglia. 22 marzo 1809. — Ap. Bellavita. 

Cfr. Perosino S., Lettere inedite di U. F. ecc. Torino, 

Vaccarino 1873, pp. 13-14. 



- 448 - 

126). A Giulio Montevecchio. Martedì 28 marzo [1809]. — 

Ap. idem. Epist., I, n. 182. 
127). Allo stesso. Milano, 30 marzo [1809J. Ap. idem. Epist., I, 

n. 184. 
Aprile. IV). 128). A Camillo Tigoni. Milano, 8 aprile 1809. 

— Ap. prov. Bellavita nell'inserto del mese di marzo di 

quest'anno. Epist., III, n. 708. 
129). A Giulio Montevecchio. Domenica, 9 aprile 1809. — 

Ap. come ins. III. Epist., I ? n. 188. 
Maggio. V). 130). Al Conte G. B. Giovio. Pavia, 1 maggio 

1809. — Ap. Caleffi. Epist., I, n. 192. 
131). Allo stesso. Pavia, 8 maggio 1809. — Ap. idem. 

Epist., I, n. 195. 
132). A Giulio Montevecchio. Pavia, mercoledì 24 [maggio 

1809], ore tre. — Ap. come ins. III. Epist., I, n. 201. 
133). Ad Elena Bignami. Pavia, mercoledì 24 maggio [1809]. 

Ap. EpisL, I, n. 199. 
131). A G. B. Giovio. Pavia, lunedì 29 maggio 1809. — 

Ap. Epist., I, n. 203. 
135). A Cesare Arici. Pavia, 31 maggio 1809. Ap. doppio 

di A. Montevecchio e di Quirina Mocenni-Magiotti. Epist., 

I, n. 205. 
135 bis ). A Camillo Tigoni, Pavia, 31 maggio 1809. — Ap. 

Bellavita, in questo voi. sez., III. 
Giugno. VI). 136). A Giulio Montevecchio. Sabato 17 [giu- 
gno 1809]. — Ap. del nipote Annibale. Cfr. sez. I, V, 1. 

Epist. I, n. 209. 
137). Al Conte G. B. Giovio. Milano, 23 giugno 1809. — 

Ap. Caleffi. Epist., I, n. 211. 
138). Alla Marzia. Sabato, [giugno 1809]. — Ap. Bellavita. 

Cfr. in questo voi. sez. I, X, n. 11. Epist., Ili, n. 712. 
139). A C. Tigoni. Martedì, alle ore 11 della sera, giugno 

1809. — Ap. idem, in questo voi., sez. M, II. Cfr. Epist., 

Ili, n. 711. 
140). Allo stesso. Sabato ore 10 [giugno 1809]? — Ap. voi. 

e sez. idem. 
141). Allo slesso [giugno 1809]. — Ap. voi. e sez. idem. 



— 449 — 

142). Allo stesso. Milano, sabato [giugno 1809], Ap. voi. e 

sez. idem. 
143). Allo stesso. Milano, martedì [giugno 1809]. Ap. voi. 

idem. Epist., Ili, n. 710. 
Luglio. VII). 144). A Giulio Montevecchio. Sabato, 1 luglio 

1809. — Ap. Cfr. Ins. II. Epist., I, n. 213. 
145). Allo stesso. Milano, venerdì 7 luglio 1809. Ap. idem. 

Epist., I, n. 214. 
146). Allo stesso. Sabato 8 luglio 1809. — Ap. idem. Epist., 

I, n. 216. 
146 bis ). A Camillo Tigoni. Milano, 8 luglio 1809. — Ap. 

Bellavita. Epist., Ili, n. 706 Cfr. Mss., voi. 37, sez. P, IY. 
147). Allo stesso. Milano, lunedì 24 luglio 1809. — Ap. 

idem. Epist., I, n. 218. 
148). Al Conte G. B. Giovio. Milano, 11 luglio 1809. Ap. 

Caleffi in ins. VI. Epist., I, n. 217. 
Agosto. Vili). 149). A Giulio Montevecchio. Como, 3 agosto 

1809. — Ap. Cfr. ins. II. Epist., I, n. 219. 
150). Al Conte G. B. Giovio. Milano, 13 agosto 1809. — 

Ap. Caleffi in ins. VI. Epist., I, n. 221. 
Ottobre. IX). 151). A Giulio Montevecchio. Sabato 7 ottobre 

[1809] ore 4. — Ap. Cfr. ins. II. Epist., I, n. 224. 
152). Allo stesso. Domenica 8 ottobre 1809. — Ap. idem. 
153). Allo stesso. Milano, domenica, 15 ottobre [1809]. — 

Ap. idem. Epist.,, I, n. 228. 
154). Al Conte G. B. Giovio. Milano, 15 ottobre 1809. — 

Ap. Caleffi. Epist., I, n. 227. 
155). A Giulio Montevecchio. Milano/ sabato ore tre, 15 

ottobre 1809. — Ap. prov. Viani. Episi. , I, n. 231. 
156). Al Conte G. B. Giovio. Milano, 27 ottobre 1809. — 

Ap. Caleffi. Epist., I, n. 233. 
Novembre. X). 157). A Luigi Brugnatelli. Milano, 5 novem- 
bre 1809. — Ap. Beretta. Epist., Ili, n. 714. 
158). Al Conte G. B. Giovio. Milano, 11 novembre 1809. — 

Ap. di Casa Giovio. Ins. XII. Epist. , I, n. 234. 
159). A Giulio Montevecchio. Milano, lunedì sera 13 no- 
vembre 1809. — Ap. Cfr. ins. IX. Epist., I, n. 235. 



— 450 — 

160). Allo stesso. Mercoledì sera [15 novembre 1809]. — 

Ap. idem. Epist., I, p. 327. 
161). Allo slesso. Giovedì mattina [16 novembre 1809]. — 

Ap. idem. Epist., I, pp. 327-28. 
162). Al Conte G. B. Giovio. Milano, 19 novembre 1809. 

— Ap. Caleffi in ins. IX. Epist., I, 237. 

Dicembre. XI). 163). A Giulio Montevecchio. Giovedì, 21 

dicembre 1809. — Ap. Cfr. ins. IX. Epist., I, n. 242. 
164). Allo stesso? Giovedì, 21 dicembre 1809. — Ap. in 

Ins. II. 
165). A Camillo Tigoni. Milano, 22 dicembre 1809. — Ap. 

in ins. di questo voi., sez. 0. Epist. , III, n. 715. 
166). A Cesare Arici. Milano, 23 dicembre 1809. — Ap. 

in ins. V. di questo voi. e sez. I. Epist., I, n. 244. 
167). A Giovanni Paolo Schultesius. Milano, 25 dicembre 

1809. — Ap. Epist., I, n. 245. — (L'aut. di questa lettera 

è nella E.. Biblioteca di Pisa). 
Incerte. XII). 168). 4 Camillo Ugoni. Venerdì sera [1809]? 

— Ap. in ins. III. 

169). Al Conte G. B. Giovio. 
Vol. XXXVI, sez. M. - (1810). 

Giugno. I). 170). A Vincenzo Monti. Milano, 13 giugno 1810. 

— Ap. Carrèr (lezione I). Epist., I, n. 259. 
171). A Federigo Borgno. Milano, 27 giugno 1810. — Ap. 

in ins. II. Epist., Ili, n. 717. 
172). A Camillo Ugoni. Milano, 27 Giugno 1810. •— Ap. 

idem. Epist., Ili, n. 718. 
Luglio. II). 173). A Camillo Tigoni. Milano, 14 luglio 1810. 

— Ap. prov. Bellavita. Epist., Ili, n. 719. 

174). A Federigo Borgno. Milano, 29 luglio 1810. — Ap. 
idem. Epist., Ili, n. 720. — (Sul ms. si legge: 19 luglio 

1809. QuaPè la data vera?). 

Agosto. III). 174 bis ). A Michele Ciciliani. Milano, 20 agosto 

1810. — Ap. nei Mss., voi. XXXVIII, sez. 0, III. Epist., 
III, n. 721. 

Ottobre. IV). 175). A Sua Eccellenza Vaccari L. [Milano], 
6 ottobre 1810. — Ap. Caleffi. Epist. t I, n. 266. 



- 451 — 

Incerte. V). 176). A Vincenzo Monti, [seconda metà 1810], 

— Ap. 

177). A Camillo Tigoni. [1810]. — Ap. in sez. L. III. 
Epist., Ili, n. 716. La data appostavi dagli Editori fio- 
rentini è errata; quella giusta sarebbe: 15 aprile 1812. 

178). Allo stesso. [1810]. — Ap. in sez. Epist., Ili, n. 722. 

179). Allo stesso. [1810]. - Ap. in sez. M. II. Epist., Ili, 
n. 723. 

180). Allo stesso. [1810?]. — Ap. in sez. M. I. Cfr. Bar etti, 
4 dicembre 1873, n. 49. 
Vol. XXXVI, sez. N. — (1811). 

Gennaio. I). 181). Al Sig. Alfonso Bedogni. Milano 9 gen- 
naio 1811. — Ap. Epist., I, n. 271. (Il ms. ha: 6 gennaio. 
Qual'è la data vera?). 

182). A ■**. Milano, giovedì 10 gennaio 1811. — Ap. Tipaldo, 
Estratto dal Giornale Italiano, n. citato nella data. 

Maggio. II). 182 bis ). A. Michele Ciciliana Milano 8. n. 724. 

— Si trova in voi. XXXVIII, C. III. 

Dicembre. III). 183). Al Viceré Eugenio Beauarnhais. [di- 
cembre 1811]. — Ap. Epist., I, n. 289. 
Vol. XXXVI, sez. 0. - (1812). 

Aprile. I). 184). Federigo Borgno. Milano, 4 aprile 1812. 

— Ap. come in sez. L. V. Epist., I, n. 292. 

Agosto. II). 185). A Sigismondo Trechi. [Ai primi d'agosto 

1812]. — Ap. prov. Bellavita. Epist., III, n. 727. 
186). A**. Milano, 2 agosto 1812. — Ap. T. A. Gualterio. 

Epist., Ili, n. 726. 
187). A Ferdinando Arrivabene. Milano, 2 agosto 1812. — 

Ap. Epist., I, n. 297. 
188). A Dionisio Bulso. Milano, 8 agosto 1812. — Ap. doppio. 

Epist., Ili, n. 728. 
189). A Camillo Tigoni. Piacenza, mercoledì 10 agosto 1812. 

— Ap. prov. Bellavita. Epist., Ili, n. 729. 

Ottobre. III). 190). Alla Contessa d'Albany. 17 ottobre 
[1812]. — Ap. P. Blane. Epist., I, n. 314. Paulin Blane 
era bibliotecario a Montpellier. 



— 452 - 

Novembre. IV). 191). Alla stessa. Di casa, venerdì 13 no- 
vembre 1812. — Ap. di mano diversa. Epist., I, n. 317. 
Incerte. V). 192). Alla stessa. Di casa, sabato mattina [1812]. 

— Ap. P. Blane. Epist., I, n. 311. 
193). Alla stessa. Domenica sera [1812]. — Ap. idem. 

Epist., I, n. 316. 
194). Alla stessa. Lunedì ore 8 [1812]. — Ap. Idem. Epist., 

I, n. 318. 
Vol. XXXVII, sez. P. - (1813). 

Gennaio. I). 195). A Giov. Paolo Schullesius. Firenze, 21 

gennaio 1813. — Ap. A. Tori. Epist., n. 224. 
Febbraio. II). 196). A Camillo TJgoni. Firenze, 22 febbraio 

1813. — Ap. Bellavita. Epist., III, n. 730. 
Aprile. III). 197). Alla Contessa oVAlbany. Bellosguardo, 

Mercoledì ore 3 [21 aprile 1813]. — Ap. prov. E. Santa- 
relli. Epist., I, n. 313. 
Maggio IV). 198). A Camillo TJgoni. Bellosguardo, 29 maggio 

1813. — Ap. Bellavita. Epist., IH, n. 731. 
Luglio. V). 199). Alla Contessa d'Albany. Bellosguardo, 13 

luglio 1813. — Ap. P. Blane. Epist., I, n. 336. 
200). Alla stessa. Giovedì, 16 luglio 1813. — Ap. diverso. 

Epist., I, n. 337. 
201). Alla stessa. Firenze, 22 luglio 1813. — Ap. P. Blane. 

Epist., I, n. 338. 
Agosto. VI). 202). Alla stessa. Milano, 1 agosto 1813. — Ap. 

idem. Epist., I, n. 341. 
203). Alla stessa. Milano, 12 agosto 1813. — Ap. idem. 

Epist. , I, n. 347. 
204). Ad un Ecclesiastico d'Inverigo. [28 agosto] 1813. — 

Ap. prov. Bellavita. Epist., I, n. 349. 
Settembre. Vili). 205). Alla donna gentile. Mercoledì 1 

settembre 1813. — Ap. Orlandini. Epist., I, n. 351. 
206). Alla Contessa d'Albany. Milano, 4 settembre 1813. — 

Ap. Epist., I, n. 352. 
207). Alla stessa. Venezia, 10 settembre 1813. — Ap. idem. 

Epist., I, n. 354. 
208). A Lucietta **. Bologna, 12 settembre [1813] Cut. (Cfr. 



- 453 - 

Martinetti G. A., Lettere di Ugo Foscolo a Lucietta. 
Torino, Paravia, 1889. id. I, e Chiarini G. Gli amori 
di U. F., cit., voi. II, n. V). 
209). Alla Conlessa d'Albany. Bologna, 12 settembre 1813. 

— Ap. Epist., I, n. 356. 

210). Alla stessa. Bologna, 14 settembre 1813. — Ap. Epist., 
I, n. 357. 

211). Alla stessa. Bologna, 19 settembre 1813. — Ap. Epist., 
I, n. 359. 

212). A Francesco Tognetti. [Bologna], domenica [19 set- 
tembre 1813]. — Ap. Opere, voi. XI, pp. 354-55. 

213). A Lucietta. [Firenze, settembre 1813]. — Aut. Cfr. 
Martinetti Gr. A., Op. cit. n. II, Chiarini G., Op. cit. n. II. 

Ottobre. Vili). 214). Alla stessa. [Firenze], ottobre [1813]. 

— Aut. Cfr. Martinetti G. A., Op. cit., n. Ili, Chiarini 
G., Op. cit., n. VII, (per errore Vili). 

215). A Camillo Tigoni. Firenze, 12 Ottobre 1813. — Ap. 

in questa sez., inserto IV. Epist., Ili, n. 733. 
216). Alla Donna gentile. Firenze, 27 ottobre 1813. 
217). A Camillo Vgoni. Firenze,, 28 ottobre 1813. — Ap. 

Bellavita. Epist., Ili, n. 734. 
Novembre. IX). 218). Alla Contessa d'Albany. Bologna, 

Lunedì notte 18 novembre 1813. — Ap. P. Blane. Epist. , 

I, n. 365. 
219). Alla stessa. 19 novembre 1813. — Ap. diverso. 
220). Alla stessa. Milano, 30 novembre 1813. — Ap. idem. 

Epist., I, n. 367. 
Vol. XXXVII, sez. A. - (1813). 

Dicembre. I). 221). Al Conte G. B. Giovio. Milano, 2 di- 
cembre 1813. — Ap. Calerli. Epist., I, n. 368. 
222). Alla Contessa d'Albany. 3 dicembre [1813]. — Ap. 

P. Blane. Epist., I, n. 369. 
223). Alla stessa. Milano, 18 dicembre 1813. — Ap. diverso. 

Epist., I, n. 372. 

224). Alla slessa. Milano, 27 dicembre 1813. — Aut. 

225). Alla Donna gentile. Milano, 30 dicembre [1813]. — 

Ap. Orlandini in voi. 36, sez. VII. Epist., I, n. 376. 

n* 



— 454 — 

226). Alla Contessa d'Albani/. Milano, l' ultimo giorno del- 
l' anno [1813]. — Ap. P. Blane. Epist., I, n. 377. 

227). A Lucietta. [Milano, dicembre 1813]. Aut. — Marti- 
netti G. A., Op. cit., n. IX, Chiarini, G., Op. cit., n. Vili, 
(per errore IX). 

Incerte. II). 228). Alla Contessa d'Albany. Ore 7 3 / 4 [1813]. 

— Ap. Blane. Epist., I, n. 321. 

229). Alla stessa. [Prima metà 1813]. — Ap. idem. Epist., 

I, n. 322. 
230). A Lucietta ***. Martedì 28 [1813]. Aut. — Martinetti 

G. A., Op. cit. n. IV, Chiarini G., Op. cit. n. Ili, (per 

errore IV). 
231). Alla stessa. [Milano o Firenze 1813]. Aut. — Marti- 
netti G. A., Op. cit.,\ì. Vili, Chiarini G., Op. cit., n. IV. 
232). A Camillo Ugoni. Firenze, 1813. — Ap. in sez. B, 

VI di questo volume. Epist., Ili, n. 735. 
Vol. XXXVII, sez. B. — (1814). 

Gennaio. I). 233). Alla Contessa d J Albani/. Milano, 8 gennaio 

1814. — Ap. con note di D. Blane. Epist., I, 379. 
234). A Xaverio Fabre. Milano 24 gennaio 1814. — Ap. 

idem. Epist., I, n. 380. 
235). A Lucietta**. [Milano, gennaio 1814]. Venerdì sera. 

— Ap. e Aut. Cfr. Martinetti G. A., Op. cit., n. X. 
Chiarini G., Op. cit., n. IX. 

236). Alla stessa. [Milano, gennaio 1814]. — Aut. 

Febbraio. II). 237). Alla Contessa d'Alban]/. Milano, 2 feb- 
braio 1814. — Ap. con note di P. Blane. Epist., I, n. 381. 

238). Alla Donna gentile. 4 febbraio 1814. — Ap. Orlandini, 
in voi. 36, P, VII. Epist., I, n. 382. 

239). Alla Contessa d'Albani/. Milano, 5 febbraio 1814. — 
Ap. con note di P. Blane. Epist., I, n. 384. 

240). Alla stessa. Milano, 11 febbraio 1814. — Ap. idem. 

Aprile. III). 241). Ai miei fratelli Commilitoni. Milano, 22 
aprile 1814. — Copia a stampa. Cfr. Opere, voi. V, p. 72. 

242). A Lucietta**. Sabato sera, [aprile? 1814]. — Aut. in 
tre redazioni. Cfr. Martinetti G. A., Op. cit., n. XI, 
Chiarini G., Op. cit., n. I. 



— 455 — 

243). Alla slessa. [Milano, aprile 1814]. Aufc. — Cfr. Mar- 
tinetti G. A., Op. cil., n. XIII. Chiarini G., Op. cit., n. III. 

Maggio. IV). 244). Alla Donna gentile. Milano, 4 maggio 
1814. — Ap. Orlandini in voi. 36, P, VII. Epist., I, 
n. 388. 

245). Alla Contessa d'Albany. Bologna, 9 maggio a mezza- 
notte 1814. — Ap. P. Blane. Epist., I, n. 389. 

246). Alla stessa. Bologna, 11 maggio 1814. — Ap. diverso 
con note di Blane. Epist., II, n. 390. 

247). Alla stessa. Lunedì, 16 maggio 1814. — Ap. idem. 
Epist., II, n. 392. — (Di questa lettera c'è un'altra reda- 
zione aut. trascritta in due ap.; ma è così diversa che si 
potrebbe considerare come inedita). 

248). Alla stessa. Bologna, 17 maggio 1814. — Ap. P. Blane. 
Epist., II, n. 394. 

249). Al Conte Verri, Presidente della Reggenza. Milano, 
20 maggio 1814. — Ap. S. Pellico con correz. aut. Cfr. 
Opere, voi. V, pp. 79-87. 

250). Al Sig. Direttore Generale di Polizia. Milano, 20 
maggio 1814. — Aut. Cfr. Opere, voi. V, pp. 75-77. 

251). Alla Contessa d'Albany. Milano, 23 maggio 1814. — 
Ap. con note di P. Blane. Epist. ,. II, n. 395. 

252). Alla stessa. Milano, 25 maggio 1814. — Ap. idem. 
Epist., II, n. 396. 

253). Alla slessa. Milano, 31 maggio 1814. — Ap. idem. 
Epist., II, n. 399. 

Giugno. V). 254). Alla stessa. Milano, 11 giugno 1814. — 
Ap. idem. Epist., II, n. 400. 

255). Alla stessa. Milano, 13 giugno 1814. — Ap. P. Blane. 
Epist., II, n. 401. 

256). Alla stessa. Milano, 22 giugno 1814. — Ap. diverso. 
Epist., II, n. 402. 

257). Alla stessa. Milano, 24 giugno 1814. — Ap. idem. 
Epist., II, n. 404. 

Luglio. VI). 258). A Camillo Tigoni. Milano, 22 luglio 1814. 
- Ap. Bellavita. Epist., Ili, n. 736. 



- 456 — 

259). Allo stesso. Milano, 30 luglio 1814. — Ap. idem in 

voi. 36, sez. 0, IL Epist., Ili, n. 737. 
Agosto. VII). 260). Allo stesso. 4 agosto [1814]. — Ap. 

idem. Epist., III, n. 738. 
261). A Michele Leoni. Milano, 4 agosto 1814. — Ap. Epist., 

II, n. 408. 
262). Alla Contessa d'Albani/. Milano, 16 agosto 1814. — 

Ap. con note di P. Blane. Epist., II, n. 410. 
263). Alla stessa. Milano, 20 agosto 1814. — Ap. idem. 

Epist. , II, n. 413. 
264). Alla stessa. Milano, 31 agosto 1814. — Ap. doppio, 

uno di P. Blane. Epist., II, n. 414. 
Settembre. Vili). 265). Alla stessa. Milano, 28 settembre 

1814. — Ap. Blane. Epist., II, n. 416. 
Ottobre. IX). 266). Alla Contessa iVAlbany. Milano, 12 otto- 
bre 1814. — Ap. diverso. Epist., II, n. 418. 
267). Alla stessa. Milano, 15 ottobre 1814. — Ap. idem. 

Epist., II, n. 421. 
268). Al Ginguenè? Milano, 15 ottobre 1814. — - Ap. Epist., 

II, n. 419. 
269). A**. Milano, 24 ottobre [1814]. — Ap. prov. Bella- 
vita in voi. 36, sez. I, IX. Epist., Ili, n. 739. 
Novembre. X). 270). Alla Conlessa d'Alban]/. Milano, il 

giorno d'Ognissanti 1814. — Ap. Epist., II, n. 422. 
271). Alla stessa. 5 novembre 1814. — Ap. Blane. Epist., 

II, n. 424. 
272). Alla stessa. Milano, 23 novembre 1814. — Ap. idem. 

Epist., II, n. 427. 
Dicembre. XI). 273). Alla stessa. Milano, 5 dicembre 1814. 

— Ap. idem. Epist., II, n. 429. 
274). Alla stessa. Milano, 21 dicembre 1814. — Ap. idem. 

Epist., II, n. 430. 
Incerte. XII). 275). A Lucietta**. [Milano, 1814]? Aut. — 

Martinetti G. A., Op. cit., n. VII, Chiarini G., Op. cit., 

n. XI (per errore XII). 
276). Alla stessa. [Milano, 1814]? Aut. — Martinetti G. A., 

Op. cit., n. XII, Chiarini G., Op. cit., n. IL 



— 457 — 

277). Alla slessa. Milano, 1814. Aufc. — Martinetti G. A., 
Op. cit., n. V. Chiarini G., Op. cit., n. X (per errore XI). 

278). A Vincenzo Monti. [Prima metà, 1814]. — (È una 
lunga lettera aut. frammentaria, inedita, di cui fa parte 
quella che gli editori fiorentini dissero dissertazioncella 
sul Catalogo delle Navi, edita in Opere, voi, IX, pp. 364-70). 

279). A Xaverio Fdbre Pittore. [Prima metà, 1814]. — 
Aut. edito in Opere, voi. IX, pp. 315-29. 

280). A Ludovico di Breme. [Prima metà, 1814]. — Aut. 
Vol. XXXVII, sez. C. — (1815). 

Gennaio. I). 281). Alla Conlessa d'Albany. Milano, 11 gennaio 
1815. — Ap. Blane. Epist., II, n. 432. 

282). Alla stessa. 22 gennaio 1815. — Ap. idem. Epist., II, 
n. 433. 

Febbraio. II). 283). Alla Donna gentile. Milano, 1 febbraio 
1815. - Ap. Calerli. 

284). A Camillo Tigoni. Milano, 8 febbraio 1815. — Ap. in 
voi. 36, sez. 0, II. Epist. , III, n. 740. 

285). A Ferdinando Arrivabene. Milano, 8 febbraio 1815. 
— Ap. Orlandini. Epist., II, n. 434. 

286). Alla Contessa d'Albany. Milano, 24 febbraio 1815. — 
Ap. Blane. Epist.. II, n. 436. 

Marzo. III). 287). A. Federigo Confalonieri. [Milano, 4 marzo 
1815]. — Ap. S. Pellico e aut. Chiarini G., Appendice 
ecc. p. 179. 

288). Allo stesso. [Milano], 6 marzo 1815. — Aut. Chiarini 
G., Op. cit., p. 181. 

289). Allo stesso. [Milano, 7 marzo 1815]. — Aut. Chiarini 
G., Op. cit., p. 182. 

290). Alla Famiglia. Milano, 31 marzo 1815. — Ap. Orlan- 
dini. Epist., II, n. 439. 

Aprile. IY). 291). Al Cav. Tamassia, prefetto di Lario. 
Jaman, 12 aprile 1815. — Ap. Epist., Ili, n. 741. 

292). Al Signor Conte di Fiquelmont (Dei Giuramenti). 
Dalla Svizzera, 25 aprile 1815. — Aut. e ap. con corre- 
zioni aut. Opere, voi. V, pp. 89-106. 



— 458 — 

Giugno. V). 293). A Rubina Molena. Zeutherand, 21 giugno 
1815. — Ap. Caleffi in voi. 36, M, III. Spisi., II, n. 440. 

Agosto. VI). 294). Alla Contessa d' Albani). Dall' isoletta 
d'Offenon, ecc. 4 agosto 1815. -— Ap. Blane. Epist., II, 
n. 441. 

295). Alla stessa. Tockeubourg [Cantone S. Gallo] 25 agosto 

1815. -- Tre minute aut. Gli editori fiorentini pubblica- 
rono la seconda. Episl., II, n. 442. 

Settembre. VII). 296). A Veronica Pestalozza. [Baden, set- 
tembre 1815]. — Aut. francese. 
297). Alla stessa. [Settembre 1815]. — Aut. francese. 
Ottobre. Vili). 298). Alla Donna gentile. Hottingen, 31 

ottobre 1815. — Ap. in questa sezione, ins. II. Epist., 

II, n. 443. 
Novembre. IX). 299). A V. Pestalozza. Sabato mattina, 26 

[novembre 1815]. — Aut. francese. 
. 300). Alla stessa. [Novembre 1815]. Aut. francese. 

Dicembre. X). 301). Alla Contessa d'Albany. Hottingen, 21 

dicembre 1815. -- Ap. P. Blane. Epist., II, n. 447. 
302). Alla Donna gentile. Hottingen, 6 dicembre 1815. — 

Ap. Caleffi. Epist., II, n. 445. 
303). Alla stessa. Hottingen, 30 dicembre 1815. — Ap. idem. 

Episl., II, n. 449. 
304). A V. Pestalozza. Sabato sera, [dicembre 1815]. — 

Aut. francese. 
Vol. XXXVII, sez. D. — (1816). 

Febbraio. II). 305). Alla Donna gentile. 9 febbraio 1816. 

— Ap. Caleffi. (frammento). Epist., II, n. 455. 
306). Alla Sig. A. Negri. Hottingen, 29 febbraio 1816. — 

Ap. di Salomone Pestalozza figlio. 
307). A V. Pestalozza. [Febbraio 1816]. — Aut. 
Marzo. III). 308). A Sigismondo Trechi. Sabato, 9 marzo 

1816. -r Ap. 

309). Al Dr. Ebel. 8 marzo 1816. — Aut. francese. 
310). Al Consigliere di Stato, Presidente della Polizia. 
Zurigo, 12 marzo 1816. — Aut. francese. 



- 459 — 

311). A Gian Giacomo Trivulzio. Hottingen, 12 marzo 1816. 

— Ap. Epist., II, n. 457. 

312). Alla Signora F***. Venerdì, 15 marzo, ore 7, 1816. 

— Aufc. Epist., II, ». 461. 

313). Al Signor T r ***. La notte da lunedì a martedì 18-19 
marzo 1816. — Aufc. francese. Epist., II, n. 462. 

314). Al Signor F***. Martedì, 19 marzo 1816. — Aufc. 
francese. Epist., II, n. 463. 

315). Alla Donyia gentile. 23 marzo 1816. — Aufc. Epist., 
II, n. 460. 

316). Alla Famiglia. [30 marzo 1816]. — Aut. 

317). A V. Pestalozza. [Marzo? 1816]. — Aut. francese. 

318). Al Sìg. Castelli. [Marzo 1816]. — Aut. 

319). Al Major [Marzo 1816]. — Aut. francese. 

320). Al Curalo Cattolico (Meier). [Marzo 1816]. — Idem. 

321). Al Signor Baillies. [Marzo 1816]. — Idem. 
Vol. XXXVIII, sez. A. — (1816). 

Giugno. I). 322). A Rubina Molena. Sabato, 15 giugno 1816. 

— Ap. Epist., III, n. 742. 

323). Alla Donna gentile. Hottingen, 16 giugno 1816. — 
Ap. Oaleffi in questa sezione, ins. II. Epist. 

324). Al Signor F***. 19 giugno [1816]. — Aut. francese. 
Epist. , II, u. 464. 

325). A W. S. Rose. [Zurigo, giugno 1816]. — Ap. doppio 
Calbo. Epist., II, n. 478. 

Luglio. II). 326). A Roberto Finch. Zurigo, 17 luglio 1816. 

— Ap. Epist., Ili, n. 743. 

Settembre. III). 327). A Roberto Wilson. Londra, 14 set- 
tembre 1816. — Ap. con firma aut. — Epist., II, n. 488. 

Ottobre. IV). 328). Alla Donna gentile. Londra, 25 ottobre 
1816. — Ap. doppio Caleffi. Epist., II, n. 494. 

Incerte. V). 329). Al Consigliere di Stalo, Direttore della 
Polizia Generale del Cantone di Zurigo. (Da Londra, 
sulla fine del 1816). — Ap. italiano, e un frammento 
tradotto in inglese da W. S. Rose. — (Cfr. Opere, voi. V, 
pp. 261-70. 



— 460 — 

Vol. XXXVIII, sez. B. - (1817). 

Febbraio. I). 330). A ***. [13 febbraio 1817]. — (Risposta 
in francese del Foscolo alla dichiarazione d' amore di 
ignota in versi inglesi. Per l'una e per l'altra cfr. Chia- 
rini G., Gli Amori di U. F. ecc., voi. I, pp. 481-83, 564-68). 

331). Al Sig. Edmondo Angelini. [Febbraio, 1817]. — Aut. 

Marzo. II). 332). A Isabella, Teolochi-Albrizzi. Londra, 3 
marzo 1817. — Ap. G-. Mazzini. Epist., II, n. 501. 

333). Alla Conlessa d'Albany. Londra, 7 marzo 1817. — 
Ap. Blane. Epist., II, n. 502. 

334). Al Generale Roberto Wilson. [Londra, 17 marzo 1817]. 

— Aut. francese. 

335). Al Sig. Hagenbuch. Londra, 28 marzo 1817. — Aut. 

francese. Un' frammento solo edito in Epist., II, n. 504. 
Aprile. III). 336). A Samuele Rogers. Londra, 20 aprile 

1817. — Ap. Orlandini. Epist., II, n. 505. 
Maggio. IV). 337). A Lord Guilford. [Maggio 1817]. — 

Aut. e ap. Epist., II, n. 508. 
338). A Miss Eleonora Campbell. [Maggio? 1817]. — Aut. 

Gfr. Martinetti Gr. A. in Giorn. stor. d. leti, italiana^ 

voi. XXXVII p. 105. 
Giugno. V). 339). A Romualdo Zolli. [Primi di giugno 1817]. 

— Ap. con una correzione aut. Epist., II, n. 509. 
340). Alla Contessa d l Albani/. Londra, 30 giugno 1817. — 

Ap. Blane. Epist., II, n. 512. 
Luglio. VI). 341). A Lord Holland. [Primi di luglio 1817]. 

— Due minute aut., e un ap. Epist., II, n. 513. 

342). Alla Contessa d'Albany. Londra, 20 luglio 1817. — 

Ap. Epist., II, n. 515. 
343). A F. Jeffreyì [Luglio 1817]. — Aut. francese in 

questa sezione, ins. IV. 
Agosto. VII). 344). A lady Flint. [Londra] Soho Square, 15 

agosto 1817. — Aut. francese. Epist., II, n. 517. 
345). A Miss Pigou. Lunedì mattina, 25 agosto [1817]. — 

Aut. Epist., II, n. 518. 
346). Alla stessa. [Fine di agosto 1817]. — Aut. Epist., II, 

n. 519. 



~ 461 - 

Settembre. Vili). 347). A G. Alien. Londra, Soho Square, 
2 settembre [1817]. — Aut. francese. Epist., II, n. 528. 

348). Alla Contessa aV Albani). Kensington, 19 Edward 
Square, 20 settembre 1817. — Ap. Blane. Epist., II, 
n. 522. 

Novembre. IX). 349). A Ruggero Wilbraham. [Novembre? 
1817]. — Aut. in questi Mss., voi. XVI, sez. D, III. 

Incerte. X). 350). A Miss Pigou. [1817]. — Aut. molto 
schematico. 

351). A lady Giorgina Quin. [1817]. — Aut. francese, edito 
in piccola parte in Epist., II, n. 521. 

351 bis ). ,4***. [1817]? — (Edita dal Prof. V. Ciak, Ugo Fo- 
scolo erudito, in Giorn. stor. d. leti, it., voi. XLIX, 
pp. 56-57). 
Vol. XXXVIII, sez. C. - (1818). 

Gennaio. I). 352). A Milady Holland. 16 gennaio 1818. — 
Aut. francese. Epist., II, n. 527. 

353). A Lord Baerei [Gennaio 1818]. — Due minute aut. 
e un ap. con correz. aut. in francese. Opere, voi. IV, 
pp. 3-8. 

Giugno. II). 354). Al Banchiere Coutts. [East] Moulsey, 18 
giugno 1818. — Due minute, una aut., l'altra ap. con 
correz. aut. in francese. Epist., II, n. 533. 

Settembre. III). 355). A Michele Ciciliani. Londra, 3 set- 
tembre 1818. - Ap. Tipaldo? Epist., Ili, n. 746. 

356). Alla Contessa d'Albany. East Monlsey, 6 settembre 
1818. — Ap. Blane. Epist., II, n. 534. 

Ottobre. IV). 357). A S. Pellico. 3 ottobre [1818]. — Ap. 
Frammento della lettera 30 settembre in Epist., II, n. 538. 

358). A G. Maurojanni. East Moulsey, n / 23 ottobre 1818. 
— Ap. in greco e in francese. Epist., II, n. 539. 

Dicembre. V). 359). A J. C. Hobhouse. 22 "Woodstock Street, 
Martedì mattina, 15 dicembre [1818]. — Aut. francese. 

360). Allo stesso. [Venerdì, 18 dicembre 1818]. - Tre mi- 
nute aut. in francese. 

361). Allo stesso. Giovedì, 31 dicembre 1818. — Due minute 
aut. in francese. 



- 462 — 

Incerte. VI). 362). A E. Eallamì [1818]. - Ap. francese in 

voi. XVI, sez. K, II. 
363). Alle Signorine Wells. [1818]. — Aut. francese in 

voi. XXVI, sez. A, II. 
Vol. XXXVIII, sez. C. - (1819). 

Gennaio. I). 364). A S. Trickey. 22 Woodstook Street, 8 

gennaio 1819. — Aut. francese. 
Febbraio. II). 365). A J. C. Hobhouse. Woodstock Street, 

3 febbraio 1819. — Due minute aut. e la prima in data 

1 febbraio, ma fu spedita la seconda. 
Giugno. III). 366). A Gino Capponi. Londra, giugno 1819. 

— Ap. Epist., II, n. 543. E bene avvertire che, in gene- 
rale, le copie di lettere al Capponi sono mutile. 

Settembre. IV). 367). A Carolina Russell. Londra, 24 set- 
tembre 1819. — Aut. francese. Cfr. Chiarini G., Gli 
Amori di U. F. ecc., voi. II, n. I. 

Incerte. V). 368). Alla stessa. Venerdì mattina, [1819?] — 
Aut. francese. Chiarini G., Op. c'it., n. II. 
Vol. XXX Vili, sez. D. — (1820). 

Febbraio. I). 369). A. Gino Capponi. Londra, 1 febbraio 
1820. — Ap. doppio, uno del Mayer. Epist., Ili, n. 550. 

— (Vi è annesso un foglio contenente le varianti alla 
traduzione del libro III dell'Iliade). 

370). A G. Molini. Londra, 2 febbraio 1820. — Ap. Cfr. 

Opere, voi. XI, pp. 379-80. 
371. A Gino Capponi. Londra, 8 febbraio 1820. — Ap. 

doppio, uno del Mayer. Epist., Ili, n. 551. 
372). Al Conte di Capodistria. 11 febbraio 1820. — Aut. 

francese. Epist., II, n. 548. 
373). A ***. Martedì, 22 febbraio 1820. — Aut. 
374). A Gino Capponi. Ultimi di febbraio 1820. — Ap. 

doppio, uno del Mayer. Epist., Ili, n. 552. 
Marzo. II). 375). A Gino Capponi. Londra, 10 marzo 1820. 

— Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 553. 

376). A C. Russell. Venerdì, 17 marzo 1820. — Due minute 

aut. in francese. Chiarini G., Op. cit., n. III. 
377). A Gino Capponi. Londra, 29 marzo 1820. — Ap. 



— 463 - 

Mayer. Epist., Ili, n. 554. — (Altro ap. di questa lettera 
e di quella del 10 marzo si trova in sez. 0, III). 

378). Al Conte di Capodistria. [Marzo? 1820]. — Aut. 
Epist., II, n. 540. 

379). A C. Russell. [Marzo, 1820]. — Abbozzi aut. in francese. 

Maggio. III), 380). Alla stessa. Martedì, 9 maggio 1820. — 
Aut. francese. Chiarini G., Op. cit., n. IY. 

381). Alla stessa. Venerdì, 12 maggio 1820. — Aut. fran- 
cese e ap. Mayer italiano. Epist., Ili, n. 555 e Chiarini G., 
Op. cit., n. V. 

382). Alla stessa. Martedì, 16 maggio 1820. — Tre minute 
aut. in francese. Chiarini G., Op. cit., n. VI. 

383). A Gino Capponi. Londra, 23-30 maggio 1820. - Ap. 
Mayer. Epist., III, n. 556. — Altro ap. si trova in 
sez. C, III). 

Luglio. IV). 384). A Lady Dacre. Venerdì sera, luglio 1820. 
— Ap. Mayer. Epist., III, n. 557 (1). 

Ottobre. V). 385). Alla Contessa d'Albany. Londra, 5 otto- 
bre 1820. — Ap. Blanes. Epist., III, n. 558. 

Novembre. VI). 386). A C. Russell. [Dopo il 21 novembre 
1820]. — Abbozzi aut. in francese. 
Vol. XXXVIII, sez. E. — (1821). 

Gennaio. I). 387). Alla stessa. 1 gennaio 1821. — Abbozzi 
aut. e ap. con correzioni aut. in francese. Epist., III, 
n. 560. Chiarini G., Op. cit., n. VII. 

388). Alla stessa. 11 gennaio 1821. — Aut. e ap. con cor- 
rezioni aut. in francese. Chiarini G., Op. cit., n. Vili. 

Febbraio. II). 389). A Maria Graham. Londra, 3 febbraio 
1821. — Ap. E. Mayer. Epist., Ili, n. 561. 

Marzo. III). 390). Alla stessa. Giovedì, 15 marzo 1821. — 
Ap. idem. Epist., Ili, n. 562. 

(1) Contrariamente a quanto E. Mayer affermò in una nota all' Epistolario, 
le lettere originali a Lady, e Lord Dacre, e che sono quasi tutte in francese, 
non si trovano alla Labronica. Si vede che il Mayer dopo averle tradotte in 
italiano per l'Epistolario, tralasciando parecchi luoghi ch'egli giudicò poco im- 
portanti, dimenticò di depositarle, e rimasero presso di lui, ed oggi sono pos- 
sedute dal figlio, avvocato Ferdinando, in Firenze. 



— 464 — 

291). A Lady Dacre. 29 marzo 1821. — Ap. idem. Epist., 

Ili, n. 563. 
Aprile. IV). 392). Alla stessa. Primi di aprile 1821. — Ap. 

Mayer. Epist., Ili, n. 564. 
393). A J. Merivale. [Aprile? 1821]. — Aut. francese. 
Maggio. V). 394). Al Sig. Hagenbuch. Londra, 2 maggio 1821. 

— Aut. francese. 

395). Al Conte G. B. di Velo. 2 maggio 1821. — Aut. e 
ap. Mayer. Epist., Ili, n. 566. 

396). A C. Russell. Maggio 1821. — Frammento aut. e ap. 
Mayer. Epist., Ili, n. 567. Chiarini G-., Op. cit., n. IX. 

Giugno. VI). 397). A Rubina Molena. Londra, 26 giugno 
1821. — Ap. Epist., Ili, n. 568. 

398). A Gino Capponi. 30 giugno 1821. — Ap. È il po- 
scritto alla lettera della stessa data. Epist., Ili, n. 569. 

Agosto. VII). 399). Al duca di Bedford. East-Moulsey, 
9 agosto 1821. — Ap. Epist., Ili, n. 570. 

Settembre. Vili). 400). A J. Murray. 27 settembre. 1821. 

— Ap. inglese e ap. it. Mayer. Epist., Ili, n. 574. — 
(Gli editori vi apposero erroneamente la data di ottobre). 

Ottobre. IX). 401). A Lady Dacre. Martedì mattina, 2 ot- 
tobre 1821. — Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 572. 

402). Alla stessa. Martedì, 9 ottobre [1821]. — Ap. idem. 
Epist., Ili, n. 573. 

403). Alla stessa. Mercoledì mattina, ottobre 1821. — Ap. 
idem. Epist. , III, 587. 

Incerte. X). 404. A ***. [1821]. — Due ap. in francese con 
correz. aut. Epist., Ili, n. 571. V'è anche ap. it. Mayer. 
Vol. XXXIX, sez. A. — (1822). 

Gennaio. I). 405). A William Williams. Martedì notte, 8 
gennaio 1822. — Aut. francese e ap. it. Mayer. Epist., 
Ili, n. 578. 

406). A Giorgio Stephen. [25 gennaio 1822]. — Ap. inglese. 

Febbraio. II). 407). A W. Williams. [7 febbraio 1822]. — 
Ap. francese con correzioni aut. 

Marzo. III). 408). A Lady Dacre. [Primi di marzo 1822]. 

— Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 579. 



— 465 - 

409). A W. G. Graham. South-Bank, 21-25 marzo 1822. — 

Aut. francese e ap. it. Mayer. Epist., Ili, n. 580. 
Giugno. IV). 410). A Ladij Dacre. Sale, 12 giugno 1822. 

— Ap. Mayer. Epist., III, n. 581. 

411). A J. Murray. Londra, giugno 1822. — Ap. idem. 

Epist., Ili, n. 582. 
Agosto. V). 412). Allo stesso. Agosto 1822. — Frammento 

aut. in inglese e ap. Mayer. Epist., Ili, n. 585. 
Settembre. VI). 413). A Lady Dacre. Settembre 1822. - 

Ap. idem. Epist., Ili, n. 586. 
Ottobre. VII). 414). Al Sig. Weaver. 18 ottobre 1822. — 

Ap. con correzioni aut. in inglese. 
414 bis ). Allo stesso. Digamma Cottage South Bank, 21 otto- 
bre 1822. Queste in voi. XLV. 
415). Allo stesso. 23 ottobre 1822. — Aut. inglese. 
416). Al Sig. Hall. 22 ottobre 1822. — Aut. inglese. 
417). Al Sig. Qoidburn] Libraio. Londra, 30 ottobre 1822. 

Ap. inglese e ap. it. Mayer. Epist., Ili, n. 588. 
418). A Tommaso Campbell. Londra, 30 ottobre 1822. — 

Ap. inglese e ap. it. Mayer. Episi., Ili, n. 589. 
419). A Lady Dacre. Mercoledì mattina, ottobre 1822. — 

Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 587. 
420). Al Sig. Kebblewhite. [Ottobre? 1822].— Ap. inglese. 
421). Allo stesso. [Ottobre? 1822]. — Ap. idem. 
Novembre. Vili). 422). A Lady Dacre. Martedì, 6 novembre 

1822. — Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 590. 
423). Al giardiniere Henderson. 27 novembre 1822. — Ap. 

inglese. 
424). A Lady Dacre. Novembre 1822. — Ap. Mayer. Epist., 

Ili, n. 591. 
Dicembre. IX). 425). A G. H. Wiffen. Digamma Cottage, 

12 dicembre 1822. — Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 592. 
426). A Lady Dacre. Martedì mattina, 17 dicembre 1822. 

— Ap. idem. Epist., Ili, n. 593. 

427). Alla stessa. Sabato sera, 21 dicembre [1822]. — Ap. 
idem. Epist., Ili, n. 594. 



— 466 - 

428). A J. Murray. Dicembre 1822. — Ap. idem. Epist., 

Ili, n. 595. 
Incerte. X). 429). A E. Ballarvi. [Seconda metà, 1822]. — 

Ap. inglese. Epist., III, p. 80. 
Vol. XXXIX, sez. B. — (1823). 

Gennaio. I). 430). A Lady Dacre. 14 gennaio 1823. — Ap. 

Mayer. Epist., Ili, n. 598. 
431). Alla stessa. Martedì mattina, 14 gennaio 1823. — 

Ap. idem. Epist., Ili, n. 599. 
432). Alla stessa. [Gennaio 1823]. — Ap. idem. Epist., Ili, 

n. 596. 
433). A J. Murray. Gennaio 1823. — Ap. idem. Epist., Ili, 

n. 597. 
434). Allo stesso. [Gennaio]? 1823. — Ap. inglese e ap. it. 

Mayer. Epist., Ili, n. 616. 
435). A Henry***. [Gennaio 1823], — (Ap. inglese con 

correzioni aut. e contiene una descrizione del Digamma 

Cottage). 
Febbraio. II). 436). Al Duca 'di Bedford. Londra, febbraio 

1823. — Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 600. 
437). A Lady Dacre. 25 febbraio 1823. — Ap. idem. Epist., 

Ili, n. 601. 
Marzo. III). 438). Alla stessa. Primi di marzo 1823. — Ap. 

idem. Epist., Ili, n. 602. 
439). A Lord Dacre. Primi di marzo 1823. — Ap. idem. 

Epist., Ili, n. 603. 
440). A J. Hatfield. [10-17 marzo 1823]. — Aut. inglese. 
441). A J. Banim. 26 marzo 1823. — Ap. inglese. 
Giugno. IV). 442). A B. R. Haydon. Ai primi di giugno 

1823. — Aut. inglese e ap. Mayer it. Epist., Ili, n. 605. 
443). Ai Signori Archibald Rosse r e Iones. [Dopo il 5 giu- 
gno 1823]. — Aut. inglese. 
Luglio. V). 444). A G. H. Wiffen. 25 luglio 1823. - Ap. 

Mayer. Epist., Ili, n. 606. 
Agosto. VI). 445). A Nelli? 6 agosto 1823. — Ap. 
446). Alla Donyia gentile. 6 agosto 1823. — Ap. Mayer. 

Epist., Ili, n. 607. 



- 467 — 

447). A Lady Dacre. 8 agosto 1823. Ap. idem. Epist, III, 

n. 608. 
448). A J. Murray. Agosto 1823. — Ap. idem. Epist., III, 

n. 609. 
Ottobre. VII). 449). A Lady Dacre. Primi di ottobre 1823. 

— Ap. idem. Epist., Ili, n. 610. 
450). A Rubina Molena. Londra, 4 ottobre 1823. — Ap. 

Caleffi e frammenti ap. Bellavita. Epist., Ili, n. 611. 
451). A Lady Dacre. Lunedì, 6 ottobre 1823. — Ap. Mayer. 

Epist., Ili, n. 612. 
452). A Santorre Sanlarosa. 26 ottobre 1823, Domenica 

mattina. Digamma Cottage. — Aut. italiano. 
Dicembre. Vili). 453). Al Direttore del Times. South Bank, 

Regents Park, 2 dicembre 1823. — Ap. inglese di A. 

Scorno con il poscritto aut. 
454). Allo stesso. Tempie, 2 dicembre 1823. — Ap. idem 

con correz. aut. E del Foscolo benché firmata: An bye 

witness. 
455). A Lady Dacre. Martedì mattina, 9 dicembre 1823. — 

Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 613. 
456). Alla stessa. Sabato, 20 dicembre 1823. — Ap. idem. 

Epist., IH, n. 614. 
457). Alla stessa. Giorno di Natale 1823. — Ap. idem. 

Epist., Ili, n. 615. 
458). A Sinclair Cullen. [dicembre 1823]. — Ap. inglese di 

A. Scorno. E la lettera sei copisti e traduttori. 
Incerte. IX). 459). A Lord Dacre? [1823]. — Ap. francese 

di A. Scorno in voi. XX, sez. D. 
460). A J. Murray. [1823?] — Frammento aut. inglese in 

voi. XXIX, sez. D, II, 3, 4. 
Vol. XXXIX, sez. C. — (1824). 

Febbraio. I). 461). Allo stesso. 6 febbraio 1824. — Ap. 

Mayer. Epist., Ili, n. 617. 
462). A Lord Balhurst. South Bank, Regents Park, 17 feb- 
braio 1824. — Ap. inglese Scorno con firma aut. C'è la 

minuta aut. tradotta in Epist., Ili, n. 624. 



- 468 — 

Marzo. .II). 463). A Santorre Santarosa. 1 marzo 1824. — 

Ap. Mayer. EpisL, III, n. 618. 
464). A* .... 4 marzo 1824. — Tre ap. francesi di 

mano eli A. Scorno. Epist., Ili, n. 619. 
465). A C. Morgan. 27 marzo 1824. — Aut. inglese e ap. 

Mayer. Epist., Ili, n. 625. 
466). Al Comitato del Club de J viaggiatori. 29 marzo 1824. 

— Aufc. inglese e ap. Mayer. Epist., Ili, n. 626. 

467). A Lord. J. Russell. Marzo 1824. — Aufc. francese e 

ap. Mayer. Epist., Ili, n. 620. 
468). A ***. Sabato mattina, marzo 1824. — Ap. Mayer. 

L'aut. inglese in ins. V. Epist., Ili, n. 622. 
469). A Giovita Scalvini. Ultimi di marzo 1824. — Ap. 

della Donna gentile. Epist., Ili, n. 623. 
Aprile. III). 470). A Lord Dacre. 17 aprile 1824. — Ap. 

Mayer. Epist., III, n. 627. 
471). A un Membro del Governo Ellenico. Londra, 21 aprile 

1824). — Ap. greco e ap. it. Mayer. Epist., Ili, n. 628. 
472). Al Sig. Gregson. Lunedì sera, 26 aprile 1824. — Ap. 

inglese Scorno con correz. aut. Epist., Ili, n. 629. 
473). Allo stesso. Martedì mattina, 27 aprile [1824]. — Aut. 

inglese. 
474). A Giovila Scalvini. Giovedì, aprile 1824. 
Maggio. IV). 475). A Tommaso Roscoe. Sabato, 1 maggio 

1824. — Ap. inglese Scorno con correzioni aut. Mayer. 

Epist., Ili, n. 630. 
Agosto. V). 476). A Isabella Teotochi-Albrizzi. Agosto 1824. 

— Ap. Scorno con correz. aut. e ap. Mayer. Epist., Ili, 
n. 631. 

Settembre. VI). 477). A J. Murray. Domenica, 12 settembre 

1824. — Ap. Mayer. Epist., Ili, n. 632. 
478). A Lord Holland. South Bank, 13 settembre 1824. — 

Aut. inglese e ap. Mayer. Epist., Ili, n. 633. 
479). A ***. South-Bank Regents Park, 14 settembre 1824. 

— Aut. inglese e ap. Mayer. Epist., Ili, n. 634. 

480). A Santorre Santarosa. Digamma Cottage, 16 settembre 



- 469 - 

1824. E mutila. — Ap. doppio, uno di E. Mayer. Episi., 

Ili, n. 635. 
481). A***. [Settembre 1824J. — Aut. inglese. La lettera è 

del Foscolo benché nel verso di una carta stia scritto: 

Copy of Chiefalas letters. 
Ottobre. VII). 482). A Giovila Scalvini. Lunedì mattina, 

[Primi di ottobre 1824]. Ap. Opere, voi. XI, pp. 365-66. 
483). Al Segretario del Club dell'Ateneo. 10 ottobre 1824. 

— Ant. inglese e ap. Mayer. Epist., Ili, n. 637. 

484). A Lady Charlotte Campò ell-Bury. Ottobre 1824. — 

Aut. inglese e ap. Mayer. Epist., Ili, n. 638. 
485). A T. Roscoe? [Ottobre 1824]. — Minuta aut. inglese. 
486). Ad A. Walker. [Ottobre 1824]. — Ap. inglese di mano 

di Miss Floriana, e ap. it. Mayer. Epist., III, n. 637. 
487). Allo slesso. [Ottobre? 1824]. — Minuta aut. inglese. 
Novembre. VIII). 488). A T. Roscoe. [Novembre 1824]. — 

Aut. inglese. 
Incerte. IX). 489). A Lord John Russell. [1824]. — Minuta 

aut. e ap. Mayer. Epist., Ili, n. 621. 
490). A H. Gurney. [1824]. — Frammenti aut. inglesi. 
491). Ad A. Walker. [1824]. — Aut. inglese. 
492). A G. Scalvini. Giovedì, [1824]. — Ap. Quirina-Mo- 

cenni, in voi. 36, L, V. Opere, voi. XI, pp. 362-64. 
493), A W. Pickering. [1824?] - Aut. inglese in voi. XXII, 

sez. C, II. 
494). Allo stesso. [1824?] — Aut. inglese in voi. XXII, 

A, X. 
495). Ad A. Walker. [1824]. - Aut. inglese in voi. XXII, VI. 
496). A J. Murray. [1823-24]. — Ap. Scorno in voi. XXXIV, 

sez. C, IX. 
497). Allo stesso? [1822-24]. — Aut. inglese in voi. XXIX, 

sez. D, II, 3, 4. 
Vol. XXXIX, sez. D. - (1825). 

Giugno. I). 498). A E. Taylor. Gundimore, 30 giugno 1825. 

— Aut. inglese. Epist., Ili, n. 639. 

Agosto. II). 499). A W. Pickering. Sabato, 6 agosto 1825. 

— (Di questa lettera esistono tre minute frammentarie 

12 



- 470 - 

in inglese, una aufc., le altre due ap., ma in uno stato 
molto disordinato. Gli editori fiorentini (Epist. Ili, n. 640) 
ne stamparono un solo frammento che è l'ap. in bella 
copia). 

Novembre. III). 500). A W. Pickering. Lunedì, 28 novem- 
bre [1825]. — Aufc. e ap. Berrà in inglese. Epist., Ili, 
n. 641. 

Dicembre. IV). 501). Allo stesso. Fotteridge, 21 dicembre 

1825. — Ap. Berrà con correzioni aut. in inglese. 
502). A Tho. White ['printer]. 17 dicembre 1825. — Ap. 

Berrà in inglese. 
Vol. XXXIX, sez. E. — (1826). 

Gennaio. I). 503). Allo stesso. 4 gennaio 1826. — Lettera- 
memorandum ap. Berrà e aufc. sulla fine, in inglese. 
504). Allo stesso. Venerdì, 6 gennaio 1826. — Ap. Berrà 

in inglese. 
505). Allo stesso. Sabato, [7 gennaio 1826]. — Frammento 

aut. inglese. 
506-509). A W. Pickering. Londra, 10 gennaio 1826. — 

(Quattro lettere ap. Berrà, e l'ultima con correzioni aufc. 

in inglese, aventi la stessa data. Alle belle copie son 

uniti i numerosi abbozzi delle minute). 
510). Allo slesso. Londra, 12 gennaio 1826. — Ap. Berrà 

con correzioni aut. in inglese, oltre gli abbozzi delle mi- 
nute. 
511). A Tho. White. Sabato mattina, [14 gennaio 1826]. 

— Ap. inglese. 
512). Allo stesso. Lunedì mattina, 16 gennaio [18]26. — 

Ap. doppio Berrà, uno con la sola firma aut., l'altro anche 

con correz. aut. 
513). A Tho. White. Tempie, 20 gennaio 1826. — Aut. 

inglese. 
514). A C. Hoggins. 1 Kings Benk Tempie, 20 gennaio 

1826. — Aut. e ap. Berrà in inglese. 

515). A E. Taylor? 31 gennaio 1826. — Frammenti aufc. 
inglesi. 



- 471 — 

516). A**, [gennaio 1826]. Ap. Berrà con correz. aut. Edito 

un brano in Epist., Ili, n. 642. 
517). A Mr. Wilson. Totteridge Hertz, [gennaio 1826]. — 

Ap. Berrà inglese. 
518). A Tho. Wkite. [Gennaio 1826]. 
Febbraio. II). 519). A. S. Garrard. 10 febbraio 1826. — 

Aut. inglese. 
520). A**. [Febbraio 1826] ? — Aut. francese. (Si parla 

dell'affare con Lord Stuard). 
Marzo. III). 521). A W. Pickering. [2 marzo 1826]. — 

Aut. inglese. 
522). Allo slesso. 5 marzo 1826. — Ap. con correzioni aut. 

in inglese. 
523). Allo stesso. 6 marzo 1826. — Due ap. con correzioni 

aut. in inglese: il primo ha la data del 5 marzo. 
524). A***. [Marzo? 1826]. — Aut. inglese. (Si accenna a 

un arresto del Foscolo). 
Aprile. IV). 525). Al Cavaliere Micheli. Regents Park, sabato 

27 aprile [1826?]. — Ap. Berrà in francese con correzioni 

aut. Il Foscolo aveva messo l'anno [18]22, ma se l'ap. è 

di mano del Berrà, quella data non può reggere. Fu edita 

e illustrata da Y. Cian, insieme ad un altro documento 

foscoliano in Giorn. slor. d. leti, il., 1907, voi. L, p. 251. 
Maggio. V). 526). A F. Prandi. 7 maggio 1826. — Ap. 

Epist., Ili, n. 644. 
Luglio. VI). 527). A S. Garrard. 27 luglio 1827. — Aut. 

inglese. Epist., Ili, n. 646. 
528). A N. Tliesee. Marsiglia, 11 luglio 1826. — Ap. Golia, 

ma forse è del Foscolo, e si trova in... 
Vol. XL, sez. A. — (1826). 

Agosto. I). 529). A F. Prandi. 3 agosto 1826. — Ap. Golia, 

a cui rimando per le susseguenti lettere della stessa mano. 
530). Al Signor Berrà. Giovedì mattina 3 agosto 1826. — 

Ap. idem n. 2. 
531). Al Signor Prandi. Londra, 8 agosto 1826. — Ap. 

idem n. 3. Epist., Ili, n. 648. 
532). Allo slesso. Mercoledì 9 agosto 1826. — Ap. idem n. 4. 



533). Al Signor Berrà. Martedì 8 agosto 1826. — Ap. 
idem n. 5. Epist., III, n. 647. 

534). A H. Gurney. Londra, 12 agosto 1826. — Tre minute 
aut. in inglese, una in data 8 agosto 1826. — (Cfr. Chia- 
rini G., Appendice ecc. 

535). Al Signor Prandi. 13 agosto 1826. — Ap. Golia, n. 6. 

536). Allo stesso. Londra, 24 agosto 1826. — Ap. idem, n. 7. 
Epist., Ili, n. 651. 

Settembre. II). 537). A E. Taylor. 3 settembre 1826. — 
Ap. Golia con correz. aut. in iglese. Epist., Ili, n. 652. 

538). All'Editore del Times. 26 Greek Street Soho, 18 set- 
tembre [1826]. — Ap. Golia con correzioni aut. in fran- 
cese in Ins. 

539). A Dionisio Bulzo. Londra, 25 settembre 1826. — Ap. 
di varie mani, una del Calerli. Epist., Ili, n. 655. 

540). Al Signor Giuseppe Reinaud. 26 settembre 1826. — 
Ap. Golia con correz. aut. n. 9. Epist., Ili, n. 657. 

541). A Niccolò Piccolo. [Settembre 1826]. — Aut. Epist», 
Ili, n. 654. 

542). Al Conte di Capodislria. [Settembre 1826]. — Aut. 
Epist., III, n. 653. 

542 bis ). A E. Prandi [Settembre 1826]. — Minuta aut. in 
Ins. Golia, p. 48. Cfr. Perosino G. S., Op. cit., p. 357. 

Ottobre. III). 543). A P. Giannone. 7 ottobre 1826. — Ap. 
Golia n. 10. Epist., Ili, n. 658. 

544). Al Signor Prandi. Sabato 7 ottobre 1826. — Ap. 
idem n. 11. 

Novembre. IV). 545). A Miss Austin. Domenica mattina, 12 
novembre [1826]. — Aut. inglese. Epist., III, n. 659. 

546). Alla stessa. [Novembre 1826]. — Frammento aut. in 
inglese. 

Dicembre. V). 547). A J. Murray [Memorandum). 5 dicembre 
1826. — Ap. Golia n. 12. Epist., Ili, n. 660. 

548). A Miss. Morice. 6 dicembre [1826]. — Ap. idem, n. 13. 

549). A J. Murray. Highate, 12 dicembre 1826. — Ap. 
idem, n. 14. 



— 473 - 

550). A T. Roscoe. 14 dicembre 1826. — Ap. idem e in 

parte aut., n. 15. Epist., Ili, n. 661. 
551). Al Signor Prandi. 14 dicembre 1826. — Ap. idem, 

iì. 16. 
552). A J. Murray. [15 dicembre 1826]. — Ap. idem e in 

parte aut. francese, n. 17. 
553). A T. Roscoe? 16 dicembre 1826. - Ap. idem con 

correz. aut., n. 18. 
554). A Sinclair Cullen. Martedì, 19 dicembre 1826. — Ap. 

idem con correz. aut., n. 20. 
555). A W. Pickering. Londra, 21 dicembre 1826. — Ap. 

idem con correz. aut., n. 19. 
556). A E. Taylor. 21 dicembre [1826]. — Ap. idem con 

correz. aut., n. 21. Epist. , III, n. 662. 
557). Allo stesso. 25 dicembre 1826. — Ap. idem con cor- 
rezioni aut., n. 22. 
558). A J. Hatfield. Londra, 25 dicembre 1826. — Aut. 

inglese. Epist., III, n. 663. 
559). Al Canonico Riego. H. Str. Brunswck Square, 28 di- 
cembre 1826. — Ap. G. Mazzini. Epist., Ili, n. 664. 
560). A E. Taylor. Sabato mattina, 30 dicembre [1826]. — 

Due minute aut. in inglese; la prima in data 28. Epist., 

Ili, n. 665. 
Incerte. 561). Allo stesso? Venerdì mattina, 3 O'clock [1826]. 

— Aut. inglese. 
562). A P. Giannone. [1826]. — Ap. con correzioni aut. 
563). A G. Robinson. [1826]. — Aut. inglese. 
564). A Tho. White. [1826]. - Ap. inglese. 
565). Ad A. Panizzi. [1826). — Due minute aut. in 

voi. XXVIII. 
566), A H. Gurney? [1826]. — Minuta aut. in voi. XIII, 

pp. ?6-97. 
Vol. XL, sez. B. — (1827). 

567). A***. [1826]. — Due abbozzi aut. e un ap. Golia 

con correz. aut. 
Gennaio. I). 568). A Sig. Reinaud. Londra, 9 gennaio 1827. 
569). Al Dr. Bowring. 23 gennaio 1827. — Aut. inglese e 



- 474 - 

ap. Golia 11. 23. Epist., Ili, n. 669. 

— Ap. doppio di mani diverse. Epist. , III, n. 666. 
Marzo. II). 570). Al Sig. Biagioli. Londra, 14 marzo 1827. 

— Ap. Golia con correz. aut. n. 27 e poi minuta aut. 
Epist., Ili, n. 669. 

571). A W. Pickering. Londra, 14 marzo 1827. — Ap. Golia 
con correz. aut. n. 28 e minuta aut. Epist., Ili, n. 668. 

572). A C. Hoggins. Venerdì, 16 marzo, ore 10 [1827]. — 
Aut. inglese. 

573). A ***. 28 marzo 1827. — Minuta aut. e ap. Golia con 
correz. aut. Epist., Ili, n. 670. 

574). A Madama \Morice?\ 19 Henrietta Street, 31 marzo 
1827. — Ap. Golia con correz. aut., n. 29. 

Aprile. III). 575). A H. Gurney? 4 aprile 1827. — Fram- 
mento aut. 

576). A T. Coats. 19 Henrietta Street, 26 aprile 1827. — 
Ap. Golia inglese, n. 24 e poi minuta di cui un fram- 
mento in Epist., Ili, n. 671. 

577). A G. Bossi. Domenica, 14 maggio 1827. — Ap. Or- 
landino n. 1. Opere, voi. XI, p. 380. 

578). Allo stesso. Venerdì [maggio 1827]. — Ap. idem, n. 2. 
Opere, voi. XI, pp. 381-82. 

Giugno. IV). 579). A H. Gurney. Turnham Green, Bohemia 
House, 10 Giugno 1827. — Aut. inglese. Chiarini G., 
Appendice, ecc. 

580). A E. Marni. Lunedì, 18 Giugno [1827]. — Fram- 
mento aut. 

581). A H. Gurney. Turnham Green, Bohemia House, 20 
Giugno [1827]. — Aut. inglese. Chiarini G. Op. cit 

582). A T. Coats. 15 Eussell Place Fitzroy Square, 21 
giugno 1827. — Ap. Golia n. 25. Epist., Ili, n. 672. 

583). Ai Signori Saunders e Olley. 15 Eussell Place, Fitzroy 
Square, 26 giugno 1827. — Ap. con correz. aut., e minuta 
aut. in data 23, in inglese. Epist, III, n. 673. Il testo 
inglese è stato pubblicato da V. Cian, Varietà e cimeli 
foscoliani, nella presente Miscellanea, dove si discorre 
ampiamente dell'Antologia inglese dei poeti italiani. 



— 475 — 

Agosto. V). 584). A H. Gurney. [Agosto 1827]. — Fram- 
mento aut. inglese. Epist., Ili, n. 675. 

585). Al Canonico Riego. 3 agosto 1827. — Copia a stampa. 
Epist., Ili, n. 674. 

586). A G. Bossi. Martedì mattina, [21 agosto 1827]. — 
Ap. Orlandini, n. 3. Opere XI, p. 383. 

587). ,4***. [Agosto 1827]. — Frammento aut. inglese. 

Settembre. 588). U. Foscolo a sua figlia. [Settembre 1827]. 
— Aut. inglese. Episl.j III, n. 676. 



Parte Quarta: Lettere d'altri al Foscolo. 



12* 



Vol. XLI, sez. A. - (1802). 

Dicembre. II). 2). Cesarotti M. Padova, 11 dicembre 1803. 

— Aut. Bpùt., Ili, p. 360. 

Maggio. I). 1), Cesarotti M. Padova, 7 maggio [1802]. — 
Aut. EpisL, Ili, p. 359. 
Vol. XLI, sez. B. — (1809). 

Marzo. I). 3). Giovio G. B. Como, 8 marzo 1809. — (È la 
lettera ap. contenente osservazioni alla Orazione inau- 
gurale, alle quali vedi la risposta del Foscolo in Opere, 
II, pp. 43-61). 

4). Giordani P. Bologna, 27 marzo 1809. — Ap. Mayer. 
Epist., Ili, p. 365. 

Giugno. II). 5). Bignami Maddalena. Codogno, 9 giugno. 
1809. 

6). Giovio Francesca. Martedì notte, [27 giugno 1809?]. — 
(Cfr. Chiarini G., Gli Amori di U. F., ecc. voi. II, 
p. 205). 
Vol. XLI, sez. C. — (1810). 

Giugno. I). 7). Pezzi Francesco. [Milano, 25-29 giugno 1810]. 

— (Cfr. Martinetti G. A., Belle guerre letterarie contro 
Ugo Foscolo, Paravia e Comp., 1880, pp. 41-42). 

Vol. XLI, sez. B. — (1812). 

Aprile. I). 8). Beltoni Niccolò. Milano, 9 aprile 1812. 
Vol. XLI, sez. E. — (1813). 

Maggio. I). 9). N. N. 17 maggio 1813. — (È una lettera 
contenente passi di versi inglesi, e non ha firma). 

10). V\accarx\ L\uigi\ [1813?]. 
Vol. XLI, sez. F. — (1814). 

Settembre. I). 11). Rose W. S. 20 settembre [1814]. 



- 480 — 

Dicembre. II). 12). Contessa d'Albany. [Firenze], 13 dicembre 
[1814]. — Aufc. francese. Cfr. Lettere inedite di Luigia 
Stolberg Contessa d'Albany a Ugo Foscolo e delVabate 
Luigi di Bveme alla Contessa d'Albany ì pubblicate da 
C. Antona-Traversi e da D. Bianchini, Eoma, Molino, 
1887, n. XL. 
Vol. XLI, sez. G. — (1815). 

Gennaio. I). 13). De Rossi Giorgio. Corfù, 12 gennaio 1815. 

— Lettera col testo greco e italiano. 

14). Contessa d'Albany. [Firenze], 28 gennaio [1815]. — 
Aufc. francese. Cfr. Antona-Traversi C. e Bianchini D. 
Op. cit., n. XLIY. 

Marzo. II). 15). Petrizzopulo. Bologna, 12 marzo 1815. 

16). Glinilieri. Dal Bureau, 17 marzo 1815. 

17). Pino (tenente). Genova? 31 mfarzo 1815]. 

Aprile. III). 18). Marca A\ 1 aprile 1815. 

19). N. N. (firma illeggibile). Milano, 15 aprile 1815. 

20). [Pecchio G.~\. 15 aprile [1815]? 

21). N. N. (senza firma). 23 aprile 1815. 

22). G. B. Strasburgo, 23 aprile [1815]. 

23). Trechi S. Milano, 24 aprile 1815. 

Maggio. IV). 24). Foscolo Giulio. Milano, 3 maggio 1815. 

— Cfr. Epist., Ili, p. 389, e Perosino S. Op. cit., p. 191 
25). Conte di Capodislria. Vienna, 22 aprile-4 maggio 1815. 

— (Cfr. Episl., II, p. 391. A questa è unita un'altra let- 
tera, con la stessa data, dei Capodistria che è una com- 
mendatizia per il Foscolo a un Ammiraglio Inglese, a 
Londra). 

26). Pellico S. 7 maggio 1815. Epist., III, p. 394. 

27). N. N. [firma illeggibile]. Bellinzona, 10 maggio 1815. 

28). Marca A 1 . Cabiollo, 12 maggio 1815 alle ore 5 di sera. 

— (E la lettera con cui il Marca rimette al Foscolo 
quella ricevuta dallo Strassoldo, che fu edita in Opere, 
voi. V, pp. 262-63). 

29). Comelli, ex Generale. Dalle Alpi Occidentali, 14 maggio 
1815. 



— 481 - 

30). N. N. (senza firma). Bellinzona, 14 maggio 1815. 

31). N. N. [firma illeggibile]. Bellinzona, 15 maggio 1815. 

32). Idem. Giovedì, 20 corrente [maggio 1815]. 

33). Pozzini Agostino C. Bellinzona, 20 maggio 1815. 

Giugno. V). 34). Foscolo Giulio. 1 giugno 1815. 

35). Porta G. Milano, 10 giugno 1815. 

36). De Sismondi J. L. S. Parigi, 12 giugno 1815. — Epist., 

Ili, p. 408). 
37). M.[ocennf\ M.[agiotti~\ [Quirino]. 19 giugno 1815. 
38). Orelli Gio. Gasparo. Coirà, 28 giugno 1815. — Epist., 

Ili, p. 410. 
Luglio. VI). 39). Idem. Coirà, 13 luglio 1815. — EpisL, 

III, p. 411. 
40). N. N. (firma lacerata, ma è un parente del Foscolo). 

Zante, 24 luglio 1815. 
41). Trechi S. Milano, 28 luglio 1815. 
Agosto. VII). 42). Foscolo Giulio. Lodi, 5 agosto 1815. — 

Cfr. Perosino S., Op. cit., p. 194. 
43). Contessa d'Albany. [Firenze], 13 agosto [1815]. — Aut. 

e ap. Mayer in francese. Cfr. Traversi-Antona C. e 

Bianchini D., Op. cit., n. XLV. 
44). Foscolo Giulio. Lodi, 24 agosto 1815. — Cfr. Perosino 

S., Op. cit. t p. 195. 
45). Idem. Lodi, 27 agosto [1815]. — Aut. e ap. Mayer. 
Settembre. VIII). 46). Idem. Milano, 7 settembre 1815. — 

(Dopo la lettera di Giulio, segue nello stesso foglio un 

biglietto aut. di Ugo). 
47). Demborskij Matilde. Berna, 10 settembre 1815. 
48). Foscolo Giulio. Lodi, 12 settembre 1815. 
49). Idem. La sera del 18 settembre 1815. 
50). Pestalozza Salomone (figlio). 22 settembre 1815. 
51). Porla G. Milano, 30 settembre 1815. 
52). Trechi Fulvia. 30 settembre-18 ottobre [1815]. 
Ottobre. IX). 53). Rose W. S. Mudiford, [6 ottobre 1815]. 
54). Foscolo Giulio. Pest, 7 ottobre 1815. — Cfr. Perosino 

G. S., Op. cit., p. 196. 



— 482 — 

55). Trechi S. Milano, 10 ottobre 1815. 

56). Pellico S. 17 ottobre 1815. — Cfr. EpisL, III, p. 394. 

57). Canning S. Zurigo, 19 ottobre 1815. — Lettera in 

francese. 
58). Gov-à-Marca. S. Vittore, 19 ottobre 1815. 
59). Foscolo Giulio. Moor, 28 ottobre 1815. -— Cfr. Pero- 

sino G. S., Op. cit., p. 197. 
Novembre. X). 60). Porta G. Milano, 8 novembre 1815. 
61). Foscolo Giulio. Moor, 12 novembre 1815. 
62). Foscolo Molena Rubina. 18 novembre 1815. 
63). Castelli S. Milano, 30 novembre 1815. 
Dicembre. XI). 64). Mocenni-Magiotti Quirina. Firenze, 7 

dicembre 1815. 
65). Foscolo-Molena Rubina. 9 dicembre 1815. 
66). Calbo Andrea. Firenze, 9 dicembre 1815. 
67). Foscolo Giulio. Pest, 10 dicembre 1815. — Cfr. Pero- 

sino G. S., Op. cit., p. 202. 
68). Mocenni-Magioiti Quirina. 14 dicembre [18.15]. 
69). Peslalozza-Ròmer Veronica. 16-19 dicembre [1815]. — 

Frammenti in francese. 
70). Mocenni-Magiotti Quirina. 18 dicembre 1815. 
71). Gov-à-Marca. Coirà, 20 dicembre 1815. 
72). Meister J. H. Berna, 23 dicembre [1815], Lettera in 

francese. — (Cfr. Usteri Paul, Ungedruckle Meister-Fo- 

scolo-Briefe, n. I. Estratto da\Y Archiv fùr das Sludium 

der neuren Sprachen und Literaturen ) Braunschweig, 

1905). 
73). Negri Ada. 24 dicembre alle ore 9 [1815]. — (Questo 

biglietto il Foscolo segnò col n. 1). 
74). Mocenni-Magiotti Quirina. Firenze, 27 dicembre 1815. 
75). La stessa. 29 dicembre 1815. 
76). Porla G. Milano, 30 dicembre 1815. 
77). Foscolo Giulio. "Wadkert, 30 dicembre 1815. - Cfr 

Perosino G. S., Op. cit., p. 205. 
78). Castelli S. [Milano], 30 dicembre [1815]. 



- 483 — 

Vol. XLI, sez. H. - (1816). 

Gennaio. I). 79). Demborsky M. a Susetta Fùssli, 6 gen- 
naio 1816. — (Lettera in francese a cui è unita un'altra 
in italiano). 

80). Foscolo-Molena Rubina. 6 gennaio 1816. — Cfr. Pero- 
sino G. S., Op. cìt., p. 245. 

81). Mocenni-Magìotlì Quirino.. 6 gennaio 1816. 

82). Contessa aVAlbany. [Firenze], 6 gennaio 1816. — Let- 
tera in francese. Cfr. Antona-Tra versi 0. e Bianchini D., 
Op. cil., n. XLVI. 

83). Pellico S. 8 gennaio 1816. — Epist., Ili, p. 395. 

84). Mocenni-Magiotti Quirina. Firenze, 12 gennaio 1816. 

85). Foscolo Giulio. Nagy Oroszy, 14 genanio 1816. 

86). Naranzi S. 15 gennaio 1816. 

87). Foscolo Giulio. Nagy Oroszy, 15 gennaio 1816. — Cfr. 
Perosino G. S., Op. cit., p. 216. 

88). Mocenni-Magiotti Quirina. Firenze, 16 [gennaio] 1816. 

89). La stessa. 23 gennaio 1816. 

90). Pellico S. 25 gennaio [1816]. — EpisL, III, p. 396. 

91). Mocenni-Magiotti Quirina. Firenze, 29 gennaio 1816. 

92). Negri Ada. [Gennaio? 1816]. — (È un biglietto segnato 
dal Foscolo col. n. 2). 

Febbraio. II). 93). Phot Petiet? S. A ***. Genova, 1 febbraio 
1816. — Lettera in francese. Se si deve leggere Petiet, 
esso è il padre* della Negri, Prof, a Pavia. 

94). Mocenni-Magiotti Quirina. Firenze, 4 febbraio [1816]. 

95) La slessa. Firenze, 8 febbraio 1816. 

96). Visconti Giuseppe. Lodi, 11 febbraio 1816. — Aut. e 
ap. Orlanclini. Epist., Ili, p. 419. 

97). Nani Carlo a Lucie t la N. 13 febbraio 1816. 

98). Trechi S. Milano, 17 febbraio 1816. 

99). Lo slesso. [Dopo il 7 febbraio 1816]. 

100). Meyer (Curato Cattolico). A S. Ftissli, R. Ana, 18 
febbraio 1816. — Lettera in tedesco. 

101). Mocenni-Magiotti Quirina. 19 febbraio 1816. 

102). Meyer. Gottingen, 23 febbraio 1816. Tedesco. 



— 484 - 

103). Lo stesso. Gottingen, 26 febbraio 1816. Idem. 

104). Winz (moglie del Curato). 26 febbraio 1816. Idem. 

105). Mocenni-Magiotli Quirino,. Firenze, lunedì 26 febbraio 
[1816]. 

106). Foscolo Giulio. Nagy Oroszy, 26 febbraio [1816]. — 
Cfr. Perosino G. S., Op. cit., p. 209. 

107). N. N. (firma illeggibile). Venezia, 28 febbraio 1816. 

108). Meyer. — R. AEa, 28 febbraio 1816. 

109). Foscolo Giulio. Nagy Oroszy, 29 febbraio 1816. — 
Cfr. Perosino G. S., Op. cit., p. 210. 

110-112). Negri Ada. [Febbraio? 1816]. (Sono tre biglietti 
segnati dal Foscolo coi mi. 3, 4, 5). 

113-114). Pestalozza Romer Veronica. [Febbraio 1816]. 

Marzo. III). 115). Meyer. — R. An~a, 1 marzo 1816. Te- 
desco. 

116). Mocenni-Magiotli Quirina. Firenze, 5 marzo 1816. 

117). Porta Giuseppe. Milano, 5 marzo 1816. 

118). Pestalozza S. 6 marzo 1816. 

119). Meyer. — R. Ana, 8 marzo 1816. 

120). Mocenni-Magiotli Quirina. 12 marzo 1816. 

121). Trechi S. Milano, 13 marzo 1816. 

122). Demborsky Matilde. Berna, 15 marzo 18 J 6. 

123). Foscolo Giulio. Pest, 18 marzo 1816. — Cfr. Perosino 
G. S., p. 212. 

124). Pestalozza S. [18 marzo 1816]. 

125). Pestalozza S. [19 marzo 1816] 

126). Pellico S. 20 marzo 1816. — Epist., Ili, p. 397. 

127). Casanova C. Lodi, 21 marzo 1816. 

128). Mocenni-Magiolti Quirina. Firenze, 22 marzo 1816. 

129). Contessa d'Albany. [Firenze], 22 marzo [1816]. Fran- 
cese. — Cfr. Anton a-Tra versi C. e Bianchini D., Op. cit., 
n. XLVII. 

130). Mocenni-Magiotli Quirina. 28 marzo 1816. 

131). Trechi S. Milano, 31 marzo 1816. 

131 bis ). Br. Ebel. [Marzo 1816]. Francese. 

132-133). Pestalozza S. [Marzo 1816]. 



— 485 — 

Aprile. IV). 134). Mocenni-Magiotti Quirino,. 3 aprile [1816]. 

135). Demborsky Matilde. Berna, 4 aprile 1816. 

136). Pestalozza S. 6 aprile 1816. Francese. 

137). [Naranzi &]? Venezia, 6 aprile 1816. 

138). Pellico S. 6 aprile [1816]. — Epist., III, pp. 399-400. 

139). Pellico S. 6 aprile [1816]. — Epist., Ili, p. 398. 

140). Visconti G. Lodi, 7 aprile 1816. — Episl., Ili, p. 419. 

141). Foscolo Giulio. Pest, 9 aprile 1816. — Perosino G. S., 
Op. eit. y p. 214. 

142). Pellico S. 10 aprile 1816. — Epist., Ili, p. 400. 

143). Mocenni-Magiotti Qnirina. Venerdì Santo, 12 della 
sera [1816]. 

144). Lucilla (moglie di U. Brunetti). Mantova, 16 aprile 
1816. — Epist, III, p. 422. 

145). Foscolo Giulio. Wengrad, 18 aprile 1816. — Perosino 
G. S., Op. cit., p. 217. 

146). Pellico S. 20 aprile 1816. — Episi., Ili, p. 401. 

147). Naranzi S. Venezia, 20 aprile 1816. 

148). Mocenni-Magiotti Quirina. Firenze, 22 aprile 1816. 

149). Trechi S. Parigi, 26 aprile 1816. 

Maggio. 150). Demborsky M. Berna, 1 maggio 1816. Fran- 
cese. 

151). Mocenni-Magiotti Quirina. 3 maggio [1816]. 

152). Naranzi S. 5 maggio [1816]. 

153). Pellico S. 8 maggio [1816]. — Epist. , III, p. 401. 

154). Mocenni-Magiotti Quirina. 10 maggio 1816. 

155). La stessa. Firenze, 14 maggio 1816. 

156). Naranzi ti. Venezia, 15 maggio 1816. 

157). Mocenni-Magiotti Quirina. [Firenze, 22 maggio 1816]. 

158). Pellico S. 27 maggio 1816. - Epist., Ili, p. 402. 

159). Visconti G. Lodi, 27 maggio 1816. — Epist., Ili, 
p. 420. 

160). Mocenni-Magiotti Quirina. 31 maggio [1816]. 

161). Demborsky M. Sabato mattina, ore 8 l / 2 [maggio 1816]. 

162). La stessa. [Maggio 1816]. 

163). Sleinegger. [Maggio 1816]. Francese. 



— 486 — 

Vol. XLII, sez. A. — (1816), 

Giugno. I). 164). Mocenni-Magìotti Quirina. 3 giugno [1816]. 
165). Bemborsky M. a una Donna. Zurigo, 6 giugno 1816. 

Francese. 
166). La stessa alla Sig. na Charlotte***. Zurigo, 6 giugno 

1816. Francese. 
167)' Foscolo Molena Rubina. [Venezia], 8 giugno 1816. — 

Cfr. Perosino G. S., Op. cit., p. 246. 
168). Demborsky M. Hospital, a piedi del S. Gottardo, lu- 
nedì sera, 10 giugno [1816]. 
169). La stessa. Airolo, giovedì mattina, [12 giugno 1816]. 
170). Mocenni-Magìotti Quirina. Firenze, 15 giugno 1816. 
171) La stessa. Firenze, 21 giugno 1816. 
172). Demborsky M. Brunadern, venerdì sera, 24 giugno 

[1816]. 
173). Trechi S. Londra, 25 giugno 1816. 
174). Demborsky M. Milano, 26 giugno 1816. 
175). De Germany L. Ginevra, 26 giugno [1816]. Francese. 
176). Mocenni-Magìotti Quirina. Firenze, 29 giugno [1816]. 
177). Foscolo -Molena Rubina. 29 giugno 1816. 
178). Demborsky M. Mercoledì sera, 29 giugno [1816]. 
179). Meister. J. H. [Baden d'Argovia] domenica mattina, 

30 giugno [1816]. — Cfr. Usteri Paul, Op. cit., n. 4. 

Francese. 
180). Lo stesso. [Giugno 1816], Francese. — Cfr. Usteri 

Paul, Op. cit., n. 3. 
Luglio. II). 181). Rose W. S. [Primi di luglio] 1816. 
182). Orelli G. G. Coirà, 5 luglio 1816. — Epist., Ili, 

p. 414. 
183). Mocenni-Magìotti Quirina. 6 luglio 1816. 
184). Foscolo Giulio. Venezia, 7 luglio 1816. 
185). Carakador S. Trieste, 7 luglio 1816. 
186). N. N. (firma illeggibile). Lucerna, 9 luglio [1816]. 

Francese. 
187). Porta G. Milano, 10 luglio 1816. 
188). Foscolo Giulio. Venezia, 10 luglio 1816. — Epist. t 

III, p. 391, e Perosino G. S., Op. cit., p. 219. 



- 487 - 

189). Mocennì-Magiotti Quirina. 13 luglio 1816. 

190). Demborsky M. Vevay, 16 luglio 1816. 

191). Mocenni-Magiolti Q. 16 luglio [1816]. 

192). Locatela B. L. 16 luglio [1816]. 

193). Finch Roberto. Berna, 20 luglio [1816]. 

194). Orell Fùssli e C. Zurigo, 26 luglio 1816. Francese. 

195). Oli. Enrico. Parigi, 24 luglio 1816. Francese. 

196). De Germany L. [luglio 1816]. 

Agosto. III). 197). Foscolo Giulio. Milano, 3 agosto 1816. 

— Ofr. Perosino G. S., Op. cit, p. 222. 
198). Dr. Ebel. Baden, 6 agosto 1816. Francese. 
199). Locatelli B. L. Zurigo, 8 agosto 1816. 

200). Meister J. E. Zurigo, 9 agosto [1816]. Francese. — 

Ofr. Usteri Paul, Op. cit n n. 5. 
201). Locatelli B. L. Zurigo, 9 agosto 1816. 
202). Cook S. E. Berna, 11 agosto 1816. Inglese. 
203). Krudener. Zurigo, 11 agosto [1816]. Francese. 
204). Wessenberg. Francofone, 30 agosto 1816. Francese. 

— (A questo biglietto è unito una lettera commendatizia 
per il Foscolo in data 28 dello stesso Wessenberg diretta 
a ***). 

205). Cook S. E. [Agosto 1816]. Inglese. 

206). Ministro di Baden. [Agosto 1816]. Francese. 

Settembre. IV). 207). Demborsky M. Brunadern, 11 set- 
tembre 1816. 

208). Gillaume de Lubeck. Brunswik, 12 settembre 1816. 
Francese. 

209). Burney C. P. 14 settembre 1816. Inglese. 

210). North F. Domenica, 22 settembre 1816. 

211). Trechi S. Refch ? 23 settembre 1816. 

212). Wells C. A. 25 settembre 1816. 

213). Fùssli Suscita. Zurigo, 28 settembre 1816. Francese. 

214). Foscolo Giulio. [Milano, settembre 1816]. Cfr. Pero- 
sino G. S., Op. cit., p. 226. 

Ottobre. V). 215). Holland Vassall (Lord). Mudiford, [1 ot- 
tobre 1816]. 



- 488 — 

216). Foscolo Giulio. Milano, 4 ottobre 1816. — Cfr. Pero- 

sino G. S., Op. cit., p. 228. 
217). Porta G. Milano, 5 ottobre 1816. 
218). Fùssli J. E. Zurigo, 10 ottobre 1816. Francese. 
219). Rose W. S. [19 ottobre 1816]. 
220). G. M. Mercoledì 9 antimeridiane, [ottobre 1816]. 
221-227). Rose W. S. Mudiford, ottobre 1816. 
228-229). Eolland Vassall. Hollandhouse, [ottobre 1816]. - 

("Delle due lettere una è in francese, l'altra in inglese). 
230). Alien J. Martedì, [ottobre 1816]? Inglese. 
231). Lo stesso. Mercoledì, [ottobre 1816]. Inglese. 
Novembre. VI). 232). Pellico S. Milano, 5 novembre 1816. 

— EpisL, III, p. 403. 

233). Grassi G. Torino, 7 novembre 1816. — EpisL, III, 

p. 372. 
234). Demborsky M. Losanna, 13 novembre 1816. 
235). Meister J. E. Zurigo, 14 novembre 1816. Francese. 

— Cfr. Usteri P. Op. cit.j n. 6. 

236). Foscolo-Molena Rubina. 16 novembre 1816. 

237). Biagioli. Parigi, 18 novembre 1816. 

238). Wall M. S. Skrinenham, 21 novembre 1816). Inglese. 

Dicembre. VII). 239). Naranzi S. 12 dicembre 1816. 

Incerte. Vili). 240). Rose W. S. [1816]. — (A questa è 
unita un'altra lettera con cui il Rose raccomandava il 
Foscolo a J. H. Frère). 

241-244). Davy Jone (lady). Giovedì, venerdì, lunedì, Do- 
menica [1816]? 
Vol. XLII, sez. B. — (1817). - 

Gennaio. I). 245). Grassi G. Torino, 9 gennaio 1817. — 
Aut. e ap. Orlandini. Cfr. Epist., Ili, p. 374. 

246). Eolland Lady. Sabato notte, 11 gennaio [1817]. Inglese. 

247). Buonaiuti S, Hollandhouse, sabato sera [18 gennaio 
1817]. 

248). Eolland Vassall. Hollandhouse, 20 gennaio 1817. 

249). Fùssli J. E. Zurigo, 25 gennaio 1817. Francese. — 
(Alla lettera sono attaccate carte di conti). 






- 489 — 

Febbraio. II). 250). Foscolo Giulio. Milano, 1 febbraio 1817. 

— Cfr. Perosino G. S., Op. cit., p. 230. 
251). Foscolo-Molena Rubina. 11 febbraio 1817. 
252). Angelini E. 20 febbraio 1817. — (Nello stesso foglietto 

v'è abbozzata la risposta del Foscolo). 
253). Castelli S. Coirà, 27 febbraio 1817. Francese. 
254). Zotti Romualdo. [Febbraio 1817]. 
255). Lo stesso. [Febbraio? 1817]. — (E un editore con cui 

Ugo ebbe da dire per l'edizione àeWOì'lis del 1817. Cfr. 

Epist., II, n. 509). 
256). Angelini E. [Febbraio? [1817]. 
Marzo. III). 257J. Orell Fussli e C. Zurigo, 13 marzo 1817. 

Francese. 
258). Demborsky M. Milano, 15 marzo 1817. 
259). Dupin Carlo. Dunkerque, 15 marzo 1817. Francese. 
260,. Romilly A. Russell Square 19 marzo [1817], Inglese. 
261). H. T. B Cavendish Square, Domenica [22 marzo 

1817]. 
262). Lo stesso. [29 marzo 1817]. 

263). Wilbraham R. Stratton Street, 30 marzo [1817J. 
264). Grigh Federigo. Old South Sea House, 31 marzo 1817. 
265). Rose W. S. [Marzo 1817]. 
Aprile. IV). 266). Grigh F. 5 Beckford Place, Kensington 

Common, 1 aprile 1817. 
267). Foscolo-Molena Rubina. 1 aprile 1817. 
268). Meister J. H. Zurigo, 4 aprile 1817. — Cfr. Ustkbi 

P., Op. cit., n. 8. 
Maggio. V). 269). Wells Anna Enrichetta. Londra, 2 mag- 
gio 1817. Francese. 
270). Payne Knight. [Londra], Soho Square 9 maggio 1817. 

Latina. 
271).. Zotti R. [Londra], 12 maggio 1817. 
272). Lyttelton Sarah. 16 maggio, [1817]. Francese. 
273). Campbell Carlotta Maria. Gloucester Place, 17'mag- 

gio 1817. Inglese. 
274). Grenville Tommaso. Clocland Square, 17 maggio 

1817. Francese. 



— 490 - 

275). Spencer Lavinia. Spencer House, 18 maggio 1817. 
Francese. 

276) Rogers Samuel. [Londra], 21 maggio [1817]. Inglese. 

277). Whishaw J. Lincolns Imi, 21 maggio 1817. Inglese. 

278). [Wilbraham R.]? Mund Street, 21 maggio [1817]. 

279). Cari/sford (Lord). Partmen Square, 23 maggio 1817. 
— Inglese. 

280). Foscolo Giulio. Milano, 24 maggio 1817. — Epist., 
Ili, p. 393. Perosino G. S., p. 233. 

281). Battelli] G. Milano, 24 maggio 1817. 

282). Montalti Cesare. Caesenae ad Isapim IX Kal. Iun. 
MDCCCVII. Latina. — Epist., Ili, p. 424. 

283). Martelli G. B. Milano, 25 maggio 1817. 

284). Metaxà G. Venezia, 27 maggio 1817. 

285). Wall M. S. Oxford, 27 maggio [1817]. 

286). Marsett? (Lord). 28 maggio 1817. Inglese. 

287). Goranzo [Mocenigo]. 33 Pali Mail, 28 maggio [1817]. 

288). Burney Francesca. [Maggio? 1817]. 

289-290). H. F. B.... Idem. 

291-292). Rogers S. (biglietti brevissimi). Idem. Inglese. 

293). (E un inserto contenente pezzettini di carta delle let- 
tere della madre di Ugo, nei quali si leggono le bene- 
dizioni materne in greco moderne. Furono pubblicate 
dall' Anton a-Traversi, Ugo Foscolo nella Famiglia ecc. 
Milano, U. Hoepli, 1884, pp. 277-308). 

Giugno. VI) 294). Naranzi S. Venezia, 1 giugno 1817. 

295). A. W. Clubs S. B. E. Square, 3 giugno 1817. Anglo- 
francese. 

296). Foscolo Giulio. Milano, 4 giugno 1817. — Cfr. Pero- 
sino G. S., Op. cit., p. 234. (Erroneamente é stampato in 
data del 6). 

297). Grassi G. Torino, 6 giugno 1817. — Epist., Ili, 
p. 376). 

298). Zotti R. [Londra], 6 giugno 1817. 

299). Guilford (Lord). Londra, 7 giugno 1817. 

300). Wilbraham Ruggero. Domenica, 8 giugno [1817]. 



- 491 - 

301). Flint A. W. Martedì, [11 giugno 1817]. Francese. 

302). Whishaw J. Giovedì, 12 giugno [1817]. Inglese. 

303). Flint A. W. Giovedì mattina, [12 giugno 1817]. Fran- 
cese. 

304}. Davenport E. D. Martedi, 17 giugno [1817]. 

305). Foscolo-Molena Rubina. 17 giugno 1817. 

306). Holland Milady. Hollandhouse, 18 giugno 1817. — 
Aut. e ap. Ori andini. Epist., Ili, p. 426. 

307). Grenville T. Clocland Square, 27 giugno 1817. Inglese. 

308). Russell J. Carlsbad, 27 giugno 1817. Idem. 

309). Romilly Lady. Russell Sq. venerdì, 27 giugno [1817]. 
Idem. 

310-311). Campbell C. M. Lunedì, [giugno 1817]. Idem. — 
(Le due lettere hanno la stessa data di lunedì). 

312). Holland H. Mund Street, martedì sera [giugno 1817]. 
Francese. 

313). Borachi. 14 Grenwille Street, Brunsvich Square, [giu- 
gno 1817]. 

314). Rose W. S. Albany, mercoledì sera, a ore cinque 
[giugno 1817]. 

315). Glenbervie. [Giugno, 1817J. Inglese. 

Luglio. VII). 316). Holland Vassal (Lord). Bruxelles, 9 
luglio 1817. Inglese. — Aut. e ap. Mayer. Cfr. Epist., 
Ili, p. 427. — Di questo Lord è parola nelle Lettere a 
Lady Dacre, in Epist., Ili, n. 572. 

317). Wilbraham Ruggero, Twickenam, 11 luglio 1817. 

318). Lo stesso. Twickenam, 17 luglio 1817. 

319). Dupin Carlo a Monsieur Gosse, auteur dramatique. 
Loudra, 19 luglio 1817. Francese. — • (È una lettera con 
cui il Dupin presentava il Gosse al Foscolo). 

320). Campbell C. M. Lunedì notte, 20 luglio [1817], Inglese. 

321). Famiglia Campbell. Hotel Meurice, Calais, ore 10, 
27 luglio 1817. Idem. 

322). Romilly A. 21 Russell Square, 31 luglio [1817]. Idem. 

323). Buonaiuti Serafino. Giovedì sera, [luglio 1817]. 

324). Russell J. Martedì, [luglio? 1817]. 



— 492 — 

325;. Finch Roberto. [Luglio? 1817]. 

agosto. Vili). 326). Wall M. S. Oxford, 1 agosto [1817]. 
— (La lettera non è diretta al Foscolo). 

327). Pigoli G. Whitepark, domenica 17 [agosto 1817]. 

328). La stessa. Whitepark, giovedì [22 agosto 1817]. Fran- 
cese. 

329). La stessa. Cheltenham, venerdì [29 agosto 1817]. 

Settembre. IX). 333). A'dair Roberto. Parigi, 1 settembre 
1817. Francese. 

331). Albrizzi Isabella. Parigi, 5 settembre 1817. 

332). Pigou G. [15 settembre 1817]. Francese. 

333). Alien J. Parigi, 15 settembre 1817. Inglese. 

334). Albrizzi Isabella. Parigi, 15 settembre 1817. 

335). Westmorland J. (lady). Sevenbank, 22 settembre 
[1817]. Francese. — (A questa lettera è unita un'altra 
della stessa milady diretta a Miss Hodgson. 

336). Crahenthorp W. 24 settembre 1817. Italo-francese. 

337). Baillie Alexander. 26 settembre 1817. Inglese. 

338). Wilbraham Ruggero. Twickenam, 26 settembre 1817. 

339). R. U. 27 settembre 1817. Francese. 

340-342). Pigou G. [Settembre? 1817]. Idem. 
Vol. XLIII, sez. A. — (1817). 

Ottobre. I). 343). Albrizzi Isabella. Parigi, 4 ottobre 1817. 

344). Adair Roberto. Parigi, 6 ottobre 1817. Francese. 

345'. Wilbraham Ruggero. Twickenam, 15 ottobre 1817. 

346). Wilbraham Elisa. Teddington, mercoledì 15 [ottobre 
1817J. Inglese. 

347). La stessa. Seymour, venerdì [17 ottobre 1817]. Idem. 

348). Grimaldi Cesare. Londra, 22 ottobre 1817. 

349). Lo stesso. Londra, 23 ottobre 1817. 

350). Elliot H. Lunedì mattina, 25 ottobre [1817]. Francese. 

351). Cosway M. Stratford Place, 28 ottobre 1817. 

352). Wilbraham Ruggero. Twickenam, 29 ottobre 1817. 

353). Spencer Fred. Wimblidon?, 30 ottobre 1817. Francese. 

354). Wilbraham Giulia Fanny. Teddington, venerdì [31 
ottobre 1817]. Inglese. 



— 493 - 

355). Wilbraham Elisa. 56 Up. Seymour, [31 ottobre 1817]. 
Idem. 

356.'. La stessa. Up. Seymour, mercoledì notte [ottobre 1817]. 
Idem. 

Novembre. II). 357). Pigou G. "Willingham, [primi di no- 
vembre 1817]. Francese. 

358). Grimaldi Cesare. 1 novembre 1817. 

359). Wilbraham Giulia Fanny. Teddington, sabato [1 no- 
vembre 1817]. Inglese. 

360). Wilbraham Elisa. Lunedì, [3 novembre 1817]. Idem. 

361). La stessa. Lunedì notte, ore 11 [3 novembre 1817], 
Idem. 

362). Whishaw J. Lincolns Inn, 13 novembre 1817. Idem. 

363). Wilbraham Giulia Fanny. Stratton Street, Piccadilly 
[15 novembre 1817]. Idem. 

364). Bedford Francis. [17 novembre 1817]. 

365). Pigou G. "Willingham, 24 novembre 1817. Italo-francese. 

366). Angelini Edmondo. 25 novembre 1817. 

367). W[ilbraham] A. 33 York Building, 25 novembre 1817. 
Francese. 

Dicembre. III). 368). Peers Carlo. 17 Mits? Court Buil- 
dings Tempie, 3 dicembro 1817. Inglese. 

369). Rose W. S. Venezia, 5 dicembre 1817. 

370). Wilbraham Anna. Steyne Place Brighton, lunedì 
mattina [9 dicembre 1817]. 

371). Colletti Spiridione. 9 dicembre 1817. 

372). Peers Carlo. Tempie, 20 dicembre [1817]. 

373). Mocenni-Magiotti Quirina. Firenze, 27 dicembre 1817. 

374). Grigli F. Old South Sea House, 31 dicembre 1817. 

Incerte. IV). 375-376). Davy Jane (lady). Mercoledì. [1817] 

377). Holland Vassall (lord). Francese. n 

378). Pigou G. Martedì. Francese. n 

379). La stessa. Hill Street, mercoledì. Idem. n 

380). La stessa. Idem. n 

381J. La stessa. Hill Street, lunedì. Idem. » 

382). La stessa. Petersham, lunedì. Idem. n 

13 



_ 494 - 

383). La stessa. Giovedì. Idem. [1817] 

384). Wilbraham Anna. Seymour S., venerdì. Inglese, n 
385). La stessa. Venerdì sera. Francese. ri 

386), Wilbraham Ruggero. n 

387). Russell J. Giovedì. Francese. n 

388). Glenbervie. Sabato 14. Italiana. w 

389). [Firma illeggibile]. Cloclanhouse, martedì mat- 
tina. Francese. n 
390). Crakentorp W. Inglese. n 
391). Lo stesso. Mercoledì mattina, Ibbotiam HoteL 

Idem. n 

392). Lo stesso. 123 Upper B.... Place. Idem. » 

393). Wells Emma. Domenica mattina, 33 York Buil- 
ding. Idem. n 
394). La slessa. Mercoledì mattina, 33 York Buil- 
ding. Idem. 
395). Wells Clarissa Anna. Lunedì sera. Idem. n 
396). La slessa. Sabato sera. Idem. n 
397). Wells Emma. Giovedì mattina. Idem. n 
398). La stessa. Martedì sera. Idem. r> 
399). La stessa. Giovedì mattina. Idem. n 
400). Wheclev Elisa. 2 Tenchurch Street, venerdì 
mattina. Idem. n 
Vol. XLIII, sez. B. — (1818). 

Gennaio. I). 401). Holland Vassall. [Primi di gennaio 1818]. 

Francese. 
402). Foscolo-Molena Rubina. 13 gennaio 1818. 
403). Fazakerley J. N. Gennaio 1818. Inglese. 
Febbraio. II). 404). Mocenni-Magiotti Quirino,. 13 febbraio 

1818. 
405). Colletti Spiridione. [26 febbraio 1818]. 
405 bis ). Hughes J. S. [27 febbraio 1818]. Inglese. 
Marzo. III). 406). Zambelli G. Leucade, 1 marzo 1818. 
407). Biagioli. Parigi, 26 marzo 1818. 

408). Grenville T. Clocland Square, 26 marzo 1818. Francese. 
409). Mocenni-Magiotti Q. Firenze, 30 marzo 1818. — Ap. 
Mayer. 



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Aprile. IV). 410). Beloe C. 18 aprile 1818. Inglese. 
411). Grenville T. Clocland Square, 23 aprile 1818. Francese. 
412). Alien J. Hollandhouse, sabato [aprile 1818]. Inglese. 
413). Mackintosh J. Hollanhouse, martedì [aprile 1818]. 

Francese. — Cfr. Epist., Ili, p. 434. 
414). &.... Giovanni. Lunedì, [aprile? 1818]. Francese. 
414 bis ). Hobhouse J. C. [Aprile 1818]. Inglese. 
415). Lo